Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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venerdì 24 aprile 2020

Donne partigiane calabresi - Qualche traccia

Dopo aver parlato della quasi sconosciuta vicenda dei partigiani calabresi, voglio oggi parlare della vicenda del tutto ignota delle donne partigiane calabresi.

Inizialmente avevo trovato quelle che mi erano sembrate molte notizie, poi... leggendole e confrontandole, ho visto che erano tutte semplici riproposizioni e variazioni di un unico articolo del meritevole Claudio Cavaliere, che qui di seguito ripropongo.
Sarebbe bello che associazioni calabresi come la Virginia Olper Monis o l'Associazione Toponomastica femminile, prendessero a cuore questa realtà, promuovendo iniziative e ricerche sul tema.
Alla fine aggiungo il ricordo di Teresa Gullace Talotta, di Cittanova (RC) dalla cui figura, nel film "Roma città aperta" , Roberto Rossellini fu ispirato per il personaggio di Pina, interpretato in modo splendido e indimenticabile da Anna Magnani... ma che sicuramente aveva un aCCCenTTO molto diverso!


Una “Resistenza taciuta” di migliaia di calabresi con figure di assoluto rilievo. E una Resistenza delle donne avvolta nel silenzio…
Claudio Cavaliere -
Da Calabria on web 

Come sempre, quando si parla di Calabria, c’è un’altra storia. Una storia a volte importante che però nel silenzio, nella discrezione, nel non detto, nell’ignoranza rischia di smontarsi da sola, morendo per mancanza d’aria o di alimentazione.
Per fortuna, a distanza di decenni, lentamente e grazie a numerosi storici, studiosi, istituti di ricerca, scrittori, prende sempre più piede una immagine un po’ diversa rispetto a quella stereotipata di questo pezzo di terra e dei suoi abitanti. Emblematica può essere la narrazione della Resistenza da sempre considerata esclusiva prerogativa delle popolazioni del Nord con i meridionali spettatori passivi di una vicenda fondativa della nostra democrazia. C’è invece - utilizzando il titolo di un libro a cura di Maria Bruzzone e Rachele Farina - una “Resistenza taciuta” che coinvolge migliaia di calabresi che solo da poco, grazie al lavoro meticoloso di catalogazione avviato in alcune regioni con le banche dati dei partigiani, sta emergendo in tutta la sua portata. Solo tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna furono migliaia i nativi calabresi attivi nella lotta partigiana con figure di assoluto rilievo meritevoli di medaglie al valor militare per forme di resistenza al nazi-fascismo (sette d’oro, sei d’argento e quattro di bronzo). Ancora meno nota è poi la reale portata dell’impegno femminile calabrese nella Resistenza che, al di là della facile retorica, sconta il pregiudizio che avvolse tutte le resistenti subito dopo la fine della guerra, in una Italia desiderosa di tornare al perbenismo ante guerra che aspirava a riportare le donne al loro ruolo tradizionale.
Così alle partigiane torinesi della brigata Garibaldi venne proibito dal Pci di sfilare dopo la liberazione, perché il partito voleva accreditarsi come forza rispettabile, mentre in molte altre città furono i capi brigata a consigliare alle donne di non sfilare o almeno di farlo senza armi o vestite da crocerossine o in borghese.
Alla sfilata non ho partecipato, ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante. Poi ho visto Mauri col suo distaccamento con le donne che avevano, insieme. Loro si che c’erano! Mamma mia! Per fortuna che non sono andata anche io. La gente diceva che eran delle puttane…(Intervista ad una partigiana nel film-documentario di Liliana Cavani “La donna nella Resistenza”).
Anche per questo non sapremo mai il numero esatto delle donne resistenti. Al termine della guerra bisognava richiedere la qualifica ai sensi del D.L. 21 agosto 1945 n. 518 per avere diritto al premio di solidarietà. Per essere riconosciute “partigiani combattenti” occorreva aver svolto almeno tre mesi in armi, aver partecipato a tre azioni di guerra o sabotaggio o avere fatto almeno tre mesi di carcere. Per quello di “patriota” si  richiedeva un impegno sostanziale e continuato, sotto forma di cessioni di denari, viveri, armi, munizioni, materiali sanitari, ospitalità clandestina, o aver fornito importanti informazioni ai fini di buon esito della lotta di liberazione. Nel solo Piemonte fu introdotta anche la qualifica di “benemerito”.
Moltissime, visto il rinnovato clima che spingeva verso un ritorno al privato delle donne, non richiesero mai la qualifica. Per molte altre, che avevano partecipato ad una resistenza civile senza armi, fatta di accoglienza, di cura, di preparazione e partecipazione agli scioperi, di boicottaggio delle fabbriche, non fu  possibile richiedere alcunché.
Le donne avevano combattuto non solo per la libertà, ma anche per affermare una Italia diversa per i loro diritti civili e sociali che solo molto lentamente furono ad esse concesse nonostante la nuova Costituzione.
Rimangono comunque i numeri ufficiali che parlano di 4.653 donne arrestate, torturate, condannate; 2.750 deportate nei campi di concentramento tedeschi e 623 fucilate o morte in combattimento. Ad esse furono conferite sedici medaglie d’oro al valor militare e diciassette d’argento.
Una grande onda di riflusso avvolse le donne nel dopoguerra. Le loro storie, il loro protagonismo, che sembra oggi scontato, fu nuovamente avvolto dal silenzio in una società che le spingeva a tornare nel familiare perché i luoghi di lavoro e di decisione venivano rioccupati dagli uomini.
Il discorso sulla Resistenza tutto declinato al maschile, sulla dimensione delle armi e del combattimento ha tagliato fuori per decenni la possibilità di una ricostruzione precisa della presenza femminile nella lotta di liberazione ed oggi che quasi tutte quelle persone non sono più in vita rimane difficile, sulla base della sola documentazione ufficiale, ricostruire il quadro reale della situazione a partire dai nomi e dalle storie.
I nomi di battaglia di alcune donne calabresi partigiane erano Cecilia, Cunegonda, Angiolina, Prima, Beba, Reginella, Nina, Lia Ferrero, Maia, Mina … Erano casalinghe, operaie, professoresse, contadine, alcune nemmeno maggiorenni quando scelsero di opporsi al nazi-fascismo. Oggi, di molte di loro, tranne il nome, non conosciamo praticamente nulla, non una foto in quel mondo smisurato che si chiama internet. Anche nei loro paesi di origine il ricordo sembra definitivamente perso. 
Alcune storie magnifiche sono venute alla luce grazie anche all'Istituto Calabrese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea (ICSAIC) e all’ANPI che cercano meritoriamente di stimolare la ricerca, lo studio, di tenere accesa l’attenzione su una vicenda che man mano riserva sempre nuove sorprese.
Giuseppina Russo (nella foto, tratta dal Corriere della Calabria) di Roccaforte del Greco, una delle Api furibonde dell’omonimo libro che da organizzatrice degli scioperi nelle fabbriche finisce come partigiana combattente, dalla resistenza civile a quella armata.
Anna Cinanni, di Gerace, sorella di Paolo, che subì ripetute sevizie in carcere, una delle dodici biografie di partigiane contenute nel libro “La Resistenza taciuta” e nell’altro volume di Lentini-Guerrisi “I partigiani calabresi nell’Appennino ligure-piemontese”, anche lei protagonista di quel raffinato gioco delle apparenze alla base di episodi infinite volte narrati di donne che superano i posti di blocco con le loro sporte piene di volantini o munizioni - piene di politica e di guerra - esibendo i simboli della routine domestica o della femminilità inoffensiva.
Caterina Tallarico di Marcedusa, sorella del più noto comandante partigiano “Frico” che appena laureata in medicina sale in montagna e comincia a ricoprire il ruolo di medico nella brigata del fratello Federico esercitando non solo verso i partigiani feriti e bisognosi di cure, ma anche nei confronti di tedeschi e fascisti prigionieri. Per fortuna un suo libro autobiografico, “Una donna… un medico… una vita”, ci permette di avere tutte le informazioni di prima mano su di lei.
Anna Condò di Reggio Calabria, testimone della strage della Benedicta in cui fu ucciso il fratello.
E poi tante altre donne di cui conosciamo meno: Lucia Cosco (Catanzaro); Alba Lucio (Crotone); Assunta Lucio (Crotone); Maria Di Tocco (Vibo Valentia); Antonietta Oneglia (Catanzaro); Maria Carpino (Colosimi), Giacomina Fadel (Cosenza); Domenica Arcidiaco (San Lorenzo); Margherita Bazzani Gazagne (Sant'Ilario dello Ionio); Anna, Giulia e Tina Pontoriero (Rosarno); Maria Torello (Reggio Calabria); Maria Panuccio (Sant’Eufemia d’Aspromonte); Concetta Gangemi (Palmi); Pata Franceschina e Angela Pata (Mileto); Bice Di Tocco (Reggio Calabria); Isolina Ranieri (San Giorgio Morgeto); Carinda Forte (Saracena); Carmelina Montanari (Siderno); Maria Iaconetti (Carolei); Maria Barone (Vibo Valentia); Vuorinna Giovanna (Rossano Calabro)…

Il 25 aprile celebriamo ogni donna che si ribella!

Il tempo, il tempo, insomma, porta via… porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto… ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni… anni atroci (Giacomina Ercoli, partigiana).

Antonio Orlando - 5 Settembre, 2019 © ICSAIC
Istituto calabrese per la storia dell'antifascismo e dell'Italia contemporanea
Immagini dal sito dell'ANPI provinciale di Roma

Teresa Talotta Gullace
Cittanova (RC), 8 settembre 1906 - Roma, 3 marzo 1944
Proviene da una umile famiglia di contadini e braccianti; figlia di Vincenzo e Caterina Condello; nonostante la famiglia sia molto numerosa e c’è bisogno di aiuto, i genitori le permettono di frequentare la scuola tanto che riesce a completare l’intero ciclo delle elementari. A 17 anni sposa Girolamo Gullace, un muratore cittanovese, emigrato a Roma alla fine della Grande Guerra per fare il manovale in uno dei tanti cantieri della capitale. Dopo il matrimonio tentano di sistemarsi a Cittanova ma il lavoro scarseggia e così Girolamo si vede costretto a ritornare a Roma.
Si adattarono a vivere in uno dei quartieri più poveri, nella zona tra la stazione San Pietro e Via delle Fornaci, chiamata «la Valle dell’inferno» perché ospitava le baracche più fatiscenti in un’area, che pur essendo vicinissima al Vaticano, era fortemente degradata. La famiglia Gullace abitava in Vicolo del Vicario, proprio nella zona delle fornaci di mattoni, ed era formata da cinque figli, il più grande – Emilio – già in età per fare il soldato, gli altri tre maschietti erano in età scolare mentre la più piccola, Caterina, andava all’asilo dalle monache. Dopo il 1940, con l’arrivo dei tedeschi Girolamo aveva trovato lavoro in un cantiere edile di un’impresa tedesca e malgrado le vicissitudini accadute dopo l’8 settembre del 1943, questo fatto lo faceva sentire al riparo da persecuzioni ed arresti più della dichiarazione internazionale che aveva proclamato Roma, «città aperta».
Nei primi mesi del 1944 le truppe tedesche di occupazione, appoggiate dai fascisti, effettuano in continuazione massicci rastrellamenti tra la popolazione civile. L’obiettivo primario è quello di individuare, grazie a retate indiscriminate, i partigiani o gli sbandati o i disertori; in secondo luogo si tratta di reclutare forzatamente manodopera utile per lavori di supporto.  Girolamo Gullace viene catturato nella mattinata del 26 febbraio 1944 a seguito di un controllo da parte dei Carabinieri, nella zona di Porta Cavalleggeri e viene rinchiuso nella caserma dell’81° Fanteria in Viale Giulio Cesare.


Appresa la notizia dell’arresto del marito, Teresa, anche se in attesa del sesto figlio, si reca subito davanti alla caserma e tenta di parlare con Girolamo, di passargli qualche tozzo di pane e qualche indumento e di confortarlo. Per cinque mattine di seguito si reca in Viale Giulio Cesare, lì, davanti alla caserma, stazionano poche donne e, in qualche modo, complice qualche milite pietoso, riesce a comunicare con il marito. La mattina del 3 marzo, invece, vi è un assembramento mai visto perché nei due giorni precedenti sono stati rastrellati centinaia di uomini e ora i loro familiari pretendono di avere notizie e tumultuano e gridano contro i tedeschi. Da parte loro, i prigionieri, attaccati alle inferriate delle finestre, incitano i manifestanti invitandoli a venire in avanti. Lungo il marciapiede è stato disposto un cordone di soldati a protezione della caserma e questi, con i fucili spianati, impediscono alle donne di avanzare. Teresa, che ha portato con sé il figlioletto Umberto, capisce che il marito ha qualcosa da dirle, si spinge fin che può in avanti e il ragazzo riesce a capire che il padre vuole che vada al cantiere dove lavora per farsi rilasciare dai suoi datori di lavoro un attestato. Il ragazzo si allontana e Teresa viene risucchiata indietro dalla folla; senza scoraggiarsi, a forza di gomitate e spintoni, riesce nuovamente a guadagnare la prima fila, quella che fronteggia direttamente i tedeschi. Da questo momento in poi le versioni sull’accaduto sono contrastanti. Secondo una prima versione, si sarebbe spinta tanto in avanti, sostenuta anche dalla folla che gridava il suo nome, al punto da riuscire a raggiungere la finestra dove si trovava il marito e a lanciargli un involto. Nel ritornare indietro, un soldato tedesco la uccide con un colpo di fucile. Secondo un’altra versione, Teresa avrebbe tentato di superare lo schieramento dei soldati ma uno di questi le avrebbe sbarrato la strada e dopo un alterco abbastanza violento, nel corso del quale lei avrebbe sputato addosso al tedesco, questi, spianando un mitra, fa partire una raffica che colpisce la donna al ventre. Un terza versione sostiene che a ucciderla sia stato un SS, che a bordo di una moto, andava avanti e indietro lungo il viale, agitando un fucile e una pistola Luger e che sia stato proprio questo soldato a bordo della motocicletta a sbarrarle la strada, bloccandola al centro della carreggiata e, a quel punto, il soldato abbia sparato senza pensarci due volte. La versione più accreditata, parla di un sottoufficiale tedesco, un maresciallo delle SS, che all’improvviso esce dalla caserma, pistola in pugno, si avvicina a Teresa e, senza dire una parola, le spara un colpo dall’alto in basso, all’altezza della gola.
Anche le fasi successive all’assassinio risultano confuse. Un gruppo di donne circonda il corpo di Teresa e impedisce a chiunque di avvicinarsi e quando finalmente i soldati riescono a disperdere i dimostranti, scoprono che il corpo della donna è totalmente ricoperto di fiori. Altra versione sostiene che un gruppetto di partigiane, Laura Lombardo Radice, Carla Capponi, Marisa Musu, Adele Maria Jemolo e Marcella Lapiccirella, non appena vedono cadere la donna, pistola in pugno, tentano di aggredire il maresciallo tedesco che sta cercando di rientrare nella caserma. La folla, intuito quanto è successo, avanza contro i soldati chiedendo la liberazione dei prigionieri. Carla Capponi viene arrestata e riesce a liberarsi rocambolescamente della pistola, mentre la Musu le infila nella tasca del cappotto la tessera degli Universitari fascisti. L’arrivo di un’ambulanza della Croce Rossa sblocca la situazione, anche perché il comandante tedesco ordina l’immediata liberazione di Girolamo, che così può accompagnare la moglie all’obitorio. La Croce Rossa e il parroco assisteranno la famiglia in quel tragico frangente fornendo un primo soccorso materiale oltre che conforto nel dolore.
Nel pomeriggio un gruppo di Gappisti, comandato da Mario Fiorentini, nel nome di Teresa Gullace, assalta la caserma di Viale Giulio Cesare e nello scontro a fuoco che segue, vengono uccisi due fascisti (qualcuno dice tre) e una donna che stava uscendo dalla vicina chiesa di San Gioacchino. In quello stesso pomeriggio, viene diffuso un volantino clandestino, scritto probabilmente da Laura Lombardo-Radice e stampato da Pietro Ingrao, in cui si denuncia l’uccisione a freddo di una madre di cinque figli e in attesa di un sesto. Teresa Gullace diventa il simbolo della Resistenza delle donne romane.
Il 7 ottobre 1945, l’Unione Donne Italiane, a nome delle donne della Resistenza romana, appone sulla caserma di Viale Giulio Cesare, una lapide che ricorda il sacrificio della donna «simbolo dell’eroica resistenza romana».La protagonista del film di Roberto Rossellini «Roma città aperta», la «Sora Pina» - Anna Magnani - viene unanimemente identificata con Teresa Gullace.
Il 2 giugno 1976, nel 30° anniversario della Repubblica, la Presidenza della Regione Lazio conferisce a Teresa Gullace la medaglia d’oro della Resistenza, quale riconoscimento del suo sacrificio di madre e di moglie. Con Decreto del 31 marzo 1977, il Presidente della Repubblica le conferisce la medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: «Madre di cinque figlie ed alle soglie di una nuova maternità, non esitava ad accorrere presso il marito, imprigionato dai Nazisti, nel nobile intento di portargli conforto e speranza. Mentre invocava con coraggiosa fermezza la liberazione del coniuge, veniva barbaramente uccisa da un soldato tedesco». Il 25 aprile 1978 il Sindaco di Roma le conferisce la medaglia d’oro al valor civile.Il 24 aprile 1980 il Consiglio Comunale di Cittanova le conferisce la medaglia d’oro per merito civile e delibera, altresì, di intitolare a lei la via in cui è nata e di apporre una lapide sulla sua casa natale.
A Roma, nel 1989, il Liceo Scientifico che sorge nella zona di Cinecittà, è stato intitolato a Teresa Gullace e nell’atrio dell’istituto è stato collocato il busto scolpito da Ugo Attardi a lei dedicato.
Nel 1995, nel cinquantenario della fine della seconda guerra mondiale, Poste Italiane sceglie Teresa Gullace per rappresentare, nella quartina commemorativa, «le donne nella seconda guerra mondiale».
Teresa Talotta Gullace è l’unica donna a essere sepolta tra i caduti della Resistenza.

Nota bibliografica
- Giorgio Amendola,
Lettere a Milano, Editori Riuniti, Roma 1976;
- Laura Lombardo-Radice,
Soltanto una vita, Baldini-Castoldi-Dalai, Roma 2005;
- Stefano Roncoroni,
La storia di Roma citta aperta, Edizioni Le Mani, Bologna 2006;
- Antonio Orlando, “
Anna e Teresa” - il reale e l’immaginario nella vicenda di Teresa Gullace, «Rivista Calabrese di Storia del ’900», 1, 2014.

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