Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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venerdì 24 aprile 2020

Donne partigiane calabresi - Qualche traccia

Dopo aver parlato della quasi sconosciuta vicenda dei partigiani calabresi, voglio oggi parlare della vicenda del tutto ignota delle donne partigiane calabresi.

Inizialmente avevo trovato quelle che mi erano sembrate molte notizie, poi... leggendole e confrontandole, ho visto che erano tutte semplici riproposizioni e variazioni di un unico articolo del meritevole Claudio Cavaliere, che qui di seguito ripropongo.
Sarebbe bello che associazioni calabresi come la Virginia Olper Monis o l'Associazione Toponomastica femminile, prendessero a cuore questa realtà, promuovendo iniziative e ricerche sul tema.
Alla fine aggiungo il ricordo di Teresa Gullace Talotta, di Cittanova (RC) dalla cui figura, nel film "Roma città aperta" , Roberto Rossellini fu ispirato per il personaggio di Pina, interpretato in modo splendido e indimenticabile da Anna Magnani... ma che sicuramente aveva un aCCCenTTO molto diverso!


Una “Resistenza taciuta” di migliaia di calabresi con figure di assoluto rilievo. E una Resistenza delle donne avvolta nel silenzio…
Claudio Cavaliere -
Da Calabria on web 

Come sempre, quando si parla di Calabria, c’è un’altra storia. Una storia a volte importante che però nel silenzio, nella discrezione, nel non detto, nell’ignoranza rischia di smontarsi da sola, morendo per mancanza d’aria o di alimentazione.
Per fortuna, a distanza di decenni, lentamente e grazie a numerosi storici, studiosi, istituti di ricerca, scrittori, prende sempre più piede una immagine un po’ diversa rispetto a quella stereotipata di questo pezzo di terra e dei suoi abitanti. Emblematica può essere la narrazione della Resistenza da sempre considerata esclusiva prerogativa delle popolazioni del Nord con i meridionali spettatori passivi di una vicenda fondativa della nostra democrazia. C’è invece - utilizzando il titolo di un libro a cura di Maria Bruzzone e Rachele Farina - una “Resistenza taciuta” che coinvolge migliaia di calabresi che solo da poco, grazie al lavoro meticoloso di catalogazione avviato in alcune regioni con le banche dati dei partigiani, sta emergendo in tutta la sua portata. Solo tra Piemonte, Liguria ed Emilia Romagna furono migliaia i nativi calabresi attivi nella lotta partigiana con figure di assoluto rilievo meritevoli di medaglie al valor militare per forme di resistenza al nazi-fascismo (sette d’oro, sei d’argento e quattro di bronzo). Ancora meno nota è poi la reale portata dell’impegno femminile calabrese nella Resistenza che, al di là della facile retorica, sconta il pregiudizio che avvolse tutte le resistenti subito dopo la fine della guerra, in una Italia desiderosa di tornare al perbenismo ante guerra che aspirava a riportare le donne al loro ruolo tradizionale.
Così alle partigiane torinesi della brigata Garibaldi venne proibito dal Pci di sfilare dopo la liberazione, perché il partito voleva accreditarsi come forza rispettabile, mentre in molte altre città furono i capi brigata a consigliare alle donne di non sfilare o almeno di farlo senza armi o vestite da crocerossine o in borghese.
Alla sfilata non ho partecipato, ero fuori ad applaudire. Ho visto passare il mio comandante. Poi ho visto Mauri col suo distaccamento con le donne che avevano, insieme. Loro si che c’erano! Mamma mia! Per fortuna che non sono andata anche io. La gente diceva che eran delle puttane…(Intervista ad una partigiana nel film-documentario di Liliana Cavani “La donna nella Resistenza”).
Anche per questo non sapremo mai il numero esatto delle donne resistenti. Al termine della guerra bisognava richiedere la qualifica ai sensi del D.L. 21 agosto 1945 n. 518 per avere diritto al premio di solidarietà. Per essere riconosciute “partigiani combattenti” occorreva aver svolto almeno tre mesi in armi, aver partecipato a tre azioni di guerra o sabotaggio o avere fatto almeno tre mesi di carcere. Per quello di “patriota” si  richiedeva un impegno sostanziale e continuato, sotto forma di cessioni di denari, viveri, armi, munizioni, materiali sanitari, ospitalità clandestina, o aver fornito importanti informazioni ai fini di buon esito della lotta di liberazione. Nel solo Piemonte fu introdotta anche la qualifica di “benemerito”.
Moltissime, visto il rinnovato clima che spingeva verso un ritorno al privato delle donne, non richiesero mai la qualifica. Per molte altre, che avevano partecipato ad una resistenza civile senza armi, fatta di accoglienza, di cura, di preparazione e partecipazione agli scioperi, di boicottaggio delle fabbriche, non fu  possibile richiedere alcunché.
Le donne avevano combattuto non solo per la libertà, ma anche per affermare una Italia diversa per i loro diritti civili e sociali che solo molto lentamente furono ad esse concesse nonostante la nuova Costituzione.
Rimangono comunque i numeri ufficiali che parlano di 4.653 donne arrestate, torturate, condannate; 2.750 deportate nei campi di concentramento tedeschi e 623 fucilate o morte in combattimento. Ad esse furono conferite sedici medaglie d’oro al valor militare e diciassette d’argento.
Una grande onda di riflusso avvolse le donne nel dopoguerra. Le loro storie, il loro protagonismo, che sembra oggi scontato, fu nuovamente avvolto dal silenzio in una società che le spingeva a tornare nel familiare perché i luoghi di lavoro e di decisione venivano rioccupati dagli uomini.
Il discorso sulla Resistenza tutto declinato al maschile, sulla dimensione delle armi e del combattimento ha tagliato fuori per decenni la possibilità di una ricostruzione precisa della presenza femminile nella lotta di liberazione ed oggi che quasi tutte quelle persone non sono più in vita rimane difficile, sulla base della sola documentazione ufficiale, ricostruire il quadro reale della situazione a partire dai nomi e dalle storie.
I nomi di battaglia di alcune donne calabresi partigiane erano Cecilia, Cunegonda, Angiolina, Prima, Beba, Reginella, Nina, Lia Ferrero, Maia, Mina … Erano casalinghe, operaie, professoresse, contadine, alcune nemmeno maggiorenni quando scelsero di opporsi al nazi-fascismo. Oggi, di molte di loro, tranne il nome, non conosciamo praticamente nulla, non una foto in quel mondo smisurato che si chiama internet. Anche nei loro paesi di origine il ricordo sembra definitivamente perso. 
Alcune storie magnifiche sono venute alla luce grazie anche all'Istituto Calabrese per la Storia dell'Antifascismo e dell'Italia Contemporanea (ICSAIC) e all’ANPI che cercano meritoriamente di stimolare la ricerca, lo studio, di tenere accesa l’attenzione su una vicenda che man mano riserva sempre nuove sorprese.
Giuseppina Russo (nella foto, tratta dal Corriere della Calabria) di Roccaforte del Greco, una delle Api furibonde dell’omonimo libro che da organizzatrice degli scioperi nelle fabbriche finisce come partigiana combattente, dalla resistenza civile a quella armata.
Anna Cinanni, di Gerace, sorella di Paolo, che subì ripetute sevizie in carcere, una delle dodici biografie di partigiane contenute nel libro “La Resistenza taciuta” e nell’altro volume di Lentini-Guerrisi “I partigiani calabresi nell’Appennino ligure-piemontese”, anche lei protagonista di quel raffinato gioco delle apparenze alla base di episodi infinite volte narrati di donne che superano i posti di blocco con le loro sporte piene di volantini o munizioni - piene di politica e di guerra - esibendo i simboli della routine domestica o della femminilità inoffensiva.
Caterina Tallarico di Marcedusa, sorella del più noto comandante partigiano “Frico” che appena laureata in medicina sale in montagna e comincia a ricoprire il ruolo di medico nella brigata del fratello Federico esercitando non solo verso i partigiani feriti e bisognosi di cure, ma anche nei confronti di tedeschi e fascisti prigionieri. Per fortuna un suo libro autobiografico, “Una donna… un medico… una vita”, ci permette di avere tutte le informazioni di prima mano su di lei.
Anna Condò di Reggio Calabria, testimone della strage della Benedicta in cui fu ucciso il fratello.
E poi tante altre donne di cui conosciamo meno: Lucia Cosco (Catanzaro); Alba Lucio (Crotone); Assunta Lucio (Crotone); Maria Di Tocco (Vibo Valentia); Antonietta Oneglia (Catanzaro); Maria Carpino (Colosimi), Giacomina Fadel (Cosenza); Domenica Arcidiaco (San Lorenzo); Margherita Bazzani Gazagne (Sant'Ilario dello Ionio); Anna, Giulia e Tina Pontoriero (Rosarno); Maria Torello (Reggio Calabria); Maria Panuccio (Sant’Eufemia d’Aspromonte); Concetta Gangemi (Palmi); Pata Franceschina e Angela Pata (Mileto); Bice Di Tocco (Reggio Calabria); Isolina Ranieri (San Giorgio Morgeto); Carinda Forte (Saracena); Carmelina Montanari (Siderno); Maria Iaconetti (Carolei); Maria Barone (Vibo Valentia); Vuorinna Giovanna (Rossano Calabro)…

Il 25 aprile celebriamo ogni donna che si ribella!

Il tempo, il tempo, insomma, porta via… porta via la memoria, porta via le immagini, porta via un po’ tutto… ma come si fa a dimenticare? Non puoi dimenticare. Non puoi dimenticare perché noi abbiamo passato anni… anni atroci (Giacomina Ercoli, partigiana).

Antonio Orlando - 5 Settembre, 2019 © ICSAIC
Istituto calabrese per la storia dell'antifascismo e dell'Italia contemporanea
Immagini dal sito dell'ANPI provinciale di Roma

Teresa Talotta Gullace
Cittanova (RC), 8 settembre 1906 - Roma, 3 marzo 1944
Proviene da una umile famiglia di contadini e braccianti; figlia di Vincenzo e Caterina Condello; nonostante la famiglia sia molto numerosa e c’è bisogno di aiuto, i genitori le permettono di frequentare la scuola tanto che riesce a completare l’intero ciclo delle elementari. A 17 anni sposa Girolamo Gullace, un muratore cittanovese, emigrato a Roma alla fine della Grande Guerra per fare il manovale in uno dei tanti cantieri della capitale. Dopo il matrimonio tentano di sistemarsi a Cittanova ma il lavoro scarseggia e così Girolamo si vede costretto a ritornare a Roma.
Si adattarono a vivere in uno dei quartieri più poveri, nella zona tra la stazione San Pietro e Via delle Fornaci, chiamata «la Valle dell’inferno» perché ospitava le baracche più fatiscenti in un’area, che pur essendo vicinissima al Vaticano, era fortemente degradata. La famiglia Gullace abitava in Vicolo del Vicario, proprio nella zona delle fornaci di mattoni, ed era formata da cinque figli, il più grande – Emilio – già in età per fare il soldato, gli altri tre maschietti erano in età scolare mentre la più piccola, Caterina, andava all’asilo dalle monache. Dopo il 1940, con l’arrivo dei tedeschi Girolamo aveva trovato lavoro in un cantiere edile di un’impresa tedesca e malgrado le vicissitudini accadute dopo l’8 settembre del 1943, questo fatto lo faceva sentire al riparo da persecuzioni ed arresti più della dichiarazione internazionale che aveva proclamato Roma, «città aperta».
Nei primi mesi del 1944 le truppe tedesche di occupazione, appoggiate dai fascisti, effettuano in continuazione massicci rastrellamenti tra la popolazione civile. L’obiettivo primario è quello di individuare, grazie a retate indiscriminate, i partigiani o gli sbandati o i disertori; in secondo luogo si tratta di reclutare forzatamente manodopera utile per lavori di supporto.  Girolamo Gullace viene catturato nella mattinata del 26 febbraio 1944 a seguito di un controllo da parte dei Carabinieri, nella zona di Porta Cavalleggeri e viene rinchiuso nella caserma dell’81° Fanteria in Viale Giulio Cesare.


Appresa la notizia dell’arresto del marito, Teresa, anche se in attesa del sesto figlio, si reca subito davanti alla caserma e tenta di parlare con Girolamo, di passargli qualche tozzo di pane e qualche indumento e di confortarlo. Per cinque mattine di seguito si reca in Viale Giulio Cesare, lì, davanti alla caserma, stazionano poche donne e, in qualche modo, complice qualche milite pietoso, riesce a comunicare con il marito. La mattina del 3 marzo, invece, vi è un assembramento mai visto perché nei due giorni precedenti sono stati rastrellati centinaia di uomini e ora i loro familiari pretendono di avere notizie e tumultuano e gridano contro i tedeschi. Da parte loro, i prigionieri, attaccati alle inferriate delle finestre, incitano i manifestanti invitandoli a venire in avanti. Lungo il marciapiede è stato disposto un cordone di soldati a protezione della caserma e questi, con i fucili spianati, impediscono alle donne di avanzare. Teresa, che ha portato con sé il figlioletto Umberto, capisce che il marito ha qualcosa da dirle, si spinge fin che può in avanti e il ragazzo riesce a capire che il padre vuole che vada al cantiere dove lavora per farsi rilasciare dai suoi datori di lavoro un attestato. Il ragazzo si allontana e Teresa viene risucchiata indietro dalla folla; senza scoraggiarsi, a forza di gomitate e spintoni, riesce nuovamente a guadagnare la prima fila, quella che fronteggia direttamente i tedeschi. Da questo momento in poi le versioni sull’accaduto sono contrastanti. Secondo una prima versione, si sarebbe spinta tanto in avanti, sostenuta anche dalla folla che gridava il suo nome, al punto da riuscire a raggiungere la finestra dove si trovava il marito e a lanciargli un involto. Nel ritornare indietro, un soldato tedesco la uccide con un colpo di fucile. Secondo un’altra versione, Teresa avrebbe tentato di superare lo schieramento dei soldati ma uno di questi le avrebbe sbarrato la strada e dopo un alterco abbastanza violento, nel corso del quale lei avrebbe sputato addosso al tedesco, questi, spianando un mitra, fa partire una raffica che colpisce la donna al ventre. Un terza versione sostiene che a ucciderla sia stato un SS, che a bordo di una moto, andava avanti e indietro lungo il viale, agitando un fucile e una pistola Luger e che sia stato proprio questo soldato a bordo della motocicletta a sbarrarle la strada, bloccandola al centro della carreggiata e, a quel punto, il soldato abbia sparato senza pensarci due volte. La versione più accreditata, parla di un sottoufficiale tedesco, un maresciallo delle SS, che all’improvviso esce dalla caserma, pistola in pugno, si avvicina a Teresa e, senza dire una parola, le spara un colpo dall’alto in basso, all’altezza della gola.
Anche le fasi successive all’assassinio risultano confuse. Un gruppo di donne circonda il corpo di Teresa e impedisce a chiunque di avvicinarsi e quando finalmente i soldati riescono a disperdere i dimostranti, scoprono che il corpo della donna è totalmente ricoperto di fiori. Altra versione sostiene che un gruppetto di partigiane, Laura Lombardo Radice, Carla Capponi, Marisa Musu, Adele Maria Jemolo e Marcella Lapiccirella, non appena vedono cadere la donna, pistola in pugno, tentano di aggredire il maresciallo tedesco che sta cercando di rientrare nella caserma. La folla, intuito quanto è successo, avanza contro i soldati chiedendo la liberazione dei prigionieri. Carla Capponi viene arrestata e riesce a liberarsi rocambolescamente della pistola, mentre la Musu le infila nella tasca del cappotto la tessera degli Universitari fascisti. L’arrivo di un’ambulanza della Croce Rossa sblocca la situazione, anche perché il comandante tedesco ordina l’immediata liberazione di Girolamo, che così può accompagnare la moglie all’obitorio. La Croce Rossa e il parroco assisteranno la famiglia in quel tragico frangente fornendo un primo soccorso materiale oltre che conforto nel dolore.
Nel pomeriggio un gruppo di Gappisti, comandato da Mario Fiorentini, nel nome di Teresa Gullace, assalta la caserma di Viale Giulio Cesare e nello scontro a fuoco che segue, vengono uccisi due fascisti (qualcuno dice tre) e una donna che stava uscendo dalla vicina chiesa di San Gioacchino. In quello stesso pomeriggio, viene diffuso un volantino clandestino, scritto probabilmente da Laura Lombardo-Radice e stampato da Pietro Ingrao, in cui si denuncia l’uccisione a freddo di una madre di cinque figli e in attesa di un sesto. Teresa Gullace diventa il simbolo della Resistenza delle donne romane.
Il 7 ottobre 1945, l’Unione Donne Italiane, a nome delle donne della Resistenza romana, appone sulla caserma di Viale Giulio Cesare, una lapide che ricorda il sacrificio della donna «simbolo dell’eroica resistenza romana».La protagonista del film di Roberto Rossellini «Roma città aperta», la «Sora Pina» - Anna Magnani - viene unanimemente identificata con Teresa Gullace.
Il 2 giugno 1976, nel 30° anniversario della Repubblica, la Presidenza della Regione Lazio conferisce a Teresa Gullace la medaglia d’oro della Resistenza, quale riconoscimento del suo sacrificio di madre e di moglie. Con Decreto del 31 marzo 1977, il Presidente della Repubblica le conferisce la medaglia d’oro al valor civile con la seguente motivazione: «Madre di cinque figlie ed alle soglie di una nuova maternità, non esitava ad accorrere presso il marito, imprigionato dai Nazisti, nel nobile intento di portargli conforto e speranza. Mentre invocava con coraggiosa fermezza la liberazione del coniuge, veniva barbaramente uccisa da un soldato tedesco». Il 25 aprile 1978 il Sindaco di Roma le conferisce la medaglia d’oro al valor civile.Il 24 aprile 1980 il Consiglio Comunale di Cittanova le conferisce la medaglia d’oro per merito civile e delibera, altresì, di intitolare a lei la via in cui è nata e di apporre una lapide sulla sua casa natale.
A Roma, nel 1989, il Liceo Scientifico che sorge nella zona di Cinecittà, è stato intitolato a Teresa Gullace e nell’atrio dell’istituto è stato collocato il busto scolpito da Ugo Attardi a lei dedicato.
Nel 1995, nel cinquantenario della fine della seconda guerra mondiale, Poste Italiane sceglie Teresa Gullace per rappresentare, nella quartina commemorativa, «le donne nella seconda guerra mondiale».
Teresa Talotta Gullace è l’unica donna a essere sepolta tra i caduti della Resistenza.

Nota bibliografica
- Giorgio Amendola,
Lettere a Milano, Editori Riuniti, Roma 1976;
- Laura Lombardo-Radice,
Soltanto una vita, Baldini-Castoldi-Dalai, Roma 2005;
- Stefano Roncoroni,
La storia di Roma citta aperta, Edizioni Le Mani, Bologna 2006;
- Antonio Orlando, “
Anna e Teresa” - il reale e l’immaginario nella vicenda di Teresa Gullace, «Rivista Calabrese di Storia del ’900», 1, 2014.

giovedì 28 febbraio 2019

Reggio ricorda i Carabinieri Giusti delle Nazioni

Molti furono i carabinieri che durante l’occupazione nazista, dopo l’8 settembre 1943, decisero, per tener fede al loro giuramento, si rifiutarono di collaborare con l’occupante e con i suoi complici italiani, sia come singoli, sia costituendo il Fronte clandestino di resistenza dei Carabinieri.
A Roma, oltre ai carabinieri che combatterono l’8 settembre a Porta San Paolo, si ricorda la deportazione nei lager nazisti di 2000 di loro il 7 ottobre 1943.
Si presume che tale deportazione sia stata organizzata anche per impedire la resistenza dei carabinieri alla razzia degli ebrei romani che avvenne 9 giorni dopo, nel tragico 16 ottobre.
Da Roma furono deportati addirittura più Carabinieri che ebrei, sebbene il loro destino non sia stato altrettanto tragico: dei 2000-2500 Carabinieri deportati 600 non tornarono, dei 1023 ebrei ne tornarono solo 16.

In occasione della Giornata dei Giusti (6 marzo), appena istituita
Reggio Calabria: il 1° marzo incontro in ricordo di quattro marescialli dei Carabinieri che sono stati dichiarati “Giusti tra le Nazioni”


Danilo Loria
- Da StrettoWeb 

Reggio Calabria: l’Associazione Virginia Olper Monis ha organizzato un incontro per ricordare quattro marescialli dei Carabinieri che sono stati dichiarati “Giusti tra le Nazioni”

In occasione della prossima giornata dei Giusti, l’Associazione Virginia Olper Monis ha organizzato un incontro per ricordare quattro marescialli dei Carabinieri che sono stati dichiarati Giusti tra le Nazioni dallo Yad Vashem (organo israeliano che si occupa della memoria delle vittime della Shoa).
Si tratta dei Marescialli Giacomo Avenia, Enrico Sibona, Osman Carugno, Carlo Ravera, che salvarono dalla deportazione e dalla morte diverse famiglie ebree durante la seconda guerra mondiale, e sempre in loro memoria verrà piantato un carrubo e posta una targa con i loro nomi, presso il parco della Scuola Allievi Carabinieri di Reggio Calabria che ospiterà l’incontro venerdì 1 marzo.
Dalle ore 11,00 si alterneranno dopo i saluti del Colonnello Nicola Lorenzon; la Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, per la prima volta a Reggio Calabria; Roque Pugliese Consigliere della Comunità Ebraica di Napoli e delegato per la Calabria; Anna Golotta Presidente dell’associazione V. Olper Monis, e Tonino Nocera Pubblicista.
Sarà un modo per confrontarsi sul tema ancora scottante dell’antisemitismo e parlare delle leggi razziali, ma soprattutto sottolineare l’importanza dei Giusti, uomini che hanno affrontato l’odio per salvare la propria umanità. Così sottolineava Avraham Burg, Presidente emerito della Knesset “Crediamo fortemente che l’umanità non debba avere limiti, e che la giustizia debba essere cieca rispetto alle nazionalità, ai Paesi o alla politica che la circondano. Ogni atto di ostilità contro persone innocenti richiede che altre persone lottino per loro, Giusti che mettano in pericolo le loro vite e la loro posizione per salvare l’umanità in ogni luogo”.
In questa occasione particolarmente importante e coinvolgente, ad accogliere la presidente dell’UCEI Noemi Di Segni ci saranno diverse personalità istituzionali e referenti delle differenti confessioni religiose.


(nelle pagine precedenti e successive si parla dell’impegno dei Carabinieri nella lotta contro l’occupazione nazifasciste)
Nel 1953, per ricordare i martiri della Shoah, venne creato a Gerusalemme il Memoriale di Yad Vashem, sul Monte della Rimembranza, nel quale ad ogni Giusto è stato dedicato un albero, secondo l’insegnamento del profeta Isaia.
Dei “Giusti tra le Nazioni”, riconosciuti tali da una speciale commissione (che ancora oggi opera sulla base di una severa valutazione delle testimonianze raccolte tra i sopravvissuti), fanno parte quattro militari dell’Arma dei Carabinieri: Giacomo Avenia, Osman Carugno, Carlo Ravera ed Enrico Sibona. Erano tutti in servizio nelle province del Nord Italia occupate dai nazisti dal 1943 e, pertanto, nelle condizioni più difficili per offrire aiuto agli ebrei per seguitati. Altri militari dell’Arma subirono (senza farne ritorno) la deportazione nei campi di concentramento tedeschi per le loro scelte coraggiose.
Il primo ad essere accolto nella famiglia dei Giusti (nel gennaio 1975) fu il maresciallo dei carabinieri di Alba(Cuneo) Carlo Ravera, che (insieme con la moglie Maria) svolse un ruolo fondamentale per salvare dodici famiglie di ebrei profughi dalla Jugoslavia.
Nel 1985 lo stesso riconoscimento è toccato al maresciallo Osman Carugno, comandante della Stazione dei Carabinieri di Bellaria (Rimini), che durante la guerra affiancò un albergatore (Ezio Giorgetti, primo in ordine di tempo tra i Giusti italiani) per portare in salvo trenta ebrei: per sfuggire alla cattura da parte dei nazisti, furono nascosti prima a Bellaria, poi a Igea Marina e a San Mauro, e infine a Pugliano, nel Montefeltro. Del maresciallo Carugno, uno degli ebrei salvati ha ricordato: «Ci aiutò senza nessun compenso. All’inizio, come ci disse, compì il suo dovere, ma se ci avesse mandato fuori dalla zona di sua competenza, nessuno avrebbe potuto incolparlo di non aver comunque fatto il suo dovere, o di aver cooperato col nemico. Lui era un fedelissimo del Re ed eseguiva gli ordini senza esitare. Col tempo, fra lui e mio suocero si allacciò una vera amicizia. Il suo comportamento era da amico e non da uno che eseguiva ordini. Quando uscimmo dal territorio di sua competenza, lasciò tutto e venne ad aiutarci».
Il maresciallo dei carabinieri Enrico Sibona, in servizio a Maccagno (nella provincia di Varese) dal 1939 al 1946, protesse dalla deportazione alcuni ebrei che risiedevano nel paese, favorendo la loro fuga. Tradito da un delatore, Sibona fu internato in un campo di concentramento tedesco, dal quale uscì fortunosamente vivo. Per il suo impegno di solidarietà, pagato a caro prezzo, il 4 ottobre 1992 l’Istituto Yad Vashem gli ha conferito l’alta onorificenza di Giusto tra le nazioni.
Il 2 agosto 1999 ha ottenuto lo stesso riconoscimento il maresciallo Giacomo Avenia, che a Calestano (Parma) prese parte al salvataggio della famiglia Mattei, ebrei profughi da Fiume. A tenere nascosti i tre componenti della famiglia furono il podestà Ugo Gennaio, la famiglia Barbieri (il cui capo Ostilio fu deportato in Germania) e un sacerdote, don Ernesto Ollari.

sabato 26 gennaio 2019

Giorno della Memoria: ulteriori iniziative

Molte, moltissime (si potrebbe pensare… forse troppe? ma qui si va in un terreno piuttosto scivoloso: molto vivo è il dibattito anche tra gli ebrei sul senso, le modalità e l’opportunità stessa di questa Giornata) le iniziative sul Giorno della Memoria in Calabria.
Mi è difficile diffondermi su tutte, visto il poco tempo a disposizione (è appena finito lo Shabbat e molte delle iniziative si svolgeranno domani, quindi il “preavviso” è davvero molto poco), quindi farò un post di sintesi con gli eventi che ho “scoperto” oggi, sperando di non ripetermi se già ne ho pubblicato qualcuno, ma… repetita iuvant!
Particolarmente interessante e originale è l'iniziativa che si svolgerà a Locri e Bova Marina, che non è un evento di una sola giornata, ma un percorso che si sviluppa durante l'intero anno scolastico

Locri e Bova Marina
Museo di Locri Epizefiri: Giornata della memoria "Io sono Anna Frank. Diario di una giornata"
A Locri i Musei e Parco archeologico di Locri Epizefiri, e a Bova Marina il Museo Archeologico “Archeoderi”, hanno aderito alle celebrazioni per la Giornata della Memoria con il progetto Io sono Anna Frank. Diario di una giornata, che si protrarrà per i prossimi mesi.
All’iniziativa parteciperanno il Liceo Linguistico “Mazzini” e il Liceo Scientifico “Zaleuco” di Locri.
Gli studenti, dopo aver letto “Il diario di Anna Frank”, saranno chiamati a calarsi nella tragica vicenda, facendo propria l’angoscia della giovane martire, scrivendo la cronaca di una giornata vissuta nell’oscurità del nascondimento e della clandestinità. Lo scopo dell’iniziativa è quello di far riflettere i giovani perché cambiando prospettiva non saranno soltanto spettatori della tragedia ma parti in causa.

Borgia, domenica 27 gennaio alle ore 18 nella Sala Consiliare del Comune
Da OggiSud, Ferdinando C.

Il 27 gennaio il Comune di Borgia ricorda la Shoah con una musica e poesia in una manifestazione nella Sala consiliare

In programma il concerto di musica tradizionale ebraica a cura di Klerò Quintet, con Gaetano Bongarzone (clarinetto), Giuseppe Gualtieri (fisarmonica), Alessandro Sansalone (pianoforte), Attilio Gualtieri (chitarra) e Salvatore Fiorentino (violoncello). Gli studenti dell’Istituto comprensivo “Sabatini” presenteranno un video (realizzato dagli studenti della III A) e declameranno una poesia mimata (i ragazzi della III B); le seconde classi affronteranno la tematica "I bambini vittime della Shoah" con la poesia "C'è un paio di scarpette rosse" e la lettura di alcune parti del diario di Anna Frank; le prime classi testimonieranno la loro esperienza al campo di internamento “Ferramonti” di Tarsia.

Castrovillari, domenica 27 gennaio alle 21
Castrovillari e gli ebrei
Un evento per fare memoria del passato e riscoprirne il valore identitario
Al Teatro Sybaris, domenica 27 gennaio alle ore 21.00, andrà in scena lo spettacolo "Terezin, le farfalle non volano qui" della compagnia teatrale Linea Sottile, diretta da Massimo Costabile e Antonella Carbone che propone il racconto della terribile realtà dei bambini che furono internati nel lager di Terezin prima di essere uccisi nelle camere a gas e bruciati nei forni crematori ad Auschwitz.

Lo spettacolo è ad ingresso gratuito ed aperto a tutti.

Cosenza, martedì 29 gennaio, alle ore 10,00, al Teatro “Morelli”
Da Strilli 
COSENZA: IL 29 GENNAIO GIORNATA DI RIFLESSIONE AL TEATRO “MORELLI”
Da dove arrivano i cedri?
La memoria è ogni giorno, in ciò che siamo diventati anche grazie all’altro, agli altri.
“A scuola di Memoria” è il titolo della giornata di riflessione, iniziativa della scuola media “Zumbini”, sostenuta dalla Rete Universitaria per il Giorno della Memoria, in collaborazione con Comune di Cosenza, Comune di Tarsia e con il patrocinio della Camera dei Deputati, dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e di Napoli Ebraica.
Si sentirà il profumo dei cedri grazie all’Accademia internazionale del Cedro.
A raccontarsi e a raccontare saranno una testimone della Shoah, Yolanda Bentham e Clelia Piperno del Progetto Talmud dell’Università degli studi di Teramo.
Prevista la proiezione del cortometraggio, girato a Ferramonti di Tarsia “Il sesto senso della memoria”, realizzato dall’Istituto comprensivo di Torano Castello-Lattarico. A seguire, la conversazione con Yolanda Bentham. Interventi di Franco Galiano, Presidente dell’Accademia Internazionale del Cedro di Santa Maria del Cedro, di Roque Pugliese, referente per la Calabria dell’Unione delle comunità Ebraiche Italiane, di Paolo Paticchio, Presidente dell’Associazione “Treno della memoria” e di Alessandra Carelli della Rete Universitaria Giorno della Memoria dell’Università della Calabria. Le conclusioni sono affidate a Clelia Piperno del Progetto Talmud dell’Università di Teramo.
L’accompagnamento musicale sarà assicurato dall’Orchestra dell’Istituto comprensivo “Zumbini” diretta dal maestro Paolo Fiorillo.
Saranno, inoltre, donate alcune piante di cedro cui gli studenti presenti all’iniziativa affideranno i “biglietti della memoria”. I cedri verranno poi piantati in luoghi simbolo della città di Cosenza.

Reggio domenica 27 gennaio alle 17.30 presso la sede “Samarcanda”, in via Cuzzocrea 11 (discesa scuola Industriale)
Giorno della Memoria, Arci Provinciale di Reggio Calabria presenta: “L’uomo che verrà”
Sarà caratterizzata dalla frase “La Storia non si riscrive”, l’iniziativa promossa quest’anno dall’Arci Reggio Calabria per celebrare la Giornata della memoria che si svolgerà domenica 27 gennaio alle ore 17.30 presso la nuova sede “Samarcanda”, in via Cuzzocrea 11 (discesa scuola Industriale).
Il prof. Antonino Romeo offrirà ai partecipanti pensieri e riflessioni tratte dalle sequenze della proiezione del film “L’uomo che verrà”. Il film, pluripremiato e diretto da Giorgio Diritti, ambientato nel 1944, racconta gli eventi antecedenti la strage di Marzabotto visti attraverso gli occhi di una bambina di otto anni. La partecipazione all’evento è libera e gratuita.


A Reggio domenica 27 gennaio alle ore 18, presso la Sala Boccioni di Palazzo Alvaro in piazza Italia
Da CalabriaPost, Francesco Romano
Il Conservatorio “Cilea” presenta il Concerto della Memoria
È tradizione che ogni anno, grazie all’impegno del direttore prof.ssa Maria Grande, una rappresentanza del Conservatorio “Cilea”, formata da studenti e docenti riuniti in un’orchestra, renda omaggio alla memoria delle vittime dello sterminio nazista attraverso le note di un concerto che avviene nel Giorno della Memoria, ricorrenza istituita dall’ONU nel 2005 in occasione del 60° anniversario della liberazione dei campi di concentramento hitleriani.
Al concerto commemorativo prenderanno parte i violinisti solisti Davide Alogna e Chiara Parrini con l’orchestra d’archi del Conservatorio “Cilea” diretta da Andrea F. Calabrese.
In programma: Adagio del Concerto in La magg. D.96 per violino e archi di Giuseppe Tartini; Adagio K.261 per violino e orchestra di Mozart; Quarta delle dodici sinfonie per archi scritte da Mendelssohn adolescente; Elegìe di Čajkovskij e di Elgar; il dolore e le atrocità inflitte agli ebrei durante le persecuzioni naziste risuonano indelebilmente tra le note dell’ormai “classico” Tema da Schindler’s List; Pavane pour une infante défunte di Ravel; infine le note e i ritmi di Warsaw Freylekhs, danza tradizionale che fa parte del repertorio Klezmer dell’Europa orientale.

Stalettì domenica 27 gennaio alle ore 17 presso la sala polivalente.
Da OggiSud , Ferdinando C.

Stalettì, il ''Giorno della Memoria'' contro razzismo e intolleranza

CATANZARO - L'amministrazione comunale di Stalettì celebra il “Giorno della Memoria”. Le vittime della Shoah (lo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale) verranno commemorate con una manifestazione pubblica in programma domenica 27 gennaio alle ore 17 presso la sala polivalente.
Il programma prevede, dopo il saluto iniziale del sindaco, Alfonso Mercurio, le relazioni dei giornalisti Francesco Pungitore (“Il pregiudizio razziale: origini storiche e ideologiche”) e Salvatore Condito (“Olocausto e soluzione finale: una pagina vergognosa della storia”). Il tutto sarà accompagnato da musiche a tema eseguite dalla professoressa Patrizia Procopio. Parteciperanno attivamente gli studenti della scuola primaria e secondaria di Stalettì e il “Laboratorio della Solidarietà”. Il dibattito verrà moderato dal vicesindaco Rosario Mirarchi.

venerdì 25 gennaio 2019

Giorno della Memoria: doppio appuntamento a Reggio

Anassilaos:

doppia iniziativa allo Spazio Open
per il Giorno della Memoria 2019 


Dal sito CalabriaPost
Venerdì 25 gennaio 2019 alle ore 17,30 presso lo Spazio Open (via Filippini 23-25 angolo via Giudecca)l’Associazione Culturale Anassilaos, congiuntamente con lo stesso Spazio Open e con il Patrocinio della Deputazione di Storia Patria per la Calabria, commemorerà il Giorno della Memoria 2019 con una conversazione del Prof. Antonino Romeo sul tema “L’indifferenza del mondo davanti alla questione ebraica”. Lo studioso, che da anni affronta sul piano storico il problema della Shoah nei suoi più diversi aspetti, tratterà della indifferenza nei confronti degli Ebrei al tempo dei lager e delle persecuzioni razziali; una indifferenza che, sia pure in misura diversa, ha riguardato tutta l’Europa, dall’Est all’Ovest e lo stesso nostro Paese che accolse le leggi razziali senza protestare nonostante qualche timida messa a punto di Papa Pio XI.
 Foto dal sito dell’I.C. "E. De Amicis"
Bagaladi - San Lorenzo, Melito di Porto Salvo (RC)
relativa all'incontro che vi si terrà sabato 26 gennaio


Il successivo 27 gennaio, sempre alle ore 17,30 presso lo Spazio Open, congiuntamente con il Circolo Culturale Meli, si terrà invece l’incontro con Oleg Mandic, l’ultimo bambino di Auschwitz, per ascoltare una testimonianza forte e struggente direttamente dalla voce di un bambino divenuto uomo. Ancora una volta il “Giorno della Memoria” – scrive Stefano Iorfida Presidente di Anassilaos - offre l’opportunità di riflettere su una delle vicende più tragiche della storia dell’umanità ed una tale riflessione, al di là delle ritualizzazioni che sogliono sempre accompagnarsi a tali eventi per il susseguirsi, lungo tutto l’anno, di diverse “giornate” commemorativa, sembra oggi più che mai attuale alla luce di taluni episodi di antisemitismo che le cronache riferiscono e che non sono da non sottovalutare, anche perché, in qualche caso, provengono da taluni, magari parlamentari, che con qualche difficoltà riusciamo a considerare “classe dirigente”. Basti pensare alla rimozione o al danneggiamento anche nel nostro Paese della cosiddette “pietre d’inciampo” (in tedesco Stolpersteine), importante iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig in ricordo delle vittime e dei deportati nei campi di concentramento.

Cosenza ebraica nel Giorno della Memoria


Ritorna come ogni mese l'iniziativa "Cinque Sensi di Marcia" promossa dall'Assessorato al Turismo agli eventi e al marketing territoriale, guidato da Rosaria Succurro con la collaborazione dell'Associazione Apt " Città di Cosenza".
In occasione del Giorno della Memoria, istituito il 27 Gennaio del 2000, per ricordare la liberazione di Auschwitz da parte delle Forze Alleate, si propone un itinerario di scoperta che ci porterà alla conoscenza dei segni materiali e non, che la comunità ebraica ha lasciato nella nostra città.
Il trekking avrà termine presso il Chiostro di San Domenico dove sarà proiettata la docufiction "Menorah Esodo 25" del regista cosentino Gianfranco Confessore.


PROGRAMMA:

ore 15.30 Ritrovo Confluenza presso Scultura " Alarico sul Cavallo" - Il tesoro di Alarico la Menorah simboli e misteri
·       Lungo Crati Miceli
·       Vico Postierla (scopriamo una delle porte secondaria delle mura cittadine)
·       Via Cafarone - Palazzo Gervasi :quartiere ebraico
·       Salita del Liceo
·       Piazza dei Follari: quartiere ebraico
·       Monastero delle Vergini :sulle tracce dell'antica Sinagoga
·       Via G. Argento
·       Museo Storico All'Aperto Percorso Svevo:gli ebrei e le attività artigianali
·       Piazza T. Campanella - Complesso Monumentale di San Domenico Sala Capitolare:
Proiezione della docufiction (in formato ridotto) "Menorah Esodo 25" del regista cosentino Gianfranco Confessore .
·       Conclusione ore 19.00 Chiostro di San Domenico

I partecipanti, potranno prenotare presso il Punto informativo di Piazza XI Settembre o presso l'Ufficio Turismo di San Domenico oppure chiamando al numero 328.1754422 - 0984.813015 oppure inviando una mail all'indirizzo info@cosenzaturismo.it
L'iniziativa è completamente gratuita; è gradita la prenotazione

Torna anche per il mese di Gennaio l’iniziativa “Cinque Sensi di Marcia” appuntamento fisso a cadenza mensile promossa dall'Assessorato al Turismo agli eventi e al marketing territoriale, guidato da Rosaria Succurro con la collaborazione dell’Associazione Apt “Città di Cosenza”.
In occasione del Giorno della Memoria, istituito il 27 Gennaio del 2000 per ricordare la liberazione di Auschwitz da parte delle Forze Alleate, si propone un itinerario di scoperta che ci porterà alla conoscenza dei segni materiali e non, che la comunità ebraica ha lasciato nella nostra città.
Il ritrovo è previsto alle 15.30 presso la Confluenza, dove la millenaria leggenda di Re Alarico ci guiderà alla scoperta della storia di un prezioso manufatto: la Menorah, candelabro a sette bracci simbolo della religione ebraica. L’itinerario si articolerà nel centro storico, percorrendo Lungo Crati Miceli e attraversando la “postierla”, antica porta secondaria delle mura cittadine, fino a raggiungere via Cafarone, il cui toponimo, secondo alcune tesi, riporterebbe alla memoria Cafarnao antica città della Galilea, centro spirituale dell’evangelizzazione di Gesù. Qui ci fermeremo presso Palazzo Gervasi che potrebbe, secondo ultime ipotesi, svelare nuove indicazioni riguardo alla localizzazione del quartiere ebraico e della Sinagoga. Continueremo attraverso Salita Liceo raggiungendo Piazza dei Follari, luogo memore della straordinaria operosità della comunità ebraica che favorì la produzione e la diffusione della seta. Proseguiremo verso il Monastero delle Vergini realizzato, secondo le fonti, sul sito dell’antica Sinagoga. Dopo la visita della Chiesa e del Chiostro percorreremo via Gaetano Argento fino a raggiungere alcuni dei pannelli del museo storico all'aperto, posti nelle vicinanze della Chiesa di San Francesco d’Assisi, che ci mostreranno ancora l’importante espansione artigianale della seta in periodo svevo.
Il trekking avrà termine presso il Chiostro di San Domenico dove sarà proiettata la docufiction “Menorah Esodo 25” del regista cosentino Gianfranco Confessore. “L'opera, ambientata nelle città di Cosenza e Roma, ha l'obiettivo - spiega nelle note di regia l'autore Gianfranco Confessore - di chiarire le peculiarità della Menorah, la lampada simbolo del Rovo Ardente che parlò a Mosè e di ripercorrerne la storia lunga 3000 anni”. Nella docufiction, realizzata grazie alla collaborazione della Comunità Ebraica di Roma e dell'Istituto Nazionale di Studi Romani, sono presenti diverse interviste ad autorevoli personalità del mondo ebraico, dell'arte e dell'archeologia, “autentiche guide - sottolinea ancora Confessore - verso l'esplorazione della possibilità storico-archeologica che il sacro oggetto possa essere custodito nel tesoro di Alarico. Si crea così un filo conduttore tra lo Stato di Israele (Gerusalemme), la città di Roma e la città di Cosenza dove si narra che il tesoro del re Visigoto possa essere seppellito”.

A.P.T. ''Città Di Cosenza''
Tel. +39 328 17 544 227 Tel. 0984 81 3015

Punti Informativi
Piazza XI Settembre, Cosenza (Lunedì Chiuso):
A.m. 10:00 - 13:00
P.m. 16:00 - 20:00

Chiostro San Domenico (Domenica Chiuso):
A.m. Lun-Ven 10:00 - 13:00
P.m. Lun-Sab 13:00 - 17:00