Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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lunedì 27 aprile 2020

Yom haZikkaron 5780 - Giorno del ricordo 2020

Il 3 Iyar (che quest’anno inizia la sera del 27 aprile), vigilia di Yom haAtzmaut (Giorno dell’indipendenza), 6 giorni dopo Yom ha Shoah (memoria dell’insurrezione del ghetto di Varsavia e delle vittime dello sterminio nazista), ricorre Yom haZikkaron, Giorno del ricordo, in memoria dei soldati morti per la difesa dello Stato di Israele, a cui in seguito è stato aggiunto il ricordo delle vittime del terrorismo.
Israele ricorda i suoi caduti, soldati e vittime del terrorismo
Yom haZikkaron - 8 maggio 2019



Noemi Di Segni, Presidente UCEI

Immagine dal sito della Comunità ebraica di Bologna https://www.comunitaebraicabologna.it/it/festivita/altre-festivita/yom-haatzmaut/2148-yom-hazikaron-27-aprile-2020

Nelle prossime ore celebreremo Yom HaZikaron, il Giorno del Ricordo. Il 4 di Iyar è la data scelta dallo Stato di Israele per commemorare i militari caduti per difendere la libertà del popolo ebraico e l’indipendenza dello Stato di Israele e le vittime civili degli attacchi del terrorismo. È un momento solenne e profondamente identitario a cui gli ebrei italiani partecipano con commozione, ricordando ciascuno dei 23.741 soldati caduti, 3.150 civili, stringendosi alle loro famiglie. Ma Yom HaZikaron è anche un momento di riflessione e consapevolezza: ci ricorda che libertà e democrazia hanno un prezzo, che abbiamo l’obbligo di non darle per scontante, che dobbiamo difenderle strenuamente. È un monito e un impegno che vale per Israele come per le altre nazioni libere.
In tempi in cui l’amore per il proprio paese viene confuso con la negazione dell’altro, con la compressione dei diritti di alcuni a favore di altri, vale la pena ricordare le parole della dichiarazione d’Indipendenza d’Israele del 1948, un evento che ci apprestiamo a festeggiare: “Lo Stato d’Israele sarà aperto per l’immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d’Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite”.

El maleh rachamim (Dio pieno di misericordia)
  


La forza di Yom HaZikaron da Israel HaYom https://www.italiaisraeletoday.it/la-forza-di-yom-hazikaron/ , 7 dicembre 2019

di Aharon Karov
Undici anni fa restai gravemente ferito durante la guerra anti-Hamas a Gaza del gennaio 2009. Gli anni sono passati e mi sono sottoposto a un lungo processo di riabilitazione durante il quale cui ho dovuto imparare di nuovo a camminare, a parlare, a mangiare. Sono diventato padre, ho finito gli studi universitari e ho lavorato con i giovani a rischio per alcuni anni.
ono passati undici anni, ma il processo non è finito. Sono ancora impegnato in un lungo ed estenuante processo di riabilitazione mediante il quale sto imparando a gestire nel quotidiano le conseguenze delle lesioni che ho riportato. Per me, è ancora difficile esprimermi verbalmente e per iscritto e soffro di dolori, crisi epilettiche e altre difficoltà a causa di quel trauma.
In Israele vi sono decine di migliaia di veterani feriti che, come me, fanno i conti ogni giorno della loro vita con gli effetti delle ferite. Nei decenni da che esiste, questa nazione ha subito attacchi militari, attentati terroristici e guerre in cui ha perso molti soldati che vengono commemorati ogni anno a Yom HaZikaron, la Giornata della Rimembranza. Accanto a loro, vi sono decine di migliaia di feriti che convivono con il proprio dolore per anni.
Molte volte sentiamo la notizia di attacchi o attentati che hanno causato “solo” feriti e nessun morto, e istintivamente tiriamo un sospiro di sollievo. Ma io, quando sento che ci sono feriti, so perfettamente cosa dovranno subire quelle persone, ed è straziante. Molte hanno lesioni visibili, come arti mutilati o perdita della vista.

Kaddish, preghiera per i defunti, recitato dalla sua famiglia
nel luogo dell'uccisone di una vittima del terrorismo palestinese


Ma esistono anche danni non visibili, come il trauma cranico e lo stress post-traumatico. Coloro che soffrono di queste ferite sembrano a posto, e invece possono trovare impossibile dormire la notte, o pensare in modo ordinato e prendere decisioni, o devono fare i conti con altri tipi di difficoltà invalidanti che non tutti realizzano che li accompagneranno per sempre.
Cinque anni fa Israele ha stabilito una giornata dell’anno in cui rendere omaggio ai veterani feriti e invalidi. L’idea di stabilire questa giornata speciale è stata proposta da brave persone che volevano esprimere riconoscenza e gratitudine a tutti quelli fra loro che hanno donato la propria salute fisica e mentale per difendere il paese e i suoi abitanti.
Noi, i feriti, abbiamo bisogno di questa giornata perché l’abbraccio del popolo d’Israele ci dà la forza di rimanere in vita, di lavorare, di mettere su famiglia e di fare del bene nel mondo.
Per me questa giornata è molto significativa. Mi dà forza e mi sostiene nel mio lavoro quotidiano, contribuendo a infondere nei giovani gli ideali del nostro servizio militare. Come veterano ferito delle Forze di Difesa israeliane, ritengo che il giorno che ci onora sia molto importante. Mi auguro che lo stato, e in particolare il Ministero della difesa, facciano tutto il possibile per i feriti, soprattutto quando si tratta di curare le disabilità critiche che rimangono con noi per anni.

giovedì 12 novembre 2015

Contro il boicottaggio UE

In questo mio blog molto raramente affronto temi direttamente politici.
Avverto però il bisogno di esprimere la mia indignazione contro la "marchiatura" che l'Unione europea impone ai prodotti israeliani provenienti da Giudea e Samaria (la cosiddetta West Bank o Cisgiordania).
Anche ammesso che si tratti di territori occupati e non contesi, quali realmente sono; anche trascurando il fatto che a pagarne le maggiori conseguenze saranno i dipendenti palestinesi delle aziende boicottate; anche considerando che il danno economico per Israele sarà minimo, in quanto le esportazioni provenienti da queste aree sono solo l'1% dell'export israeliano, resta la vergogna di una Unione europea che applica questa misura solo ad Israele.
Sono 200 le aree disputate, e ancora di più i territori occupati: perché non "marchiare" anche i prodotti del Sahara ex spagnolo occupato dal Marocco? o di Cipro Nord, occupato dalla Turchia? del Tibet sotto occupazione cinese? per non parlare dei paesi in cui i diritti civili sono negati a donne, omosessuali, stranieri, minoranze religiose o etniche (Arabia Saudita, Iran, ecc. ecc.)? O Libano, Kuwait e altri paesi "fratelli" che negano i diritti dei palestinesi e praticano nei loro confronti una vera apartheid?
Intanto, come misura concreta di sostegno ai lavoratori (israeliani e palestinesi; ebrei, cristiani, musulmani e drusi) di queste aree, voglio proporvi e invitarvi ad acquistare gli ottimi vini del Golan.
A Roma e Milano è possibile farlo nei negozi kasher, per chi invece ha difficoltà a raggiungerli, è possibile fare acquisti su questo sito, che offre sconti e assicura la consegna in 48 ore:



mercoledì 10 aprile 2013

Yom haAtzmau'ut 2013



Dal numero 110 di Sullam, notiziario della Comunità di Napoli,una riflessione di rav Bahbout su Yom haAtzma’ut,
la festa dell’indipendenza di Israele,
che ricorre quest’anno lunedì 15 aprile
Quando il tempo delle lacrime incontra quello della gioia

Ogni Stato stabilisce le sue feste nazionali e Israele ha stabilito il 5 di Iyar come Giorno dell’Indipendenza, così come l’Italia ha fissato come giorni festivi il 25 aprile e il 2 giugno, feste della Liberazione e della Repubblica.
La festa della Liberazione e quella dell’Indipendenza cadono sempre nello stesso periodo dell’anno e hanno in comune elementi simili, ma sono tra loro profondamente diverse. Uno degli aspetti che fanno la differenza tra questi due giorni è il fatto che Yom ‘Azmaùt viene festeggiato tanto in Israele (cosa del tutto naturale) quanto nei paesi della Diaspora. È questo un fatto anomalo: infatti è come se gli americani di origine italiana, oltre a festeggiare il 4 Luglio, volessero celebrare anche il 2 giugno e il 25 aprile, un giorno quest’ultimo che ha certo segnato una svolta, ma solo per gli italiani che vivevano in Italia durante il Fascismo o che vi hanno fatto ritorno dopo essere andati in esilio. Questa dicotomia dell’ebreo che afferma di essere interamente italiano, ma anche completamente ebreo, ha dato adito in passato all’accusa della doppia lealtà ebraica.
La diversità del modo con cui gli ebrei - ovunque essi si trovino - hanno vissuto e vivono gli eventi impone una domanda: Yom ‘Azmaùt è una festa “nazionale”, “laica” o “religiosa”? Anche se l’esperienza ebraica non può essere limitata a un fatto meramente “religioso” o “nazionale”, non si può negare che nel mondo moderno, e in quello occidentale in particolare in cui la “fede” nazionale è così labile, festeggiare, e per di più “religiosamente”, una festa “nazionale” di un altro Stato è un fatto estremamente contraddittorio.
Qual è quindi il significato che l’ebreo contemporaneo e le generazioni future dovranno dare a questa giornata? In altre parole, Yom ‘Azmaùt non ha niente a che fare con le altre feste dell’anno ebraico, oppure si alimenta della medesima loro linfa e contiene qualcosa che lo lega intimamente a esse? Qualcosa possiamo imparare dalla storia di Israele, dove non sono mancate polemiche tra i Maestri circa l’opportunità di istituire nuove feste, come nel caso di Purim e Chanukkà. Nonostante siano trascorsi sessantacinque anni, il processo di accettazione di Yom ‘Azmaùt non è ancora ultimato, anzi in certi ambienti “ortodossi” esso non è mai iniziato. Ora, comunque si voglia guardare all’evento della nascita del terzo Stato ebraico, è innegabile che si tratta di un fatto di per sé rivoluzionario, prodotto forse dall’unica rivoluzione veramente riuscita nel nostro secolo, quella sionista.
Ma quali saranno gli strumenti che faranno sì che la festa potrà essere trasmessa e accettata anche dalle future generazioni? Come per il passato, lo strumento sarà sempre quello di riempirla di contenuti riconducibili alla Halakhà e alla Aggadà, alla legge ebraica e al pensiero che la sottende. Per quanto riguarda la Legge, si dovrà rispondere alle molte domande che impone l’istituzione di una festa: Chi ha il potere di istituirla? Quali sono le norme che la caratterizzeranno? Si devono dire, come per Chanukkà e Purim, le benedizioni Shehecheyanu , “che ci ha mantenuto in vita fino a questo tempo” e She’asà nissìm “che ha operato miracoli”. E ancora: è opportuno dire l’Hallèl come a Chanukkà per un “miracolo” accaduto in terra d’Israele, apportare le modifiche alla preghiera (per esempio “Al hanissìm, per i miracoli), scegliere un brano appropriato per la lettura pubblica della Torà o dei Profeti (haftarà), interrompere il periodo di “lutto” dell’òmer etc? L’introduzione di Yom ‘Azmaùt come festa comporta quindi da una parte dei cambiamenti nella sfera del Beth hakeneseth, ma dall’altra dei cambiamenti in quella che è la vita pubblica e politica che trova la sua espressione nella Keneseth, il parlamento israeliano.

Yom Azmaut e le altre feste ebraiche
Per quanto riguarda l’elaborazione filosofica, non mancano certamente gli agganci per “dimostrare” come l’avvento di questa giornata non sia un fatto casuale.
Intanto, i Maestri avevano rilevato fin da tempi immemorabili che, una volta noto il giorno in cui cadeva Pesach, esisteva un sistema semplice per poter individuare il giorno della settimana in cui cadono le altre feste: infatti bastava applicare il sistema mnemotecnico dell’Atbash (l’alfabeto ebraico al contrario) ai giorni di Pesach. Il giorno in cui cade il primo giorno (alef) di Pesach, corrisponde al giorno della settimana in cui cade Tishà beav (tav); il secondo (bet) quello in cui cade Shavuoth (shin); etc. In questo schema mancava una qualche corrispondenza tra il settimo giorno (zain) e la ‘ain. Con l’introduzione di Yom Atzmaùt anche il settimo giorno di Pesach ha un suo partner, appunto ‘Atzmauth che inizia con la ‘ain.
Ma v’è molto di più.
Le feste date dalla Torà (Pèsach, Shavu’òt e Sukkòt) sono un’espressione di quello che secondo la mistica ebraica è chiamato “il risveglio dall’alto” (hit’arutà del’èla); mentre Chanukkà e Purim sono un’espressione del “risveglio dal basso” (hit’arutà diltatà).
Come è scritto nel libro dei Maccabei, Chanukkà fu istituita in corrispondenza di Sukkòt (“fecero otto giorni di festa come a Sukkòt”); Purìm completa Shavu’òt, perché è scritto che “a Purim gli ebrei accettarono volontariamente la Torà che avevano accettato sotto costrizione a Shavuòt”; per completare il quadro, mancava una festa che corrispondesse a Pèsach.
In effetti “la festa della Liberazione ” e “la festa dell’Indipendenza” sono tra loro simili. La differenza sta proprio nel fatto che la seconda è una conseguenza del “risveglio dal basso” e richiede una partecipazione attiva del popolo.
Uno degli elementi basilari del pensiero della Torà, infatti, resta quello secondo cui non è tanto importante la teoria o l’interpretazione, quanto l’azione.
La libertà - come ogni altra grande idea - non può quindi essere un’affermazione astratta, ma qualcosa che viene accompagnato da atti concreti da compiere, sia individualmente che nell’ambito della società.
Ogni cinquanta anni, nel Giubileo, accadevano due fatti importanti strettamente collegati tra loro: da una parte, la Liberazione di tutti gli schiavi, dall’altra il ritorno della terra al padrone originario, cioè a colui che l’aveva ricevuta al tempo della conquista di èretz Israèl da parte di Giosuè, ma l’aveva poi venduta in seguito a difficoltà di natura economica.
Se con la festa di Pésach l’ebreo raggiunge la libertà dalla schiavitù, solo l’ingresso in èretz Israèl e il possesso dei mezzi di produzione sono la garanzia dell’indipendenza.

La redenzione delle osse secche

Per capire appieno l’importanza di questa festa dobbiamo però fare ancora un passo.
La vita ebraica si è svolta tra due poli: quello della Diaspora (Golà ) e quello della Redenzione (Gheullà). La differenza tra le due parole sta solo nell’aggiunta di una Àlef, che è la prima lettera di El-okìm (Dio), l’unità irraggiungibile nel mondo della dualità, rappresentato dalla lettera bet con cui comincia la Torà.
La Àlef è anche quella lettera che ha trasformato le ‘Atzamòt, (le ossa secche della visione di Ezechiele), in ‘Atzmaùt: quando oramai “la speranza era persa” - avdà tikvatènu, proprio così dicevano le ossa secche di Ezechiele e questo facevano pensare le ossa secche degli ebrei assassinati nei Campi - lo Spirito ha soffiato nelle ossa e queste ossa sono tornate a rivivere, trasformando la golà in gheullà e le ‘atzamòt in ‘atzmaùt.
Nonostante i tentativi di “rianimazione”, tutte le feste nazionali corrono il rischio di perdere il loro significato con il passare del tempo e si trasformano in una semplice giornata di vacanza. Gli eventi che hanno caratterizzato la storia ebraica dalla Shoà in poi, vanno visti come un processo che non può terminare con Yom Azmaut. Secondo la definizione che noi troviamo nella preghiera per “la pace dello Stato”, Yom ‘Atzmaùt è “l’inizio della fioritura della nostra redenzione”, inizio che dovrà portare al cambiamento vero e proprio e che è tuttora in corso.
Tuttavia, come per ogni cosa o evento nuovo, rav Maimon - tra i firmatari della Carta d’Indipendenza - ha riyenuto giusto pronunciare la benedizione di Sheecheyànu. Così fin dall’inizio della fondazione Yom ‘Atzmaùt ha assunto un significato in cui è difficile distinguere il momento “laico” da quello “religioso”.
La partecipazione degli ebrei della Diaspora (ma anche di molti amici non ebrei) non può essere ricondotta alla volontà di esprimere uno spirito nazionalistico di mera identificazione con lo Stato d’Israele; essa rappresenta piuttosto un momento di sintesi religiosa, che come tale viene intesa, magari solo sul piano dell’inconscio, anche dai “laici”.
Yom ‘Atzmaut rappresenta dunque un punto di incontro del destino del popolo ebraico, dove la storia incrocia lo spirito, l’immanente il trascendente, e il “tempo delle lacrime”, “il tempo delle risa”.
Con i miei migliori auguri di una redenzione completa, presto ai nostri giorni.

giovedì 24 gennaio 2013

Giorno della memoria a Reggio



Associazioni Antigone - Museo della ndrangheta
e
Italia - Israele Reggio Calabria

con il patrocinio della Comunità ebraica di Napoli
in occasione del Giorno della memoria

organizzano

Domenica 27 gennaio - ore 17,30
presso il Museo della ndrangheta
Reggio Calabria - Località Croce Valanidi
Via Cava Aloi (fronte plesso sportivo F.Cozza)
mostra fotografica di Deborah Cartisano
"Auschwitz, la memoria rende liberi"
con la donazione al Museo di un ulivo di Eretz
del Keren Keyemet LeYisrael

in memoria di Shlomo Venezia z.l.
e Lollo Cartisano (che la terra gli sia lieve)

Il reportage "Auschwitz, la memoria rende liberi" è stato eseguito durante un viaggio in Polonia della fotografa Deborah Cartisano.
Queste foto raccontano le emozioni intense e vive provate durante la visita al campo di sterminio, dalle quali scaturisce il forte desiderio di contribuire alla memoria di quei tragici eventi, affinché non si ripetano più.
Dentro questo reportage c’è l’evento drammatico del rapimento del padre dell’autrice: cel campo la prigionia paterna era come amplificata e ciò ha permesso di raccontarla per immagini.
Visitando Auschwitz è stata vissuta la drammatica quotidianità dei prigionieri, la loro difficoltà esibita ha mostrato tutta la sofferenza della prigionia: questo è stato a volte insopportabile e la fotografia è diventata il filtro che ha protetto da queste emozioni, permettendo di elaborarle in un secondo momento.

La mostra resterà aperta
fino al 27 aprile



Orari: lunedì/venerdì dalle ore 9:00/13:00 e 15:00/18:00




L'ingresso è libero. Per le visite è necessaria la prenotazione:
e-mail: salvatore.borelli@libero.it oppure 3284942872

È un'occasione quanto mai importante per ripensare all'orrore perpetrato durante la seconda guerra mondiale verso il popolo ebraico, ma vuole essere anche un monito riflessivo verso tutte quelle persone che non hanno il coraggio di ribellarsi contro tutte le schiavitù, anche quelle del potere mafioso.
La mostra sarà inaugurata da Deborah Cartisano alla presenza di Roque Pugliese (Comunità ebraica di Napoli), Antonio Porcaro (Presidente dell’Associazione Italia-Israele) e Maria Ficara (Associazione Antigone).
Alla fine della manifestazione un ulivo donato dalla Comunità Ebraica di Napoli sarà piantato nel giardino del bene confiscato. L’ulivo è dedicato alla memoria di Shlomo Venezia e Lollo Cartisano.



Cosa è il Keren Kayemet leYisrael


Il Keren Kayemeth LeIsrael, con il sostegno degli amici di tutto il mondo da più di 110 anni, sviluppa la terra con tocco amorevole, rafforza il legame tra il popolo ebraico e la sua Patria, risponde alle esigenze del Paese e preserva il nostro patrimonio culturale e naturale.
Fin dalle sue origini, il Keren Kayemeth LeIsrael ha portato avanti un progetto forestale senza precedenti, che ha trasformato una terra desolata in un meraviglioso paese verde. Sono stati piantati oltre 240 milioni di alberi nel corso degli anni affinchè questo miracolo avvenisse.
Inoltre, il KKL sta conducendo ricerche per una Israele sempre più ecologica, creando nuovi spazi, foreste e aree per l’attività ricreativa, tutte nel rispetto del nostro patrimonio naturale e culturale.
Il lavoro del KKL in Israele è concentrato in sei aree d’azione che includono il settore idrico, la silvicoltura e l’ambiente, la formazione, lo sviluppo comunitario e la sicurezza, il turismo e l’attività ricreativa, la ricerca e lo sviluppo.
Il KKL ha piantato e cura oltre 240 milioni di alberi e gestisce più di 100 mila acri di boschi naturali. Israele è l’unico paese che è arrivato al 21° secolo con un numero di alberi sempre in crescita.

martedì 22 gennaio 2013

Giorno di quale memoria?


Foto dal gruppo Facebook Documenting Antisemitism
Aliza Rothman, una sopravvissuta da Auschwitz (90 anni), tra sua figlia Sarah (70 anni), la nipote Anat (51 anni) e la bisnipote Idilly (25 anni), tiene in braccio il trisnipote neonato Moriel, di 3 mesi.
Guardando la foto, ha detto: “Ecco la mia vendetta sui nazisti”

A distanza di poco temo dal Giorno della memoria, quest’anno ne voglio parlare in modo diverso, e forse antipatico.
Sono un po’ stufo di tutta l’insopportabile retorica e falsità di cui è stata rivestita questa giornata: troppi sono quelli che, troppo spesso, dichiarano di volere bene agli ebrei morti, mentre fino al giorno prima (e pronti a ricominciare il giorno dopo) dicono tutto il male possibile degli ebrei vivi.
Per carità nessun antisemitismo! si tratta solo di prendersela con i sionisti e gli israeliani, è solo innocuo antisionismo, legittima critica di un governo israeliano!
A parte che questi signori hanno sempre da criticare l’attuale governo israeliano, quale che esso sia (destra o sinistra nulla cambia), sarà bene che questi stessi signori, pacifinti e complottardi di vario genere e schieramento politico, si rendano ben conto che Israele e gli ebrei (gli ebrei, non i Naturei Kartà tanto graditi agli Ahmadinejead e associati) non si faranno fregare mai più dalle belle parole di nessuno, e in particolare dei finti amici di una giornata.
Pregherei questi signori (lo so, non sono nessuno, non conto niente, e la mia preghiera non verrà ascoltata) di astenersi dal partecipare a questa giornata, per evitare di renderla un festival della menzogna, e rinchiudersi nelle loro case a meditare, a non farci più sentire (come mi è capitato ad una celebrazione ufficiale) che i palestinesi sono i nuovi ebrei di oggi, implicitamente dicendo che gli ebrei e Israele sono i nuovi nazisti.
Gli ebrei di oggi sono gli stessi di 70 anni fa, epoca della Shoah; di 1000 anni fa, gli sterminati dalle crociate; di 2000 anni fa, gli oppressi dai Romani; di 3000 anni fa, del Regno di Israele; di 4000 anni fa, della schiavitù e della liberazione dall’Egitto.
Belli e brutti, buoni e cattivi, liberi o oppressi, e non vogliono sentirsi dire quanto sono bravi da morti.
Gli ebrei e Israele hanno detto, dicono e diranno “Masada non cadrà mai più”.
Gli ebrei e Israele hanno detto, dicono e diranno “Hitler non hai vinto”.
Sappiamo bene, ce lo dice la Torah, che in ogni generazione ci saranno uno o più Amalek che cercheranno di distruggere Israele, uno o più Faraone che tenteranno di ridurre in schiavitù gli ebrei; ma sappiamo ancora meglio che HaShem ha promesso che non vinceranno, o che la loro vittoria sarà temporanea e volta in sconfitta, e questo avverrà finché non venga Mashiach, presto e ai nostri giorni.

È questo il senso della foto in apertura di questo post,
ricordiamolo, ricordatelo:

AM YISRAEL CHAI!
עַם יִשְרָאֵל חַי
Il popolo di Israele vive!

giovedì 27 dicembre 2012

Rav Bahbout sulla cittadinanza di Napoli ad Abu Mazen

Qualche giorno fa avevo riferito della lettera aperta che rav Scialom Bahbout, Rabbino capo della Comunità ebraica di Napoli, aveva inviato al sindaco De Magistris, e pubblicata sul quotidiano napoletano Il Mattino, all'annuncio del conferimento della cittadinanza onoraria ad Abu Mazen.
Riprendo ora la notizia anche da NapoliUrbanBlog, che pubblica anche l'intervista a rav Bahbout che metto qui di seguito.


martedì 18 dicembre 2012

Lettera aperta di Rav Bahbout al Sindaco di Napoli



Lettera aperta di Rav Scialom Bahbout,
Rabbino Capo della Comunità di Napoli e del Meridione,
al Sindaco di Napoli,
Luigi De Magistris
Il Mattino (edizione di Napoli), del 18/12/2012

Immagine da PugliaLive





Egregio dottor de Magistris,

la sua iniziativa di offrire la cittadinanza onoraria ad Abu Mazen, leader dei Palestinesi di Cisgiordania, nella misura in cui si propone di dare un contributo alla soluzione di un lungo conflitto, può essere condivisibile. Tuttavia, se non verrà accompagnata da iniziative tese a creare un'atmosfera di pacificazione tra le parti e se non sarà seguita da iniziative verso il territorio e verso le altre popolazioni coinvolte nei conflitti presenti nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, rischia di essere un'iniziativa di parte e alla fine inutile e dannosa. Come uno del milione di profughi dai Paesi arabi (la Libia) ho una conoscenza diretta del conflitto arabo-israeliano: mio padre, mio nonno e mio bisnonno sono nati a Gerusalemme e vi hanno abitato fin dai tempi dell'Impero Ottomano, quindi assai prima che si parlasse del problema palestinese e a buon diritto possono essere dichiarati palestinesi ante litteram. Mio padre era suddito della Palestina britannica e parlava e scriveva correntemente l'arabo classico e quello palestinese. Proprio per questo mio background mi permetto di darle alcuni consigli sulle iniziative da prendere nello specifico sia per quanto riguarda il conflitto tra palestinesi ebrei e palestinesi arabi che per quanto riguarda gli altri Paesi arabiche sono stati coinvolti nel conflitto.
1. Dovrebbe chiedere ad Abu Mazen di fare le seguenti dichiarazioni: ritrattare sia in inglese che in arabo quanto esposto nella sua tesi di dottorato in Storia presso il Collegio orientale di Mosca in cui bontà sua ritiene che si possa ridurre il numero delle vittime del nazismo a poche centinaia di migliaia; dichiarare che rinuncia al terrorismo come arma di pressione e condanna l'uso che ne fa Hamas con il lancio di oltre 15mila missili da Gaza verso Israele; condannare ancor più il lancio di missili verso Gerusalemme (ma non sarebbe santa anche per i musulmani?); riconoscere il diritto all'esistenza dello Stato d'Israele; fare una campagna di informazione interna alle nuove generazioni di arabi palestinesi per spiegare come ha avuto inizio il conflitto (ivi compresi i Pogrom compiuti a Hevron verso la popolazione ebraica, la rinuncia all'applicazione della risoluzione dell'ONU del 1947 che prevedeva la spartizione della Palestina tra arabi ed ebrei, il successivo attacco di tutti i Paesi arabi per eliminare la presenza ebraica etc.): una vera pacificazione inizia dalla conoscenza dei fatti a tutti i livelli e a tutte le latitudini; trasformare la Palestina araba in una società basata sulla democrazia e il riconoscimento della diversità (si pensi alla discriminazione e alla persecuzione nei confronti degli omosessuali); organizzare un sistema basato sulla giustizia e non sulla giustizia sommaria come accaduto, ad esempio, nei giorni dell'ultimo conflitto in cui sono stati barbaramente uccisi dei palestinesi arabi e sottoposti poi al ludibrio popolare.
2. In qualità di Sindaco veramente amante della dovrebbe: offrire la cittadinanza onoraria a una personalità dello Stato d'Israele che occupi un ruolo politico omologo a quello di Abu Mazen, chiedendo nel contempo una serie di impegni e dichiarazioni, quali ad esempio la rinuncia a fare nuovi insediamenti; prendere iniziative della stessa portata tese a difendere le minoranze in tutti i Paesi del Medio Oriente in cui vi sono conflitti (Siria, Egitto, Iraq, Arabia Saudita etc.); fare una vasta campagna di informazione, con la presenza di studiosi e persone coinvolte, sul conflitto arabo-israeliano nelle scuole e nelle istituzioni a partire dalle decisioni dell'ONU; organizzare una visita da parte dell'amministrazione napoletana nello Stato d'Israele, in Cisgiordania e a Gaza; inviare scolaresche del Napoletano nello Stato d'Israele, in Cisgiordania e a Gaza; organizzare iniziative comuni nel campo della cultura e dello sport. Certamente la sua amministrazione saprà indicare alcune altre strade per far sì che l'informazione sia la più ampia e obiettiva possibile perché, al di là degli slogan, è nell'interesse di tutti - noi cittadini italiani, palestinesi arabi e israeliani - conoscere la verità e costruire un futuro comune di pace a partire dalla verità dei fatti. Napoli, come città che si trova nel centro del Mediterraneo, deve assumere una posizione equilibrata e non di parte, perché altrimenti perderebbe di credibilità, già minata dopo le decisioni prese in merito all'accoglienza riservata alla flottiglia.
Limitarsi a dare la cittadinanza ad Abu Mazen, oltre che essere una decisione di parte, sarebbe solo una decisione di facciata, senza nessun risvolto pratico e senza nessuna possibilità di incidere positivamente sul processo di pace, che è interesse di noi tutti. La pace - e se vogliamo il Nobel della Pace - non può essere raggiunta con iniziative di parte: sono pronto a incontrarla per studiare un piano operativo per lo sviluppo di un programma di pace che possa fare di Napoli città della pace.
Scialom Bahbout
Rabbino Capo di Napoli e del Meridione

lunedì 10 dicembre 2012

Kesherut al Sud: primi passi?



Pubblico due agenzie stampa su un recente incontro del Rabbino Capo di Napoli e del Meridione d'Italia, Scialom Bahbout, presso la Commissione Agricoltura della Camera dei deputati

Foto dal sito KosherItaly
Agricoltura: Progetto Kosher, Russo incontra Rabbino Sud
(ANSA) - Roma, 7 dicembre.
Promuovere le eccellenze enogastronomiche del Sud attraverso il 'progetto Kosher', ossia attraverso la certificazione di idoneità alle regole alimentari ebraiche. È stato questo il tema al centro dell'incontro tra il rabbino capo della comunità di Napoli e del Mezzogiorno, Scialom Bahbout, e il presidente della commissione Agricoltura della Camera, Paolo Russo.
A Montecitorio è attualmente esposto un percorso di selezione di prodotti delle regioni del Sud Italia da certificare come kosher, in modo che possano essere consumati dalle comunità ebraiche presenti nel mondo. “Un passo importante - ha detto il rabbino capo - che darà maggiore prestigio ai prodotti italiani e offrirà nuovi sbocchi di mercato e nuove possibilità lavorative”. Per Paolo Russo il progetto “aggiunge ulteriori garanzie alle eccellenze agroalimentari del Sud. Alla genuinità ed alla qualità dei prodotti italiani - ha concluso - si somma un altro sigillo che rassicura tutti i consumatori e non solo quelli delle comunità ebraiche”.

Agricoltura: Russo, il Sud punta anche a prodotti kosher
Roma, 9 dicembre (Adnkronos)
Le potenzialità del progetto Kosher, vale a dire dell'iniziativa tesa a promuovere le eccellenze del Mezzogiorno d'Italia attraverso la speciale certificazione che rende i prodotti idonei al consumo da parte delle comunità ebraiche, sono state il tema dell'incontro, che si è svolto nei giorni scorsi tra il rabbino capo della comunità di Napoli e del Mezzogiorno, Scialom Bahbout ed il presidente della commissione Agricoltura della Camera Paolo Russo.
A Montecitorio è stato, difatti, esposto un percorso di inclusione che punta a selezionare prodotti delle regioni del Sud come la Campania, la Sicilia, la Calabria, il Molise, la Puglia e la Basilicata che, ottenendo la certificazione Kosher, potranno essere consumati dalle comunità ebraiche presenti nel mondo. "È un passo importante - ha sottolineato il rabbino capo della comunità di Napoli e del Mezzogiorno - che darà maggiore prestigio ai prodotti italiani e soprattutto offrirà nuovi sbocchi di mercato oltre a nuove possibilità lavorative".
"Progetto di valore - ha commentato Russo - che aggiunge ulteriori garanzie alle eccellenze agroalimentari del Sud come la mozzarella di bufala Dop, le castagne, il vino e l'olio. Alla genuinità ed alla qualità dei prodotti italiani si somma un altro sigillo che rassicura tutti i consumatori e non solo quelli delle comunità ebraiche".

Maggiori notizie sul Progetto Kosher, sul sito KosherItaly, da cui traiamo questa notizia interessante, che speriamo sia l’inizio di uno sviluppo economico e culturale, oltre che gastronomico, ovviamente!

Nasce a Napoli l’Associazione Italo-Israeliana per il Mediterraneo
L’Associazione ha lo scopo di promuovere e favorire lo sviluppo dei rapporti economico-commerciali, culturali, turistici e sociali fra l’Italia ed i Paesi di cui sopra purché compresi in aree aventi omogenee caratteristiche geo-economiche.

Dall’ottimo blog di cucina e gastronomia kasher, Labna - Amore in cucina, un esempio di cucina mediterranea kasher

Ingredienti
(per due persone):

1 scatoletta (120 g) di sardine sotto olio Parodi
150 g di pasta, spaghetti o formati simili
1 peperoncino piccante fresco
1 spicchio d’aglio
prezzemolo
una manciata di uvetta
una manciata di pinoli


Per prima cosa scaldate l’acqua per la pasta e mettete a bagno l’uvetta in una ciotolina con dell’acqua.
Versate dell’olio extravergine d’oliva in una padellina e scaldatelo insieme all’aglio e al peperoncino, che provvederete a rimuovere quando l’olio avrà preso un po’ di profumo.
Scolate le sardine in scatola, privatele della lisca, togliete la pelle e mettetele in padella insieme all’uvetta (che avrete precedentemente asciugato, mi raccomando) a fuoco bassissimo per 5-6 minuti.
In una padella a parte tostate senza olio i pinoli: ovviamente potreste metterli in padella con l’uvetta e le sardine, ma così facendo diventerebbero molli, mentre se li tostate a parte si cuociono ma restano croccanti.
Buttate la pasta e aspettate fiduciosi, poi quando la pasta è perfettamente al dente scolatela e fatela saltare in pentola (o padella) insieme al condimento e abbondante prezzemolo.
Servite subito la pasta con un filo di olio crudo.

domenica 9 dicembre 2012

Rav Bahbout: Messaggio di Chanukkah


In occasione di Chanukkah e dell’accensione pubblica della Chanukkiah in alcune città del Meridione, Rav Scialom Bahbout, Rabbino capo di Napoli e dell’Italia meridionale, ha diffuso un suo messaggio, in cui parla della spiritualità di questa festa nel particolare contesto attuale, e cioè subito dopo l’ennesima guerra in cui Israele si è trovata coinvolta

Channukkà 5773 accensione luci a Trani

Lunedi 10 dicembre il Rav Shalom Bahbout accenderà le luci di Chanukkà presso la Sinagoga Scolanova di Trani.
Festa della riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme ad opera dei Maccabei, Chanukkà simboleggia l'orgoglio culturale e nazionale del popolo ebraico, sia nella Diaspora che nello Stato d'Israele.
Lunedì 10 dicembre alle ore 17,15  presso la Sinagoga Scolanova di Trani avrà luogo la celebrazione della festa di Chanukkà dell'anno ebraico 5773.
La festa di Chanukkà dura otto giorni (quest'anno comincia al tramonto di sabato 8 dicembre) e venne istituita 2.200 anni or sono per ricordare la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme ad opera dei Maccabei dopo che gli ellenisti di Siria avevano conquistato la città santa, profanandone l’altare con culto idolatrico. La prima azione dei Maccabei (la famiglia sacerdotale che aveva guidato la rivolta) fu quella di accendere la Menorà, il candelabro a sette braccia; ma per fare questa operazione era necessario disporre di olio incontaminato.
La tradizione afferma che dopo meticolose e affannose ricerche fu trovata una piccola ampolla contenente olio puro, che per quanto fosse sufficiente per un solo giorno, durò ben otto giorni.
E’ questa l’origine dell’uso di accendere nelle case e nelle sinagoghe lumi dopo l’uscita delle stelle di sabato 8 dicembre per otto giorni consecutivi, ponendo i lumi all’esterno o alla finestra, in modo che i passanti possano vederli.
Negli ultimi anni è invalso l’uso di accendere questi lumi anche in una delle piazze principali della città, quest’anno l’accensione avverrà pubblicamente in quattro città del Meridione: Napoli, Reggio Calabria, Palermo e Trani, unica città in tutta la Puglia.
Dopo la preghiera della sera si procederà all'accensione del terzo lume di Chanukkà.
Quest'anno Chanukkà è la prima festa religiosa ebraica che cade dopo il recente conflitto in Medio Oriente; per l'occasione numerosi ebrei di Puglia saliranno a Trani per partecipare a quella che è considerata una delle più belle ricorrenze religiose e nazionali del popolo d'Israele.
Dopo l'accensione delle luci Rav Shalom Bahbout, rabbino capo di Napoli e Italia meridionale, terrà una lezione sul tema: "Chanukkà: ognuno accenderà il proprio Candelabro senza negare quello dell'altro".
 
In vista di una migliore preparazione alla festa di Channukkà, il Rav Shalom Bahbout ha diffuso il seguente scritto:

Un candelabro davanti al Mondo

"La civiltà greca era già riuscita a imporsi in tutto il bacino mediterraneo: comunque si voglia intendere questa storia, è chiaro che si trattò della vittoria di una piccola truppa, pronta a ogni sacrificio pur di non svendere la propria identità culturale di fronte a un nemico molto più numeroso e agguerrito.
Questa “globalizzazione” culturale non incontrò alcuna resistenza in tutto il mondo dell’epoca, anzi fu accolta come portatrice di nuova luce: gli unici a opporsi a questa colonizzazione furono i Maccabei.
Il debito che il mondo e le religioni devono ai Maccabei è enorme: scrive il grande filosofo e matematico Bertrand Russel che se non fosse stato per la resistenza opposta dai Maccabei non ci sarebbero stati né il Cristianesimo né l’Islamismo.
Ci chiediamo però se il messaggio che i Maccabei volevano trasmettere è stato davvero recepito dal mondo; i popoli hanno fatto propria l’idea che l’identità spirituale, culturale e storica di un popolo è la cosa più preziosa che detiene e che non deve essere violentata da altri? L’idea che la verità dell’altro è rispettabile quanto la propria è diventata veramente retaggio di tutti?
La risposta a queste domande purtroppo non può che essere negativa e la perdurante crisi in Medio Oriente ne è una prova.
La negazione di eventi storici rilevanti e fondanti del popolo ebraico da parte del mondo arabo e islamico è una delle affermazioni più incredibili e fantasiose cui abbiamo assistito negli ultimi anni: il Tempio costruito dal re Salomone (là dove i Musulmani molti secoli dopo costruirono la Moschea di Al Akza e di Omar) non sarebbe mai esistito, Gerusalemme (città che non viene mai ricordata nel Corano) non sarebbe mai stata capitale del popolo ebraico.
Si tratta non solo di una “ricostruzione fantasiosa” della Storia, ma anche un segno evidente della mancanza di riconoscenza di quanto il popolo ebraico ha dato al mondo, negando così il debito religioso e culturale che questi popoli hanno nei confronti del popolo ebraico.
Questo negazionismo (che si associa a quello della negazione della Shoah) è alla base di quanto è avvenuto nella recente guerra scatenata dai palestinesi a Gaza (evacuata da anni spontaneamente da Israele e con la quale Israele non ha nessun contenzioso territoriale), dopo che Hamas per mesi e mesi ha aggredito con razzi lanciati da Gaza la popolazione civile israeliana . 
Il rifiuto e la negazione di Israele, iniziata con i massacri del 1929 di Hevron (città in cui gli ebrei risiedono da oltre 3.000 anni), continuò con la guerra lanciata contro lo Stato d’Israele dopo la proclamazione dell’Indipendenza nel 1948: l’emigrazione forzata di 1.000.000 di ebrei dai Paesi arabi hanno completato il rifiuto arabo e musulmano nei confronti del popolo del Libro, cui le altre due religioni monoteiste si sono ispirate.
La lezione di Chanukkà deve essere ancora recepita da quella parte del mondo che continua ad aggredire verbalmente Israele negandone la storia, le persecuzioni e le discriminazioni subite.
Oggi come allora gli ebrei in terra d’Israele sono rimasti gli unici ad accendere la lampada della libertà e della democrazia, del riconoscimento del diritto degli altri ad esprimere la propria identità, tanto che nel suo Parlamento siede una folta rappresentanza della minoranza araba.
Ancora una volta “i pochi contro i molti” sono stati costretti a far uso delle armi, rinunciando all’uso della parola che ha sempre caratterizzato la cultura ebraica.
Non è un caso che lo Stato d’Israele abbia assunto come suo simbolo la Menorà, il Candelabro affiancato da due rami d’ulivo. Il candelabro è il simbolo della luce primordiale che il Creatore stesso ha dato al mondo nel momento della Genesi (“Dio disse sia la luce e la luce fu”); l’ulivo è il simbolo della pace e della fine di ogni guerra e ricorda l’ulivo che la colomba portò a Noè alla fine del Diluvio universale. 
Chanukkà è sempre attuale: la resistenza di Israele per circa quattromila anni è una testimonianza del fatto che l’insegnamento dei Maccabei non è stato vano e che Israele vuole preservare intatta la propria cultura, basata sulla luce e sulla pace.
Quest’ultima sarà raggiunta solo quando i palestinesi capiranno che i loro veri alleati sono gli ebrei che abitano in Israele.
Nonostante gli eventi tragici di questi ultimi mesi, nonostante le aggressioni cui sono stati soggetti, anche quest’anno gli ebrei accenderanno il Candelabro nella Diaspora e in Israele. E l’accensione verrà ancora una volta fatta pubblicamente, nella la speranza che i suoi detrattori e nemici riconoscano l’insegnamento che è celato nella luce che da esso emana: come gli ebrei, così ogni popolo potrà così accendere la propria Chanukkà, senza spegnere quella degli altri."
Scialom Bahbout
Rabbino Capo di Napoli e Italia Meridionale