Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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lunedì 21 settembre 2015

Miriam Rebhun al convegno sulla Brigata Ebraica


Oggi si svolgerà a Ferramonti il convegno su “La Brigata Ebraica in Italia, 1943-1945”,
a cui parteciperà anche Miriam Rebhun, della Comunità ebraica di Napoli, il cui padre, insieme al fratello gemello combatté appunto nella Brigata in Italia.
Su questa vicenda e sulla sua storia personale e familiare ha scritto due libri
che voglio qui presentare.

Foto da Sullam, newsletter della Comunità ebraica di Napoli

 


MIRIAM REBHUN
DUE DELLA BRIGATA
Salomone Belforte, 2015
pp. 213, euro 20

Paolo Bonaccorsi

Le celebrazioni dei 70 anni dalla vittoriosa conclusione della Guerra di Liberazione hanno avuto il merito di ravvivare studi, ricerche e pubblicazioni di alto spessore scientifico o semplici memorie private, dedicati a un arco di eventi dove la storia ha subito un’impressionante accelerazione, trasformandosi in un turbine che ha finito per rimpicciolire, tranne pochissime eccezioni, la figura di ogni protagonista, quasi omologandone il profilo appena percettibile tra le gigantesche ondate di vicende epocali.
Ed è per questo che il libro memoriale che Miriam Rebhun ha dedicato al padre, raccogliendo in esso le testimonianze scritte e fotografiche del giovane Heinz e del suo gemello Gughy, appare come un piccolo gioiello che fa luce su alcuni fatti storici, apparentemente minimali, ma che testimoniano di alcuni eventi politici, militari e umani con i quali ancora oggi la nostra lontanissima attualità è chiamata a fare i conti.
I “Due della Brigata” sono, come si diceva, due gemelli nati in una famiglia della borghesia israelitica berlinese nel 1918, fortunatamente espatriati giovanissimi dalla Germania, già in preda al delirio nazista. Approdati nel 1936 nella Palestina sotto Mandato britannico, si trasformano in agricoltori e tecnici di impianti elettrici, nel kibbuz Na’an. Si arruolano come volontari nel Palestine Regiment (poi denominata Brigata Ebraica) ed entrano nel 1940 nella Royal Army. Dopo un accurato addestramento in Egitto, dove sono testimoni delle attese della popolazione locale per l’arrivo di Rommel, sbarcano a Taranto nel novembre del 1943, come reparto del Genio britannico, facente parte dell’Armata alleata di Liberazione del suolo italiano.
Il nostro paese appare loro, nonostante le immense distruzioni e i lutti disseminati in ogni dove, il paese più bello del mondo. Così come avevano appreso nel ginnasio berlinese qualche anni prima “… con i suoi monumenti, le sue antichità, il garbo degli abitanti, la lingua musicale.” E in ogni città e in ogni borgo del Mezzogiorno liberato, nella loro avanzata verso Napoli sentono risuonare, sia pure tra spaventose rovine, i versi del genio di Weimar: ”conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?/ Nel verde fogliame splendono arance d’oro. /Un vento lieve spira dal cielo azzurro”.
Il diario della risalita lungo la penisola è occasione, soprattutto per Heinz, per una serie di meditazioni ad alta voce, anche con i compagni della Brigata, come quando, soccorrendo degli ebrei napoletani rifugiati in uno sperduto paesino dell’entroterra campano, per ricondurli nella loro città ormai liberata, il giovane geniere in divisa britannica rimane colpito dai saluti interminabili tra i partenti e gli abitanti del luogo, fatti di abbracci, strette di mano, commozione, lacrime che gli fanno chiedere ingenuamente al suo comandante “ma in Italia non ci sono state le Leggi razziali, le persecuzioni” sentendosi rispondere “è uno strano paese … c’è bisogno di approfondire … di farsi spiegare”.
Una ricostruzione accuratissima, dunque, e particolarmente sentita, che l’autrice ci restituisce con grande affetto e cronaca puntigliosa, specie nella descrizione della Napoli liberata, che si trasforma nel giro di pochissimi giorni dall’arrivo degli alleati, in un gigantesco formicaio dove l’unico imperativo è tornare a vivere, a ricostruire, a tuffarsi dal presente nel futuro.
Uno spettacolare quadro d’insieme, che getta un raggio di luce vivida sulle retrovie della Campagna di Italia e sulla presenza nell’immenso e tragico affresco della Liberazione d’innumerevoli protagonisti, dei quali, inevitabilmente, si finisce per dimenticare in parte il profilo: la Brigata ebraica, appunto, il contingente polacco, eroicamente impegnato a Montecassino, i reparti brasiliani e i tanti altri ai quali non può mancare, in quest’anniversario, il nostro ricordo e la nostra gratitudine.
Corredano il libro oltre 60 pagine di preziosi reperti fotografici sulla vita nei Kibutz, sull’addestramento in Egitto della Brigata, e sull’avanzata lungo la penisola italiana.


Da Moked.it 
Da Haifa a Napoli,
quei due della Brigata
Foto da Ancona Today

“Heinz è muscoloso e abbronzato. Il lavoro agricolo ha rafforzato una struttura allenata in tempi migliori dal canottaggio, dalla ginnastica agli attrezzi e dal pattinaggio sul ghiaccio. Il naturale colorito bruno, così inconsueto a Berlino, sotto il sole del Medio Oriente è diventato un color cuoio uniforme. I capelli si stanno un po’ diradando, ma la situazione è ancora sotto controllo.
Quattro anni prima, appena dopo l’arrivo al kibbutz, quando gli capitava di guardarsi allo specchio, restava sempre stupito nel vedere riflesso uno sguardo, un aspetto, un abbigliamento in cui non si riconosceva al primo colpo. L’immagine che aveva di sé era ancora quella della foto ricordo che i genitori avevano voluto far stampare in varie copie, per loro e per i parenti, pochi giorni prima della partenza. Nella posa fissata, sviluppata e stampata a casa del fotografo Schwarz, che fino a qualche mese prima aveva ancora il suo studio nella strada principale del quartiere, Heinz appare in secondo piano, dietro a Kurt, o Gughy, come lo chiamano tutti. La sua mano sulla spalla del fratello la dice lunga: dei due gemelli è lui quello che ha visto la luce dopo e quindi è considerato e si considera il più grande. Il fatto che sia taciturno, e rigoroso fa il resto. I completi di tweed di buon taglio, la cintura di lucertola, il fermacravatta d’oro, regalo per il sedicesimo compleanno, rivestono un’identità stroncata sul nascere, sono i costumi con i quali si è chiuso il primo atto della loro vita”. Così inizia, in medias res, la travolgente storia di Heinz e Gughy, i fratelli gemelli protagonisti del nuovo libro di Miriam Rebhun Due della Brigata (Salomone Belforte ed.).
Scappati dalla Germania nazista per approdare nell’allora Palestina mandataria, Heinz e Gughy, pur sradicati, decidono insieme di combattere per la libertà. Mentre lavorano a Haifa e inseguono gli ideali sionisti, ricostruiscono nella mente i brandelli di un passato lontano, fatto di abiti sartoriali ed eleganza europea: “Poi il sipario è calato e nel cambio di scena gli attori hanno indossato nuovi abiti ed acquisito inevitabilmente diverse posture, diversi atteggiamenti. Solo nella testa, nel cuore è rimasto ben sepolto lo strato spesso e inamovibile di tutto quello che è accaduto nell’atto precedente”.
Le vicende narrate nel libro tra testimonianze e immaginazione rispecchiano l’autrice: Miriam Rebhun è nata a Napoli da padre berlinese e madre italiana ed è vissuta a Haifa fino al 1948, anno in cui suo padre muore in un attentato. Dalla cultura cosmopolita, tornata a Napoli insegna italiano e si dedica alla scrittura pubblicando per l’Ancora del Mediterraneo Ho inciampato e non mi sono fatta male, un memoir nel quale ricostruisce la storia della famiglia paterna che si disloca tra Berlino, Napoli e Haifa. Ad essere ancora protagonista del romanzo è infatti ancora Heinz, padre della Rebhun che arriverà in Italia con la Brigata ebraica e dei suoi genitori scomparsi nella Shoah: una storia che racconta come il dolore, nonostante faccia ‘inciampare’ serva a recuperare la propria Memoria negata. Due della Brigata si pone dunque come naturale prosecuzione di quanto iniziato nel capitolo precedente, scavando nell’anima dei fratelli europei che seguono angosciosamente da lontano la sorte dei propri cari di fronte all’avanzata nazista: “Non si parla d’altro. Nei kibbutz, nei moshav, nel quartiere tedesco a Gerusalemme, tra le bianche case Bauhaus di Tel Aviv, al porto di Haifa, alla stazione di Yaffo. La guerra che è scoppiata in Europa sta dilagando fino al Medio Oriente e i territori sotto mandato inglese, pur così lontani, sono minacciati dalle forze del
Reich”.
Creando una struttura fatta di atmosfere e suggestioni, Rebhun costruisce vivissimi dialoghi tra i due, che riflettono sul da farsi e preparando il loro piano di salvataggio: “L’incubo continua. Ce ne siamo andati da casa, lontano, e i nazisti ci inseguono fino a quaggiù… abbiamo cancellato tutti i nostri progetti, facciamo mestieri che non avremmo mai scelto… proprio per dare valore a tutte queste rinunce dobbiamo difenderci, partecipare in qualche modo…”. Dopo essersi arruolato Heinz arriva a Napoli con i giovani della Brigata ed insieme hanno i primi contatti con la Comunità ebraica che aiutano a riorganizzare e rendere di nuovo operativa. Rebhun inizia allora la propria attività di insegnante di ebraico per invogliare i giovani a partire alla volta del futuro Stato ebraico e conosce Luciana, che diventerà la sua compagna. A concludere il racconto dell’epopea dei Rebhun, un ricchissimo apparato iconografico, vivida testimonianza di Heiz e Gughy, legati dal solo sguardo: “I suoi occhi, come sempre, cercano quelli del fratello, questo è il loro modo istintivo, infallibile per ristabilire ogni volta il contatto, la sintonia, l’empatia a cui sono abituati dalla nascita”.




Ho inciampato e non mi sono fatta male.
Haifa, Napoli, Berlino. Una storia familiare

di Mario Avagliano

«Io sono una testimone di seconda generazione, non ho vissuto la guerra, non sono una sopravvissuta allo sterminio, ma sono figlia ed erede del nazismo e delle leggi razziali fasciste». Così inizia il delicato e umanissimo libro di memorie di Miriam Rebhun, Ho inciampato e non mi sono fatta male. Haifa, Napoli, Berlino. Una storia familiare, pubblicato per L’Áncora del Mediterraneo (pag. 192, euro 16,50). In uno straordinario viaggio a ritroso tra l’Europa e il Mediterraneo, la Rebhun, ebrea napoletana cresciuta ad Haifa, nei trepidanti inizi dello Stato di Israele, ricostruisce le illusioni, le tragedie, le speranze di tre generazioni di ebrei.
Haifa, Napoli, Berlino… Ad Haifa Miriam ha trascorso i primi anni di vita, assieme al padre Heinz, giunto in Palestina assieme al fratello gemello Gughy nel 1936 in fuga da Berlino, dove furoreggia Hitler, per realizzare il sogno di Israele. La nonna Frida non aveva potuto seguire i due figli, per non abbandonare il marito Leopold, gravemente malato, deceduto di morte naturale nel 1940. Catturata dai nazisti il 2 ottobre 1942, venne deportata e uccisa nel campo di Theresienstadt (il 7 luglio del 2008, su iniziativa della nipote Miriam, in sua memoria una pietra di inciampo è stata incastonata nel selciato di Poschingerstrasse 14, a Berlino).
Nella Napoli ribelle del 1943-1944, il giovane Heinz, venuto in Italia sotto le insegne della Brigata Ebraica, nelle file nell’esercito britannico, conosce e s’innamora della bella ebrea napoletana Luciana Gallichi, alla quale si unisce in matrimonio. Tornato in Palestina con la moglie, Heinz dopo la fine della guerra apprende della tragica morte della madre, inghiottita nel buco nero della Shoah. Nel 1946 nasce Miriam, che il padre chiama affettuosamente “mein prinzipessa”. Ma il destino è crudele: il 17 gennaio 1948 Heinz viene falciato dagli spari di un cecchino arabo, mentre si reca al lavoro su un autobus di linea. Alcuni mesi dopo muore in combattimento, nella guerra d’indipendenza israeliana, anche il fratello gemello Gughy.
Luciana, impossibilitata a crescere da sola la piccola Miriam, ripara a Napoli, nell’affollato appartamento di via di Piedigrotta 23. Qui Miriam impara l’ebraico, con l’aiuto del rabbino Isidoro Kahn. Qui, divenuta donna, sposa l’amore della sua vita Marco, un ragazzo non ebreo, da cui ha due figlie (Giorgia e Sara), battezzate cattoliche. E sempre qui, alla fine degli anni Settanta, dopo un viaggio in Israele, Miriam parte alla riscoperta delle sue radici, diventando una testimone della Memoria e un influente membro della comunità ebraica napoletana.
La Germania razzista e violenta di Hitler, la Palestina eroica e turbolenta degli albori e la Napoli povera ma generosa del dopoguerra sono gli scenari che fanno da sfondo alla storia familiare dei Rebhun, ebrei tedeschi, che s’intreccia con quella dei Gallichi, ebrei napoletani, orgogliosi delle proprie origini sefardite. Vicende che Miriam fa tornare a vivere, almeno sulla carta, con uno stile appassionato, mai retorico. Un memoir sul filo dell’emozione e una caccia ai ricordi che danno vita ad un’affascinante e toccante storia familiare, che da vicenda individuale diventa storia collettiva.
(Shalom, n. 10, ottobre 2011, p. 35)

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