Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

GIORNO DELLA MEMORIA 2017: INIZIATIVE IN CALABRIA

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domenica 28 maggio 2017

Tentativo di bibliografia



Sono riuscito finalmente a concludere un lavoro sulla bibliografia relativa all’ebraismo in Calabria, anche se sicuramente andrà pian piano perfezionata, oltre che completata: la troverete nella pagina BIBLIOGRAFIA di questo blog.
Troverete molte evidenziazioni in giallo, sono per segnalare o casi dubbi, o, per lo più, incompletezze nelle indicazioni bibliografiche: può mancare l’editore o la città di edizione, essere incerto o assente l’anno di pubblicazione, e così via, con altre carenze minori e qualcuna maggiore.
La ritengo comunque accettabile, e penso possa essere pubblicata. Certo, non per un lavoro scientifico, ma per un blog di questa natura penso che possa andar più che bene.
In seguito, con il tempo, conto di farne una bibliografia ragionata, cioè mettere qualche nota di lettura dei vari volumi o articoli, ma credo sarà un lavoro che richiederà un certo tempo e un certo impegno, anche considerando che non dispongo materialmente di tutti i testi citati.
Ora due parole sulla struttura.
Ad una parte generale, fa seguito una parte specifica su due temi particolari, che ho  pensato di riunire in sezioni apposite, visto il loro interesse (sebbene di diversa natura) e l’abbondanza di lavori sul tema, e cioè “La sinagoga di Bova Marina” e “Ferramonti e la Shoah”.
Segue quindi una parte che fa riferimento a personaggi calabresi che ebbero a che fare con l’ebraismo e Israele o non calabresi, che in qualche modo però interessano la storia dell’ebraismo in Calabria: Chayim Vital e la sua famiglia (sebbene solo i suoi genitori fossero nati in Calabria); Gioacchino da Fiore e Nilo da Rossano (due calabresi diversissimi tra di loro, il primo in una qualche misura considerato un amico degli ebrei, se non ebreo o di famiglia ebraica lui stesso, il secondo invece un acceso nemico); Shabbetay Donnolo (pugliese, ma che visse a lungo a Rossano, dove sembra ebbe anche una formazione medica, che conobbe Nilo e ne fu anche stimato, sembra, in modo ricambiato); quindi altri personaggi meno rilevanti per il nostro tema.
Si continua con una parte divisa in due sezioni, dedicate una a testi manoscritti e l’altra ai testi stampati da antichi editori calabresi, con l’avvertenza che di Ottavio Salomonio da Manfredonia non è certa l’origine ebraica.
Si conclude con una serie di opere che parlano sicuramente dell’ebraismo in Calabria, ma, non avendoli materialmente disponibili, ed avendo trovato su internet solo dati incompleti, non ho potuto indicare i capitoli o le pagine che ne parlano, e quindi necessitano di uno spoglio.
Di quest’ultima tipologia ho ancora molte altre indicazioni bibliografiche, che approfondirò e pubblicherò man mano.
Sarò grato a chiunque mi voglia segnalare altri testi, o indicarmi ulteriori carenze o errori.
Intanto comincerò a preparare anche una pagina con link di internet relativi all’ebraismo in Calabria e nel Sud: anche su questo vi chiedo indicazioni e suggerimenti.

giovedì 25 maggio 2017

Shabbat BaMidbar 5777





שבת שלום!
SHABBAT SHALOM!

Shabbat 2 Sivan 5773
(27 maggio 2017)



Dal sito Beth Emeth



Parashat Bamidbar: Bamidbar (Numeri) 1,1-4,20
Haftarah: Osea 2,1-22




Da Torah.it

Il commento alla parashah settimanale di rav Pinchas Punturello
Da Shavei Israel Italia 





Un nuovo rapporto con Dio

Derashah di rav Pinchas Punturello




Immagine dal blog Gates to Zion
Il libro dei Numeri che cominceremo a leggere questa settimana si apre con questa espressione: “E Dio parlò a Mosè nel deserto del Sinai nell’Ohel Moed (la tenda della radunanza)…”. Questa espressione che apre di fatto un nuovo libro della Torà contiene in sé una espressione non del tutto nuova ma profondamente significativa.

Moshè ha, per così dire, incontrato Dio in altre occasioni ed in altre occasioni ha dimostrato il proprio livello di profezia e di contatto con Dio.
Il primo contatto tra Dio, Moshè e la sua capacità profetica è avvenuto di fronte al roveto che bruciava senza consumarsi, in Esodo 3,2: «Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”».
Di fronte al roveto Moshè dimostra una grande capacità di attenzione al di là dell’ovvia osservazione, una grande empatia verso il creato, una grande sensibilità anche per le cose apparentemente “normali”.
Allo stesso modo in molti passi del libro dell’Esodo, quando Moshè entra in contatto con Dio e riceve da Lui segni ed istruzioni per agire rispetto alla redenzione ed alla libertà del popolo ebraico, questi segni sono sempre causati da motivazioni esterne.
Moshè entra in contatto con Dio perché è angosciato per il popolo ebraico, perché il Faraone ha negato agli ebrei il diritto di partire, perché bisogna intervenire con le piaghe: in tutti questi casi la profezia di Moshè è legata a fattori esterni e quindi non è totalmente indipendente dalla sua volontà.
Quando, invece, Moshè incontra Dio all’interno della Tenda della Radunanza, l’Ohel Moed, il suo legame con Dio raggiunge un livello più modesto, ma contemporaneamente più forte proprio perché più intimo e quinti autonomo. Ma questo livello di profezia, proprio perché più intimo e più elevato ha bisogno di una protezione più forte perché non dipende da cause esterne, non è legato ad avvenimenti che ne giustificano l’esistenza a priori.
L’Ohel Moed, a questo punto, è il luogo scelto da Dio per proteggere questa nuova consapevole profezia di Moshè, questa crescita spirituale, questo nuovo dialogo intimo che proprio nell’Ohel Moed trovano la propria difesa più forte.
Come afferma il Midrash, Yalkut Shimoni Bemidbar 687, “ Dio ha protetto i figli di Israele comandando loro di costruire un tabernacolo per Lui dove poter risiedere in mezzo al loro.”
Se prima dell’Ohel Moed Dio incontrava Moshè e quindi gli ebrei per mezzo degli eventi della Storia, dall’Ohel Moed in poi il loro incontro è privato, salvaguardato ed indipendente dalla Storia.
 


Dal sito Morasha riporto questa riflessione molto bella di rav Shlomo Riskin, che lega questa prima parashah del libro di Bamidbar (Numeri) alla vicina festa di Shavuot (Pentecoste)

Traduzione a cura di DGB

Efrat, Israele - Per quanto posso ricordare, l'ebraismo ortodosso è stato sempre percepito dalla maggior parte del mondo - perfino dal mondo ortodosso stesso - come uno stile di vita conservatore, protetto, antiquato, che non desidera assumersi dei rischi per affrontare nuove sfide e che preferisce ritrarsi nel proprio guscio come una tartaruga.
Un commento midrashico alla parashà di questa settimana, Bamidbar, sottolinea un aspetto genealogico riguardante Nahshon, principe della tribù di Giuda, il quale rifiuta l'idea che un esistenza conservatrice e priva di rischi sia un valore autentico della Torà. Questo valore non può certo essere trovato in Nahshon , noto come l'uomo coraggioso che ha rischiato la propria vita gettandosi nel Mar Rosso, quando gli Ebrei fuggiaschi vi ci si trovarono, inseguiti dai carri egiziani; è stato infatti solo dopo che egli ha dimostrato la sua forza d'animo e il suo coraggio che il Signore ha fatto il passo successivo e compiuto il grande miracolo della divisione del mare.
Il Midrash (riportato anche in B.T. Bava Batra 91a) evidenzia il fatto che il coraggioso Nahshon aveva quattro figli tra cui Elimelech, marito di Naomi, e Shalmon, padre di Boaz; Nahshon pertanto era padre e zio di due importanti personaggi del Libro di Ruth che leggiamo a Shavuot. Noi effettivamente non siamo soliti pensare al Libro di Ruth come al 'libro di rischi ', ma ritengo che nel presentare un tale genealogia, il Midrash voglia non solo sottolineare l'attitudine al rischio che caratterizza questi discendenti di Nahshon, ma anche precisare quali tipi di rischi sono considerati favorevolmente dalla Torà e quali no .
Il fatto è che il coraggio e l'attitudine al rischio - oppure no - può essere comunque visto come un tema di fondo dell'intero libro di Bamidbar. Il quarto libro della Torà riporta la storia dei quaranta anni in cui gli Ebrei vagarono nel deserto. All'inizio del libro non sappiamo ancora che il popolo sarebbe stato punito e costretto a vagare per quaranta anni, ma alla fine è chiaro che il popolo ebraico aveva fallito la sua prima importante prova. Quando le spie ritornarono con un rapporto spaventoso sulla Terra Promessa e sulla possibilità di conquistarla [Numeri 13-14], gli Ebrei dimostrarono una totale mancanza di decisione, fede e coraggio. Essi gemettero, tremarono, supplicarono di non continuare la missione. A quanto pare si erano abituati alla vita salva e sicura nel deserto - la manna che costituiva la loro razione quotidiana di cibo, una nuvola di giorno e una colonna di fuoco la notte per dirigere il loro viaggio - per rischiare l'ignoto rappresentato dalla conquista e dall'insediamento in Israele.
La Torà tuttavia vuole che gli Ebrei si comportino con coraggio, che facciano la prima mossa, coraggiosa e magari pericolosa, concomitante con l'indipendenza e la responsabilità. Nahshon alla riva del Mar Rosso brilla come l'antitesi alla codarda generazione del deserto. Grazie alla sua fede e audacia, il popolo fu salvato. Il Gaon di Vilna, infatti, sottolinea che la Torà descrive gli Ebrei che entrarono inizialmente " in mezzo al mare all' asciutto " (Esodo 14:22), e dopo " all'asciutto in mezzo al mare" (ibid. 29). La descrizione iniziale si riferisce a Nahshon e ai suoi seguaci, che rischiarono le loro vite gettandosi nell'acqua turbolenta; D-o ha fatto un miracolo per loro, dividendo le acque per ottenere terra asciutta e servendosene come un muro (homà) sulla loro destra e sinistra. La seconda descrizione si riferisce al resto degli ebrei che entrarono solo dopo che apparve la terra asciutta;per loro le acque diventarono un muro - ma questa volta scritto senza la lettera 'vav' e può anche leggersi hemà, che significa rabbia.
La notevole capacità di Nahshon di prendersi dei rischi - in contrasto con la maggior parte della generazione del deserto- è stata trasmessa ai suoi figli e nipoti. Il Libro di Ruth, infatti, termina con i nomi di dieci generazioni da Peretz (figlio di Giudà) al Re David, e Nahshon appare proprio nel centro, la figura centrale tra l'età dei patriarchi e la generazione del futuro messia del popolo ebraico. Ma mentre Nahshon e Boaz sono lodati per la loro attitudine al rischio, Elimelech sembra venir ripreso per la sua.
Quando una carestia terribile discese su Betlemme in Giuda, la patria di Elimelech, egli fece i bagagli e con la sua famiglia decise di iniziare una nuova vita nella terra di Moab. Indubbiamente, questo gesto dimostrò il coraggio di Elimelech, la capacità di rischiare l'ignoto in uno ambiente estraneo. Ma la sua motivazione era l'avidità; egli rifiutava di condividere il suo patrimonio con uomini morenti di fame e desiderava lasciare la sua patria e le sue radici ancestrali per amor di ricchezza. Da qui la tragedia. Elimelech morì e i suoi figli- logicamente- sposarono donne moabite. La sua progenie morì anch'essa , facendo sì che Elimelech da un punto di vista ebraico abbia seminato e raccolto a Moab solo l'oblio.
Boaz, invece, non lascia Betlemme durante la carestia. E quando gli si presenta la possibilità di compiere un atto d'amore e gentilezza per Naomi e di redimere la terra di Elimelech - così come di sposare la straniera- convertita Ruth - Boaz lo fa, si assume l'obbligo finanziario e prende su di sé il rischio sociale implicato nel matrimonio. E il discendente da questa unione risulta essere nientemeno che Re David, da cui parte la futura discendenza messianica.
Il rischio di Elimelech era basato sull'avidità e implicava l'abbandono della sua terra e della sua tradizione;finisce con la sua morte e distruzione. Il rischio di Boaz si basava sull'amore e sull' affetto ed ebbe come risultato la redenzione. La dialettica Elimelech - Boaz è il tema perenne del mondo ebraico. Il rischio è positivo e perfino obbligatorio dal punto di vista ebraico. La domanda che ci dobbiamo porre è la sua motivazione, perché è questa che determina il risultato.
Shabbat Shalom!

 

Altri commenti sulla parashah settimanale sul sito ChabadRoma,
da cui traiamo questa sintesi della parashah e della haftarah

Bamidbar in Breve

Il Sign-re dice di fare un censimento delle dodici tribù d’Israele mentre sono nel deserto. Moshè conta 603,550 uomini in età di leva tra i 20 e i 60 anni; la tribù di Levì invece viene contata separatamente e include 22,300 maschi da un mese in poi. I Leviti dovranno fare servizio nel Tabernacolo al posto dei primogeniti che sono esclusi dal servizio a causa del peccato del Vitello d’Oro. I 273 primogeniti che non hanno un Levita per rimpiazzarli sono tenuti a pagare un riscatto di cinque shekel per riscattare se stessi.
Quando il popolo leva le tende i tre clan dei Leviti smontano e trasportano il Santuraio per poi rimontarlo nel centro del prossimo accampamento. In seguito essi erigono le loro tende intorno ad esso, quelli del gruppo di Kehàt, che trasportano sulle loro spalle l’arca, la menorà ecc coperti con i loro rivestimenti speciali si accampavano a sud; quelli del gruppo di Ghershòn che si occupavano delle tappezzerie e delle coperture del tetto, ad ovest e le famiglie di Merarì, che trasportavano i pannelli delle mure ed i pilastri a nord. Moshè, Aharòn e i suoi figli si accampavano davanti all’entrata del Tabernacolo, ad est.
Oltre al cerchio dei Leviti, le dodici tribù si accampavano in gruppi di quattro che includevano tre tribù. Ad est c’era Yehudà (pop. 74,600), Issachàr (54,400) e Zevulùn (57,400); a sud Reuven (46,500), Shim’on (59,300) e Gad (45,650); a ovest Efraim (40,500), Menashé (32,300) e Binyamìn (35,400) e a nord, Dan (62,770), Asher (41,500) e Naftalì (53,400). Questa formazione veniva mantenuta anche durante I viaggi. Ogni tribù aveva il proprio nassì (principe o leader) e la propria bandiera con il colore e l’insegna della tribù.


Haftarah in Pillole

Il numero dei figli di Israele sarà grande, come i granelli di sabbia non si potrà contarli. Ora si dice che essi non sono veramente il popolo del Sign-re, invece in futuro si dirà Figli del D-o Vivente. Si raduneranno i figli del regno di Giuda e quelli di quello di Israele – si fa riferimento ai due regni dopo la scissione avvenuta dopo il re Salomone – e ci sarà un solo capo su di loro. Sarà un grande giorno per Izr’eel (nome del popolo di Israele).
Il Sign-re invoca il popolo a ribellarsi contro l’idolatria e a ritornare verso di Lui. Viene fatto l’esempio di una madre (cioè il regno di Israele) che si sia prostituita e abbia commesso adulterio (cioè commesso idolatria) contro suo marito (cioè D-o) che la caccia e non la vuole più, tanto che la ripudia come moglie, e le annuncia pene severe per i suoi gesti immorali, fino a che ammetterà che sono il frutto dei suoi amanti (le divinità pagane). Poiché la moglie adultera non sapeva che il pane e il vino provenisse dal marito, quest’ultimo la priverà della farina e del mosto così che si renda conto chi fosse a mantenerla. Poi la condurrà nel deserto (in esilio) per parlarle al suo cuore e restituirle le sue vigne e i suoi campi. Così moglie e marito si ricongiungeranno, e lei chiamerà il marito ishì e non più ba’alì – due termini analoghi per dire marito, siccome si sarà staccata così tanto dall’idolatria non vorrà usare neanche una parola che possa ricordare la divinità pagana (Ba’al) – in quel giorno il Sign-re farà un patto anche con tutti gli animali perché non ci siano più strumenti di guerra ne distruzione. Trionferà il diritto, la giustizia e la misericordia.



mercoledì 24 maggio 2017

Benedetto Musolino e il sionismo



Benedetto Musolino e il sionismo
di Enrico Esposito

Un interessante articolo su Benedetto Musolino, il patriota rinascimentale “protosionista”.

“Un patriota calabrese precursore del sionismo”. Così intitolava Moshe Ishai un suo testo inserito nella raccolta In memoriam di Sally Mayer, pubblicata in ebraico nel 1960 a Gerusalemme. Il patriota cui si fa riferimento è Benedetto Musolino, protagonista di tante battaglie antiassolutistiche e indipendentische durante il Risorgimento.
Nativo di Pizzo, nel 1848 diventa deputato nel Parlamento Napoletano, dove, reduce dall’esperimento rivoluzionario cosentino di quell’anno, si fa promotore della protesta con la quale 64 parlamentari dichiaravano decaduto il re, Ferdinando di Borbone. Il fallimento del 1848 su scala nazionale ed europea lo vede tra i calabresi della diaspora, che trovano riparo negli Stati Sardi, e segnatamente a Genova e a Torino, come è accaduto anche per Carlo Mileti, Casimiro De Lieto, Biagio Miraglia e tanti altri. Musolino a Genova allaccia rapporti con i capi del partito d’azione di ispirazione mazziniana, come Carlo Pisacane, e delle frange democratiche del Risorgimento, come Giuseppe Montanelli e Mauro Macchi. Nella città ligure gli emigrati politici calabresi s’impegnano intensamente nel dibattito sul futuro delle battaglie indipendentistiche, in quello che viene chiamato ancora il decennio di preparazione.
Musolino invece sembra interessato soprattutto alle questioni internazionali. Già nel 1832 s’è recato in Palestina, dove è tornato qualche anno dopo, per osservare da vicino la situazione del Medio Oriente, in presenza del sultanato turco, il regno della Sublime Porta, e dell’imperialismo russo di cui la Gran Bretagna non gli sembra in grado di arginare l’espansione. Dalle sue riflessioni nasce un’opera ponderosa che pubblica a Genova nel 1851. Si tratta di Gerusalemme ed il popolo ebreo, con un lungo sottotitolo nel manoscritto: “La Palestina nei suoi rapporti commerciali e politici coll’Asia e con l’Europa e più di tutto colla Granbretagna (sic)”. Musolino stesso definisce il suo lavoro un “progetto da rassegnarsi al Governo di Sua Maestà Britannica”. E in effetti di un progetto si deve parlare imperniato sulla creazione di un Principato di Palestina e sulla costruzione di una grande linea ferroviaria che arrivi fino a Pechino, l’unica opera che può a suo parere fare da freno all’espansionismo moscovita.
Sono due idee originali, considerati i tempi, specie la prima, in quanto Musolino propone di assegnare il principato palestinese agli Ebrei, ai quali il Sultano dovrebbe accordare l’autonomia amministrativa con la garanzia della Gran Bretagna. È questo che lo fa ritenere un precursore del sionismo, se per sionismo deve intendersi “la vocazione del ritorno a Sion”, uno dei nomi ebraici di Gerusalemme. Musolino si reca anche a Londra per sottoporre al governo inglese il suo progetto, ma Lord Palmerston preferisce non riceverlo. […] “Io quindi invoco” dice Musolino “sull’insieme del presente Progetto e su i suoi più minuti particolari una severissima attenzione per parte di tutti i grandi banchieri israeliti; di tutti i grandi bancheri negozianto [banchieri, commercianti] e manifattori inglesi: invoco la sollecitudine e la cooperazione della Compagnia delle Indie Orientali; e più di tutto la protezione del sapientissimo e onnipotente Governo di S.M. la Regina della Gran Bretagna e d’Irlanda, non che l’acquiescenza della Sublime Porta Ottomana”.
Il Principato di Palestina è dunque funzionale alla proposta della costruzione della ferrovia transcontinentale fino a Pechino, ma quello che fa ritenere il suo autore un precursore del sionismo è l’altra proposta di affidare il governo autonomo dell’istituendo principato agli Ebrei. “Esiste sulla terra un popolo senza patria, disseminato su tutt’i punti, abitante sotto tutt’i climi; il quale avendo veduto rovesciare il trono dei suoi re ed il tempio del suo Dio è tuttavia legato da nodi indissolubili ed eterni, dal fervore della propria fede, e dalla speranza di riabitare un giorno la terra che Dio ha promesso min perpretuo ai suoi padri. Questo popolo è il Popolo Ebreo”. Già nel passo appena citato ricorre più di un termine del linguaggio sionistico, in special modo quelli della terra promessa e del diritto degli ebrei a ritornare in Palestina. Ma Musolino riprende anche l’antica questione della diaspora ebraica, nonostante i grandi meriti che il popolo ebreo ha conquistato nel corso della sua storia millenaria. Hanno visto distruggere diciassette volte, ricorda il patriota calabrese, la loro città santa, Gerusalemme, ma hanno conservato gelosamente la loro identità in tutti i paesi in cui sono stati accolti non sempre benevolmente, e sempre hanno coltivato il sogno del ritorno nella terra dei padri, la Palestina, alimentato da uno spirito nazionale, che li ha fatti sopravvivere ai tanti rovesci della storia. A differenza di tanti altri popoli, pur potenti e famosi, come gli Assiri, i Medi, Gli Egizi e persino i Romani. Per questo Musolino giudica una grande ingiustizia che gli Ebrei restino ancora un popolo senza patria, anzi che siano ancora “abbandonati all’insulto e al disprezzo continuo delle generazioni, calunniati sempre e dappertutto”. E aggiunge:”Vi fu un’epoca nella quale non si commettevano delitti atroci, nella quale non si parlava di vizi abominevoli, senza che venissero essi attribuiti agli Ebrei...E certo messe da banda le prevenzioni di un cieco fanatismo, nessuno potrà negare aver gli Ebrei prestato segnalati servigi all’umanità”. E non si riferisce, precisa, al popolo eletto da Dio, a quello che ha creato la prima poesia, la prima letteratura o la prima legislazione, ma agli ebrei come “popolo prevaricato, abbandonato all’abiezione delle genti, all’ira del cielo e degli uomini e che tuttavia “insegnarono mansuetudine agli uomini come la nazioni per loro reciproci vantaggi dovrebbero comporre una sola famiglia...Gli Ebrei gittarono le fondamenta di questo immenso edificio additando le prime vie di corrispondenza e di legame commerciale”.
E qui il patriota calabrese rileva come gli Ebrei non debbano invidiare “ad alcuna altra razza alte intelligenza ed esimie virtù”, senza per questo dover citare “i nomi di tutti quegl’illustri che nelle passate età brillarono nelle lettere e nelle scienze”. Per tutte queste ragioni, afferma Musolino, “non vi sarà individuo che possa contrastare agli Ebrei il diritto di possesso o di privilegio sulla Palestina, alla quale essi non hanno mai moralmente né politicamente rinunziato;...questo popolo possiede ancora tutti gli elementi perché dal nulla possa risorgere all’antico splendore per prestare i più segnalati servigi alla causa della civiltà e della sicurezza dei popoli di Asia e di Europa. Un grido solo basta per convocarlo da tutti gli angoli della terra...convenendo i suoi figlioli tutt’in un punto si vedranno costituire in poco tempo una grande e utilissima nazione”.
E qui va osservato che Musolino vede nel ritorno degli Ebrei in Palestina l’attuazione di un diritto reclamato da tutti i popoli senza patria, com’è ai suoi tempi anche il popolo italiano. È l’invocazione del principio di nazionalità che ispira il risorgimento su scala europea, nelle istanze di affrancamento dei popoli dai grandi imperi assolutistici. In questo quadro non può mancare la considerazione degli ebrei come popolo e come nazione che hanno il diritto di costituirsi in Stato, se non indipendente, almeno, date le particolari condizioni geopolitiche, autonomo. “Quello che ora deve convincere gli Ebrei” rileva ancora Musolino “non essere più i loro voti di arduo compimento e inanimirli quindi ad un doveroso tentativo è la pubblica opinione del secolo pronunziata ormai illimitatamente a favore della ricostituzione di tutte le nazionalità. Questo supremo diritto delle razze... riconosciuto ormai come giusto da tutt’i governi illuminati; questo santissimo diritto di nazionalità può essere presentemente reclamato ancora dal popolo ebreo senza suscitare le apprensioni di alcuna razza, né di alcun governo. Si tratterebbe anzi di ottenere pacificamente e col beneplacito della stessa Porta la permissione di riabitare una tessa posseduta ab antiquo, col solo benefizio di una speciale amministrazione e restando gli Ebrei sottoposti sempre al supremo dominio del Sultano”.

[Ometto la delineazione degli ampi confini e l’ipotesi di Costituzione che Musolino immagina per questo Stato, che chiama Principato di Palestina]
Non manca addirittura di prendere posizione sul movimento riformatore da poco nato, e in generale su aspetti religiosi “interni” dll’ebraismo

A Musolino importa sottolineare un altro, e fondamentale, aspetto dell’identità nazionale ebraica, e cioè quello religioso. Poco tempo prima, nel 1844, si è tentato di avviare in Germania uno “strano scisma” tra gli Ebrei, basato sulla credenza in Dio e nell’immortalità dell’anima, certo, ma anche sulla rinunzia alla circoncisione e all’attesa del Messia, e a tutti gli articoli del Talmud. Musolino giudica negativamente tali ipotesi. “Ora che cosa è mai un giudeo, che rinunzia all’idea, alla speranza di riabitare la terra dei suoi padri? I Giudei non sono tali perché hanno una religione a parte; ma costituiscono una razza speciale, una razza quasi unica al mondo per lo spirito di nazionalità che informa questa religione”. E osserva, di seguito: “Tutte le altre religioni (salvo anche il maomettismo) fondate su principi universali di morale sono state predicate per diffondersi ed adattarsi in tutt’i paesi ed a tutte le nazioni. Ma il giudaismo è attaccato assolutamente al suolo, alla terra dei padri. La legge, i profeti, e tutto il grande edifizio politico riposano su questa base fondamentale. Un israelita fuori della Giudea non si sente un perfetto adoratore di H”, né vero seguace di Mosè. Fuori della Giudea non si veggono che sinagoghe. Il Tempio non può esistere che nella sola Gerusalemme”.
Per i giudei insomma “religione valeva e vale nazionalità”, per cui se rinunziano al Messia “essi si scindono dalla gran famiglia giudaica; e senza far parte di nessun’altra nazionalità perdono anche quella avuta finora, e ch’è stata lo stupore delle genti”. Se si trattasse di cambiar religione, tanto varrebbe, pensa Musolino, che diventassero cattolici, protestanti o maomettani, invece di continuare a chiamarsi giudei, calpestando le leggi di Mosè e le parole dei Profeti, con il ripudio dell’attesa del Messia che li riconduca in Palestina e della ricostruzione delle mura di Gerusalemme. In definitiva, senza addentrarsi nella distinzione tra talmudisti, rabbanisti, caraiti e via dicendo, difende la tradizione ebraica del ritorno in Palestina, comune a tutte le sette giudaiche, senza la quale ovviamente il suo progetto verrebbe a perdere ogni ragion d’essere.
[…] Il progetto rimarrà sconosciuto per molto tempo, in quanto non viene pubblicato […], gli autori sionisti neppure potranno citare la sua opera. Un lavoro che anticipa le tesi sioniste vere e proprie e che viene concepito ben trentun anni prima di quello di J. L. Pinsker (1821-1891) e quarantacinque anni prima di quello di Teodoro Herzl (1860-1904), fondatore del sionismo con il Primo Congresso Sionista del 1897. Ovviamente il termine sionismo non ricorre mai nell’opera di Musolino, non fosse altro perché viene usato per la prima volta da Nathan Birnbaum nel 1890. E di Musolino precursore del movimento sionista si parlerà solo nel 1951, quando cioè, un secolo dopo, l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, pubblicherà la sua opera, con la prefazione di Gino Luzzatto. […].
Ma vent’anni dopo la sua scomparsa, il 5 0ttobre 1905, El Sionista di Buenos Aires pubblica un ricordo di Moise Finzi, riportato nella sua parte essenziale da Gino Luzzato nella prefazione all’opera di Musolino. “Mi narrò” ricorda Finzi “che per tre volte egli era stato in Palestina e un quarto viaggio avrebbe anche volentieri impreso se non l’avessero scoraggiato da ulteriori spese gli inutili sforzi fatti per trovare promotori e aiutatori al suo disegno. Mi disse che a tal uopo si era presentato a Londra a lord Palmerston, il quale lo aveva consigliato a interpellare il banchiere Rothschild, che aveva parlato con un Rabbino, non ricordo se in Inghilterra o in Francia: ma nessuno gli aveva dato ascolto”.
[…] È ancora in vita, nel 1882, quando Jehudah Leib Pinsker pubblica Eigen-Emanzipation, con il proposito di sostenere le aspirazioni degli ebrei russo-polacchi. Viene considerato, a torto, in quanto non conosce l’opera del Musolino, il primo a sostenere la necessità di uno Stato ebraico. Viene ascritto al cosiddetto “sionismo politico o pratico”, non a quello spirituale né a quello revisionista, ma nei suoi scritti è dato rilevare elementi che lo porteranno ad essere considerato un traditore degli ideali ebraici di ritorno in Palestina. Afferma infatti che il nuovo Stato potrebbe nascere non necessariamente in Palestina, contrariamente a quanto invece propone Musolino. Tale pragmatismo lo renderà inviso sia agli ebrei ortodossi sia a quelli liberali. Ma la sua posizione, come si accennerà in seguito, non resterà isolata. “Così il sionismo, che fin dalla sua nascita era stato un movimento complesso e frammentato in una pluralità di progetti e tesi ideologiche spesso in contraddizione fra loro, si evolveva come fatto politico e non più come riflessione religiosa”. Elemento quest’ultimo non estraneo allo stesso Musolino, ma certo non prevalente.
Il suo resta un interesse esclusivamente politico, per cui coerenza sarebbe considerarlo un precursore del sionismo politico, come già rilevato da Berti: ”Musolino non era Ebreo né ebbe relazioni con Ebrei prima di stendere il suo progetto di emancipazione degli Israeliti. Del resto da secoli non v’erano Ebrei in Calabria. Ma come democratico, egli volle difendere la nazionalità, la libertà, la lingua, la dignità umana di un popolo ingiustamente perseguitato in ogni angolo del mondo; al tempo stesso volle coseguire uno scopo che riteneva di importanza strategica per le sorti della democrazia europea”. E in questo è da comprendere una profonda vicinanza al popolo ebreo in cui trova più di un momento di analogia con il progetto di unificazione dell’Italia. “Quel suo piano” rimarca ancora Berti “si ricollega, quindi, ai tentativi fatti dai patrioti italiani per trovare, sullo scacchiere internazionale, delle soluzioni che rendessero meno difficile l’unità e l’indipendenza del nostro paese”.
[…] Confrontato con il sionismo definito pratico di Hibbat Sion e con il sionismo spirituale di Asher Ginsberg (1856-1927) della provincia di Kiev, il sionismo politico di Herzl appare quello più vicino alle idee di Musolino maturate nel patriota calabrese ben 46 anni prima del congresso del primo congresso sionista, che discute come costruire lo Stato ebraico. Ed è significativo che il padre dello Stato d’Israele, fondato nel 1948, Ben Gurion affermi che “gli Ebrei devono essere grati a Herzl di non aver letto l’opuscolo di Pinsker prima di scrivere il suo saggio sullo Stato ebraico” .Ovviamente non rientra nei compiti di questo scritto seguire le vicende che hanno portato alla nascita dello Stato d’Israele. Di certo si può affermare invece che con il progetto del 1851 Musolino, almeno nella premessa del ritorno a Sion, potrebbe essere a buon diritto annoverato tra i primi scrittori politici ad aver tentato di indicare la via politica da seguire per realizzare lo Stato ebraico. […]