Dopo aver preso in considerazione la simbologia del mosaico della
Menorah dell’antica sinagoga di Bova Marina,
in questo secondo video esamino la “cornice” che vi ho fatto apporre
intorno, per illustrare sinteticamente la storia ebraica della Calabria,
con particolare attenzione ad alcuni suoi aspetti.
Oltre al sito della
sinagoga, invito anche a visitare il Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria, che
ospita, oltre ai celebri Bronzi di Riace e altre meraviglie della Magna
Grecia e non solo, una vetrina con numerosi reperti ebraici rinvenuti in
Calabria, tra cui la piccola lapide presentata nel video.
Altrettanto
consigliabile è la visita del campo di concentramento di Ferramonti di
Tarsia, CS, a cui nel video riservo un cenno, nel Parco letterario Ernst Bernhard.
Anche per questo secondo video, otre all’artista Simona Canino, e al
regista e “addetto al montaggio” Emanuele Cosentino, ringrazio gli amici
che mi hanno fatto rilevare i miei errori di dizione: “Làzzaro di Motta
San Giovanni”, mentre sapevo che la pronuncia esatta è “Lazzàro”;
“sòfer”, scriba, si pronuncia in realtà “sofér”; errore gravissimo (che
onestamente non so come mi sia venuto fuori!) è aver pronunciato il
cognome dell’Arizal “Laurìa”, invece che “Lùria”, come è corretto;
l’opera di Chaìm Vital, L’albero della vita, in ebraico è “Etz Chaìm” e
non “Chàim”, come ho pronunciato io.
Calabria judaica - Sud ebraico
Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione
Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; attraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; attraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.
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giovedì 8 ottobre 2020
Momenti di storia ebraica in Calabria
venerdì 2 ottobre 2020
Riflessioni sulla Menorah di Bova Marina
All'approssimarsi della festa di Sukkot, pubblico il mio video in cui illustro il significato della Menorah di Bova Marina, con particolare riferimento ai simboli che richiamano a questa festa.
Questo primo video, ispirato al mosaico della Menorah dell’antica sinagoga di Bova Marina (https://www.facebook.com/Museo-e-Parc...), la seconda più antica d’Occidente, dopo quella di Ostia, che invito caldamente tutti a visitare, è piuttosto statico, per la fretta di poterlo pubblicare prima dell’inizio dei Moadim di Tishrì 5781 (settembre 2020), ma credo, spero, che il suo ascolto possa risultare piuttosto interessante.
Questi video sono solo la terza e quarta volta che parlo in pubblico o per il pubblico, quindi, oltre alla mosaicista Simona Canino di Catanzaro, che ha realizzato l’opera, e a mio nipote Emanuele Cosentino, che ha realizzato il video, devo ringraziare gli amici che mi hanno segnalato alcuni errori che ho commesso nella lettura del mio testo (sicuramente ce ne sono anche altri, a parte le mie numerose “impappinature”!).
Il primo errore è dovuto a vera è propria ignoranza: influenzato dalla pronuncia del mio dialetto ho detto “tripòde” invece che “trìpode”, che è la pronuncia esatta. Un secondo errore è un lapsus di inversione: “lo Stato dello stemma d’Israele”, invece che “lo stemma dello Stato”.
mercoledì 27 maggio 2020
Nuove antiche presenze: Ebrei a Girifalco?
Un
posto particolare tra le mie recenti scoperte occupa quella di una possibile
area sepolcrale nei dintorni di Girifalco,
in provincia e nei pressi di Catanzaro.
Si
tratta di un paese posto poco all’interno della costa jonica, non lontana da
località in cui la presenza ebraica è accertata: Roccelletta del Vescovo di Squillace, in comune di Borgia,
di cui ho già parlato, in quanto vi sono state rinvenute due anforette con il
simbolo della menorah, destinate a contenere il vino kasher, risalenti al
periodo tra tardo impero e alto Medioevo; Squillace,
dove è presente una Judeca, testimonianza di una sicura presenza ebraica alla
fine del Medioevo, presumibilmente fino alla cacciata del 1511, testimoniata da
documentazione certa.
Inoltre,
molto vicino a Girifalco si trova Cortale,
in cui sembra trovarsi un’altra Judeca, citata brevemente - “Il centro storico è suddiviso in rioni
(fatevi indicare l’antico e minuscolo
quartiere ebraico”) - nel blog Racconti raminghi e altre storie,
ma di cui al momento non esistono prove documentali.
Le
ricerche nell’area di Girifalco sono state effettuate in una breve campagna di
scavi a fine estate del 2014 dal benemerito locale Club archeologico, fondato e attualmente presieduto dall’archeologa dottoressa Ines Caliò, che è stata estremamente
gentile e molto generosa di informazioni, e insieme alla quale stiamo cercando
di indagare e approfondire la materia.
Direttore
degli scavi fu il dottor Alfredo Ruga, responsabile dell’area per la Soprintendenza
per i beni archeologici della Calabria.
Immagine tratta da un fotogramma
di un servizio del TGR della Calabria
di un servizio del TGR della Calabria
Purtroppo,
per i ben noti e annosi problemi economici, dovuti a quella che definirei
benevolmente ignoranza (chi non lo ricorda? “con la cultura non si mangia”,
detto proprio da un Ministro dei beni culturali!) gli scavi non sono più
ripresi, e il materiale e l’area giacciono invisibili, salvati per fortuna dal
proprietario del fondo, che generosamente ha donato il terreno al Comune.
Di
questo rinvenimento l’archeologa dottoressa Raimondo, della citata Soprintendenza,
che ha visitato lo scavo insieme alla Soprintendente dell’epoca, dottoressa
Simonetta Bonomi, ha affermato senza dubbio trattarsi di sepolture ebraiche, e
che nelle vicinanze deve esserci anche un insediamento abitato da ebrei; il
carattere ebraico delle sepolture rinvenute (ma si suppone ce ne siano anche
altre) sembra essere confermato dall’orientamento che tutte presentano in
direzione est-ovest, quindi in direzione di Gerusalemme.
Immagine tratta dallo stesso servizio del TGR Calabria.
Si vede una tomba priva di resti umani
Si vede una tomba priva di resti umani
Quest’area
offre svariati motivi di interesse, e motivi di approfondimento.
Innanzitutto
abbiamo questa menorah pentalichne (a cinque bracci), invece della classica ed
usuale menorah a sette bracci, che non è assente nella produzione artigianale ebraica dell'epoca, ma neanche comunissima; si tratterebbe inoltre del primo
insediamento ebraico dell’epoca posto abbastanza all’interno rispetto alla
costa, a differenza degli altri, come quello di Bova Marina tra tutti; la
presenza, tra le altre, di una tomba che sembra avere carattere monumentale; e ancora
altre problematiche e prospettive che sarebbe troppo lungo e noioso elencare.
Che
altro dire? Per il momento de hoc satis,
lavori in corso, vorremmo fare uno studio approfondito per quanto sarà
possibile.
Nuove antiche presenze tra dubbi e certezze
Si infittisce la rete di probabili presenze in Calabria. Ormai è più
facile dire dove NON risulta nulla. Purtroppo questa osservazione vale
essenzialmente per la Calabria meridionale, quella anticamente nota come
Calabria Ultra, dal momento che essendo di un paese che vi si trova, e sul
quale conduco delle ricerche, mi è più facile “inciampare” in tracce di
ebraismo, da semplici toponimi o tradizioni orali che possono essere piuttosto
dubbi, ad elementi invece documentati.
Più carente riconosco invece di essere sulla Calabria Citra,
corrispondente all’odierna provincia di Cosenza, sulla quale dovrò certamente
ampliare l’approfondimento, sperando di trovare qualche collaboratore, come mi
è successo per la Calabria meridionale.
Prima
di parlare di Girifalco, che tra tutte le località potrebbe essere la più
interessante, voglio accennare ad altre recenti “scoperte”.
La
prima riguarda Davoli, in cui verso la frazione Marina, e ormai quasi inglobata
in essa, esiste un’area tuttora chiamata Giudeo o Giudei, trova nei pressi del
castello Felluso (curioso, anche se sicuramente è una pura coincidenza: Fellus
è un cognome molto diffuso tra gli ebrei italiani di origine libica).
Al
momento nulla risulta tranne il semplice toponimo, e sappiamo che spesso i
toponimi, se non accompagnati da documenti o resti materiali, non sono molto
indicativi; credo comunque che non vadano ignorati.
Voglio
aggiungere una immagine con i versi di un intellettuale davolese, Saverio
Tucci, vissuto nella prima metà dell’’800, che accenna a questa contrada, nelle
sestine 25 e 26 del suo componimento Il mese di maggio nella marina di Davoli. Versi, Napoli,
Raffaele Lista, 1845.
Nella
nota 14 specifica che:
Io
non ho trovato nessuna informazione su questo Castello “raca” che secondo lui gli ebrei
avrebbero attribuito al castello; l’unico riferimento possibile che ho notato è
che nei pressi esiste una contrada chiamata Case Votarelle, che,
interpretandole come Case Vuote, potrebbe richiamare questo “vacuo” che
attribuisce al castello; oppure potrebbe essere un riferimento al Castello Felluso, già abbandonato alla sua epoca.
Notevole,
oltre all’indicazione di questa finora ignota (almeno a me) contrada Giudeo, la
sua disposizione verso gli ebrei. In un’epoca ed in uno Stato che aveva una
forte caratterizzazione antisemitica e dove gli ebrei, dopo il 1541 non saranno
ammessi (salvo l’utilistica eccezione dei Rothschild a Napoli) fino all’Unità d’Italia,
ne loda le capacità e l’industriosità.
Più
significativa di un semplice toponimo è invece una serie di località, la cui documentazione,
estremamente sintetica, ma quasi certa, si trova nell’opera che ho citato più volte
in questo blog, ma sempre a proposito del mio paese, e che invece ora ho
approfondito ed esteso. Si tratta della cinquecentesca Platea di Santo Stefano del Bosco, curata dal professor Pietro De Leo, Rubbettino, Soveria Mannelli,
1997.
In attesa di fare un lavoro più ampio e
specifico, mi limiterò ad un “arido” elenco delle località citate in cui è presumibile
vi fossero presenze ebraiche, più o meno consistenti e durature:
Acquaro
(vi è solo citato
un toponimo, ma nella sua particolarità è estremamente interessante, e lo trovo
fortemente probante di un’antica presenza ebraica);
Ardore
(di cui
viene citato solo un toponimo, nell’attuale frazione Marina);
Arena;
Dasà;
Grotteria
(di cui ho
già parlato in un altro post del blog);
Monasterace
(il mio
paese, di cui ugualmente ho scritto più volte) oppure
Guardavalle (le indicazioni topografiche contenute nel testo danno adito a qualche dubbio);
Guardavalle (le indicazioni topografiche contenute nel testo danno adito a qualche dubbio);
Ed
infine una località di difficile collocazione e individuazione, chiamata nel
documento “casalis Santi Miglano et Potami”.
Ardore, Grotteria e Monasterace si
trovano in provincia di Reggio; Guardavalle in quella di Catanzaro; le altre località
erano all’interno del feudo di Arena, attualmente in provincia di Vibo
Valentia.
mercoledì 22 aprile 2020
Partigiani calabresi
Apparentemente
questo post (e il successivo che ho in programma, dedicato alle
donne calabresi della Resistenza) non c'entra molto con il tema del
blog. In realtà la Resistenza vide ebrei e non ebrei uniti o nel
combattimento o nella protezione che i partigiani cercavano di
offrire anche agli ebrei.
Forse
in pochi sanno (anche io l'ho scoperta solo ora) della vicenda
partigiana del celebre Raf Vallone, a cui dedico un ricordo
particolare, come un cenno faccio a quello che credo sia uno dei
partigiani calabresi più anziani, Pasquale Brancatisano di Samo
(RC), Malerba, era il suo nome di battaglia, che recentemente è
stato conosciuto da molti per il video inviato al Presidente della
Repubblica, Sergio Mattarella, e la telefonata con cui questi ha
voluto ringraziarlo.
Onore
a lui, a loro e a tutti gli antifascisti calabresi.
Bollissimo video
dell'associazione Aspromonte LiberaMente
Interviste a partigiani calabresi
Interviste a partigiani calabresi
25
Aprile 2017: ricordare per difendere la nostra libertà
Mantenere
viva la memoria antifascista partendo dal ricordo di chi il fascismo
lo ha combattuto sacrificando la propria vita.
Partendo
da questa considerazione abbiamo voluto ricordare alcuni delle decine
e decine di partigiani calabresi partiti per combattere il fascismo e
caduti, quasi tutti giovani, nella resistenza.Giuseppe
Albano
di Gerace, Serafino
Aldo Barbaro
di Catanzaro, Donato
Bendicenti
di Rogliano, Fortunato
Caccamo
di Gallina, Pietro
Cappellano
di Amato, Dante
Castellucci
di Sant’Agata di Esaro, Antonio
Cerra
di Nicastro, Vinicio
Cortese
di Nicastro, Francesco
d’Agostino
di Cassano Ionio, Franco
Lavinj
di Reggio Calabria, Giovanbattista
Mancuso
di Palmi, Carlo
Muraca
di Carlopoli, Domenico
Pennestrì
di Reggio Calabria, Domenico
Antonio Petruzza
di Nicastro, Emilio
Sacerdote
di Vibo Valentia,
Bruno
Tuscano
di Palizzi Marina, sono i nomi dei partigiani che in queste settimane
sono apparsi su manifesti affissi, in più turni, sui muri cittadini,
proprio per ricordare il contributo che la nostra terra ha dato alla
liberazione dal nazifascismo.
“Se
non ricordiamo non possiamo comprendere”
scrisse E. M. Forster. Ricordare dunque, per capire cosa è successo
e cosa ancora può accadere. Mantenere vivo il ricordo di cosa fu il
nazifascismo e cosa ci costò, la guerra, la miseria, la fame, i
morti, il dolore. Ricordare il prezzo della nostra libertà. Vigilare
affinché questa duri, attivarsi per difenderla. E da questa
consapevolezza ricostruire un percorso che impedisca ai nuovi
fascismi di riperpetrare l’orrore.
Quando
la resistenza parlava calabrese
Eroi
partigiani calabresi: il Gobbo, Attila, Italo Rossi e tanti altri
La nostra regione non fu flagellata dagli scontri per la “Liberazione”, ma il suo contributo non venne a mancare.
Sebbene
gli eventi più importanti si svolsero prevalentemente nelle regioni
del Centro-Nord bisogna considerare il contributo di sangue dato da
cittadini meridionali alla lotta di liberazione. Dagli studi storici
che hanno analizzato le bande per composizione sociale, si evince che
furono circa 4.000 i partigiani meridionali in Piemonte di cui 600
furono calabresi. Qualche altro migliaio furono in Liguria. La
maggior parte di loro erano operai immigrati, altri furono ex
militari sbandati dall’esercito dopo la firma dell’armistizio (8
settembre 1943).
Foto d'epoca di Federico Tallarico, il Comandante "Frico", uno degli intervistati nel video
Dal sito ISAICstoria
Foto d'epoca di Federico Tallarico, il Comandante "Frico", uno degli intervistati nel video
Dal sito ISAICstoria
A Genova uno dei primi organizzatori dei nuclei di montagna e teorico della necessità della lotta armata al regime fascista fu il calabrese Antonio Rossi, nato a Cardeto; già nel 1942 fu arrestato con l’accusa di propaganda sovversiva.
Foto di Italo Rossi, partigiano col padre e due fratelli
Dal sito Temi di storia
Vi
furono tante brigate comandate da calabresi, quella più nota a tutti
fu quella in cui operarono i fratelli Francesco,
Italo,
Bruno
e il padre Oreste
Rossi.
Oreste
Rossi cadde fucilato da un plotone d’esecuzione a Castagneto Po a
Torino (medaglia d’argento al valore militare). Italo fu insignito
della medaglia d’oro al valore militare alla memoria. In suo onore
fu soprannominata una divisione della I brigata Matteotti, la “Italo
Rossi” appunto.
Per
quanto riguarda Parma si hanno notizia di Vincenzo
Barreca,
classe 1920, dopo l’8 settembre, rientrò dalla Francia e raggiunse
Col di Ferro (Cuneo), fino ad approssimarsi a Tortona ed operare
nalla Val Cisa. Lo stesso Barreca dichiarò che del plotone della 2a
brigata Beretta (Divisione Val Cisa), della quale era vicecomandante,
con il nome di battaglia di “Zambo”, facevano parte i partigiani
calabresi Francesco
Giugno,
proveniente da Natile Nuovo (Platì, RC), nome di Battaglia “Attila”;
Salvatore
Rizzo
di Campora di Amantea (CS), nome di battaglia “turiddu”, Rocco
Marfì,
nato a Laureana di Borrello, classe 1922 (Rc); Salvatore
Carrozza,
da Taurianova, classe 1911, morto a Monticelli Terme (Pr) il 18
aprile 1944, XII Brigata Garibaldi;
Bruno Geniale,
da Cosenza, classe 1923, XII Brigata Garibaldi, deportato e morto nel
campo di Mauthausen 18 marzo 1944; Vincenzo
Errico,
detto “Vitto”, da Verbicaro (Cosenza), classe 1922, I Brigata
Julia, caduto a Grifola (Borgotaro) l'8 luglio del 1944 durante un
combattimento contro reparti tedeschi che tentavano di raggiungere
Borgotaro provenienti dal versante ligure.
In
Liguria operò invece un altro calabrese: Marco
“Pietro” Perpiglia
(1910- 1983). Oppositore del regime fascista e patriota, nacque nel
1910 a Roccaforte del Greco. Fu un fervido sostenitore del Partito
comunista di cui fu un tesserato. Partì come volontario in Spagna,
al seguito della XII Brigata internazionale “Garibaldi” per
battersi contro il generale Franco. Subita la sconfitta, fu mandato
in Francia dove fu internato in un campo di concentramento.
Consegnato ai fascisti di Mussolini, fu trasferito nella prigione di
La Spezia e, successivamente, mandato al confine nell’isola di
Ventotene. Soltanto dopo la caduta della dittatura fascista riuscì a
ricongiungersi con la moglie Giuseppina Russo a La Spezia. Nella
città ligure ebbe un ruolo di primo piano nell’attività sindacale
per la quale venne anche arrestato. Si unì poi ai partigiani in
Liguria dove combatte fino al giorno della liberazione (25 aprile
1945). Ritornato a La Spezia, iniziò a militare attivamente nel
Partito comunista della città. Diresse anche la sezione Sud-Arsenale
del partito. Rientrò a Roccaforte del Greco nei primi anni ‘60.
Qui mori nel 1983. A lui è intitolata una piazza del paese.
Raf Vallone, partigiano calabrese sfuggito alle SS. E non era un film
di
Letterio
Licordari
Testo e foto dal
sito dal sito ISAICstoria
Se
si ricorda Raf Vallone la mente va subito a quei capolavori in bianco
e nero del cinema italiano neorealista del dopoguerra intitolati
“Riso amaro”, “Il cammino della speranza”, “Non c’è pace
tra gli ulivi” o “Camicie Rosse”. O a quelle magistrali
interpretazioni teatrali dei drammi di Arthur Miller, soprattutto al
capolavoro “Uno sguardo dal ponte”. O ancora alla stagione degli
indimenticabili sceneggiati televisivi, da “Il Mulino del Po” a
“Jane Eyre”. Ma a far uscire l’edizione straordinaria de
“L’Unità” di Torino per dare la notizia prima di altri della
definitiva liberazione dal nazifascismo, il 25 aprile del 1945, c’era
lui, assieme a Davide Lajolo, che della testata era redattore capo.
Vallone era uomo del sud, nativo di Tropea, figlio di emigranti ante
guerra, che si era laureato prima in Filosofia e poi in
Giurisprudenza, avendo come docenti, tra gli altri, Luigi Einaudi e
Leone Ginzburg.
Dotato
di grande poliedricità, non era tuttavia un secchione che viveva col
capo chinato sui libri, anzi, era appassionato di calcio, e con la
maglia del Torino, nel 1935, vinse finanche una “Coppa Italia”.
Faceva il servizio militare a Tortona, e già manifestava la sua
passione per la recitazione (tra i preferiti, i testi di Pirandello)
intrattenendo con la sua filodrammatica i militari quel di Ovada,
quando ci fu l’armistizio, nel ’43. Tra quei militari anche gli
ufficiali Oscar Luigi Scalfaro e Giulio Palma, che rivedrà tanti
anni dopo a Cosenza al Teatro Rendano (vedi foto). Poco dopo divenne
partigiano.
Questa
sua scelta venne fortemente influenzata dall’amicizia con Vincenzo
Ciaffi, un illustre latinista (che curò le traduzioni di Arbitro
Petronio, il Satyricon e altre opere) appassionato anche di filosofia
e di teatro, ma soprattutto convinto antifascista già dal 1929,
quando aveva aderito al movimento “Giustizia e Libertà” che
faceva capo a Carlo Rosselli e che in seguito aveva dato vita ai
primi nuclei italiani clandestini grazie a Ferruccio Parri, Ernesto
Rossi, i citati “maestri” Leone Ginzburg e Giulio Einaudi,
Vittorio Foa, Carlo Levi, Cesare Pavese, Riccardo Bauer e molti
altri. Entrato in contatto con Antonio Bernieri, uomo di lettere
anche lui, fondatore del Partito Socialista Rivoluzionario Italiano e
da poco rimesso in libertà dopo essere stato oggetto di particolari
attenzioni dall’OVRA, Vallone era stato incaricato di scambiare
alcuni importanti messaggi con altri antifascisti.
A
Bernieri, in occasione di uno di questi incontri, aveva consegnato un
libro. Si trattava di “Nuova York” di John Roderigo DosPassos,
uno scrittore statunitense, nel quale era annotata una frase in
codice: “Abbiamo gli stessi interessi, credo che questo romanzo ti
piacerà”. Vennero scoperti e catturati. Vallone venne convocato in
questura, dove gli misero sotto gli occhi il libro con il messaggio,
in seguito venne arrestato e tradotto a Como: qui, in una palestra
divenuta un carcere, confesserà a un repubblichino di essere
antifascista ma non fece il nome di nessun compagno. Spesso la
componente aleatoria ha un peso importante nella vita delle persone,
perché tra Vallone e il repubblichino si instaurò una sorta di
complicità e di tolleranza, e quest’ultimo lo preavvertì della
deportazione in Germania in un campo di concentramento e del fatto
che il solo agente di scorta avrebbe avuto la pistola senza munizioni
(a tal punto era ridotta la Repubblica Sociale di Salò). Ma, quasi
come fosse uno di quei film che avrebbe interpretato dopo la fine di
quella assurda guerra, durante le fasi del trasferimento riuscì a
fuggire, gettandosi nelle acque gelide del lago e salvandosi dalle
raffiche delle SS.
Riuscì
a tornare a Torino, dove continuò, nelle file del Partito d’Azione,
l’attività di propaganda contro il regime nazifascista e a dare
una mano ai partigiani delle Langhe. È lì che conobbe Davide
Lajolo, il cui nome di battaglia era “Ulisse”, giornalista e
scrittore, ma anche un ex gerarca fascista che era arrivato anche a
essere Segretario Federale del PNF di Ancona e che aveva
convintamente sconfessato il suo passato dopo l’armistizio. Lajolo
gli era stato presentato da un amico comune che aveva letto alcune
sue critiche teatrali e lo aveva ascoltato leggere poesie di Montale
dalla sede Rai allora nella Mole Antonelliana. Iniziò così la
collaborazione tra Vallone e Lajolo, che curarono l’edizione
torinese de “L’Unità”, della quale il futuro attore divenne il
responsabile della pagina culturale. Una terza pagina che si avvaleva
anche di firme di prestigio, da Italo Calvino a Ludovico Geymonat, da
Massimo Mila a Cesare Pavese. Togliatti andava spesso alle
riunioni di redazione. Vallone era l’unico a non essere iscritto al
Partito, non gli era piaciuta la lettura della storia del Partito
bolscevico, nella quale Trotzky non appariva affatto, per lui la
politica era, anzitutto, rigore morale e intellettuale. Non prese mai
la tessera, quella menzogna proprio non l’aveva digerita. Ma quando
a Togliatti fece presente di non essere tesserato, il leader
comunista rispose sorridendo: “Però fai una bella terza
pagina!” E su quella terza pagina, che curava alternandola alla
recitazione di Garcia Lorca e Buchner presso il Teatro Gobetti, tra
riproposizioni dei classici latini e scritti di autori della
sinistra, non solo italiana, un giorno il regista Giuseppe De Santis,
uno dei maestri del neorealismo italiano, lesse una sua inchiesta
sulle mondine del vercellese. Da questi, Vallone ricevette una
telefonata, e iniziò così a pieno titolo, dopo due timide
apparizioni in lavori di Goffredo Alessandrini nel ’42, la carriera
di attore di successo, con “Riso amaro”. Era il 1949, la guerra
era già un ricordo lontano, anch’esso amaro.
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