Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

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giovedì 24 settembre 2015

Haazinu 5776




שבת שלום!
SHABBAT SHALOM!


Shabbat 13 Tishri 5776
(26 settembre 2015)

Parashat Haazinu: Devarim (Deuteronomio) 32,1-52
Haftarah: 2Samuele 22,1-51





La maggior parte della parashà di Ha’azinu è composta dalla cantica di Moshè, un canto di settanta righe detta dal leader al popolo d’Israele nell’ultimo giorno della sua vita.
Invitando il cielo e la terra come suoi testimoni, Moshè incita il popolo a “Ricordare I giorni passati, considerare gli anni di molte generazioni; chiedi a tuo padre e lui te lo racconterà, I tuoi saggi ed essi te lo diranno”. Come D-o li ha trovati una terra deserta e li ha trasformati I un un popolo e donato una terra abbondante. La cantica avverte anche delle insidie della sovrabbondanza e delle disgrazie che accadranno che ne risulteranno. Alla fine però, Moshè promette, il Sign-re vendicherà il sangue dei Suoi servi e si riconcilierà con il Suo popolo e la sua terra.
La parashà termina con l’istruzione di D-o a Moshè di salire sulla cima del monte Nevo dal quale potrà vedere la Terra Promessa prima di morire su quel momnte. “Poichè tu vedrai la terra dinanzi a te, ma non andrai lì, nella terra che Io do ai figli d’Israele”.
pongano a lato (o dentro) l’Arca Santa.

La haftarà di questa settimana descrive il canto che il re David compose in vecchiaia, un canto che ricorda la Cantica di Moshè descritta nella parashà di questa settimana.
Il canto di David esprime gratitudine a D-o per averlo salvato da tutti i suoi nemici. Egli inizia con le parole ben note, “Il Sign-re è la mia roccia e la mia fortezza”. Continua poi il canto con una descrizione del dolore e le difficoltà che ha subito e ribadisce che si è sempre rivolto a D-o nei suoi momenti di sconforto. Il re descrive la reazione del Sign-re a coloro che l’hanno tormentato: “il Sign-re ha tuonato dal cielo…ed Egli inviò frecce e li scagliò, lampi e li frustrò…”
David attribuisce la sua salvezza alla sua attenzione nel seguire la volontà di D-o. Il canto finisce con parole di ringraziamento di David: “Perciò io ti ringrazierò o Sign-re, tra le nazioni, ed al Tuo nome canterò lodi. Egli da una grande salvezza al Tuo re ed è gentile con il Suo unto, a David e il suo seme, per sempre”.


Porgete orecchio, o Cieli si riferisce a quelle mitzvòt che coinvolgono solo i cieli, mentre l’altra parte del versetto: ascolta, o terra… si riferisce solo alla terra

Quando un ebreo investe le sue qualità in un attività, una parola o un pensiero negativo (cioè pecca), “tira” con sé anche coLui che si trova all’altro lato della fune



Commento a Haazinu di Rav Ariel Di Porto,
Rabbino capo di Torino


Rav Riccardo Pacifici - Discorsi Sulla Torà

Dopo queste solenni giornate di purificazione morale e religiosa, rileggere questa grandiosa cantica finale di Mosè è sommamente edificante.
Qui Mosè ha raggiunto le vette di quello che lingua umana può esprimere nel campo della religiosità e dell'insegnamento morale, qui il profeta si unisce al poeta e in una visione sublimamente alta della vita e dei destini di Israele esprime ancora una volta, l'ultima volta, il suo supremo ammonimento. È un ammonimento che si adorna della veste poetica, è l'ultimo insegnamento ove l'affermazione dei principi religiosi, la rievocazione storica, la visione profetica, si fondono in una sintesi armoniosa, che fa di questa cantica un modello di perfezione tale da conchiudere degnamente e da coronare tutto l'insegnamento profetico del grande Maestro. Mosè ha scelto la forma della cantica per questo suo supremo annuncio ed ha avuto i suoi motivi: egli ha voluto, come si legge alla fine della precedente Parashà, che questa cantica fosse mandata a memoria dalle varie generazioni di Israele, sicché, quando sopravverranno al popolo molte e gravi sciagure questa cantica si leverà a testimonianza contro di lui, perché non sarà dimenticata dalla sua discendenza; la cantica, dunque, sarà un richiamo alla retta via, un appello poetico che ricorderà ad Israele il suo dovere.
Ed è tale la solennità di quanto Mosè sta per proclamare, è tale la potenza di quello che egli sta per dire al popolo, che egli chiama cielo e terra a testimoni delle sue parole, affinché in qualsiasi tempo, in qualsiasi generazione, quasi il cielo e la terra possano rispondere e proclamare quelle verità che Mosè oggi annuncia e che sono eterne come il mondo che Dio ha creato. Sarebbe impossibile scorrere sia pure fugacemente questa mirabile pagina, ove ogni parola, ogni verso è una verità scolpita e destinata ad avere un valore di permanente attualità. Attraverso questa superba sintesi di poesia, balza evidente uno dei motivi e forse il motivo dominante, quasi l'anima centrale di tutto il canto: la colpa d'Israele, la colpa del popolo è la causa, sarà la causa del suo male futuro.
Mosè abbraccia già collo sguardo lungimirante la futura storia d'Israele. Vede già il popolo stabilito nella sua terra, lo vede già prosperare e fiorire, ma lo vede anche traviare presto e uscire da quella via maestra che egli aveva tracciato. Vede Mosè l'abbandono del popolo, la dimenticanza del popolo: "ma Jeshurun si è fatto grasso ed ha recalcitrato - ti sei fatto grasso e pingue - ha abbandonato Iddio che l'ha creato ed ha sprezzato la Rocca della sua salvezza." (Deut. XXXII, 15). Quale grande verità racchiusa in questo verso, quale verità così spesso ripetutasi nella storia d'Israele. Allorquando Israele prospera ed è felice, materialmente parlando, allorquando i figli di Israele hanno raggiunto il benessere di questa vita, dimenticano, sì, troppo dimenticano i beni superiori, le più alte verità, i principali doveri verso Dio. Occorre purtroppo che Dio punisca e severamente punisca, perché gli uomini e gli ebrei tornino sulla via del bene, sulla via del ritorno a Dio. "Oh, se comprendessero invece, se ponessero mente alla loro fine." (Deut. XXXII, 29). Se comprendessero, vuol dire il profeta, quanto è caduca la sorte dell'uomo, quanto transitorie le sue ricchezze e il suo benessere, se ponessero mente alla loro vera natura, allora comprenderebbero e ritornerebbero a Dio! E ben questo uno dei motivi che io ho dovuto toccare nei discorsi delle passate solennità, ed è un motivo che ritorna spesso nella storia d'Israele, perché quasi incorreggibile appare questa ribellione del popolo, questa sua ostinatezza ad allontanarsi da Dio. Oh, voglia il Signore tener lontano il Suo castigo da noi e dai nostri figli, ma se esso, vuol dire Mosè, dovesse scendere inesorabile, sappiate che vostra è la colpa, vostra è la responsabilità, voi non siete più suoi figli, voi siete una generazione ribelle e perversa. Sappiate che se il castigo scende è castigo giusto, perché questo Dio è perfetto; la Sua opera, tutte le Sue vie sono giustizia, retto e giusto Egli è! Non ribellatevi a Lui! Sappiate accettare la sentenza, anche quando essa vi appare ingiusta, sappiate invece che la sentenza discende a voi per vie insondabili e inconoscibili; sappiate soprattutto essere fedeli a Lui, che è il vostro Padre, il vostro Creatore, Egli vi ha formato, Egli vi ha stabilito.


Lo Shabbat
(Rav Shalom Bahbout) Da Morashah.it
Tra le seicentotredici mitzvoth, lo shabbath occupa un posto di rilievo che non ha eguali per l’importanza che esso ha sempre avuto sia nella tradizione normativa ed aggadica che nella vita ebraica della famiglia e della Comunità ebraica. I Maestri affermano che sarebbe sufficiente che tutto Israele osservasse due sabati consecutivi per far venire il Messia. Tuttavia, poiché conoscevano bene le difficoltà connesse con un’osservanza completa dello shabbath, affermano che piu’ di quanto Israele abbia osservato (shamàr) il Sabato, il Sabato ha conservato (shamàr) Israele.
1) Ricorda e osserva
Quali sono gli elementi essenziali che caratterizzano questa mitzvà? Nell’impossibilità di trattare in dettaglio l’argomento (per il quale rimandiamo alla bibliografia reperibile in italiano), ci dobbiamo limitare ad alcuni punti essenziali.
Tutte le mitzvoth possono essere divise in due grandi categorie: quelle che impongono di compiere un’azione (mitzvòth ‘asè = precetti affermativi) e quelle che vietano di fare un’azione (lo tàasè = precetti negativi).
Lo shabbath è caratterizzato da una mitzvà "affermativa" e una "negativa".
La prima è condensata nella parola zakhòr, "ricorda il giorno del Sabato per santificarlo"(Dieci comadamenti, Esodo 20), che consiste in sostanza nel fare tutte quelle cose che riempiono di significato lo shabbath: recitare il kiddush - la santificazione sul vino all’entrata del Sabato- accendere il lume sabbatico, mangiare tre pasti, indossare abiti speciali, leggere e studiare la Parashà settimanale. Ogni Sabato è diverso dal precedente: infatti, prendendo il nome dalla dalla parashà che si legge in quel Sabato, i suoi contenuti e le riflessioni che lo accompagnano sono diverse.
La seconda è condensata nella parola shamòr. " Osserva il giorno del Sabato per santificarlo " (Dieci comandamenti, Deuteronomio 6). In effetti l’osservanza del Sabato comporta l’obbligo di astenersi dal compiere una serie di azioni, dette Melakhòt - che potremmo tradurre "opere creative attraverso cui l’uomo esprime con la propria intelligenza il dominio sulla Natura " e che hanno il compito di " ridimensionare " il potere creativo dell’uomo. La Melakhà cosi’ intesa è diversa dalla ‘avodà, lavoro faticoso o lavoro fatto senza intenzione creativa. I Maestri hanno ampliato la proibizione inserendo anche i lavori faticosi, perché l’esecusione di una ‘Avodà puo’ facilmente trascinare al compimento delle Melakhot.
2) Santità del tempo e santità dello spazio
Secondo la tradizione l’attività creativa piu’ importante per l’uomo, quella per la quale si puo’ parlare di una vera e propria imitatio Dei, è la costruzione del Santuario, dalla quale si deducono le Melakhoth proibite secondo la Torà. Ebbene, nonostante l’importanza della costruzione del Santuario, simbolo della presenza divina in mezzo al popolo, la Torà proibisce esplicitamente la continuazione della sua costruzione di Sabato: la santità del Sabato è piu’ importante della santità del santuario.
Per sei giorni alla settimana l’uomo puo’ lavorare, creare, trasformare l’ambiente che lo circonda con l’intelligenza che il Creatore gli ha conferito, ma per un giorno alla settimana egli deve rinunciare al dominio, per lasciare che nella sua vita entri Colui cui appartiene il dominio. Per sei giorni l’uomo conquista la natura e lo spazio che lo circondano, ma un giorno alla settimana deve dedicarlo per incontrare Colui che ha creato la natura. Da creatore, l’uomo si trasforma in creatura, per proiettarsi - non verso l’esterno - ma  verso l’interno, verso se stesso, la società, l’altro uomo: cosi’ quando arriva il Sabato ogni uomo da oggetto, diventa soggetto e partner di un dialogo, troppo spesso soffocato dal turbinio della vita moderna.
Durante i giorni lavorativi l’uomo tende a vivere secondo la modalità dell’avere, in un certo senso " l’uomo è solo cio’ che ha ", mentre durante il Sabato prevale la modalità dell’essere e " l’uomo è cio’ che è " (Fromm) : di Sabato, piu’ che negli altri giorni, l’uomo puo’ cosi’ ritrovare se stesso e incontrare Dio.
3) Il piacere del Sabato
Questa concezione, puo’ farci pensare a una visione esclusivamente spiritualista del Sabato, come se i piaceri del corpo fossero qualcosa di negativo, da evitare di Sabato. Niente di piu’ falso.
Secondo la Torà il lavoro umano è fondamentale, in quanto attraverso di esso l'uomo collabora alla creazione divina: pero’, mediante strumenti appropriati e modelli di comportamento esclusivi, il Sabato assolve a una funzione riequilibratrice che fa uscire l'uomo da un'esistenza proiettata esclusivamente nel mondo della creatività fisica e lo inserisce in quello della creatività spirituale e sociale.
Con l'arrivo del Sabato l'ebreo entra in un clima di kedushà - santità - che ha uno spessore maggiore di quello degli altri giorni, e che per essere respirato ha bisogno di qualcosa di particolare. Secondo la terminologia dei Maestri, all'entrata del Sabato viene riversata nell'uomo un'anima supplementare [neshamà yeterà], che per potersi svelare pienamente ha bisogno che l'uomo si prepari ad accoglierla non solo spiritualmente, ma anche materialmente.
La tavola sabbatica, intorno alla quale si riunisce la famiglia - e gli ospiti che non dovrebbero mai mancare - non risplende solo perché preparata in maniera diversa dagli altri giorni (con una tovaglia pulita, un tovagliolo speciale per coprire le challoth - i pani del Sabato, il bicchiere del kiddush, le candele del Sabato), ma anche perché colma di cibi prelibati, diversi da quelli che vengono messi a tavola nei giorni feriali.
L'idea che, per realizzarsi pienamente, la santità abbia bisogno di essere accompagnata da particolari cibi da consumare nei tre pasti sabbatici obbligatori, puo’ sembrare contraddittoria. L'Ebraismo non solo non ha mai temuto di unire il piacere del corpo a quello dello spirito, ma ha sempre visto in questa unione la meravigliosa completezza del Sabato. Proprio nel Sabato si manifesta uno dei fondamenti dell'Ebraismo che tende ad elevare il mondo materiale — il chol - facendogli assorbire una parte della kedushà del mondo superiore. L’Onegh shabbath, il piacere e la gioia del Sabato, è la composizione meravigliosa del piacere del corpo con quello dello spirito, che spinge l'uomo a cantare le zemiroth, i canti del Sabato.
4) Avere e essere nella settimana ebraica
L’ebraismo attraverso il Sabato sottolinea l’importanza che ha per l’uomo la consapevolezza del vivere secondo la modalità dell’essere : il tempo — che nella civiltà occidentale è stato spesso spazializzato — torna ad assumere il suo ruolo. Lo spazio - la lotta per conquistarlo - divide l’umanità, mentre il tempo la unisce: mentre lo stesso istante appartiene a tutti, anche se ognuno può attribuirgli il significato che preferisce, lo stesso spazio non può appartenere a più persone contemporaneamente. Ecco perché la santità del tempo è piu’ importante della santità dello spazio, ecco perché Israele, come afferma Heschel, non ha costruito le sue cattedrali nello spazio, ma nel tempo. Cosi’ "osserva il giorno del Sabato", che sembra una categoria negativa , diventa positiva, perché la rinuncia allo spazio, apre nuovi orizzonti all’uomo e puo’ lasciare lo spazio proprio al  ricorda.
È chiaro quindi che se l’ebreo si limitasse ad osservare il Sabato solo astenendosi dal compiere le melakhòth — le opere creative — e non riempisse di contenuto il suo Sabato, finirebbe per svilirne il significato e per non assaporarne l’essenza, che i Maestri paragonano a quella dei tempi messianici.
Vi sono due modi diversi di vivere il Sabato: per chi è completamente immerso nel lavoro quotidiano, l'arrivo del Sabato interrompe un ciclo produttivo e imprime il suo sigillo di santità alla vita; per chi, invece, vive tutta la settimana in funzione del Sabato e cerca di infondere il suo spirito in ogni momento della settimana, il Sabato è il centro dell'esistenza che dona la sua kedushà a ogni istante.
Per assaporare tutta l’essenza del Sabato è quindi necessario vivere questa giornata non come un intermezzo per recuperare le energie per riprendere le proprie attività nei sei giorni successivi, ma come un momento a se stante, in cui il riposo sabbatico non viene turbato da nessun pensiero che riguardi il lavoro; l’uomo deve vivere il suo Sabato come se tutta la sua opera fosse davvero conclusa, tanto da poter applicare a se stesso le parole riferite alla creazione divina "furono terminati i cieli e la terra e tutte le loro schiere": solo chi ritiene di avere completato la sua opera nel campo dell’avere puo’ lasciare spazio all’essere.
Per questo il Sabato rappresenta a un tempo "la porta dei tempi messianici ", perché restituisce all’uomo quella neshamà yeterà (l’anima supplementare) che perde durante la settimana.
Ogni settimana con il sopraggiungere del Sabato, Israele torna ad essere lo sposo, il partner dello shabbath. Il kiddush, la santificazione sul vino che si fa il Venerdi’ sera, suggella i kiddushin, l’unione con lo shabbath e con Dio stesso.
Bibliografia essenziale (in italiano)
Il Sabato e il suo significato per l’uomo moderno di Abraham J. Heschel
Il Sabato di Dayan Grunfeld (ed. Giuntina)
Il canto dello shabbath di Scialom Bahbout (ed. Lamed)
Il Sabato di Arieh Kaplan


 Immagine da Hoshanah Rabbah
Chodesh tov ! חודש טוב
1-2 Tishri (14-15 settembre)
ROSH HASHANAH






immagine da All Jewish Links




Jonathah Pacifici da Torah.it
Rosh Hodesh, il sole e la luna

E parlò il Signore a Moshè ed Aron nella terra dEgitto dicendo: Questo mese è per voi il capo dei mesi, primo esso è per voi tra i mesi dellanno”. (Esodo XII,1)
Quando Rashì ci dice che la Torà sarebbe dovuta cominciare da questo verso non si riferisce solo al fatto che si tratta della prima mizvà che la Torà ci comanda. La santificazione del mese, il Kidush Hachodesh è veramente il pilastro sul quale si posa l’intera Torà. Buona parte del trattato di Rosh Hashanà si occupa di questo precetto e delle ripercussioni dirompenti che ha sul ciclo delle feste e non solo. Il principio è noto e ne abbiamo parlato più volte nelle derashot su www.torah.it: il tempo è consegnato nelle mani di Israele, ed in particolare nelle mani del Sinedrio, essi decidono ed è la loro decisione che fa testo.
I particolari tecnici di questo precetto sono straordinari ed implicano una profonda conoscenza astronomica del ciclo lunare e dei suoi tempi. Uno degli aspetti più affascinanti è proprio il fatto che i Saggi sapevano esattamente quando sarebbe avvenuto il novilunio e nonostante ciò avevano bisogno, per via del precetto Biblico, della presenza di testimoni che potessero affermare di aver visto il primo spicchio della nuova luna. La condizione attuale, quella di un calendario perpetuo con un ciclo di diciannove anni, non ha grandi ripercussioni pratiche quanto concettuali: in un mondo corretto il popolo d’Israele deve attendere l’ultimo momento per stabilire sulla base di testimonianze presentate in tribunale, secondo una procedura molto attenta, la fissazione di questo grande appuntamento tra uomo e D. che è il Capomese.
Questo precetto, lo abbiamo detto, è strettamente legato all’autorità del tribunale e quindi dei Saggi nella loro collegialità. Il Talmud, nel trattato di Rosh Hashanà, lo evince proprio dal nostro verso fonte: il comandamento viene dato a Moshè ed Aron. Ora, esiste una regola generale per la quale il numero dei giudici deve essere sempre dispari: ciò implica che ci vogliono tre giudici per santificare il mese. Questo insegnamento esclude dunque per questo precetto la possibilità di giudizio di fronte ad un yachid mumchè, un singolo esperto, formula che indica un solo giudice particolarmente autorevole che è autorizzato a giudicare in alcuni casi, ma non in questo. Capiamo quindi che la santificazione del mese necessità la presenza di un collegio di tre giudici. Il Midrash Tanchumà, in maniera inaspettata, propone che il precetto sia stato dato in effetti soltanto a Moshè, come si impara da altri versi, e che l’associazione di Aron del nostro verso serva semplicemente ad indicarne la pari statura. È un motivo di fondo che si ripete spesso nelle nostre parashot nelle quali i nomi di Moshè ed Aron sono spesso associati ed a volte proposti in ordine inverso proprio a dimostrare, come dice Rashì, la loro pari statura. A ben vedere però questa pari statura non è così evidente giacché la Torà viene data a Moshè, è a Moshè che Iddio si rivela e solo in forma minore ad Aron. Aron è pur sempre il Sommo Sacerdote, ma Moshè, è Moshè. Che vuol dire allora che avevano pari statura e perché ciò deve essere legato a precetto del capomese? Per rispondere dobbiamo ricordare che il tema della pariteticità è al centro stesso della creazione della Luna, prima come astro pari al sole e poi e nella sua condizione attuale. “Rabbì Shimon ben Pazì osserva: È scritto E fece Iddio i due grandi luminaried è scritto il grande luminare.. ed il piccolo luminare!? Ha detto la Luna dinanzi al Santo Benedetto Egli Sia: Padrone del Mondo, è possibile che due re utilizzino una stessa corona?. Disse lei: Vai e fatti piccola!. Disse dinanzi a Lui: Padrone del Mondo, visto che ho detto dinanzi a Te una cosa onesta devo farmi piccola?. Le disse: Vai e domina sul giorno e sulla notte.. Gli disse: E che guadagno cè? Una candela in pieno giorno a che giova?. Le disse: In futuro Israele conteranno con te giorni ed anni. Gli disse: Anche il Sole, è impossibile non contarci i periodi come è scritto e saranno come segni per i periodi….[Le disse:] In futuro i giusti si chiameranno col tuo nome: Jacov il piccolo, Shemuel il piccolo, David il piccolo.Ma vedendo di non averla convinta ha detto il Santo Benedetto Egli Sia: Portate per me un [offerta] espiatrice per aver rimpiccolito la Luna’” (TB Chulin 60b).
Il Rav Dessler affronta più volte questo argomento in Mictav MeEliau. Egli sostiene (IV,206) che il Sole rappresenta la ragione e la Luna il cuore, ed essi sono i due modi che ha l’uomo per relazionarsi con la Luce di D-o.
Nel mondo perfetto cuore e ragione sono completamente bilanciati. Ma il cuore non sopporta la pariteticità con la ragione e preferirebbe che l’interiorità e la sentimentalità del servizio Divino avessero più spazio. Ma il servizio del cuore è proprio attraverso il ridimensionamento, perché solo quando il cuore si fa piccolo c’è spazio per l’autocritica e la morale. Il dibattito che segue è dunque in realtà una discussione sul ruolo del cuore, del sentimento nel servizio Divino, discussione che giunge al culmine quando Iddio spiega alla Luna che i giusti, coloro sui quale il modo si regge, sono i piccoli. Ma non piccoli solo perché fratelli minori, ma piccoli perché si sono fatti piccoli. Perché se il malvagio è alla mercé del proprio cuore, il giusto mette il proprio cuore alla propria mercé. Ed ancora, spiega il Rav Dessler (V,465), il Sole-intelletto è paragonato alle nazioni del mondo (TB Succà 29a) che brillano sempre e si considerano brillanti di luce propria, mentre Israele è come la Luna perché Israele è cuore, è il cuore delle nazioni (Kuzari) ma è anche il cuore delle fiducia. Israele sa di non brillare che di luce riflessa, ma del riflesso della luce di D-o.
La ciclicità della Luna che ne sottolinea la dipendenza dal riflesso, indica rinnovamento ed essa è prerogativa di Israele. La Luna ci insegna che il mondo è dinamico e che si cresce ma si può anche calare. Spiega il Rav Dessler (III,25) che Iddio direbbe: “Io ho creato la possibilità che il male si espanda fino ad ostruire la Luce, voi mette a posto la cosa.”. Israele espia per il Signore. Nel senso che Israele annulla la componente problematica del processo di ridimensionamento della Luna asserendo ogni Capo Mese di aver capito che il concetto di ridimensionamento e di rinascita continua è il fondamento del servizio che Iddio ci richiede. Per questo il Capo Mese è la fonte per le regole della testimonianza, perché è prima di tutto testimonianza di Israele a favore di D-o per aver rimpiccolito la Luna.
Ecco che il concetto di Luna è assimilabile al concetto di studente. Dicono i Saggi (TB Bavà Batrà 75a) che ‘Il volto di Moshè è come quello del Sole, e quello di Jeoshua come quello della Luna’. Spiega Rav Dessler che in Moshè la luce Divina brillava in lui, tanto si era raffinato. Ma non è cosa da tutti. Il livello di Jeoshua, livello altissimo anch’esso, richiede tuttavia un continuo lavoro sul cuore: ‘e lo saprai oggi e lo farai tornare sul tuo cuore’. Si tratta della dimensione della ciclicità dello studio, perché se nella dimensione Sole-Moshè non esiste dimenticanza, nella dimensione Luna-Jeoshua anche lo studio è ciclico e necessita un continuo studio per non essere dimenticato.
Forse potremmo dire che lo stesso vale per il rapporto tra Moshè ed Aron. Aron è il cuore del popolo d’Israele, il suo servizio sacerdotale è il servizio del cuore ed il pettorale con le dodici tribù d’Israele è sul cuore di Aron. Aron è pari a Moshè ma, per poter servire il Signore come Sommo Sacerdote attraverso il servizio del cuore, ci si deve far piccoli. Questo è il motivo fondamentale per il quale esistono i ruoli. Moshè è il re ed un Coen non può essere re. Sono due ruoli che non possono combaciare e la tragedia dei Maccabei ce lo ricorda. La grandezza di Aron e la sua pariteticità con Moshè è nella accettazione di un ruolo meno appariscente, una accettazione di tutto cuore giacché la Torà stessa testimonia che Aron gioisce della nomina di Moshè. Quello che la Torà ci sta dicendo è che se si dà il meglio di se stessi nel proprio ruolo si può essere grandi quanto Moshè pur essendo in un ruolo molto più umile. Ognuno di noi può essere pari a Moshè persino se “non sorgerà un profeta ancora in Israele come Moshè. Nelle stesse pagine del trattato di Rosh Hashanà il Talmud ci insegna il rispetto che si deve al Maestro della generazione ed al fatto che ogni Maestro nella propria generazione è come Moshè nella sua.
L’accettazione della diversità dei ruoli, passa per l’accettazione dell’autorità del tribunale in ogni caso.
Forse proprio per corroborare questa tesi il Talmud ci racconta uno straordinario episodio (RH 24b-25a): Accadde che vennero dei testimoni a sostenere di aver visto il rinnovarsi della luna. Questi testimoni presentavano una testimonianza ‘limite’, non perfettamente coerente con i requisiti minimi per essere accettata tant’è che Rabbì Dossà ben Urkinas li bollò come falsi testimoni e Rabbì Jeoshua, uno dei più grandi ed anziani maestri della generazione concordò con lui. Ma la decisione non dipendeva da loro. Il tribunale sotto la presidenza di Rabban Gamliel accettò la testimonianza e santificò il mese. Rabban Gamliel usò il ‘pugno di ferro’ e decretò che Rabbì Jeoshua si dovesse presentare da lui nel giorno in cui sarebbe caduto Kippur se non si fosse accettata la testimonianza (dunque, secondo il conto di Rabbì Jeoshua) con bastone e portafogli.
Rabbì Jeoshua si disperò. Rabbì Dossà ben Urkinas, gli ricordò allora che mettendo in discussione la decisione di Rabban Gamliel si sarebbero dovute ridiscutere tutte le decisioni di tutti i tribunali dall’epoca di Moshè in poi. Il Sinedrio è sovrano ed ogni Presidente nella sua generazione è come Moshè. Eppure è uno stendente di Rabbì Jeoshua, un ‘tale’ Rabbì Akiva, a consolare veramente Rabbì Jeoshua. In primo luogo gli spiegò che ogni cosa che Rabban Gamliel aveva deciso era ‘asui, cosa fatta. In secondo luogo gli ricordò che il verso dice delle feste “che voi proclamerete” per cui non esistono altre date rispetto a quelle decise dal tribunale.
Ma è terza spiegazione che convinse Rabbì Jeoshua. È scritto tre volte nella Torà “che voi proclamerete. Rabbì Akiva spiega che si impara da qui ‘“che voi proclamerete, persino se vi sbagliate involontariamente, che voi proclameretepersino se sbagliate intenzionalmente, che voi proclameretepersino se sarete fuorviati dai testimoni.
Rabbì Jeoshua non poté che rispondere ‘Akiva mi hai consolato, mi hai consolato’. Il Talmud prosegue dicendo che Rabbì Jeoshua andò effettivamente da Rabban Gamliel come comandato. A quel punto la durezza di Rabban Gamliel sparì.
Hanno insegnato i nostri Maestri: Quando lo vide si alzò dalla sua sedia e lo baciò sulla testa. Gli disse: Sia la Pace su di te mio maestro e mio alunno. Maestro perché mi hai insegnato la Torà in pubblico, Alunno perché io decreto su di te un decreto e tu lo esegui come un alunno.
Il precetto del capomese è da una parte il sigillo sul ruolo del tribunale, l’autorità dei Maestri e l’importanza delle istituzioni, dall’altra ci ricorda che questo non toglie che tutti abbiano la stessa dignità. Rabban Gamliel può e deve usare il pugno di ferro quando teme che un opinione di minoranza crei spaccature intollerabili, ma nel momento in cui Rabbì Jeoshua si piega davanti alla autorità del Sinedrio, Rabban Gamliel lo chiama mio maestro e si alza in segno di rispetto.
Parità di dignità nella differenza dei ruoli è la grande lezione che Moshè ed Aron vengono chiamati ad insegnare, nella Terra d’Egitto.
In quella terra nella quale la differenza di ruoli serve in primo luogo per cancellare la dignità altrui. In quella terra dalla quale Iddio ci redime in ogni momento con Mano forte e Braccio disteso.


Dal sito Deror Yqrà
Rosh Chodesh - Guida all'uso!

I giorni di Rosh Chodesh sono giorni particolari, con norme particolari.
Rosh Chodesh significa letteralmente "Capo Mese" cioè inizio del Mese.
Ogni mese può avere 1 o 2 giorni di Rosh Chodesh; nel caso ne abbia 2 il primo è il 30° giorno del mese precedente e il secondo è il 1° del mese nuovo.

 
Annuncio di Rosh Chodesh
Lo Shabbat precedente, poco prima della Tefillàh di Mussaf si annuncia al Bet HaKenesset che nella settimana ventura cadrà Rosh Chodesh , e questo annuncio è accompagnato da tefillot ~ preghiere particolari di buon augurio per il mese a venire.
In alcune comunità si usa annunciare anche il Molad che letteralmente significa "Nascita", che consiste nell'ora esatta in cui la luna si comincia a vedere - cioè il momento della sua nascita. L'importanza di quest'annuncio è doppia: sia per un motivo Qabbalistico, secondo cui sapere quest'ora è importante per evitare di contrarre determinate forme d'impurità, sia per sapere quando è possibile recitare la birkat HaLevanàh, cioè la benedizione che si recita mensilmente ad una determinata distanza temporale dal molad, sul rinnovo della luna.

La Vigilia di Rosh Chodesh

La vigilia di Rosh Chodesh c'è chi usa digiunare (Mishnàh Beruràh 417:4) perchè è un giorno di espiazione, poichè il giorno di Rosh Chodesh stesso è un giorno di giudizio su tutto il mese passato. Pertanto è opportuno approfittare dell'occasione per fare teshuvàh su tutto il mese precedente. Chi vuole cominciare a digiunare è opportuno che dica "Belì Neder", affinchè non sia considerata la sua accettazione dell'uso come una promessa che è obbligato a mantenere tutta la vita.
Poichè nel giorno di Rosh Chodesh non si recitano i tachanunim cioè le parti di tefillàh in cui si confessano i propri peccati, anche la vigilia a Minchàh non si recitano.

Il Giorno di Rosh Chodesh - Tefillàh

Il giorno di Rosh Chodesh al posto dei tachanunim si usa recitare l'Hallel non completo. A seconda degli usi si recita o meno la berakhàh precedente. L'uso Sefaradita più comune è di non recitarla, mentre l'uso ashkenazita più comune è quello di recitarla. In ogni caso la questione varia da comunità a comunità. Chi non conosce il proprio uso è meglio, nel dubbio, che reciti l'Hallel senza berakhàh.
Dopo l'Hallel si estrae il Sefer Toràh e 4 persone "salgono a Sefer". La Aliàh ~ salita più importante è la quarta, dell'ultimo giorno di Rosh Chodesh (quindi nel caso siano 2 giorni il 2° giorno). Chiaramente è meglio non avere la 'aliàh piuttosto che scatenare una discussione anche minima su chi debba salire per la 4a chiamata, perchè per ogni discussione si contravviene come minimo al divieto della Toràh di non alimentare discussioni come ha fatto Qorach.
Dopo la lettura del Sefer Toràh si torna a recitare la fine della Tefillàh da Ashrè in poi, e passare poi a recitare Mussaf, per poi concludere la Tefillàh.
Vi ricordiamo inoltre che sia ad 'arvit, Shacharit e Minchàh è necessario recitare Ya'alèh VeYavò nella 'amidàh. Nel caso ce se lo sia dimenticato, ad 'arvit non si torna indietro, ma a Shacharit e Minchàh abbiamo un distinguo:
Non ha concluso la berakhàh. cioè non ha recitato il Nome di HaShem - torna indietro al punto.
Ha concluso la Berakhàh, ma non ha ancora iniziato la Berakhàh di Modim - recita Ya'alèh VeYavò sul posto. (Orach Chajim 422:1 e Mishnàh Beruràh 422:5).
Ha cominciato Modim, ma non ha ancora terminato la 'Amidàh - torna a Retzèh e da lì di seguito recita tutto.
Ha terminato la 'amidàh - deve recitare la 'amidàh dall'inizio. Si considera termine dell''Amidàh da quando comincia a fare i passi indietro dopo la berakhàh di Sim Shalom.
Anche chi prega da solo può recitare tutto: Shacharit, Hallel incompleto e Mussaf (perdendo però Qaddish, Qedushàh. Chazaràh e Barekhù), ricordandosi di recitare Ya'alèh VeYavò.

Il Giorno di Rosh Chodesh - Mangiare!

E' inoltre vietato digiunare il giorno di Rosh Chodesh (Orach Chajim 418:1) e sarebbe bene fare un pasto più sontuoso in onore di Rosh Chodesh (Orach Chajim 419:1) e così da poter recitare Ya'alèh Veyavò anche nella birkat HaMazon (nel caso il pasto sia a base di pane o equivalenti). Nel caso della Birkat HaMazon chi dimentica Ya'alèh VeYavò non torna indietro, a meno che non abbia ancora incominciato la quarta berakhàh chiamata HaTov VeHaMetiv (cioè quella dopo "Bonè Yerushalaym"). In tal caso recita le parole Barukh Shenatan Rosh Chodesh Le'Ammò Israel. Mentre i sefaraditi usano recitarlo senza il Nome del Signore come scrive Maran nello Shulchan 'Arukh (Orach Chajim 424:1) tra gli ashkenaziti troviamo chi aggiunge il Nome del Signore (cioè Barukh Attàh "HaShem" SheNatan etc) [Mishnàh Beruràh 424:2].

Il Giorno di Rosh Chodesh - "Vacanza per le donne!" e altri usi

L'uso di Rosh Chodesh è che le donne non effettuino melakhot come cucire, lavare panni e simili. Cucinare chiaramente è escluso dal divieto. (Shulchan 'Aruch Orach Chajim 417:1) [Il resto dei divieti di melakhot, cioè attività specifiche non è dipendente da ciò che viene definito come melakhàh di Shabbat, ma dall'uso comune; oggi con la lavatrice ci sono opinioni facilitanti relativamente a Rosh Chodesh]. [Belì Neder, speriamo di poter portare alla luce un articolo un po' più dettagliato sull'argomento; l'uso è anche romano, come sembra dal Shibbolè HaLeqet (Siman 169)].
E'è chi usa inoltre non tagliarsi le unghie a Rosh Chodesh, seguendo l'uso della Zavaaàh di Rabbenu Yehudàh HaChassid, grande chakham francese dell'epoca dei Tossafot (circa 800 anni fa), ma ciò dipende dagli usi.

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