Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione ebraica della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico, il commento di Rashi alla Torah; calabrese fu Chayim Vital Calabrese, grande studioso della Kabbalah.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani , ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e ritornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione della Festa delle Capanne.
Questo blog, solidale con l'unica democrazia del Medioriente, vuole, ripercorrendo la storia ebraica in Calabria, costruire amicizia tra la nostra terra e Israele.


IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

OGNI LUNEDì ALLE ORE 20: Lezioni di rav Punturello

Giovedì 6 febbraio, Bologna: L'ebraismo nell'Italia meridionale
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martedì 4 febbraio 2014

Atti del convegno sugli ebrei nella Calabria medievale

E' finalmente stato pubblicato di recente da Rubbettino, a cura della professoressa Giovanna De Sensi Sestito, il volume "Gli ebrei nella Calabria medievale. Studi in memoria di Cesare Colafemmina", che riporta gli atti della giornata di studio sullo stesso tema che si è tenuto l'anno scorso presso l'Università della Calabria a Cosenza.
Un volume che non deve mancare nella biblioteca di chi è interessato alla conoscenza della storia ebraica calabrese.   
Di più e di diverso rispetto al programma del convegno, il piccolo volume (118 pagine, 11 €) contiene l'intervento iniziale del professor Lacerenza, dedicato a "Ebrei a Cosenza nel XII e XIII secolo: note in margine alla Platea di Luca" e un intervento conclusivo della professoressa Mariapina Mascolo su "Cesare Colafemmina: percorsi bio-bibliografici".

Gli altri articoli sono gli stessi del programma:
Gli Ebrei nel Mezzogiorno bizantino Vera von Falkenhausen Università di Roma II, Tor Vergata
Gli Ebrei nella Calabria medievale. Considerazioni in margine a "The Jews in Calabria" di Cesare Colafemmina Pietro Dalena Università della Calabria
Shabbetai Donnolo nel bios di San Nilo da Rossano Filippo Burgarella Università della Calabria
L’uomo microcosmo e la circolazione dei fluidi in Shabbetai Donnolo Emilio Rosato Università L’Aquila

E' consolante vedere che anche dopo la scomparsa del professor Colafemmina z.l. gli studi e le ricerche sulla Calabria ebraica vadano avanti, ad opera di studiosi validi e appassionati.




lunedì 3 febbraio 2014

Bologna: L'ebraismo nell'Italia meridionale



Conferenza "L'Ebraismo nell'Italia Meridionale" (6 febbraio 2014)
Recupero di comunità dimenticate, minoranze fra le minoranze

Ne parliamo con Rav Scialom Bahbout,
Rabbino capo della Comunità ebraica di Napoli e del Meridione
Via Gombruti 9, ore 18.30

lunedì 20 maggio 2013

Commentario di Rashì a Torino: storia e prospettive dell’ebraismo calabrese



Salone del Libro. Quarta giornata a Torino nello stand regionale

L'ultima pagina, il colophon,
del commentario di Rashì alla Torah
Fra i numerosi eventi che si sono tenuti negli spazi della Regione Ospite segnaliamo un’interessantissima conferenza su un fondamentale incunabolo - ovvero un hand printed book di fine ’400 - oggi conservato nella Biblioteca Palatina di Parma nel palazzo della Pilotta, ed esposto nello stand regionale per questa particolarissima occasione. Si tratta dell’unico esemplare, pressoché integro, che si conservi al mondo del primo libro stampato in ebraico con data certa: il Commento al Pentateuco del noto erudito e talmudista Šelomoh ben Yitzchaq, stampato a Reggio Calabria il 18 febbraio 1475 dai torchi dell’israelita Avraham ben Garton. L’operazione fu patrocinata - è ormai appurato che gli editori-tipografi necessitavano all’epoca di sovvenzioni e aiuti finanziari - dai ricchi mercanti di seta reggini. Siamo davvero agli albori delle officine tipografiche.
L’autore, detto Rashi, visse probabilmente a cavallo tra l’XI e il XII secolo d.C. e le fonti palesano la sua provenienza dal Nord della Francia (precisamente da Troyes).

Da sinistra a destra: Renzo Gattegna, Presidente dell'Ucei;
Mario Caligiuri, Assessore regionale alla cultura;
rav Roberto della Rocca, Direttore del Dipartimento Educazione e cultura dell'Ucei



Il testo, è doveroso ricordarlo, contiene la seconda edizione, dopo quella romana databile tra il 1469 e il 1473, del Commento al Pentateuco di Rashi. Un frammento di sole due carte del medesimo testo è custodito al Jewish Theological Seminary di New York.
La copia del Commento di Rashi presenziò nella preziosissima ed erudita raccolta privata dell’abate piemontese Giovanni Bernardo De Rossi, in seguito acquistata nel 1816 da Maria Luigia d’Austria che la donò all’allora Regia Bibliotheca Parmense ove è tutt’ora conservata. «Il prezioso volume conservato in Palatina, in folio, attualmente di sole 115 carte, è mutilo in principio, con la carta iniziale e la finale integrate dal restauro. La legatura moderna in cuoio recupera il dorso della legatura settecentesca, con titolo, dati editoriali e fregi impressi in oro».


Con l'assessore all Cultura, rav Amedeo Spagnoletto,
sofer e insegnante al Collegio rabbinico


L’esposizione di tale meraviglia, nell’ambito della Mostra sulla tipografia storica in Calabria, si deve alla volontà e all’intenso lavoro del direttore del Sistema bibliotecario vibonese, Gilberto Floriani, che ha permesso così a tutti i visitatori del Salone del Libro di Torino di ammirare per la prima volta, tutti assieme, alcuni dei capolavori della tipografia calabrese, che - lo ricordiamo - disponeva di torchi predisposti anche per le stampe con caratteri differenti da quelli latini e greci. Una testimonianza anche della ricchezza della Calabria a quei tempi.
Il moderatore dell’incontro è stato l’assessore regionale alla Cultura Mario Caligiuri che ha iniziato ribadendo la forte presenza della cultura ebraica in Calabria e ha asserito che verrà costruito un Centro di studi sulla presenza ebraica nella nostra regione


A destra, il professore Giancarlo Lacerenza,
Direttore del Centro di studi ebraici
dell'Università "L'Orientale" di Napoli


Ha continuato Renzo Gattegna, presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, che ha espresso l’emozione di sentirsi dire “benvenuti” e soprattutto “bentornati” dopo l’espulsione ebraica dalla Calabria nel 1541. È intervenuto, successivamente, Roberto Della Rocca, direttore del Dipartimento Educazione e cultura dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane, che si è soffermato sui valori dello scambio e dell’interazione fra le culture. Poi è stata la volta di Amedeo Spagnoletto, rabbino [e sofer!], che ha parlato degli aspetti tecnici dei caratteri e del colophon del Commento di Rashi. Infine è intervenuto Giancarlo Lacerenza, professore di Storia ebraica e medievale all’“Orientale” di Napoli, che ha trattato la presenza ebraica in Calabria dall’Età tardoantica sino al Viceregno spagnolo [l’intervento senza dubbio più ampio e approfondito tra quelli svolti]. Ha poi concluso, con i saluti finali, l’assessore pugliese alla Cultura e al Mediterraneo Silvia Godelli.

venerdì 17 maggio 2013

UniCal: Gli Ebrei nella Calabria medievale



Da Calabria Eventi 

Martedì 21 maggio, presso l'Università della Calabria, Giornata seminariale di studio in memoria del prof. Cesare Colafemmina, studioso noto sul piano internazionale per gli studi sulla presenza ebraica nell’Italia meridionale, scomparso nel settembre 2012.

Il seminario è organizzato dalla sezione storia del Dipartimento di Studi umanistici dell’Università della Calabria in collaborazione con la Regione.
Interverranno il Rettore Giovanni Latorre e docenti di altre università italiane.

ore 9.30 Saluti
Giovanni Latorre Rettore
Raaele Perrelli Direttore del Dipartimento di Studi umanistici
Giovanna De Sensi Sestito Responsabile del Progetto

ore 10.00
Prolusione Giancarlo Lacerenza Centro di Studi ebraici, Università L’Orientale di Napoli
Gli Ebrei nel Mezzogiorno bizantino Vera von Falkenhausen Università di Roma II, Tor Vergata
Gli Ebrei nella Calabria medievale. Considerazioni in margine a The Jews in Calabria di Cesare Colafemmina Pietro Dalena Università della Calabria

ore 15.00
Shabbetai Donnolo nel bios di San Nilo da Rossano Filippo Burgarella, Università della Calabria
L’uomo microcosmo e la circolazione dei fluidi in Shabbetai Donnolo Emilio Rosato Università L’Aquila
Conclusioni Alberto Ventura Università della Calabria

sabato 11 maggio 2013

Incontro sulla "Ghenizà italiana"

Il 13 maggio 2013, alle ore 9.30 a Bari
presso Palazzo Sagges, via Sagges, 3
la Soprintendenza Archivistica per la Puglia
nell’ambito del progetto “Archivi per l’Ebraismo”
organizza un Seminario condotto da
Mauro Perani (Università di Bologna)
dal titolo

“Morte e rinascita dei manoscritti ebraici:
la Ghenizà italiana”

Intervengono:
Maria C. Nardella (Soprintendente Archivistico per la Puglia)
Giancarlo Lacerenza (Università L’Orientale di Napoli)
Mariapina Mascolo (Università di Bari)



Durante l'incontro sarà presentato il volume

1510/2010
Cinquecentenario dell’espulsione degli ebrei
dall’Italia meridionale
Atti del convegno internazionale
(Napoli, Università “L’Orientale”, 22 novembre 2010)
a cura di Giancarlo Lacerenza (CSE, Napoli 2013).

L’iniziativa è promossa da
Presidio del Libro Musiche e Arti
Fondazione Cassa di Risparmio Puglia
Regione Puglia - Assessorato al Mediterraneo
CeRDEM - Centro di Ricerca e Documentazione sull’Ebraismo nel Mediterraneo “Cesare Colafemmina”.

Infoline: 333.5859893

giovedì 9 maggio 2013

Bamdibar 5773





שבת שלום!
SHABBAT SHALOM!

Shabbat 2 Sivan 5773
(11 maggio 2013)



Dal sito Beth Emeth



Parashat Bamidbar: Bamidbar (Numeri) 1,1-4,20
Haftarah: Osea 2,1-22




Da Torah.it

Il commento alla parashah settimanale di rav Roberto Colombo





Mas allá del versículo

Derashah di rav Eliahu Birnbaum

Dal gruppo Facebook Shavei Israel - Italiano



Immagine dal blog Gates to Zion
  “L’Eterno parlò ancora a Mosè, nel deserto di Sinai, nella tenda di convegno, il primo giorno del secondo mese, il secondo anno dell’uscita de’ figliuoli d’Israele dal paese d’Egitto, e disse:
"Fate la somma di tutta la radunanza de’ figliuoli d’Israele secondo le loro famiglie, secondo le case dei loro padri, contando i nomi di tutti i maschi, uno per uno,dall’età di venti anni in su, tutti quelli che in Israele possono andare alla guerra; tu ed Aaronne ne farete il censimento, secondo le loro schiere. E con voi ci sarà un uomo per tribù, il capo della casa de’ suoi padri..”
Numeri 1,1-5

Immagine dal sito Parsha Projects


Il quarto libro della Torà, Bemidbar, il libro dei Numeri racconta la storia del popolo di Israele nel suo cammino nel deserto, dal secondo anno dall’uscita dall’Egitto fino al quarantesimo anno. Il libro dei Numeri è il libro della Torà che risulta più vario rispetto al suo contenuto. Nei tre libri che lo precedono è facile trovare un filo conduttore: il libro della Genesi è il libro dei patriarchi e della loro storia, il libro dell’Esodo è il libro della nascita del popolo ebraico, il Levitico è il libro dei sacrifici e della santificazione. Il libro dei Numeri è composto da temi diversi e non ha un tema centrale come i libri precedenti. Le dieci parashot del libro dei Numeri si dividono in due: le prime cinque descrivono l’unificazione del popolo nel deserto in un solo corpo organico, includendo i conflitti ed i confronti che hanno accompagnato questo processo. La seconda parte del libro descrive il cammino fino alla terra di Canaan, le difficoltà e gli ostacoli che il popolo ha dovuto affrontare mentre si dirigeva verso la Terra Promessa.
Le descrizioni che ci offre la nostra parashà sono quelle di un accampamento ordinato ed organizzato in maniera esemplare. Ogni tribù era posizionata in una zona fissa, intorno al simbolo della stessa tribù. Ogni tribù in definitiva si accampava circondando il simbolo della stessa tribù. Questo ordine veniva mantenuto mentre il popolo si spostava da un luogo ad un altro ed anche quando si fermava nel deserto.
Parashat Bemidbar sembra a prima vista includere solo aspetti amministrativi e demografici, relativi all’ordinamento delle tribù, degli accampamenti, delle famiglie e delle bandiere. Senza dubbio se osserviamo la parashà in profondità dobbiamo scoprire che descrive un stadio significativo nel quale un popolo di schiavi diventa un popolo di esseri liberi. La lettura della nostra parashà ci isnegna come il popolo di Israele che poco tempo prima era uscito dalla schiavitù verso la libertà, si organiza secondo i comandi Divini. Questi ordini militari nelle loro caratteristiche vedo apparire in forma ricorrente parole come bandiera, accampamento, esercito, soldati etc. Per organizzare gli individui secondo un accampamento, Moshe instituì un racconto sulla base dell’ordine divino, dato che era necessario sapere quale fosse il numero esatto delle persone che possono far parte dell’esercito.
In questo momento, due anni dopo l’uscita del popolo ebraico dall’Egitto ed il dono della Torà, era necessario organizzare un accampamento e formare un esercito popolare e già durante il cammino verso la terra di Canaan, il popolo di Israele doveva attraversare ampie zone desertiche, nelle quali abitavano tribù selvagge che erano un grande pericolo per il popolo. Dovevano anche attraversare i confini di terre abitate da popoli che non volevano farli passare. La marcia faticosa nel deserto esigeva, a sua volta, speciali precauzioni, che permettessero al popolo di portare a termine lo sforzo richiesto. Prima di tutto era necessario che esistesse una disciplina rigida in modo che ogni persona non procedesse secondo il proprio desiderio. La conclusione evidente è che fosse necessario organizzare in forma esemplare il popolo di Israele e fare in modo che avesse un esercito preparato per le tappe che avrebbero dovuto affrontare.
La formazione dell’esercito rappresenta un momento significativo del processo della nascita della nazione. All’inizio siamo stati testimoni dell’uscita dall’Egitto, l’uscita fisica della schiavitù. Dopo l’Onnipotente ha donato la Torà e le mitzvot al popolo sul monte Sinai ed in questo modo soffiò l’anima in questo corpo liberato. In questo momento si ebbe la formazione dell’esercito che doveva introdurre nel popolo il senso dell’ordine e della disciplina e che anche doveva dare la sensazione della sicurezza di se stesso. All’inizio del suo cammino, il popolo godette dell’aiuto miracoloso del Creatore. Durante l’uscita dall’Egitto, il Creatore accompagna il popolo attraverso i Suoi miracoli. Durante la guerra con Amalek, il popolo nemmeno lotta ma l’Onnipotente lo aiuta attraverso i suoi miracoli. Solo dopo che il popolo ha conosciuto il proprio destino sul Monte Sinai, nasce l’esercito che gli permetterà di condurre una vita con maggiore autonomia.
Prima di entrare in Eretz Israel, gli ebrei dovevano apprendere una lezione importante: l’uomo non deve porre fiducia né dipendere solo dai miracoli. Senza dubbio, Dio avrebbe continuato a dare il suo aiuto, però il popolo doveva essere disposto a confrontarsi con tutti tipi di ostacoli che sarebbero apparsi sul suo cammino.
Un altro degli obbiettivi che si hanno attraverso la formazione dell’esercito è la cristallizzazione del popolo. Il popolo diventa un esercito e vive una trasformazione significativa: da un accampamento di schiavi, nasce un esercito di un popolo organizzato ed unito. La trasformazione del popolo in uno esercito crea la collettività. L’individuo scompare con i suoi desideri particolari con le sue aspirazioni, e relazioni familiari per convertirsi in una parte della nazione.
Quando una persona diventa parte di un esercito è disposta in un certo qual modo, a rinunciare alla sua individualità per dedicarsi alla causa pubblica., trasformandosi in una parte della collettività.
Quando il Rambam descrive la necessità della guerra e di un guerriero che diventa parte del collettivo, afferma: “ Dopo che entra in relazione con la guerra, si dedicherà a difendere il luogo e la sicurezza di Israele in un momento di necessità e saprà che sta facendo la guerra in nome di Dio. Porrà la sua anima nelle Sue mani e non avrà paura, e non tremerà e non penserà né alla sua sposa né ai suoi figli, ma chiuderà tutti i ricordi nel suo cuore per diventare una parte dell’esercito del popolo.” La persona che non può separarsi dai pensieri circa la sua persona non può lottare come dovrebbe. La forza più potente si relaziona con uno stesso istinto di sopravvivenza. Senza dubbio si richiede che il combattente sia disposto a sacrificare la propria vita, le proprie aspirazioni personali, le sue proprietà ed anche le sue relazioni familiari, di fronte all’obbiettivo di diventare una parte dell’esercito del popolo.
Generalmente, un esercito popolare si basa su due elementi centrali: le unità speciali, fatte generalmente da volontari ed il resto del popolo. Lo sviluppo dei figli di Israele del deserto non è volontario ma è un obbligo imposto dal governo. L’esercito che si forma con l’inizio della vita del popolo di Israele nel deserto, è un esercito popolare. Non si tratta di un esercito di mercenari, ma di tutto il popolo. La caratteristica speciale di questo esercito è che per la prima volta nasce un esercito del popolo, un esercito di tutto il popolo, di tutti gli uomini tra i venti ed i sessanta anni di età. Tutti dovevano servire in modo ugualitario.
 


Dal sito Morasha riporto questa riflessione molto bella di rav Shlomo Riskin, che lega questa prima parashah del libro di Bamidbar (Numeri) alla vicina festa di Shavuot (Pentecoste)

Traduzione a cura di DGB

Efrat, Israele - Per quanto posso ricordare, l'ebraismo ortodosso è stato sempre percepito dalla maggior parte del mondo - perfino dal mondo ortodosso stesso - come uno stile di vita conservatore, protetto, antiquato, che non desidera assumersi dei rischi per affrontare nuove sfide e che preferisce ritrarsi nel proprio guscio come una tartaruga.
Un commento midrashico alla parashà di questa settimana, Bamidbar, sottolinea un aspetto genealogico riguardante Nahshon, principe della tribù di Giuda, il quale rifiuta l'idea che un esistenza conservatrice e priva di rischi sia un valore autentico della Torà. Questo valore non può certo essere trovato in Nahshon , noto come l'uomo coraggioso che ha rischiato la propria vita gettandosi nel Mar Rosso, quando gli Ebrei fuggiaschi vi ci si trovarono, inseguiti dai carri egiziani; è stato infatti solo dopo che egli ha dimostrato la sua forza d'animo e il suo coraggio che il Signore ha fatto il passo successivo e compiuto il grande miracolo della divisione del mare.
Il Midrash (riportato anche in B.T. Bava Batra 91a) evidenzia il fatto che il coraggioso Nahshon aveva quattro figli tra cui Elimelech, marito di Naomi, e Shalmon, padre di Boaz; Nahshon pertanto era padre e zio di due importanti personaggi del Libro di Ruth che leggiamo a Shavuot. Noi effettivamente non siamo soliti pensare al Libro di Ruth come al 'libro di rischi ', ma ritengo che nel presentare un tale genealogia, il Midrash voglia non solo sottolineare l'attitudine al rischio che caratterizza questi discendenti di Nahshon, ma anche precisare quali tipi di rischi sono considerati favorevolmente dalla Torà e quali no .
Il fatto è che il coraggio e l'attitudine al rischio - oppure no - può essere comunque visto come un tema di fondo dell'intero libro di Bamidbar. Il quarto libro della Torà riporta la storia dei quaranta anni in cui gli Ebrei vagarono nel deserto. All'inizio del libro non sappiamo ancora che il popolo sarebbe stato punito e costretto a vagare per quaranta anni, ma alla fine è chiaro che il popolo ebraico aveva fallito la sua prima importante prova. Quando le spie ritornarono con un rapporto spaventoso sulla Terra Promessa e sulla possibilità di conquistarla [Numeri 13-14], gli Ebrei dimostrarono una totale mancanza di decisione, fede e coraggio. Essi gemettero, tremarono, supplicarono di non continuare la missione. A quanto pare si erano abituati alla vita salva e sicura nel deserto - la manna che costituiva la loro razione quotidiana di cibo, una nuvola di giorno e una colonna di fuoco la notte per dirigere il loro viaggio - per rischiare l'ignoto rappresentato dalla conquista e dall'insediamento in Israele.
La Torà tuttavia vuole che gli Ebrei si comportino con coraggio, che facciano la prima mossa, coraggiosa e magari pericolosa, concomitante con l'indipendenza e la responsabilità. Nahshon alla riva del Mar Rosso brilla come l'antitesi alla codarda generazione del deserto. Grazie alla sua fede e audacia, il popolo fu salvato. Il Gaon di Vilna, infatti, sottolinea che la Torà descrive gli Ebrei che entrarono inizialmente " in mezzo al mare all' asciutto " (Esodo 14:22), e dopo " all'asciutto in mezzo al mare" (ibid. 29). La descrizione iniziale si riferisce a Nahshon e ai suoi seguaci, che rischiarono le loro vite gettandosi nell'acqua turbolenta; D-o ha fatto un miracolo per loro, dividendo le acque per ottenere terra asciutta e servendosene come un muro (homà) sulla loro destra e sinistra. La seconda descrizione si riferisce al resto degli ebrei che entrarono solo dopo che apparve la terra asciutta;per loro le acque diventarono un muro - ma questa volta scritto senza la lettera 'vav' e può anche leggersi hemà, che significa rabbia.
La notevole capacità di Nahshon di prendersi dei rischi - in contrasto con la maggior parte della generazione del deserto- è stata trasmessa ai suoi figli e nipoti. Il Libro di Ruth, infatti, termina con i nomi di dieci generazioni da Peretz (figlio di Giudà) al Re David, e Nahshon appare proprio nel centro, la figura centrale tra l'età dei patriarchi e la generazione del futuro messia del popolo ebraico. Ma mentre Nahshon e Boaz sono lodati per la loro attitudine al rischio, Elimelech sembra venir ripreso per la sua.
Quando una carestia terribile discese su Betlemme in Giuda, la patria di Elimelech, egli fece i bagagli e con la sua famiglia decise di iniziare una nuova vita nella terra di Moab. Indubbiamente, questo gesto dimostrò il coraggio di Elimelech, la capacità di rischiare l'ignoto in uno ambiente estraneo. Ma la sua motivazione era l'avidità; egli rifiutava di condividere il suo patrimonio con uomini morenti di fame e desiderava lasciare la sua patria e le sue radici ancestrali per amor di ricchezza. Da qui la tragedia. Elimelech morì e i suoi figli- logicamente- sposarono donne moabite. La sua progenie morì anch'essa , facendo sì che Elimelech da un punto di vista ebraico abbia seminato e raccolto a Moab solo l'oblio.
Boaz, invece, non lascia Betlemme durante la carestia. E quando gli si presenta la possibilità di compiere un atto d'amore e gentilezza per Naomi e di redimere la terra di Elimelech - così come di sposare la straniera- convertita Ruth - Boaz lo fa, si assume l'obbligo finanziario e prende su di sé il rischio sociale implicato nel matrimonio. E il discendente da questa unione risulta essere nientemeno che Re David, da cui parte la futura discendenza messianica.
Il rischio di Elimelech era basato sull'avidità e implicava l'abbandono della sua terra e della sua tradizione;finisce con la sua morte e distruzione. Il rischio di Boaz si basava sull'amore e sull' affetto ed ebbe come risultato la redenzione. La dialettica Elimelech - Boaz è il tema perenne del mondo ebraico. Il rischio è positivo e perfino obbligatorio dal punto di vista ebraico. La domanda che ci dobbiamo porre è la sua motivazione, perché è questa che determina il risultato.
Shabbat Shalom!

 

Altri commenti sulla parashah settimanale sul sito ChabadRoma,
da cui traiamo questa sintesi della parashah e della haftarah

Bamidbar in Breve

Il Sign-re dice di fare un censimento delle dodici tribù d’Israele mentre sono nel deserto. Moshè conta 603,550 uomini in età di leva tra i 20 e i 60 anni; la tribù di Levì invece viene contata separatamente e include 22,300 maschi da un mese in poi. I Leviti dovranno fare servizio nel Tabernacolo al posto dei primogeniti che sono esclusi dal servizio a causa del peccato del Vitello d’Oro. I 273 primogeniti che non hanno un Levita per rimpiazzarli sono tenuti a pagare un riscatto di cinque shekel per riscattare se stessi.
Quando il popolo leva le tende i tre clan dei Leviti smontano e trasportano il Santuraio per poi rimontarlo nel centro del prossimo accampamento. In seguito essi erigono le loro tende intorno ad esso, quelli del gruppo di Kehàt, che trasportano sulle loro spalle l’arca, la menorà ecc coperti con i loro rivestimenti speciali si accampavano a sud; quelli del gruppo di Ghershòn che si occupavano delle tappezzerie e delle coperture del tetto, ad ovest e le famiglie di Merarì, che trasportavano i pannelli delle mure ed i pilastri a nord. Moshè, Aharòn e i suoi figli si accampavano davanti all’entrata del Tabernacolo, ad est.
Oltre al cerchio dei Leviti, le dodici tribù si accampavano in gruppi di quattro che includevano tre tribù. Ad est c’era Yehudà (pop. 74,600), Issachàr (54,400) e Zevulùn (57,400); a sud Reuven (46,500), Shim’on (59,300) e Gad (45,650); a ovest Efraim (40,500), Menashé (32,300) e Binyamìn (35,400) e a nord, Dan (62,770), Asher (41,500) e Naftalì (53,400). Questa formazione veniva mantenuta anche durante I viaggi. Ogni tribù aveva il proprio nassì (principe o leader) e la propria bandiera con il colore e l’insegna della tribù.


Haftarah in Pillole

Il numero dei figli di Israele sarà grande, come i granelli di sabbia non si potrà contarli. Ora si dice che essi non sono veramente il popolo del Sign-re, invece in futuro si dirà Figli del D-o Vivente. Si raduneranno i figli del regno di Giuda e quelli di quello di Israele – si fa riferimento ai due regni dopo la scissione avvenuta dopo il re Salomone – e ci sarà un solo capo su di loro. Sarà un grande giorno per Izr’eel (nome del popolo di Israele).
Il Sign-re invoca il popolo a ribellarsi contro l’idolatria e a ritornare verso di Lui. Viene fatto l’esempio di una madre (cioè il regno di Israele) che si sia prostituita e abbia commesso adulterio (cioè commesso idolatria) contro suo marito (cioè D-o) che la caccia e non la vuole più, tanto che la ripudia come moglie, e le annuncia pene severe per i suoi gesti immorali, fino a che ammetterà che sono il frutto dei suoi amanti (le divinità pagane). Poiché la moglie adultera non sapeva che il pane e il vino provenisse dal marito, quest’ultimo la priverà della farina e del mosto così che si renda conto chi fosse a mantenerla. Poi la condurrà nel deserto (in esilio) per parlarle al suo cuore e restituirle le sue vigne e i suoi campi. Così moglie e marito si ricongiungeranno, e lei chiamerà il marito ishì e non più ba’alì – due termini analoghi per dire marito, siccome si sarà staccata così tanto dall’idolatria non vorrà usare neanche una parola che possa ricordare la divinità pagana (Ba’al) – in quel giorno il Sign-re farà un patto anche con tutti gli animali perché non ci siano più strumenti di guerra ne distruzione. Trionferà il diritto, la giustizia e la misericordia.