Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

GIORNO DELLA MEMORIA 2017: INIZIATIVE IN CALABRIA

c

c

lunedì 22 maggio 2017

La menorah tra Musei vaticani, Museo ebraico e Calabria



Dal 15 maggio al 23 luglio, in un inedito gemellaggio tra Musei vaticani e Museo ebraico di Roma, si svolge una interessantissima mostra su quello che è sempre stato il simbolo per eccellenza della fede e dell’identità ebraica, la menorah, il candelabro a sette bracci le cui luci ardevano ininterrottamente nel Bet haMiqdash (il Tempio) di Gerusalemme. Distrutto il tempio, depredati i suoi tesori, non se ne hanno più notizie da quasi 2000 anni. Anche il suo trafugamento a Roma è stato messo in dubbio, da alcuni che sostengono essere solo una copia quella raffigurata nell’Arco di Tito,che sarebbe stata trasportata a Roma. Come che sia, verrà poi riprodotta nello stemma del ricostruito Stato di Israele.
Al gemellaggio tra i due importanti di Roma, voglio unire un gemellaggio minore con le menorot calabresi, le poche ritrovate, di cui farò una breve carrellata.

Menorà. Culto, storia e mito: “Mostra che guarda al mondo”
Da Moked, 15 maggio 2017

“Non soltanto un evento che ha un chiaro valore simbolico. È anche una grande iniziativa sotto il profilo artistico quella che inauguriamo oggi, frutto di una collaborazione molto intensa tra i nostri due musei”. Così la direttrice dei Musei Vaticani Barbara Jatta ha illustrato in conferenza stampa la mostra “Menorà. Culto, storia e mito” che vede coinvolti insieme il Braccio di Carlo Magno in Vaticano e il Museo ebraico di Roma.
Centotrenta opere in mostra, grazie anche ad alcuni prestiti concessi dai più importanti musei al mondo (dal Louvre di Parigi alla National Gallery di Londra, dall’Israel Museum alla Biblioteca Palatina di Parma). L’arte figurativa, nelle sue diverse forme, per raccontare la “storia plurimillenaria, incredibile e sofferta della Menorà”. E cioè il candelabro a sette braccia che proprio a Roma, snodo fondamentale della sua vicenda, è diventato il simbolo più potente dell’ebraismo. “Una mostra sulla Menorà non poteva che essere organizzata qua, in questa città” sottolinea la direttrice del Museo ebraico Alessandra Di Castro, intervenendo dopo Jatta.
Ad illustrare la sfida e il messaggio dell’iniziativa sono anche gli altri due curatori (insieme alla Di Castro) Francesco Leone, professore associato di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università G. D’Annunzio Chieti-Pescara, e Arnold Nesselrath, delegato per i Dipartimenti scientifici e i laboratori di restauro dei Musei Vaticani.
La mostra, è stato spiegato oggi in conferenza stampa, vuole lanciare messaggi forti all’insieme dell’opinione pubblica. E guidare, tra storia e leggenda, in un itinerario davvero unico nel suo genere. Perché è a Roma che, inaugurando il suo lungo peregrinare, la Menorà giunge nel 70 dell’era moderna dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte delle truppe condotte da Tito. Ed è a Roma che si rafforza la sua centralità identitaria, negli stessi anni in cui inizia ad affermarsi con diversi simboli il cristianesimo. Ed è sempre a Roma che il sacco dei Vandali di Gensenico del 455 ha come conseguenza la scomparsa di ogni traccia storica sul conto del candelabro. Scompare fisicamente agli occhi, ma non nella percezione e nella coscienza collettiva.
Sottolineano infatti i curatori: “Quando nel corso della storia le opere d’arte sono state trafugate come bottini di guerra la scelta è stata sempre dettata da mire materialistiche e da manie di appropriazione. A dispetto dei danni giganteschi causati da queste drammatiche spoliazioni, il valore etico connaturato alle opere d’arte trafugate ne ha trasformato in alcuni casi, paradossalmente, la ricezione negli ambienti di arrivo in poderosi strumenti di civiltà e di confronto”. Nel caso della Menorà questo potere si perpetua ancora oggi, “a quasi due millenni dalla sua definitiva scomparsa a Roma”.

La più importante menorah calabrese è senza dubbio quella raffigurata nel mosaico pavimentale della sinagoga di Bova Marina, della quale ho parlato nel blog più di una volta.
Si tratta di una raffigurazione riproducente il motivo classico, con la base a treppiedi (a differenza della base più complessa raffigurata nell’Arco di Tito) e altri simboli fondamentali della fede e del culto ebraici: a sinistra lo shofar, il corno di montone il cui suono suggestivo si ode in alcune giornate festive, e a destra il lulav (i rami di palma, mirto e salice) e l’etrog (il cedro, così legato anche alla nostra terra) che si usano nella festa di Sukkot (o delle Capanne). Un mosaico prezioso, risalente al IV-VI secolo, non solo per la sua fattura, ma per l’antico legame che concorre a stabilire tra ebraismo e Calabria.

Anse con marchi di menorah presso
il Museo archeologico nazionale di Vibo Valentia
 
Sempre nell’area archeologica di San Pasquale o Deri, dove si trova la sinagoga, sono state rinvenute delle anfore, recanti il marchio della menorah, molto probabilmente contenenti vino kasher (adatto all’uso da parte degli ebrei).
Coeve al mosaico sono altre anfore simili, con impresso lo stesso simbolo sono state trovate a Vibo, e sono custodite nel locale Museo archeologico nazionale, e nell’area della Roccelletta del Vescovo di Squillace, che sorge sul territorio della greco-romana Skylletion/Scolacium.
Di questi due reperti ho già parlato in altri posto in particolare in "Nuove antiche tracce ebraiche in Calabria".

Ansa con marchio di menorah presso
il Museo della Roccelletta del Vescovo di Squillace

A suggellare il gemellaggio con la mostra in svolgimento a Roma, c’è da dire che sembrano provenire dalla Calabria anche alcune anfore con simbolo della menorah provenienti dalla Calabria, evidentemente ad uso della Comunità ebraica di Roma.


La lucerna di Lazzaro

Un’altra menorah, forse la più antica, si trova impressa su una lucerna rinvenuta in un’area cimiteriale ebraico-cristiana dell’antica Leucopetra, oggi Lazzaro, nel comune di Motta San Giovanni.

A chiusura di questa breve rassegna, non possiamo dimenticare la menorah più famosa… quella che probabilmente non c’è, almeno a detto dei maggiori storici e archeologi! Si tratta della mitica menorah di Alarico, re dei Visigoti, che l’avrebbe trafugata a Roma e poi, con varie tonnellate d’oro e d’argento l’avrebbe portata con sé dirigendosi verso la Sicilia per raggiungere l’Africa.
Morto nei pressi di Cosenza, sarebbe stato sepolto alla confluenza di Crati e Busento, deviati per scavare una tomba che contenesse il suo corpo ed il tesoro, menorah compresa.
Sono stati fatti notevoli investimenti con autorevoli sponsor per vedere di accertare l’ipotesi, anche il Referente della Comunità ebraica di Napoli, Roque Pugliese era presente al tavolo dei promotori dell’iniziativa. Al momento l’unico risultato pratico sembra essere una discussa statua di Alarico posta alla confluenza dei due fiumi. Attendiamo fiduciosi…

domenica 21 maggio 2017

Studenti ebrei da Roma alla Calabria



Ringraziamo per questa bellissima iniziativa il Dottor Roque Pugliese, Consigliere e Referente per la Calabria della Comunità Ebraica di Napoli , rendendo onore alla sua modestia, che non gli ha permesso di pubblicizzare l'Evento e del suo ruolo nell'organizzazione dell'evento


  Dal sito Il Cirotano (da cui sono prese tutte le foto del post)

116 studenti delle Scuole della Comunità Ebraica di Roma a Tarsia
Dall’8 al 12 maggio 116 studenti delle Scuole della Comunità Ebraica hanno vissuto un intenso ed emozionante campo scuola dal titolo: “Il cedro…viaggio nella memoria”
Tarsia (Cs), giovedì 18 maggio 2017
Dall’8 al 12 maggio, nell’ambito delle iniziative per la promozione del turismo scolastico montano in Calabria, 116 studenti delle Scuole della Comunità Ebraica di Roma (liceo e scuola secondaria di I grado), hanno vissuto un intenso ed emozionante campo scuola dal titolo: “Il cedro… viaggio nella memoria”, curato con successo da “I Viaggi dell’Arca”, Tour operator specializzato nel settore. Il campo scuola, primo ed unico nel suo genere, ha permesso agli studenti coinvolti di conoscere il cedro calabrese, centrale nella biblica festa del Sukkot e di visitare il Campo d’internamento “Ferramonti” di Tarsia. Con i giovani studenti, oltre ai docenti e agli accompagnatori, anche Umberto Avraham Piperno, rabbino Emerito per Napoli (Campania, Puglia, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia). Oltre che viaggio nella memoria, il campo è stato anche un soggiorno storico-naturalistico e ludico-sportivo legato al turismo montano, capace d’avvicinare i tanti giovani delle scuole ebraiche al tema dell’eco-sostenibilità, ispirandosi alla didattica collaborativa e alla metodologia dell’apprendere attraverso il fare. Durante il Campo scuola, che ha permesso di conoscere le potenzialità turistiche di diversi borghi interni del Parco Nazionale del Pollino (Aieta col suo palazzo rinascimentale; Grisolia con i suoi castagni giganti; Orsomarso con gli sport in Riserva; Papasidero con la grotta del Romito), i giovani hanno potuto vivere giornate indimenticabili, in completa sicurezza e nel pieno rispetto della natura e dei territori dell’Alto Tirreno Cosentino, collegati al Parco Nazionale del Pollino, gustando anche prodotti tipici locali appositamente preparati in modo da rispettare i dettami della religione ebraica sull’alimentazione: “Kosher”. Ugualmente e’ stare resa Kosher la struttura ospitante ed il panificio. L’accoglienza e la cucina dell’hotel hanno lasciato stupore e …qualche kilo in più!.
Suggestivo il momento in cui studenti e docenti, dopo aver varcato il vecchio cancello del campo d’internamento di Ferramonti di Tarsia, hanno assistito alla cerimonia del ritorno nel campo, per la prima volta dal 1945, del Sefer Torah, il rotolo del Pentateuco accompagnandolo con canti e danze. Un evento ricco di emozioni intense, che non è esagerato definire storico, reso possibile grazie a Roque Pugliese, responsabile della Comunità ebraica di Napoli referente per la Calabria. Alla fine per sottolineare il passaggio dalla morte alla vita il canto dei deportati Ani Maamin e l’Inno di Israele Ha Tikva’h, la speranza bimillennaria , hanno concluso la memorabile visita.
“È stata un’esperienza formativa e molto emozionante – ha sottolineato uno studente – che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto osservare da un’altra prospettiva rispetto ai libri e ai film, questo luogo. Sono uscito da quel campo più ricco di valori e di conoscenze, più consapevole delle atrocità commesse sistematicamente nei confronti del nostro popolo e di altre comunità ed etnie durante la seconda guerra mondiale”.

Cedro e memoria,camposcuola in Calabria



Cinque giorni per conoscere l'agrume e visitare Ferramonti di Tarsia

Dal sito dell'Ansa

Catanzaro - Un viaggio nella memoria e nella fede per conoscere il cedro calabrese, elemento centrale nella festa biblica del Sukkot. E' quello che ha visto protagonisti, per cinque giorni, nell'alto Tirreno calabrese, terra d'elezione per la produzione dell'agrume rituale prescelto anche dai rabbini di Israele, 116 studenti di due scuole della Comunità ebraica di Roma. I partecipanti al campo scuola, denominato "Il cedro…viaggio nella memoria", hanno avuto modo anche di visitare il campo d'internamento di Ferramonti di Tarsia. Assieme a loro e ai docenti e accompagnatori c'era anche Umberto Avraham Piperno, rabbino emerito per Napoli con competenza in Campania, Puglia, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia. L'iniziativa, legata anche alla promozione del turismo scolastico montano nella regione, ha permesso ai ragazzi di fruire di un soggiorno dai risvolti anche storico - naturalistici e ludico-sportivi, incentrato sulle potenzialità del turismo montano e sui temi della ecosostenibilità.
Durante la loro permanenza gli studenti romani hanno visitato l'area del Parco nazionale del Pollino con puntate ad Aieta, dove hanno visitato il palazzo rinascimentale, Grisolia con i suoi castagni giganti, Orsomarso culla degli gli sport in Riserva e Papasidero con visita alla grotta del Romito. Per tutti la possibilità di gustare prodotti tipici locali appositamente preparati in modo da rispettare i dettami della religione ebraica sull'alimentazione "kosher".
Emozionante il momento in cui studenti e docenti, dopo aver varcato il vecchio cancello del campo d'internamento di Ferramonti di Tarsia, hanno assistito alla cerimonia del ritorno nel campo, per la prima volta dal 1945, del Sefer Torah, il rotolo del Pentateuco, cerimonia accompagnata da canti e danze. Un evento coinvolgente per tutti, reso possibile da Roque Pugliese, responsabile della Comunità ebraica di Napoli e referente per la Calabria.
"È stata un'esperienza formativa e molto emozionante quella di Ferramonti - ha detto uno degli studenti - che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto osservare da un'altra prospettiva rispetto ai libri e ai film, questo luogo. Sono uscito da quel campo più ricco di valori e di conoscenze, più consapevole delle atrocità commesse sistematicamente nei confronti del nostro popolo e di altre comunità ed etnie durante la seconda guerra mondiale".

Durante la loro permanenza gli studenti romani hanno visitato l'area del Parco nazionale del Pollino con puntate ad Aieta, dove hanno visitato il palazzo rinascimentale, Grisolia con i suoi castagni giganti, Orsomarso culla degli gli sport in Riserva e Papasidero con visita alla grotta del Romito. Per tutti la possibilità di gustare prodotti tipici locali appositamente preparati in modo da rispettare i dettami della religione ebraica sull'alimentazione "kosher".
Emozionante il momento in cui studenti e docenti, dopo aver varcato il vecchio cancello del campo d'internamento di Ferramonti di Tarsia, hanno assistito alla cerimonia del ritorno nel campo, per la prima volta dal 1945, del Sefer Torah, il rotolo del Pentateuco, cerimonia accompagnata da canti e danze. Un evento coinvolgente per tutti, reso possibile da Roque Pugliese, responsabile della Comunità ebraica di Napoli e referente per la Calabria.
"È stata un'esperienza formativa e molto emozionante quella di Ferramonti - ha detto uno degli studenti - che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto osservare da un'altra prospettiva rispetto ai libri e ai film, questo luogo. Sono uscito da quel campo più ricco di valori e di conoscenze, più consapevole delle atrocità commesse sistematicamente nei confronti del nostro popolo e di altre comunità ed etnie durante la seconda guerra mondiale".

116 studenti delle Scuole della Comunità Ebraica di Roma in Calabria per il campo scuola “Ilcedro…viaggio nella memoria” Da Il Dispaccio

Dall'8 al 12 maggio, nell'ambito delle iniziative per la promozione del turismo scolastico montano in Calabria, 116 studenti delle Scuole della Comunità Ebraica di Roma (liceo e scuola secondaria di I grado), hanno vissuto un intenso ed emozionante campo scuola dal titolo: "Il cedro...viaggio nella memoria", curato con successo da "I Viaggi dell'Arca", Tour operator specializzato nel settore. Il campo scuola, primo ed unico nel suo genere, ha permesso agli studenti coinvolti di conoscere il cedro calabrese, centrale nella biblica festa del Sukkot e di visitare il Campo d'internamento "Ferramonti" di Tarsia. Con i giovani studenti, oltre ai docenti e agli accompagnatori, anche Umberto Avraham Piperno, rabbino Emerito per Napoli (Campania, Puglia, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia). Oltre che viaggio nella memoria, il campo è stato anche un soggiorno storico-naturalistico e ludico-sportivo legato al turismo montano, capace d'avvicinare i tanti giovani delle scuole ebraiche al tema dell'eco-sostenibilità, ispirandosi alla didattica collaborativa e alla metodologia dell'apprendere attraverso il fare. Durante il Campo scuola, che ha permesso di conoscere le potenzialità turistiche di diversi borghi interni del Parco Nazionale del Pollino (Aieta col suo palazzo rinascimentale; Grisolia con i suoi castagni giganti; Orsomarso con gli sport in Riserva; Papasidero con la grotta del Romito), i giovani hanno potuto vivere giornate indimenticabili, in completa sicurezza e nel pieno rispetto della natura e dei territori dell'Alto Tirreno Cosentino, collegati al Parco Nazionale del Pollino, gustando anche prodotti tipici locali appositamente preparati in modo da rispettare i dettami della religione ebraica sull'alimentazione: "Kosher". Ugualmente e' stare resa Kosher la struttura ospitante ed il panificio. L'accoglienza e la cucina dell'hotel hanno lasciato stupore e ...qualche kilo in più!

Suggestivo il momento in cui studenti e docenti, dopo aver varcato il vecchio cancello del campo d'internamento di Ferramonti di Tarsia, hanno assistito alla cerimonia del ritorno nel campo, per la prima volta dal 1945, del Sefer Torah, il rotolo del Pentateuco accompagnandolo con canti e danze. Un evento ricco di emozioni intense, che non è esagerato definire storico, reso possibile grazie a Roque Pugliese, responsabile della Comunità ebraica di Napoli referente per la Calabria. Alla fine per sottolineare il passaggio dalla morte alla vita il canto dei deportati Ani Maamin e l'Inno di Israele Ha Tikva'h, la speranza bimillennaria , hanno concluso la memorabile visita.

"È stata un'esperienza formativa e molto emozionante – ha sottolineato uno studente - che mi ha segnato profondamente e mi ha fatto osservare da un'altra prospettiva rispetto ai libri e ai film, questo luogo. Sono uscito da quel campo più ricco di valori e di conoscenze, più consapevole delle atrocità commesse sistematicamente nei confronti del nostro popolo e di altre comunità ed etnie durante la seconda guerra mondiale".

Belvedere incontra la comunità Ebraica, un mosaico per unire le due culture

Da TeleDiamante


Belvedere M.mo (CS) 11/05/17 – Venerdì 12 Maggio dalle ore 9,30 sul Lungomare di Belvedere Marittimo si terrà un importantissimo incontro tra le Comunità Ebraiche ed il Comune di Belvedere Marittimo rappresentato dal Sindaco Enrico Granata e dall’Assessore al Turismo e Cultura Francesca Impieri.
All’incontro sarà presente il Rabbino Umberto Piperno che, in questi giorni, ha accompagnato gli scolari delle scuole ebraiche di Roma a fare visita alla nostra splendida Calabria e alla Riviera dei Cedri ed il Dott. Roque Pugliese, Consigliere della Comunità ebraica di Napoli che è responsabile per il Meridione d’Italia. Entrambi porteranno ceramiche abbellite con simboli della loro Cultura, che verranno apposte nel Mosaico Trencadìs del progetto “Tutto il Lungomare è d’aMare” come senso di amicizia e condivisione.
Per la cultura ebraica le parole creano e distruggono il mondo, l’alfabeto ebraico è per eccellenza un universo di significati che abbracciano la verità, la giustizia e la pace.
Una delle immagini che verranno poste nel mosaico Trencadìs (tecnica di mosaico che consiste nel mettere insieme pezzi di piastrelle, e anche altro, rotte in modo casuale oppure opportunamente tagliate alla ricerca di un senso specifico) rappresenta la menorah (il candelabro) che, insieme al cedro è simbolo guida della sapienza.
L’assessore Francesca Impieri si dice felice di questo momento che sarà culturalmente simbolo di reciproco rispetto delle diverse e uniche culture.

venerdì 19 maggio 2017

BeHar - BeChukkotai 5777




שבת שלום!
SHABBAT SHALOM!

Shabbat 24 Iyar 5777
(20 maggio 2017)



Parashat Behar Sinay: Vayikrà (Levitico) 25,1-26,2
Parashat Bechukkotai: Vayikrà (Levitico) 26,3-27,4
Haftarah: Geremia 16,19-17,14






Foto dal sito Yiddishfarkinder

Bechukkotai
Nota: poiché spesso Bear Sinai e Bechukotai vengono lette insieme, molti dei commenti ad Bear Sinai, indicizzati qui sopra, si riferiscono anche a Bechukotai.

L’haftarà di Bechukotai

Il commento alla parashah settimanale di rav Pinchas Punturello







Derashah di rav Pierpaolo Pinchas Punturello
Dal blog Shavei Israel Italia
Immagine dal blog Hearing Shofar


Parashà Behar Sinai
La distribuzione delle ricchezze


La parashà di Behar Sinai richiama il concetto della shemittà e dello yovel che è già presente nell’Esodo cioè nella parashà di Mishpatim ( Esodo 23 10-11). Nel Levitico 25, 1-13, questo precetto è definito nell’ambito del conteggio del ciclo dei sette anni di produzione e lavoro, il cui settimo anno era appunto di sospensione del lavoro, shemittà, e del ciclo di sette volte sette anni che si concludevano con il giubileo, lo yovel, momento anche di sospensione ma non solo dal lavoro agricolo o produttivo che fosse.
In sostanza durante il settimo anno all’ebreo è comandato di non lavorare la terra ed allo stesso tempo di considerare ogni prodotto spontaneo della stessa come hefker, ovvero, come prodotto non legato ad alcun proprietario. Il senso di questo mitzvà comporta un grande sacrificio ed una profonda fede in Dio, perché proprio attraverso l’abbandono del ciclo produttivo per un intero anno l’ebreo si educa a moderare il senso del possesso, l’affanno dell’accumulo di beni e di capitali.
Il precetto dello yovel, del giubileo, porta con sé un nuovo senso di abbandono che non è solo riferito ai campi. Durante il giubileo la terra tornava ai legittimi proprietari, alle tribù originali, così come gli schiavi venivano liberati.
Di fatto nell’antico Israele non esisteva il senso del possesso eterno di una terra, così come non esisteva la servitù perpetua: esisteva un costante ciclo di ritorno economico e di riequilibrio della società ogni cinquanta anni, così come ogni sette anni il senso della produzione e del lavoro erano sospesi, interrotti per dare spazio alla fiducia, alla fede ed al senso del limite produttivo.
Insegna Rav Chaiim David HaLevi, già rabbino capo di Tel Aviv-Jaffo: “Ci sono coloro che sostengono che la Torà di Hashem non può rispondere alle domande moderne che sorgono nella società attuale e che non c’è nella Torà di Hashem soluzione ai problemi sociali ed economici, politici e simili. La verità semplice è che la maggior parte dei problemi che infastidiscono la società moderna possono trovare una soluzione halachica valida per ogni generazione[…]”.
Di fatto le mitzvot della shemittà e dello yovel sono un suggerimento, un invito ad una riflessione ed un nuovo pensiero sul senso della proprietà e della ricchezza all’interno delle nostre società moderne.
Un pensiero che impegnava già la riflessione di Rav Shimshon Refael Hirsch, rabbino capo di Francoforte morto nel 1888, che scriveva: “ La restituzione delle terre ai proprietari originali o agli eredi esiste per prevenire i conflitti di classe. Essa difende le famiglie da un impoverimento totale e costante, dall’eccessivo accumulo di beni da parte di pochi. Non si è mai creata una classe di ricchi proprietari terrieri all’interno di poveri che mancano di terra e dipendono da essi, per questo una volta ogni cinquanta anni torna la terra alla divisione originale.”
Come vediamo, i precetti legati alla terra ed al Giubileo, contenevano richiami spirituali e morali, così come un forte aspetto sociale di equilibrio e di antidoto per società oligarchiche e con una totale assenza di distribuzione delle ricchezze e di politiche sociali per le classi meno fortunate.



Immagine dal sito Jewish Leadership
La Torà non è solo un sistema di idee che ha la sua funzione in un mondo di concetti astratti. Al contrario, le idee della Torà devono essere messe in pratica lungo il cammino della vita, la terra, la nazione. L’obiettivo delle leggi della Torà è quello di costruire una società umana perfetta nella terra che fu scelta per questo scopo. La nostra parashà ci insegna  della mitzvot hatluiot baaretz, delle mitzvot che dipendono dalla terra, come a dire quelle mitzvot il cui significato dipende dal fatto di abitare in terra di Israele, costruendo una società organica che possegga un sistema di leggi relative alla agricoltura, la società, la giustizia.
Le leggi della Shemittà, l’anno durante il quale la terra deve riposare ed i suoi frutti sono di proprietà pubblica, possiede un valore religioso di grande valore, anche rispetto ai valori sociali ed umani che rappresentano, come l’aiuto ai poveri e lo sviluppo di elevate qualità umane, tra le quali la carità e la generosità.
Lo Yovel, il cinquantenario, l’anno del Giubileo, ha come obbiettivo il restituire l’uguaglianza economica del popolo ebraico nella sua terra. La terra inizialmente fu divisa in parti uguali tra tutti i figli di Israele in modo che nessuno dovesse dipendere dall’aiuto degli altri. Senza dubbio, con il passar del tempo, alcuni persone si videro obbligate a vendere la loro terra per necessità finanziarie e questo fu causa della scomparsa dello stato di uguaglianza economica.  Durante lo Yovel, la Torà si preoccupa di restituire la Terra ai suoi proprietari originali, tornando in questo modo ad una situazione nella quale esiste uguaglianza tra i lavoratori della terra. Ogni cinquanta anni, si ha quindi la restituzione della terra ai suoi proprietari terrieri ed anche, durante questo anno, gli schiavi tornano alla libertà.
Secondo questa mitzvà non si può creare una situazione nella quale si accumuli la terra solo nelle mani di un individuo per un lasso di tempo troppo prolungato, così come non si può lasciare una persona sprovvista della sua terra per sempre. In questo modo anche se un individuo si vede obbligato a vendere i propri possedimenti a causa di indigenza, questa vendita non sarà mai definitiva ma solo effettiva fino al prossimo Yovel, quando tutte le terre torneranno ai loro proprietari originali.
Senza dubbio, questa uguaglianza economica può essere pubblica una sola volta in cinquanta anni. Tra lo Yovel ed un altro Yovel esiste la possibilità che nascono nel popolo ebraico due classi sociali: la classe dei ricchi, che hanno grandi possedimenti di terre e quelle dei poveri, che sono diventati sprovvisti della terra dei propri antenati. Questa situazione poteva anche essere causa di uno scisma all’interno del popolo, con un conseguente sentimento di superiorità dei ricchi nei confronti dei poveri e la sensazione di umiliazione di questi ultimi. La Shemittà esiste quindi come mezzo di uguaglianza psicologica del popolo ebraico.
Durante l’anno della shemittà, una volta ogni sette anni, non esiste alcun possesso sulla terra. La terra torna al suo Creatore. Durante tutto l’anno  sabbatico la terra non ha proprietario. In questo modo, i ricchi sentono che i loro possedimenti non sono eterni ed il povero comprende che la sua povertà avrà fine. Sette volte, durante il conto dei cinquanta anni dello Yovel, ogni sette anni, si annullano i debiti monetari, e la terra non si lavora per un intero anno. Tutto quello che la terra produce durante questo anno è diviso in maniera ugualitaria tra tutti i cittadini di tutte le classi sociali. Durante i cinquanta anni dello Yovel, ogni cittadino gode di sette anni di permesso di pagamento, in forma simile all’anno sabbatico che conosciamo nella società contemporanea.
Durante l’anno della shemittà, la terra non può essere coltivata dal suo proprietario perché diventa proprietà pubblica e gli schiavi sono liberati. Durante lo Yovel tutta la terra torna ai suoi proprietari originali  e scadono i prestiti che furono fatti fino a questo giorno.
Una delle caratteristiche del lavoratore è la sua necessità pratica d affettiva di avere una relazione con la terra. L’agricoltore più di ogni altro lavoratore è molto legato alla fonte del suo sostegno alla terra. Senza dubbio ogni sette anni la Torà gli ordina di separarsi dalla fonte del suo sostegno perché si possa concentrare su se stesso. Il principio che sta alla base dei precetti della shemittà e del yovel è l’interruzione del lavoro per la shemittà ed il ritorno delle terre ai proprietari originali per lo Yovel, ovvero il possesso divino della terra e dell’universo.
Nei versetti di questa parashà, ed in altri testi biblici, si dichiara il regno assoluto del Creatore.  Lo si benedice per la creazione del mondo, per il suo sostegno e rinnovo. Dio ha donato questo mondo all’uomo come dono in garanzia, l’uomo è a capo di questo mondo in forma temporanea. In altre parole il possesso dell’uomo rispetto alle sue terre non è assoluto: tutto il mondo è un possesso di Dio. Tutte le ricchezze ed i possedimenti dell’uomo sono stati donati da Dio in forma temporanea e solo perché si compiano alcuni propositi. Nel mondo moderno esistono due sistemi economici; il capitalismo ed il comunismo. Il primo sistema si propone di basare la società sul diritto dell’individuo di aumentare il proprio capitale privato sulla base della libero mercato e come premio per la libera iniziativa. Questo sistema crea un individuo che si arricchisce oltre misura sulla base dell’accumulo di beni materiali. Il secondo sistema crede invece che il cammino per giungere alla felicità umana si trovi nella concentrazione di tutte le ricchezze e la terre nelle mani di un solo organismo: lo Stato, che è incaricato di valutare le necessità dei cittadini e dividere tra loro gli elementi necessari per il loro sostentamento.  Entrambi i sistemi sono nobili nelle loro teorie ma sono falliti nella pratica, perché per ragioni politiche ed economiche non sono stati capaci di raggiungere l’uguaglianza dei cittadini. Nella nostra parashà troviamo una risposta interessante e rivoluzionaria rispetto alla questione centrale della società umana: come rompere il circolo vizioso dello sfruttamento e riparare al danno attraverso il raggiungimento della giustizia. Il principio del sistema egualitario ciclico espresso nei precetti della shemittà e dello Yovel è il seguente: tutti meritano la sussistenza, opportunità che è data a tutti attraverso l’uguaglianza ciclica. La base di questa uguaglianza consisne in una ripartizione basica ed uguale. Tutte le terre ed i mezzi di produzione furono divisi in maniera uguale senza preferenze. Ogni famiglia del popolo di Israele ricevette una porzione della terra di Canaan quando arrivarono in essa, in forma proporzionale al numero di membri di goni famiglia. Il punto di partenza fu uguale per tutti. Senza dubbio, è naturale che durante il ciclo di cinquanta anni, in un sistema di economia liberale, si creeranno differenze economiche ed esisteranno individui che si arricchiranno, mentre altri scenderanno nella scala sociale. Attraverso il sistema ugualitario ciclico, queste differenze non permarranno per sempre, se non che in un determinato momento, si creerà lo stesso livello per tutti gli individui e spariranno le classi sociali. Ogni cinquanta anni, le terre, i mezzi di produzione, tornano ai loro proprietari originali e tutti iniziano un nuovo ciclo di cinquanta anni di economia libera in condizioni di uguaglianza. In questo modo si rinnova l’uguaglianza una volta ogni cinquanta anni in forma ciclica.
Se guardiamo alle leggi della shemittà e dello yovel in forma moderna, è possibile definirle come una riforma agraria dal carattere rivoluzionario. In maniera totale ed automatica e senza pagamento alcuno, le terre sono prese dai loro proprietari attuali per essere date ai proprietari originali. Quando un uomo comprava un campo, in realtà, sapeva di non comprarlo per sempre, se non per un periodo di tempo equivalente agli anni che mancano fino allo Yovel.
Una delle caratteristiche della esistenza umana è la distanza ed il vuoto che si produce tra gli obbiettivi morali della vita e le realtà della vita. Per riempire questo vuoto è necessario fare delle interruzioni prestabilite che possano rinnovare i valori basilari della nostra vita, sia in senso morale che religioso. La shemittà e lo yovel rappresentano questa interruzione, che hanno come obiettivo il rinnovamento della uguaglianza economica, psicologica e sociale.



Altri commenti sulla parashah settimanale sul sito ChabadRoma,
da cui traiamo questa sintesi della parashah e della haftarah

Immagine dal sito Adventures in Tefillah


BeHar Sinay - Bechukotai in Breve
Il Sign-re comunica le leggi dell’anno sabbatico a Moshè, sul monte Sinai. Ogni sei anni si dovrà cessare di lavorare la terra e i prodotti saranno a disposizione di chiunque durante il settimo anno.
Dopo sette cicli di sette anni ciascuno, ricorre il giubileo, yovèl, durante il quale non si lavora la terra, gli schiavi vengono liberati e le proprietà ancestrali vendute tornano in possesso dei proprietari originari. La parashà elenca anche le leggi riguardanti la vendita di terreni e le proibizioni contro la frode e l’usura.
Il Sign-re promette che se il popolo d’Israele osserverà i Suoi comandamenti, essi godranno di prosperità e vivranno nella loro terra in pace. Il Sign-re ammonisce che colui il quale si azzardi a rescindere il patto stretto con D- sarà punito con l’esilio, persecuzioni e altre pene. Ciononostante, “Anche quando essi si troveranno in terre nemiche, Io non li rinnegherò né li aborrirò per distruggerli…poiché Io sono il Sign-re, loro D-o”.
La parashà termina con un elenco di regole per il calcolo del valore delle varie promesse fatte al Sign-re.

Haftarah in Pillole
La haftarà parla delle punizioni che verranno date a chi disubbidisce la legge di D-o e le benedizioni che coloro che seguiranno la volontà del Creatore meriteranno, questo argomento segue il tema della parashà che si dilunga nel descrivere le benedizioni e le maledizioni.
Il profeta Geremia rimprovera il popolo d’Israele per le loro azioni idolatre e per non aver avuto fiducia in D-o. Egli trasmette le parole di collera Divina verso coloro che non ripongono la loro fiducia in Lui, profetizzando l’esilio come punizione, e le benedizioni per coloro che invece hanno fiducia in Lui.
“Maledetto sia l’uomo che ha fiducia nel uomo e fa affidamento sulla carne mortale per la sua forza e il cui cuore si svia da D-o. Egli sarà come un albero solitario nel deserto e non vedrà quando il bene verrà, e dimorerà in una terra riarsa nel deserto, sulla terra inzuppata di sale che non è abitabile. Benedetto sia l’uomo che ha fiducia in D-o, per il quale D-o sarà la sua fede. Poiché lui sarà come un albero piantato vicino all’acqua, e che propaga le sue radici fuori nel ruscello di modo che non colpito quando verrà il caldo, e le sue foglie saranno Verdi e l’anno di siccità non sarà apprensivo, nè cesserà di produrre frutti”.