Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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venerdì 15 marzo 2019

I “nostri” Purim

Come abbiamo visto nel precedente post LINK accanto alla festa di Purim celebrata da tutti gli ebrei, esistono innumerevoli Purim locali, particolare ed anche famigliari.
Diamo un’occhiata a qualcuno di questi Purim che ci riguardano più da vicino: Oria, Siracusa e Roma.

Il Purim di Oria
La storia si svolge nel Salento, all’epoca denominato Calabria.
Oria (BR): la Porta degli EbreiImmagine da Wikipedia 
Nella città di Oria in Calabria - regione nota agli ebrei per i suoi etroghìm (Cedri) - viveva circa un millennio fa una cospicua famiglia ebraica, che diede per molti anni rabbini e capi alla locale
Forse non ci sarebbe giunta alcuna notizia di questa famiglia e di questa comunità, se per fortuna un suo discendente non si fosse preso la briga di narrarne la storia in un libro. L'autore si chiama Ahimaàz ben Paltièl e scrisse le sue cronache nel 4814 (1054). Queste raccontano la storia degli eminenti antenati dell'autore per otto generazioni, a cominciare da Rabbì Shefatià: tra gli altri, di Rabbl Hananèl, suo fratello, di Rabbì Amittai (figlio di Shefatià), di Rabbì Paltièl (nipote di Shefatià) e di Rabbì Shemuèl (figlio di Paltièl).
L'autore era un pronipote del menzionato Rabbì Hananèl, che è l’eroe dell'interessante episodio qui riportato.
Rabbì Hananèl era un grande maestro della Torà, molto rispettato non solo dalla comunità ebraica, di cui egli era il capo, ma anche dai non ebrei. Lo stesso Governatore della provincia trattava Rabbì Hananèl con molto riguardo c lo stimava molto. Egli faceva spesso visita al Rabbino o lo invitava nella propria residenza per discutere con lui questioni di religione. Il Governatore nutriva la segreta speranza che un giorno o l'altro egli avrebbe potuto in qualche modo persuadere o obbligare Rabbì Hananèl a riconoscere la superiorità della religione cristiana. Ma in tutte le discussioni il Governatore aveva di solito la peggio e le sue speranze venivano ogni volta deluse. Ma non per questo egli vi voleva rinunciare. Rabbì Hananèl, d'altro canto, faceva di tutto per evitare questi incontri e queste discussioni, che gli portavano via del tempo prezioso; ma non poteva troncarli, perché il Governatore era un personaggio molto potente, da cui dipendevano le sorti della comunità ebraica.
Avvenne così che durante una di queste discussioni il Governatore affrontò l'argomento del calendario ebraico. Egli chiese al Rabbino se era in grado di calcolare e di dirgli quando sarebbe caduto il prossimo molàd il momento in cui la nuova luna appariva nel cielo. Il Governatore si era già preso la pena di calcolarlo per conto proprio, poiché egli era un provetto matematico ed astronomo.
Mancavano ancora parecchi giorni per il molàd ed il Rabbino non aveva ancora avuto il tempo di determinarlo (non c'erano naturalmente calendari stampati, a quell'epoca) Rabbì Hananèl fece un rapido calcolo e, senza poterne controllare il risultato, disse l'ora ed il minuto del prossimo molàd .
Il Governatore fu ben felice di vedere che questa volta Rabbì Hananèl era incorso in una svista e che il suo calcolo era errato. Era l'occasione che il Governatore aveva sempre attesa.
Mio caro Rabbino, egli disse, finalmente vi ho colto una volta in errore ed ora vi sfido ad una scommessa. Se sarà dimostrato che io ho ragione, dovrete riconoscere pubblicamente che la mia religione è la vera e che essa è superiore alla vostra. D'altro canto, se risulterà che voi avete ragione vi farò dono di un bel cavallo del valore di trecento monete d'oro, oppure, se lo preferite, riceverete in sua vece il danaro in contanti .
Rabbì Hananèl fu assai contrariato, ma il Governatore lo mise alle strette ed egli non poteva opporsi a colui che reggeva la provincia senza provocare le sue ire. Il Governatore ordinò immediatamente che i termini della scommessa fossero registrati ufficialmente in tribunale davanti al giudice ed ai magistrati.
Rabbì Hananèl torno a casa profondamente preoccupato, si ritirò subito nella sua stanza e senza lasciar trascorrere un minuto cominciò a rivedere i suoi calcoli; e con sua grande costernazione si accorse che aveva proprio commesso un errore e che il calcolo del Governatore era invece il giusto.
Egli chiamò i capi della comunità ad una riunione solenne, e raccontò loro della terribile minaccia che si addensava sopra il suo capo e sopra la comunità tutta. Chi poteva sapere a quali estremi sarebbe giunto il Governatore nello sfruttare la sua “vittoria”? Rabbì Hananèl chiese ai capi della comunità di unirsi a lui nel proclamare un pubblico digiuno per pregare tutti assieme Idd-o e chiederGli misericordia in quell'ora di pericolo. Naturalmente, l'intera comunità aderì con tutto il cuore. In verità, solo un miracolo poteva salvare gli ebrei da quella situazione disperata ed essi digiunarono e pregarono come mai in vita loro.
Venne la notte, nella quale la luna nuova doveva comparire. Giubilante il Governatore salì sul tetto del suo castello per vedere la luna nuova salire in cielo. Egli aveva dislocato anche degli osservatori in diverse parti della città per avere dei testimoni che aveva vinto la scommessa col Rabbino.
Anche Rabbì Hananèl salì sul tetto della sua casa e col cuore infranto c le lacrime agli occhi si rivolse piangendo all Onnipotente pcr chiederGli un miracolo.
Era una notte serena. Non c’era un alito di vento ed il cielo era tempestato di stelle. Si avvicinava il momento in cui la luna nuova doveva spuntare e Rabbi Hananèl, gli occhi fissi al ciclo e l’animo tutto concentrato nella preghiera confidava nel Signore. Tutti gli ebrei della città pregavano altrettanto ardemente che si verificassc un miracolo al l'ultimo momento.
D'improvviso cominciarono a raccogliersi nel cielo nere nubi che nascevano dal nulla. In un momento tutto il ciclo fu completamente coperto da un'impenetrabile nuvola oscura.
D-o aveva esaudito la preghiera di Rabbi Hananèl e di tutta la comunità ebraica. La notte seguente la sottile e delicata falce della luna nuova apparve in un cielo sereno e senza nubi!
Il giorno dopo Rabbl Hananèl andò secondo gli accordi presi, a fare visita al Governatore ed a sentire ciò che aveva da dirgli. Egli trovò presso di lui una adunanza imponente, perché tutte le più importanti personalità del paese erano state invitate a sentire il verdetto e ad assistere al trionfo del Governatore.
Ora, tutti erano impazienti di ascoltare ciò che il Governatore avrebbe detto. Questi si rivolse al Rabbino con le seguenti parole:
“Stimato Rabbino Hananèl! Sapete meglio di me che questa volta avevo ragione io e che avrei dovuto vincere la scommessa fatta tra di noi. Ma il vostro D-o deve avervi aiutati. Non era mai successo finora, e probabilmente non succederà mai più, che in questa stagione ci fosse da queste parti la più piccola nuvola in cielo. Tuttavia nel momento in cui la luna doveva comparire, il vostro D-o ha coperto il cielo di nubi e mi manca perciò la prova di aver vinto realmente la nostra scommessa. Secondo i termini del nostro accordo che è stato debitamente registrato dai nostri degni magistrati, non posso fare altro che versarvi quanto pattuito. Ecco qui il danaro. Sono convinto che farete un buon uso di queste trecento monete d'oro".
Rabbì Hananèl diede un sospiro di sollievo. Si affrettò a portare la buona notizia agli altri ebrei, che si rallegrarono al pari di lui. Subito dopo, Rabbi Hananèl consegnò il denaro ai capi della Comunità perché fosse distribuito ai poveri ed ai bisognosi. Dopo tutto si trattava di danaro che il Governatore aveva preso agli ebrei, gravandoli di forti tasse, cui facevano fronte con le più grandi difficoltà.
Rabbì Hananèl ed i capi della comunità indissero una giomata di preghiere di ringraziamento all Onnipotentc. Tutti gli ebrei si raccolsero nel Bet ha-Midrash per ringraziare il Signorc di aver tramutato la loro tristezza in gioia e la loro ora più oscura in luminosa allegrezza.
Come sono strane le vie del Signore!
Egli aveva rischiarato il loro animo, radunando oscure nubi nel cielo! Fu come un altro Purim per gli ebrei di Oria, che furono salvati dal loro Amàn particolare proprio come nei giorni di Mordechai ed Estèr, quando l'Onnipotente salvò gli ebrei di Persia da Amàn e fece fallire i suoi piani. Ed invero, per molti anni i riconoscenti ebrei di Oria ricordarono questo giorno di salvezza miracolosa come il Purim di Oria .

Importante fu nei secoli il Purim di Siracusa
Il mikweh di Siracusa Immagine da Moked 
[…] La celebrazione prevede la lettura pubblica di una meghillà, ovvero un rotolo di pergamena scritta in cui viene narrato l’evento che si vuole ricordare. Inoltre possono esservi preghiere particolari e veri e propri poemi commemorativi come Kina Glossa, quello che vi proponiamo in dialetto di Giànnina e che racconta l’avvenimento di Siracusa seguendo la diegesi narrativa della Meghillat Saragusanos.
Il Purim di Siracusa, nato in Sicilia nel XIV, ebbe diffusione, dopo l’editto di espulsione del 1492, fra gli Ebrei Siciliani fuggiti dall’isola che trovarono rifugio in oriente e in particolare a Salonicco e Giànnina, nei territori dell’impero Ottomano. Qui gli Ebrei si organizzarono in comunità chiamate, in giudeo-spagnolo, Kal dall’ebraico Quahal. A Salonicco esistevano ben tre comunità provenienti dalla Sicilia: Sicilia Vecchia, Sicilia Nuova e Bet-Aharon. Dagli appartenenti a quest’ultima comunità, in particolare con la famiglia Saragusi, si mantenne la tradizione di festeggiare il nostro Purim, anche quando il rito Siciliano andava perdendosi, soppiantato da quello sefardita.
Si hanno testimonianze della celebrazione della festa fino all’inizio del XX secolo. La sera si leggeva la Meghillat Saragusanos e la giornata successiva si trascorreva in festeggiamenti. Dopo l’olocausto e la dispersione delle famiglie Saragusi scomparve inesorabilmente la memoria della festa del Purim di Siracusa, pur trovandosi alcune tracce, quale Purim di Saragozza in Francia e in Israele. Per molto tempo infatti gli studiosi hanno ritenuto che questo speciale Purim si riferisse alla città di Saragozza, equivocando sul nome del Re Saragosanos e sulla lingua, il giudeo spagnolo ovvero il ladino, portato dagli ebrei fuggiti dalla Spagna e che progressivamente si impose come lingua dominante.
Si deve per primo allo studioso David Simonsen, nel 1910, la legittima e documentata restituzione agli Ebrei siciliani e a Siracusa di questo Purim. La tesi fu poi condivisa da altri studiosi fra i quali ricordiamo Yosef Mejuhas, Cecil Roth fino al Dott. Dario Burgaretta. Oggi il mondo accademico riconosce, senza ombra di dubbio alcuna, l’appartenenza di questo Purim alla storia della nostra città.
Ecco in sintesi l’evento, così come viene narrato dalla nostra meghillat: Ai tempi del re Saragusanos era usanza che, quando questi visitava il quartiere ebraico della città, abitato da più di 5000 uomini adulti, le guide e i capi spirituali della comunità, i maggiorenti, si recassero in processione verso il re, portando, in segno di sottomissione e rispetto, i rotoli della Torah. Tale abitudine fu seguita per i primi 12 anni del regno del re Saragusanos, ma nel 13° anno gli Ebrei decisero, per rispetto nei riguardi della Torah, di presentare al re solo le custodie vuote dei rotoli. Avvenne però che un Ebreo converso, Haim Sami, col nuovo nome di battesimo Marcos, denunciò il fatto al re, con la speranza di poter entrare nelle sue grazie. Il re decise di assicurarsi personalmente di quanto il delatore gli aveva raccontato passando all’improvviso nel quartiere ebraico l’indomani, il 17 del mese di Shevat, con l’intenzione di uccidere, nel caso di una conferma delle accuse, tutti gli Ebrei della città. Ma nella notte il profeta Elia apparve al custode della Sinagoga avvertendolo della minaccia incombente. Così i rotoli della Torah furono riposti nelle custodie, e quando l’indomani il re chiese di vederli, questi gli furono mostrati.
Il delatore, risultata falsa e menzognera l’accusa di lesa maestà, fu punito dal re con la pena capitale, mentre gli Ebrei beneficiarono del favore e della benevolenza del re.

Meghillat Saragusanus
(non so se sia questa la versione del canto citata nel testo)

Al tempo del re Saragusanos, re forte e potente, si trovavano sotto il suo dominio circa cinquecento Israeliti, tutti dotti e saggi capi d’Israele, senza contare i giovani e i ragazzi, le donne, i figli e i bambini, e formavano dodici comunità con altrettante Sinagoghe costruite con pietra intagliata e colonne di marmo, di perfetta bellezza, ricoperto di crisolito. Era usanza e regola presso quei Giudei che, al passaggio del re attraverso la piazza dei Giudei, portassero fuori tre rotoli della Torah per ogni comunità-Sinagoga, trentasei rotoli avvolti in panni ricamati e in teche d’argento e d’oro, con Melograni e Pomi d’argento e oro e ornamenti d’argento in cima ai rotoli e benedicessero il re a gran voce, mentre tutto il popolo rispondeva dopo di loro Amen.
Un giorno si radunarono i dodici rabbini degli Israeliti e i loro 24 dayyanim dissero: “Noi non facciamo cosa buona uscendo con la legge del nostro D-o, il D-o vivente e Re eterno, al cospetto di un pagano idolatra”.
Si consultarono e stabilirono concordi di predisporre tre teche vuote per ogni comunità-Sinagoga, avvolte nei loro Manti e con i loro Melograni e di uscire con esse al cospetto del re. L’usanza era infatti che il rabbino della comunità reggesse la Torah assieme ai suoi dayyanim.
Nessuno dunque era a conoscenza di questa decisione, eccetto i rabbini e i dayyanim e così fecero fino al XII anno del regno del re Saragusanos.
In quei giorni accadde che un uomo di nome Haim Sami - che il suo nome sia cancellato - persona di litigi e di discordie, persona malvagia e iniqua, si convertì al cristianesimo. Quest’uomo era ben voluto al palazzo reale poiché in passato, in quanto israelita, aveva servito alla porta del re. Allora il re Saragusanos rese potente Haim Sami - sia cancellato il suo nome - cui aveva posto il nome di Marcos e pose il suo seggio fra quelli dei ministri che erano con lui nel palazzo reale. Un giorno il re Saragusanos uscì con i suoi familiari e tutto il suo seguito, assieme ai ministri e ai governatori, per compiere, come si sua abitudine, dei giri a suo piacimento, e passò dentro la città. Per caso si trovò a passare anche per la piazza dei Giudei. Allora i Giudei corsero a riferire ai capi delle comunità e ai loro rabbini. “Ecco il re sta passando per la piazza dei Giudei”. Allora i rabbini delle comunità-Sinagoghe e i loro dayyanim si levarono, con tutta la gente che era con loro e uscirono, come d’abitudine, con le teche coperte con panni ricamati, salutando il re ad alta voce, mentre tutti rispondevano “amen” e il re proseguì il suo cammino. Giunta la sera, mentre il re sedeva sul suo trono regale, con vesti reali di porpora viola e rossa e di lino bianco, e una grande corona d’oro, adornata con pietre preziose in testa, i suoi ministri e consiglieri e sapienti dissero: “Quale gloria oggi per il re Saragusanos, più di ogni altro sulla terra, agli occhi degli Ebrei, mentre essi uscivano al cospetto del re, i capi dei loro giudici e tutti gli Israeliti con i rotoli della Torah per prostrarsi al re e omaggiarlo”.
Ma il perfido Marcos, rispondendo al re e ai suoi ministri disse: “Guai a questi miserabili Giudei per questa azione! Sia noto infatti al re che le teche sono vuote e dentro non vi è nulla; essi infatti agiscono con l’inganno.
Non appena il re ebbe udito ciò, i suoi ministri, i suoi saggi e i suoi consiglieri si adirarono molto, e anche il re si infuriò e la sua collera ardeva dentro di lui. Allora egli interrogò i saggi esperti di legge e i giureconsulti, poiché questa era l’usanza del re e disse: “Quale sentenza infliggere a questi peccatori che hanno tramato grandemente e impudicamente una congiura per ingannare il re?”. Risposero i suoi saggi: “Una sentenza di morte meritano questi uomini”.
Se al re piace sia scritto e sia sigillato con l’anello del re: al mattino usciremo e passeremo all’improvviso dalla piazza dei Giudei e, appena usciranno incontro al re con i rotoli della Legge apriremo le casse e vedremo se le parole di Marcos sono veritiere; in questo caso l’esercito del re si solleverà contro di loro, tutti con la spada in pugno, addestrati alla guerra, ognuno con la spada al suo fianco e li uccideranno tutti insieme all’interno della loro comunità; daremo alle fiamme la loro Sinagoga e prenderemo per noi come schiave e serve i loro bambini e le loro donne, mentre tutto il bottino sarà versato nel tesoro del re. La cosa piacque agli occhi del re e dei ministri; fu scritto dunque il decreto e fu sigillato con l’anello del re.
Quella notte fu agitato il sonno di Efraym Baruk, lo shammash della Sinagoga che si trovava nella città di Siracusa. Questi era un uomo anziano e rispettato, integro e retto, timorato di D-o e lontano dal male, che adorava D-o con cuore integro, con gioia e con timore. Ed ecco che un uomo venerando, con lunghi capelli e una cintura di cuoio ai fianchi, un uomo preposto a tutte le buone novelle, il cui aspetto è simile all’aspetto di un uomo di D-o, assai terribile, il cui nome Elyahu, il profeta Elyahu sia ricordato in bene, lo svegliò dal sonno e gli disse: “Perché dormi? Alzati subito, affrettati e non fermarti! Va al Tempio e riempi le teche vuote con i rotoli della Torah, poi torna e rimettiti a letto in pace, ma trattieniti e guardati dal dire ad alcuno di questa visione, poiché, se invece lo dirai, certamente morirai e il tuo sangue ricadrà sul tuo capo!”.
Allora Efraym si alzò e, preso da un gran terrore fece così come gli aveva ordinato il messaggero, poi tornò e si rimise a letto e il suo sonno fu tranquillo. Nel frattempo la stessa apparizione e la stessa visione che aveva avuto Efraym le avevano avute anche tutti gli shammashim delle dodici comunità, la stessa notte, allo stesso momento, ma non lo dissero a nessuno, secondo quanto era stato loro ordinato dal messaggero e ognuno pensava che soltanto lui avesse avuto quella apparizione e quella visione e la cose li riempiva di meraviglia.
La mattina del diciassettesimo giorno dell’undicesimo mese, il mese di Shevat, il tredicesimo anno del re Saragusanos cioè l’anno 1352 dalla distruzione del secondo Tempio, cioè l’anno 5180 dalla creazione, si levò il re Saragusanos, assieme a tutti i suoi ministri e comandanti, ai suoi consiglieri e ai suoi saggi e passò inaspettatamente attraverso la piazza dei Giudei, mentre il malvagio Marcos procedeva alla sua destra e l’esercito del re li seguiva, tutti armati, con ogni tipo di arma da guerra, circa trecento uomini dei cristiani, tutti con la spada in pugno, per fare ai Giudei tutto ciò che volevano. Mentre essi passavano nella piazza dei Giudei, questi si affrettavano a riferirlo ai rabbini, ai Giudei, e ai dayyanim, e in fretta presero le teche per andare a omaggiare il re, come d’abitudine, e il re disse loro: “Voglio vedere la Legge di Mosè, uomo di D-o, con la quale mi benedite il Suo nome!”.
Appena i rabbini i dayyanim e tutto il popolo udirono le parole del re, il cuore mancò loro e si sciolse come acqua dalla paura, essi iniziarono a tremare interrogandosi l’un l’altro: “Che cosa ci ha fatto D-o?”; ma essi non sapevano che cosa aveva fatto in realtà il D-o dei loro Padri. Allora i ministri del re si affrettarono a prendere una teca, la aprirono e trovarono scritto in campo alla pagina:
Ma anche allora, quando saranno in terra nemica, io non li rigetterò, né li disprezzerò fino al punto di annientarli e di rompere la mia alleanza con loro, perché Io sono il Signore, il loro D-o.
Lo lessero al cospetto del re, poi presero un’altra teca e la aprirono: anche questa era piena con la Legge di D-o e così anche una terza teca e così tutte.
Quando il re e i suoi ministri videro tutte le teche piene con la Legge di D-o, il re li benedisse e rimise loro il testatico per tre anni e li dispensò dal tributo. Allora anche essi se ne andarono in pace e il re ordinò che impiccassero Marcos il malvagio sul palo con il quale egli aveva tramato di fare del male ai Giudei; il suo cadavere fu gettato nell’immondizia finché i cani mangiarono la sua carne, le sue ossa furono date alle fiamme e l’ira del re si placò. Così periscano tutti i nostri nemici, o Signore.
Per questo i Giudei che si trovavano nella città di Siracusa presero la decisione e l’impegno, per sé e per i loro discendenti, di festeggiare il giorno 17 del mese di Scevat, ogni anno essi i loro figli e i figli dei loro figli, per sempre, come giorno di gioia e di letizia, un giorno di festa scambiandosi cibi a vicenda e facendo elargizioni ai poveri, e per i Giudei fu grande luce, letizia, esultanza e onore, poiché il malvagio Marcos aveva pensato di sterminare i Giudei, ma la sua malvagia macchinazione era ricaduta sul suo capo ed egli era stato impiccato sul palo e il suo cadavere era stato dato in pasto agli animali della terra.
Così periscano tutti i nostri nemici o Signore.
Poiché colui che ha pietà di loro li ha guidati e compirà con noi la scrittura, poiché è scritto:
Anche se i tuoi esiliati si trovassero sotto l’estremo lembo del cielo, di là il Signore, tuo D-o, ti radunerà e di là ti prenderà; ed è detto: Il Signore ha riscattato Giacobbe, lo ha liberato dalla mano di chi era più forte di lui e allora la vergine si rallegrerà con la danza, si allieteranno insieme il giovane e il vecchio. Muterò il loro lutto in letizia, li consolerò e li farò gioire dopo il loro dolore. E’ detto inoltre: Poiché ogni arma preparata contro di te rimarrà senza effetto e condannerai ogni lingua che si alzerà contro di te in giudizio. Questa è la sorte dei servizi del Signore, quanto spetta a loro da parte mia. Oracolo del Signore. E i riscattati del Signore ritorneranno e verranno in Sion con esultanza; felicità perenne sarà sul loro capo; giubilo e felicità li seguiranno; svaniranno afflizione e sospiri.

Maledetto Marcos, Benedetto Efraym
Maledetti tutti i malvagi, Benedetto tutto Israele

Infine,  l’unico di questi tre Purim che viene ancora ricordato e, in qualche misura, celebrato, il cosiddetto Mo’ed di piombo degli ebrei romani.

1793 cronaca di un miracolo e di uno scampato pericolo per gli ebrei romaniGiacomo Kahn da Shalom.it 
Oggi ricorre per la Comunità ebraica di Roma l’anniversario di un piccolo ma straordinario miracolo: un improvviso e forte acquazzone che consentì di spegnere un incendio appiccato dal popolino romano che intendeva mettere a fuoco il ghetto di Roma. Un gesto violento e temerario con il quale la plebe voleva respingere i venti di libertà e lo spirito egualitario che arrivavano da oltralpe.
I fatti sono noti e sono stati raccontati in un saggio pubblicato alcuni anni fa da Giancarlo Spizzichino che sulla scorta di nuovi documenti rintracciati nell’archivio della comunità ebraica romana fornisce una visione a tutto tondo di cosa avvenne.
Il 13 gennaio 1793 Nicolas Hugo de Basville, diplomatico francese di transito a Roma, vestito con la coccarda tricolore simbolo della rivoluzione, viene assassinato dalla plebaglia a Palazzo Palombara in centro. E’ diffusa l’idea che anche in ghetto vengono conservate coccarde tricolori e che sia un covo di rivoluzionari.
14 gennaio. Un gruppo di trasteverini, monticiani e regolani, si dirigono verso il ghetto con le fascine per appiccarvi il fuoco, ma vengono convinti a desistere da due frati. Lo stesso giorno a mezzanotte i manifestanti ci riprovano e rapiscono Salomone di Segni con la minaccia “o muori o fatti cristiano” (permarrà 40 giorni presso la casa de’ Catecumeni dove le pressioni non fecero effetto). Terzo tentativo di dare fuoco alle porte del ghetto, respinto dalle guardie papaline. Alle 23 della notte una pioggia battente fa desistere i facinorosi. Il ghetto rimane chiuso e sorvegliato per otto giorni, senza la possibilità per i capifamiglia di recarsi fuori a svolgere quei piccoli lavori da cui traevano il sostentamento, aggravando la povertà di tutti quei nuclei - la stragrande maggioranza - che ricevevano il sussidio dalla comunità.
La drammatica situazione economica degli ebrei romani fu alleviata da ben nove Università Israelitiche, rispondendo alla struggente richiesta d’aiuto rivolta loro dai fattori Tranquillo Del Monte, Isaia di Castro e Samuele Moro, fornirono aiuti economici.
Superato il brutto momento la comunità si interrogò: si poteva vedere l’azione di Dio nella salvezza inaspettata giunta dalla pioggia che aveva spento il fuoco e gli animi dei più facinorosi?
Nel solco di una tradizione millenaria, a Roma venne istituita la celebrazione del Moed di piombo (dal colore del cielo scuro come il piombo, ndr.) a cura della confraternita Ezra’ bezarod - che possedeva tanto di statuto, sede e dotazione economica - i cui membri si riunivano nella scola siciliana e recitavano uno speciale formulario di inni e invocazioni composte per l’occasione da David Bondì’ e stampato a cura di Yaaqov Caivano.
Con il trascorrere del tempo questa ricorrenza e un po’ caduta nell’oblio. Ma da alcuni anni un gruppo, riunito intorno ai frequentatori del tempio di via Monteverde, ha deciso di recuperare i significati e la storia di questo miracoloso evento.

Purim e i Purim


Questa festa ricorda un gravissimo rischio di sterminio, ed è molto cara al popolo ebraico, che accanto alla festa di Purim, vuole celebrare anche… le feste di Purim!
Ester (sposa del re Assuero, amatissima dai marrani, in quanto anche lei segretamente ebrea) è spinta dal suo parente Mordechai ad intervenire per la salvezza del popolo, a rischio della sua stessa vita, altrimenti “da un’altra parte [unica citazione di Dio in questo libro] verranno aiuto e protezione per i Giudei”.
Questi Purim, detti qetanim, “piccoli, minori”, vengono o venivano celebrati da intere città, comunità, oppure, a volte, solo da una o poche famiglie, in memoria di scampati pericoli, sventati miracolosamente.
La loro istituzione sembra essere tipica (anche se non esclusiva) dell’ebraismo sefardita e italiano, e copre un lungo arco temporale, da prima dell’XI secolo (Purim di Oria, che vedremo in un post successivo) al XX secolo, con il Purim della Parashah di Toledot a Padova, istituito dopo il tentato incendio del Tempio da parte dei fascisti.

Riguardo a Purim in generale suggerisco due ottimi siti: Torah.it, veramente completo e ben fatto, e Chabad Roma, ugualmente interessante.

Sui Purim locali in genere
Da Chabad Roma  - Immagine da Moked  
[…] Uno di questi Purim è quello de Il Cairo. Viene festeggiato in ricordo degli eventi dell'anno 1524 quando il governatore dell'Egitto, I'Haman dei suoi tempi, mise in galera 12 ebrei, rabbino capo compreso, per estorcere denaro alla comunità. Quest'uomo crudele minacciò di mettere a morte tutti gli ebrei del Cairo, ma finì accoltellato da un suo aiutante e gli ebrei riuscirono a sfuggire a un terribile massacro. L'esito felice fu ricordato per molti anni il 28 di Adar.

Nel 1690 Ancona fu colpita da una serie di terremoti che avrebbero potuto distruggere la comunità. Anche oggi, in ricordo di quell'evento, si celebra il Purim di Ancona che assomiglia al Purim più famoso, con un digiuno che è seguito da un grande banchetto.
Per gli ebrei di Algeria, vi è il Purim Edom, che ricorda il tentativo, fatto da Carlo V di Spagna nel 1504, di prendere la città di Algeri. Secondo la leggenda, le preghiere del rabbino della comunità furono esaudite: una tempesta distrusse la flotta degli invasori, salvando gli ebrei dall'attacco furioso degli spagnoli.
E ancora, il Purim di Firenze viene osservato dagli ebrei fiorentini a memoria del giorno in cui nel 1790 le mediazioni di un vescovo locale li salvarono da una folla inferocita.
Durante il Purim delle Cortine di Praga, i discendenti del praghese Mosè Altschul sono chiamati ogni anno a leggere un rotolo nell'anniversario del giorno in cui costui fu liberato dalla galera. Si racconta che delle cortine di damasco furono rubate dal palazzo del Governatore e date in mano a Mosè Altschul, allora sagrestano della sinagoga di Meisel a Praga.
Altschul rifiutò di dire da chi aveva ricevuto in custodia il bottino e fù imprigionato. Il presidente della congregazione rivelò il nome del ladro, che dichiarò di aver comperato le tende da due soldati. la congregazione pagò una multa di 10,000 fiorini per poter liberare Altschul, che narrò poi l'episodio, scrivendo su un rotolo da egli chiamato Meghillat Purim ha Kela'im il Rotolo del Purim delle Cortine - e chiese che i suoi discendenti organizzassero dei festeggiamenti ogni anno, durante i quali avrebbero letto il rotolo.
Nel nord-ovest della Turchia c'è una città ora chiamata Edirne, conosciuta una volta come Adrianopoli. Lì vicino si trova Gumeldjina, un villaggio che festeggia il Purim dei Banditi. Nel 1786 il villaggio fu attaccato dai banditi che seminarono terrore nel ghetto e tentarono di saccheggiare l'intero paese. I banditi furono sconfitti, gli abitanti liberati, ma gli ebrei furono accusati di aver tessuto un complotto con loro. Dopo energiche proteste gli ebrei riuscirono a provare la proprio innocenza e furono salvati dunque da una duplice sfortuna. I rabbini del luogo fissarono il 22 di Elul come festività locale.
I1 21 di Adar, nel sud della Francia, vicino alla frontiera con la Spagna, gli ebrei di Narbonne festeggiano il Purim di Narbonne. Quel giorno del 1236, ci fu un litigio fra un ebreo e un cristiano che finì con la morte di quest'ultimo. Stava per scoppiare un pogrom, ma il governatore di Narbonne apparve all’improvviso circondato dai suoi soldati, e la sommossa fu repressa. La folla fu dispersa e l'ordine fu ripristinato: L'avvenimento viene ricordato dalla comunità come il Purim di Narbonne.
Per la sua famiglia, un certo David Brandesi della Boemia istituì nel 1731 il Purim ôvidi (Il Purim della marmellata di prugne). Questo giorno celebrativo commemora il suo rilascio dalla prigione e la restaurazione del suo buon nome.
Brandesi, un droghiere, aveva venduto un barattolo di marmellata di prugne alla famiglia di un rilegatore di libri, i cui componenti si ammalarono dopo averla mangiata. II rilegatore di libri morì e Brandesi e i suoi figli furono gettati in prigione con l'accusa di vendere cibo avvelenato. Dopo una serie di indagini si scoprì che il rilegatore in realtà era morto di tubercolosi e il caso contro Brandesi fu abbandonato. Per più di 150 anni, i discendenti di Brandesi osservarono questa festa.
Nel 1840 sull'isola greca di Rodi, gli ebrei furono falsamente accusati di aver ucciso un bambino per scopi rituali. Alla fine si seppe che dei concorrenti greci degli ebrei. anche loro commercianti di spugna, avevano rapito il bambino per mettere i rivali in cattiva luce. Il bambino fu trovato e le autorità promulgarono un decreto affermando la falsità delle accuse. Per una strana coincidenza, il caso fu risolto proprio il 14 di Adar, cosi che, per gli ebrei di Rodi, il Purim da noi conosciuto è una doppia festa.
Durante il 13° e 15° secolo, in una data imprecisata ci fu a Shiraz, nella Persia, un episodio che portò all'istituzione del Purim di Shiraz. Un macellaio locale fu accusato di aver venduto carne taref (non casher). Per reazione alla rabbia dei suoi compagni ebrei si convertì all'islamismo e accusò i suoi ex-correligionari di una serie di delitti. I musulmani costrinsero gli ebrei a scegliere fra la morte e la conversione. Tutti si convertirono, ma il macellaio fu trovato morto un mese dopo in circostanze misteriose. Nella sua tasca fu trovata una lettera in cui v'era scritto che le sue dichiarazioni erano false e che gli ebrei erano tutti innocenti. Fu loro concesso di tornare all'ebraismo e fu così stabilito il Purim di Shiraz. […]

In generale sui Purim italiani, da Torino ebraica , un articolo del Rabbino Capo rav Ariel Di Porto.

Purim locali delle comunità italiane

Immagine da JeccMarketPlace 
Nel tredicesimo numero di Torat Chayim Rav Nello Pavoncello dedica un articolo ai Purim locali delle comunità italiane. In tempi più recenti si sono interessati del tema Rav Amedeo Spagnoletto, Roberto Salvadori, che hanno scritto sulla notte degli Orvietani, o Purim Shenì di Pitigliano, e Pier Cesare Yoli Zorattini, che ha scritto sui Purim di Padova. Il primo di questi Purim, sembra essere quello di Siracusa, del XV sec. Sul tema si segnala l’articolo di Dario Burgaretta, Il Purim di Siracusa alla luce dei testi manoscritti, pubblicato in Materia Giudaica XI/1-2 (2006), pp. 51-80. Il fenomeno non riguarda solamente l’Italia ebraica, ma coinvolge anche il nord Africa, la Turchia, il Medio Oriente: Ariel Viterbo ne trae l’impressione che si tratti di un fenomeno mediterraneo.
Partiamo dalla fine: Rav Pavoncello concludendo l’articolo scrive: “Sarebbe augurabile che i Purim locali non siano dimenticati o che siano ripristinati nelle comunità non del tutto estinte, affinché il ricordo degli avvenimenti ci ricolleghi agli infiniti anelli della catena delle generazioni che ci hanno preceduti, le quali hanno subito onte, percosse, violenze pur di non venir meno alla fede avita ed all’attaccamento al popolo d’Israele”.
In generale si parla di Purim locali riferendosi ad alcuni giorni che commemorano la salvezza da una qualche grave sciagura che ha colpito un’intera comunità, così come avvenne ai tempi del re Acheshwerosh. In questi Purim in alcune comunità vi sono dei festeggiamenti particolari e si legge persino una speciale meghillah, nella quale si narra l’accaduto. A volte nella ‘amidah viene introdotta una formula speciale di ‘al ha-nissim. Questi giorni sono noti nella nostra tradizione come Purim shenì. In alcune comunità il Purim è preceduto da un digiuno, durante il quale vengono recitate speciali Selichot, così come avviene per il Purim propriamente detto. In alcuni luoghi si recita persino l’Hallel, che i chakhamim non hanno stabilito per il vero Purim, e ci si astiene dal lavoro.
Rav Pavoncello segnala che l’elenco dei Purim locali contenuti nella Jewish encyclopaedia non è completo relativamente alle comunità italiane. Per questo, avvalendosi di altri lavori citati di Roth e Levinsky, Rav Pavoncello è riuscito ricostruire in maniera abbastanza esatta il quadro italiano.
Le comunità che celebravano il loro Purim locale erano Ancona, Casale Monferrato, Ferrara, Firenze, Livorno, Padova, Senigallia, Trieste, Urbino, Verona.
a) Il Purim di Ancona, chiamato anche Purim Qatan, veniva celebrato il 21 di Tevet. Il giorno precedente si usava digiunare. Conosciamo dei particolari circa questa celebrazione dall’opera Or Boqer di R. Yosef Fiammetta (Venezia, 1741): “il 21 di Teveth, venerdì sera, dell’anno 5451 (1690), alle ore 8 e 1/4 vi fu un fortissimo terremoto. Furono subito aperte le porte del tempio ed in pochi istanti esso si riempì di uomini, donne e bambini, ancora seminudi e scalzi, che vennero a rivolgere preghiere all’Eterno, davanti all’Arca Santa. Un vero miracolo avvenne allora nel Tempio: non vi era che un solo lume, che rimase acceso finché non fu possibile provvedere”. Nel Ghetto cadde un solo edificio, uccidendo sei persone; quattro salme furono recuperate, dopo che per tutta la notte si lavorò per sgombrare le macerie. L’anno seguente il Rabbinato decretò un digiuno seguito da un giorno di festa. Vennero composti uno speciale Widdui per il digiuno e un inno, accompagnato da vari strumenti musicali, per la festa. Il Chazan invitava il pubblico alla preghiera serale con la formula “Barekhù ‘adatì”; il pubblico rispondeva “Barukh podeh umatzil”. La preghiera serale era accompagnata da strumenti musicali. La ‘amidah era seguita dalla recitazione dell’Hallel intero, senza recitarne le benedizioni.
b) Il Purim di Casale Monferrato, conosciuto come Purim dei Tedeschi, fu celebrato sino ad alcuni anni prima delle leggi razziali il 23 di Nissan. A questo Purim dedicò un articolo S. Foà sulla rassegna mensile di Israel nel giugno 1949, dove viene illustrato il cerimoniale della giornata: “circa due ore prima che tramonti il sole, dopo che sono state chiuse le porte del mercato, tutto il popolo, uomini e donne, si raduna nella casa del Signore. Dopo il Kaddish si estraggono tre Sefarim e si portano sul Dukhan, e mentre il Chazzan canta con voce soave i Salmi 46,66, 127 e 137, si rimettono i Sefarim nell’Aron e si comincia la preghiera di Minchà; poi il Rabbino o uno dei Capi della Comunità prende in mano un bacile d’argento e va in giro a raccogliere le offerte dei singoli, che vengono divise tra i poveri. A Casale si festeggiava anche un Purim delle bombe, che ricordava l’assedio spagnolo del 1640 o del 1648.
c) A Ferrara si festeggiava un Purim Qatan il 24 Kislew, in ricordo dello scampato pericolo del Ghetto da un incendio.
d) In Ketav ha-dat Daniel Terni, probabilmente all’epoca rabbino della comunità di Firenze, descrive l’assalimento del ghetto da parte di un gruppo di persone il 27 Siwan 5550 (1790). Grazie all’intervento del Vescovo la folla venne allontanata. Per questo i fiorentini digiunavano il 26 di Siwan, recitando varie elegie e leggendo la Parashah dei digiuni, mentre il 27 si scambiavano doni e leggevano l’Hallel.
e) Sino a non molti decenni fa gli ebrei di Livorno digiunavano il 22 di Shevat, poiché nel 1742 la Comunità venne salvata da un terremoto che minacciò la città. Gli eventi di quei giorni sono narrati nella cosiddetta Meghillat Yedidiah, un testo celebrativo di un ebreo, commerciante livornese, che venne malmenato quasi a morte il 12 di Shevat, e scrisse un componimento per tramandare il ricordo della sua salvezza. Il Rabbino Malakhì ha-Kohen compose il cerimoniale di quel giorno, Qol tefillah e Shivchè Todah (5504). Il Sabato successivo, chiamato Shabbat dei terremoti, si usava recitare l’Hallel con tono solenne.
f) A Padova si celebravano alcuni giorni di Purim Qatan: il Purim di Buda, stabilito per il 10 di Elul nel 5444 (1684), perché gli ebrei, accusati di aver aiutato i turchi durante l’assedio della città di Buda, si salvarono per via dell’aiuto di molti cattolici e maggiorenti della città; il Purim del fuoco, in ricordo dell’incendio che colpì il ghetto l’11 di Siwan del 1795. I particolari sono riportati dal Rabbino Refael Finzi nel libro Leshon Esh; in tempi più recenti (1927) il Rabbino Castelbolognesi istituì il Purim della Parashah di Toledot, per via di un tentativo di incendio del Tempio di Padova da parte dei fascisti. Il venerdì sera di quello Shabbat si recitava uno speciale ‘al ha-nissim in ricordo di quella circostanza.
g) A Roma si celebra il 2 di Shevat, il Purim di piombo [più noto come Mo’ed di piombo], che ricorda un tentativo di incendio del Ghetto da parte della plebaglia nel 1793. L’origine del nome è incerta. Secondo gli anziani il nome è dovuto al fatto che il cielo si coprì di dense nubi, e una densa pioggia spense l’incendio. Secondo altri l’appellativo di piombo serve ad indicare che si tratta di un mo’ed secondario, da non confondersi con quelli principali. Secondo Rav Pavoncello la prima ipotesi è più credibile. Durante quel giorno non si recita il tachanun. La sera il rabbino teneva una particolare derashah nella quale spiegava il motivo della ricorrenza. L”Arvit era recitato con l’aria dei giorni festivi e preceduto dalla lettura di vari Salmi. Veniva poi recitato solennemente un pizmon “or zeh zeman nissim le’ammò El”, composto da David Bondì, come risulta dall’acrostico delle ultime strofe.
h) Il 15 di Siwan 5559 (1799) gli ebrei di Senigallia furono miracolosamente salvati, dopo che i francesi li avevano depredati e ne avevano uccisi tredici. Furono salvati dagli ebrei di Ancona, che venuti a sapere del fatto, inviarono delle navi per trarli in salvo. Il 14 di Siwan si digiunava ed il 15 si leggeva una speciale meghillah, si faceva un banchetto e si scambiavano i doni come nel vero Purim.
i) Nel 1833 a Trieste un certo padre Nuvoli nelle proprie prediche attaccò violentemente, fra gli altri, gli ebrei. In particolare il predicatore lanciò un anatema contro chi accettava elemosine degli ebrei. Il predicatore morì nei giorni precedenti Purim e venne sepolto proprio all’ora del banchetto festivo. La poetessa Rachel Morpurgo compose una poesia intitolata Haman nafal, hakes nikfal (Haman è caduto, il miracolo è raddoppiato).
l) Ad Urbino l’11 di Siwan venne proclamato poiché la comunità venne salvata da un grave pericolo per intercessione delle truppe francesi nel 1799.
m) A Verona il 20 di Tammuz ricorda l’episodio in cui il capo della città si presentò nel 1607 per chiudere il Ghetto dall’esterno, rendendo impossibile agli ebrei di uscirne per procacciarsi da vivere. Alla fine tuttavia concesse agli ebrei di chiudere il Ghetto dall’interno e questo fu ragione di grande giubilo.
n) Anche la comunità di Venezia ricorda il Venerdì della bomba: nel 1849 una bomba trafisse il soffitto del Tempio Spagnolo, sprofondando sui gradini dell’Aron, senza esplodere e senza recare danni. Sui gradini dell’Aron c’è un’iscrizione che recita: “Qui sprofondò una bomba, rovinando s’inabissò, danno non produsse, passò irrompendo, ma con giudizio, la sera del capo mese di Elul 5609 nell’ora della preghiera”. Quell’avvenimento è ricordato con una speciale preghiera, composta dal rabbino di allora, Avraham Lattes, che fu autore anche dell’epigrafe sull’Aron.
[…] Ariel Viterbo crede che sia necessario, anche alla luce degli ultimi studi, stilare un elenco completo dei Purim locali, attraverso una catalogazione che presenta elementi fissi: luogo, tempo, evento, elemento salvatore, forma della decisione, contenuto della decisione, descrizioni dell’evento, modalità di celebrazione, sopravvivenza delle celebrazioni nel tempo, modalità di segnalazione e di celebrazione odierna, bibliografia.

IN UN PROSSIMO POST VEDREMO PIÙ DA VICINO I “NOSTRI” PURIM QETANIM

giovedì 28 febbraio 2019

Reggio ricorda i Carabinieri Giusti delle Nazioni

Molti furono i carabinieri che durante l’occupazione nazista, dopo l’8 settembre 1943, decisero, per tener fede al loro giuramento, si rifiutarono di collaborare con l’occupante e con i suoi complici italiani, sia come singoli, sia costituendo il Fronte clandestino di resistenza dei Carabinieri.
A Roma, oltre ai carabinieri che combatterono l’8 settembre a Porta San Paolo, si ricorda la deportazione nei lager nazisti di 2000 di loro il 7 ottobre 1943.
Si presume che tale deportazione sia stata organizzata anche per impedire la resistenza dei carabinieri alla razzia degli ebrei romani che avvenne 9 giorni dopo, nel tragico 16 ottobre.
Da Roma furono deportati addirittura più Carabinieri che ebrei, sebbene il loro destino non sia stato altrettanto tragico: dei 2000-2500 Carabinieri deportati 600 non tornarono, dei 1023 ebrei ne tornarono solo 16.

In occasione della Giornata dei Giusti (6 marzo), appena istituita
Reggio Calabria: il 1° marzo incontro in ricordo di quattro marescialli dei Carabinieri che sono stati dichiarati “Giusti tra le Nazioni”


Danilo Loria
- Da StrettoWeb 

Reggio Calabria: l’Associazione Virginia Olper Monis ha organizzato un incontro per ricordare quattro marescialli dei Carabinieri che sono stati dichiarati “Giusti tra le Nazioni”

In occasione della prossima giornata dei Giusti, l’Associazione Virginia Olper Monis ha organizzato un incontro per ricordare quattro marescialli dei Carabinieri che sono stati dichiarati Giusti tra le Nazioni dallo Yad Vashem (organo israeliano che si occupa della memoria delle vittime della Shoa).
Si tratta dei Marescialli Giacomo Avenia, Enrico Sibona, Osman Carugno, Carlo Ravera, che salvarono dalla deportazione e dalla morte diverse famiglie ebree durante la seconda guerra mondiale, e sempre in loro memoria verrà piantato un carrubo e posta una targa con i loro nomi, presso il parco della Scuola Allievi Carabinieri di Reggio Calabria che ospiterà l’incontro venerdì 1 marzo.
Dalle ore 11,00 si alterneranno dopo i saluti del Colonnello Nicola Lorenzon; la Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, per la prima volta a Reggio Calabria; Roque Pugliese Consigliere della Comunità Ebraica di Napoli e delegato per la Calabria; Anna Golotta Presidente dell’associazione V. Olper Monis, e Tonino Nocera Pubblicista.
Sarà un modo per confrontarsi sul tema ancora scottante dell’antisemitismo e parlare delle leggi razziali, ma soprattutto sottolineare l’importanza dei Giusti, uomini che hanno affrontato l’odio per salvare la propria umanità. Così sottolineava Avraham Burg, Presidente emerito della Knesset “Crediamo fortemente che l’umanità non debba avere limiti, e che la giustizia debba essere cieca rispetto alle nazionalità, ai Paesi o alla politica che la circondano. Ogni atto di ostilità contro persone innocenti richiede che altre persone lottino per loro, Giusti che mettano in pericolo le loro vite e la loro posizione per salvare l’umanità in ogni luogo”.
In questa occasione particolarmente importante e coinvolgente, ad accogliere la presidente dell’UCEI Noemi Di Segni ci saranno diverse personalità istituzionali e referenti delle differenti confessioni religiose.


(nelle pagine precedenti e successive si parla dell’impegno dei Carabinieri nella lotta contro l’occupazione nazifasciste)
Nel 1953, per ricordare i martiri della Shoah, venne creato a Gerusalemme il Memoriale di Yad Vashem, sul Monte della Rimembranza, nel quale ad ogni Giusto è stato dedicato un albero, secondo l’insegnamento del profeta Isaia.
Dei “Giusti tra le Nazioni”, riconosciuti tali da una speciale commissione (che ancora oggi opera sulla base di una severa valutazione delle testimonianze raccolte tra i sopravvissuti), fanno parte quattro militari dell’Arma dei Carabinieri: Giacomo Avenia, Osman Carugno, Carlo Ravera ed Enrico Sibona. Erano tutti in servizio nelle province del Nord Italia occupate dai nazisti dal 1943 e, pertanto, nelle condizioni più difficili per offrire aiuto agli ebrei per seguitati. Altri militari dell’Arma subirono (senza farne ritorno) la deportazione nei campi di concentramento tedeschi per le loro scelte coraggiose.
Il primo ad essere accolto nella famiglia dei Giusti (nel gennaio 1975) fu il maresciallo dei carabinieri di Alba(Cuneo) Carlo Ravera, che (insieme con la moglie Maria) svolse un ruolo fondamentale per salvare dodici famiglie di ebrei profughi dalla Jugoslavia.
Nel 1985 lo stesso riconoscimento è toccato al maresciallo Osman Carugno, comandante della Stazione dei Carabinieri di Bellaria (Rimini), che durante la guerra affiancò un albergatore (Ezio Giorgetti, primo in ordine di tempo tra i Giusti italiani) per portare in salvo trenta ebrei: per sfuggire alla cattura da parte dei nazisti, furono nascosti prima a Bellaria, poi a Igea Marina e a San Mauro, e infine a Pugliano, nel Montefeltro. Del maresciallo Carugno, uno degli ebrei salvati ha ricordato: «Ci aiutò senza nessun compenso. All’inizio, come ci disse, compì il suo dovere, ma se ci avesse mandato fuori dalla zona di sua competenza, nessuno avrebbe potuto incolparlo di non aver comunque fatto il suo dovere, o di aver cooperato col nemico. Lui era un fedelissimo del Re ed eseguiva gli ordini senza esitare. Col tempo, fra lui e mio suocero si allacciò una vera amicizia. Il suo comportamento era da amico e non da uno che eseguiva ordini. Quando uscimmo dal territorio di sua competenza, lasciò tutto e venne ad aiutarci».
Il maresciallo dei carabinieri Enrico Sibona, in servizio a Maccagno (nella provincia di Varese) dal 1939 al 1946, protesse dalla deportazione alcuni ebrei che risiedevano nel paese, favorendo la loro fuga. Tradito da un delatore, Sibona fu internato in un campo di concentramento tedesco, dal quale uscì fortunosamente vivo. Per il suo impegno di solidarietà, pagato a caro prezzo, il 4 ottobre 1992 l’Istituto Yad Vashem gli ha conferito l’alta onorificenza di Giusto tra le nazioni.
Il 2 agosto 1999 ha ottenuto lo stesso riconoscimento il maresciallo Giacomo Avenia, che a Calestano (Parma) prese parte al salvataggio della famiglia Mattei, ebrei profughi da Fiume. A tenere nascosti i tre componenti della famiglia furono il podestà Ugo Gennaio, la famiglia Barbieri (il cui capo Ostilio fu deportato in Germania) e un sacerdote, don Ernesto Ollari.

giovedì 31 gennaio 2019

Giorno della Memoria: Dall’eugenetica alle leggi razziali

Ricevo dalla dottoressa Anna Golotta, Presidente dell’Associazione Virginia Holper Monis - che ringrazio di vero cuore - e volentieri pubblico, facendole i miei complimenti

A Ferramonti di Tarsia per ricordarci di ciò che è stato

In occasione della Giornata della Memoria, l’Associazione Virginia Holper Monis di Bagnara Calabra, in collaborazione con l’I.I.S. “Enrico Fermi" di Bagnara Calabra, Villa San Giovanni e S. Eufemia d'Aspromonte, è tornata per il secondo anno consecutivo al campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia per fare Memoria di ciò che è stato.
Oltre ai 350 ragazzi dell’Istituto “Fermi”, sono stati presenti anche 150 allievi carabinieri della Scuola Allievi Carabinieri di Reggio Calabria, i quali si sono mostrati solerti all’invito dell’Associazione.
Il tema della Giornata, incentrato sul rapporto tra le leggi razziali e la scienza, ha permesso di approfondire sia i fondamenti scientifici della legislazione razzista nazifascista, sia i dettagli normativi, facendo luce sul ruolo che l'Italia fascista svolse nelle persecuzioni razziali.
In merito, infatti, non vi è ancora molta chiarezza poiché si tende ad attribuire all’Italia una posizione subordinata rispetto a quella tedesca nel programma di legislazione razzista. Si tende a definire infatti la produzione normativa fascista in materia di razza come “all'acqua di rose". Niente di più errato.
La connotazione razzista del regime fascista è spiccata ed autonoma rispetto a quella tedesca ed inizia ad emergere con le prime conquiste coloniali. L'antisemitismo ne sarà una ovvia conseguenza.
I provvedimenti normativi in materia di razza furono infatti ben 180, tra Regi Decreti Legge, circolari ministeriali e leggi in senso stretto.
Tutta la produzione normativa fascista origina da due testi: “Il fascismo e i problemi della razza”, pubblicato da “Il Giornale d’Italia” il 14 luglio 1938 ed il “Manifesto degli scienziati razzisti”, pubblicato col primo numero della rivista “La difesa della razza” il 5 agosto 1938. Tesi queste esposte poi da Mussolini nel celebre discorso che tenne nel settembre 1938 a Trieste in Piazza Unità d’Italia.
Tra tutti i provvedimenti normativi emanati dal regime fascista, quello sicuramente più significativo è il R.D.L. n. 1728/1938 che nei suoi 3 Capi e 29 articoli fornisce non solo la definizione di “Razza ebraica” per lo stato fascista ( Art. 8 lettere a-b-c e d) ma si preoccupa di fornire altresì un elenco tassativo di divieti cui gli ebri italiani saranno sottoposti all’osservanza. L’elenco di tali divieti (primo dei quali quello di frequentare le scuole del Regno, tuttavia già disposto con il primo provvedimento razzista in assoluto ossia il rdl n. 1390 del 5 settembre 1938 ) comprende i divieti di prestare servizio militare, di esercitare la patria potestà sui figli appartenenti a religione diversa da quella ebraica, di essere proprietari di terreni che abbiano un estimo superiore a Lire 5.000, di prestare servizio presso qualsiasi amministrazione statale ed aziende di interesse nazionale ecc…
Il 20 gennaio 1944, il governo Badoglio emana il rdl 25/44 con cui sono pienamente reintegrati nei diritti civili e politici gli ebrei residenti nei territori liberati dagli Alleati, ma purtroppo per gli altri sarà troppo tardi.
Il comportamento ambiguo se non complice del maresciallo Badoglio nei quarantacinque giorni che andarono dal 25 luglio all’8 settembre 1943 ed il silenzio della Chiesa cattolica, infatti permisero ai nazisti di rastrellare, saccheggiare e deportare migliaia di ebrei italiani che non faranno mai più ritorno alle loro case.
A distanza di ottanta anni dalla loro emanazione, è doveroso soffermarsi a riflettere sulla portata aberrante e folle delle leggi razziali, specie perché proprio ai giorni d’oggi assistiamo a sempre più frequenti rigurgiti di odio antisemita e di odio razziale.
Oggi, teorie negazioniste infatti trovano spazio e legittimazione non solo nelle strade ma, disgraziatamente, anche tra le aule universitarie, dove l’antisemitismo si ripresenta sotto la forma più raffinata ed edulcorata di “antisionismo”; dove il 27 Gennaio gli ebrei di Italia e di Europa devono difendersi dagli insulti di chi nega la Storia o di chi più garbatamente apre spunti di riflessione su tutti i genocidi della storia che NULLA hanno in comune con la Shoah per genesi, esecuzione e dimensione.
Oggi più che mai ha senso dunque farsi testimoni e sentinelle di memoria e raccontare ai ragazzi, germoglio del nostro futuro, che questo è stato. E fare ciò in un’oasi di speranza quale fu ed è quella di Ferramonti di Tarsia (dove un uomo giusto, Gaetano Marrari, direttore del campo, salvò tutti i prigionieri dal rastrellamento tedesco simulando una epidemia di colera), insegna non solo a fare memoria, ma anche a capire che perfino nell’orrore più profondo l’umanità vera, quella più bella e sana ed il coraggio di dire no salveranno il mondo.
Anna Golotta
Presidente dell’Associazione Virginia Holper Monis*

* L'Associazione Virginia Holper Monis è una associazione nata da poco e si propone di approfondire la cultura ebraica al sud Italia e di sensibilizzare contro l'antisemitismo.
È ovviamente una associazione sionista e vicina ad Israele.
Ci avvaliamo spesso della collaborazione delle scuole nei nostri progetti.

Dall’eugenetica alle leggi razziali, gli approfondimenti per la Giornata della Memoria
Iniziativa a Ferramonti
Testo e foto da CosenzaInforma 
“Le Leggi Razziali ed il coinvolgimento della scienza” è il tema che ha orientato gli interventi di questa giornata, lunedì 28 gennaio, presso il campo di Ferramonti, a cura della Comunità Ebraica di Napoli. Relazioni ed interventi che hanno evidenziato lo stretto rapporto tra la costruzione del campo di concentramento di Ferramonti e le scelte del governo fascista dirette alla persecuzione dei diritti e, successivamente, delle vite di stranieri e cittadini di religione ebraica. Seguite con grande attenzione da studenti provenienti da diverse scuole e dai cadetti della scuola di Carabinieri di Reggio Calabria, le relazioni hanno messo a fuoco nodi centrali della politica di accanimento contro gli ebrei e, in particolare, è stata sottolineata l’importanza di comprendere le dinamiche di quanto accaduto dal punto di vista dei contesti socio-culturali e politici per la responsabilità di persone in carne ossa e non per una vuota ideologia.
Significative le testimonianze di Walter e Pina Brenner, figli di Gustav Brenner, internato a Ferramonti dopo aver affrontato gravi prove di resistenza nei campi di Buchenwald e Dachau. In particolare Walter Brenner ha auspicato che il campo diventi un luogo di cultura e di ricerca per le giovani generazioni. «Il campo di Ferramonti - ha detto tra l’altro il sindaco Roberto Ameruso nelle conclusioni - presenta peculiarità che non sono ancora del tutto note e che devono essere indagate come i rapporti di connivenza tra l’imprenditore che costruì il campo e il potere fascista». Oltre alle relazioni di Patrizia Spadafora, ricercatore Istituto Scienze Neurologiche-CNR sulle “Teorie sulla razza ed eugenetica” e quella sulle Leggi razziali di Anna Golotta, presidente dell’associazione “Virginia Holper Monis”, si sono registrati gli interventi del consigliere regionale Franco Sergio, nativo di Tarsia che ha auspicato una maggiore sinergia tra ente locale e regionale per lo sviluppo museale e culturale del Campo, e di Roque Pugliese, referente della Calabria e consigliere della Comunità ebraica di Napoli che ha ricordato il sacrificio compiuto dai carabinieri durante l’occupazione nazista e ha anche aperto la manifestazione con un momento liturgico in cui alla recita di un salmo è seguito il richiamo solenne attraverso lo chofar, l’antico strumento che ricorda il soffio divino della vita sugli uomini e che veniva suonato prima di entrare nelle camere a gas. Diversi i brani musicali del repertorio musicale ebraico suonati al pianoforte dai maestri Francesco e Vincenzo De Stefano, introdotti da Daniela Scuncia. L’iniziativa è stata prevista nell’ambito delle manifestazioni di commemorazione del Comune di Tarsia per la Giornata della memoria che si concluderanno il 2 febbraio.
Francesca Rennis

Qualche notizia su Virginia Olper (Holper Monis)
Dal sito dell’Enciclopedia Treccani  (da consultare per avere la biografia completa - qui ne ho estratto l’essenziale - e la bibliografia)
Immagini da Amazon
Il padre e il contesto ideologico che gli ruotava intorno favorirono nella giovane quella libertà intellettuale e relazionale che la pose senza pregiudizio e senza timore anche di fronte a scelte anticonformiste, come quella di sposare un cattolico: le costò l’esclusione dai registri ufficiali della comunità ebraica di Venezia, anche se non rinunciò mai al proprio credo religioso.
Impegno civile e letterario: dalla critica d’arte alla condizione della donna. Iniziò una serie di collaborazioni con riviste d’opinione, si applicò alla produzione novellistica, con la pubblicazione di Racconti veneziani e novelle sentimentali (Milano 1893), e alla stesura del suo unico romanzo, Il Raggio (Vicenza 1903).
Morì a Venezia, durante un intervento chirurgico, il 13 settembre 1919.
La sua tomba, nel cimitero israelitico del Lido di Venezia, reca questa scritta:

«Auspicò al bello, al buono, al vero,
perciò nella vita stimata,
nella tomba compianta».


Quella di Virginia Olper Monis è una conoscenza ancora da completare.
Mise in luce il profondo disagio della donna nei diversi aspetti della quotidianità: uno specchio in cui riflettere specificità e meccanismi psicologici del mondo femminile che continuavano a essere soffocati, fraintesi e mortificati. Quasi in contemporanea, Sigmund Freud [dava] origine alla psicanalisi, quasi legittimando la protesta e le richieste di cambiamento dello stesso movimento femminista.
Osò sostenere e proporre, tra le prime in Italia, il divorzio come «eroico rimedio», causando scandalo: non si lasciò condizionare da tali reazioni e mantenne le proprie convinzioni.
I suoi principi, espressi ne Il Movimento etico-sociale e l’Unione morale (Lodi 1899), erano di chiara ispirazione mazziniana, come la necessità di istruire il popolo, di educarlo alla cooperazione e alla solidarietà, di formare nuove coscienze per ottenere una «collettività di masse illuminate, eque, anti-egoistiche» (ibid., p. 14). Con questi obiettivi operò concretamente per organizzare scuole popolari, circoli di lettura, biblioteche, persino un ‘gratuito patrocinio’ popolare, per consulenze legali e amministrative.
Della dottrina di Marx condivideva le rivendicazioni, ma non approvava la spinta rivoluzionaria, generatrice di lotta di classe; cavalcò, invece, l’idea del rinnovamento morale e dell’elevazione dello spirito per mirare alle trasformazioni sociali e plasmare un consorzio umano più solidale e consapevole.
Nell’ultima sua significativa pubblicazione, La donna nella realtà (Padova 1908), trovarono voce il diritto all’istruzione, al lavoro e all’indipendenza economica, all’equiparazione del salario con la controparte maschile. Sollecitò, inoltre, l’opportunità di diventare soggetto politico attivo: votare ma anche essere votata. Sul piano morale, evidenziò l’importanza di sanare la piaga della prostituzione, il dovere di ricercare la paternità per tutte le situazioni di illegittimità in cui al maschio non veniva attribuita alcuna responsabilità, così come per l’adulterio. Ma l’aspetto competitivo tra uomo e donna non rientrò mai nella sua visione sociale. Coerentemente con le sue posizioni pacifiste, sostenne sempre la tesi del ‘mutuo appoggio’, cioè la collocazione dell’uomo e della donna in una dinamica relazionale (famiglia) che privilegiasse, quale elemento connettivo, un rispettoso sentimento e, come scopo comune, l’educazione dei figli.