Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

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martedì 12 giugno 2018

Cattedra della pace a Ferramonti


Inaugurazione della Cattedra della pace
presso l’ex campo di internamento a Ferramonti di Tarsia
di Domenica Sorrenti

Foto da Diritto di cronaca.Tutte le altre foto sono di Domenica Sorrenti
A Ferramonti di Tarsia, presso il Museo dell’ex campo di internamento, lunedì 28 maggio 2018, alle ore 17,00, si è tenuta l’inaugurazione della cattedra della pace, la cui presidenza è stata affidata al carismatico professore Giancarlo Elia Valori già detentore di altre cattedre presso l’Università di Gerusalemme, di Pechino e di New York.
Al tavolo dei convenuti, oltre al professore Valori erano presenti Roberto Ameruso, sindaco di Tarsia, il rabbino Umberto Piperno, il responsabile per la Calabria della Comunità ebraica di Napoli, dottor Roque Pugliese, e l’editore Walter Brenner.
I lavori sono stati aperti dal sindaco, il quale ha ringraziato i convenuti, le autorità civili, militari e religiose e la popolazione accorsa in gran numero. Ha affermato che l’ex campo di internamento è divenuto oggi simbolo internazionale per la memoria, un posto originariamente destinato alla sofferenza ed all’annientamento è stato trasformato in un luogo riservato all’educazione alla pace, alla risoluzione delle controversie tra i popoli. La scuola in Management, Relazioni internazionali e Business sarà destinata a partecipanti provenienti da ogni parte del mondo e servirà a prevenire l’insorgenza di nuovi populismi, alla creazione di una nuova umanità ed un Nuovo Rinascimento.
Infatti il campo di Ferramonti, collocato in un territorio soggetto a bonifica per la malaria, ha visto l’arrivo graduale di oltre duemila internati tra ebrei provenienti da nazioni europee diverse, nemici del regime fascista e slavi. La vita nel campo non fu così deprecabile come in altre situazioni analoghe, e la popolazione locale interagì con i prigionieri offrendo loro aiuto e sostegno. Quando arrivò la richiesta del loro trasferimento nei campi di sterminio nazisti, le autorità del campo vi si opposero inscenando un’epidemia di tifo e non permisero che alcuno venisse deportato, salvando loro la vita.
Dopo i saluti del rappresentante della Provincia di Cosenza, l’assessore Marco Ambrogio, si è passati alla consegna del premio Cultura 2018 all’insigne professore Alexander Grigorievich Zvyagintsev, scrittore, editore e produttore cinematografico a respiro universale per aver prodotto il miglior film dell’anno 2018, «Sobibor», in cui, in un campo di concentramento in Polonia, gli ebrei internati attuarono una rivolta riuscendo a riconquistare la propria libertà.
I lavori sono proseguiti con l’intervento del professore Giancarlo Elia Valori, il quale si è dichiarato onorato di presiedere la Cattedra della pace, conquista inestimabile della volontà umana, a dimostrazione del dinamismo del primo cittadino che si è prodigato per mantenere viva la Memoria e per creare ponti di collegamento tra culture di paesi diversi. La Memoria, ha asserito, deve essere il filo conduttore che serve a legare le generazioni, per combattere l’indifferenza, per ripudiare ogni forma di integralismo e di estremismo al fine di edificare una società fondata sul rispetto, sulla riconciliazione, nel segno dell’amore e della fratellanza.
Il professor Valori, rimasto orfano giovanissimo, ha ereditato i sentimenti di solidarietà e dell’amore verso il prossimo dalla madre Emilia, donna pia che si è prodigata per salvare molte vite umane, insignita della medaglia d’oro al Merito Civile dal Presidente della Repubblica ed in seguito, chiamata a piantare un albero presso il Giardino dei Giusti di Gerusalemme.
Il premio Cultura 2018 è stato conferito anche al rabbino capo della Russia, rav Berel Lazar per il suo impegno nella costruzione della pace con saggezza illuminata, a sostegno dei diritti fondamentali e della dignità umana. Non potendo ritirare il premio personalmente, il rabbino Lazar ha inviato da Mosca un messaggio in cui ha ricordato lo zio internato nel campo di Ferramonti, morto poi a 102 anni, si è congratulato con il sindaco di Tarsia per tutte le attività messe in campo e si è complimentato con il professore Valori per i suoi impegni per il mantenimento della pace in diverse parti del globo.
Quest’ultimo, nel 1983, si è adoperato per creare buone relazioni tra Cina ed Israele in un momento abbastanza complicato, mentre, nel 1986, è riuscito a far liberare tre ebrei francesi in mano ad Hezbollah, chiedendo di intervenire sull’imam Khomeini al dittatore Kim II Sung, grazie all’antica amicizia che li legava per l’abitudine di trascorre a Pyongyang due periodi di vacanza all’anno con la madre Emilia. Questa operazione fece sì che l’allora presidente della repubblica francese, François Mitterand lo insignisse della “Legion d’onore”.
La recentissima scarcerazione dei tre prigionieri americani, detenuti in Corea del Nord, è una conquista ottenuta sempre grazie all’intermediazione del professor Valori con il dittatore Kim Jung-on per conto del presidente Trump. L’intermediazione in Corea ha creato i presupposti per l’incontro di oggi, 12 giugno, tra i due Capi di Stato.
Rivolgendosi allo scrittore Zvyagintsev ed alla delegazione dell’Ambasciata russa, il professor Valori ha chiesto loro di farsi portavoce della necessità di un dialogo ed una conveniente cooperazione tra Russia e Stati Uniti non solo per stabilizzare il Medio Oriente, ma soprattutto per lottare contro l’estremismo islamico, tentando un coinvolgimento anche della Cina.
Discorsi di grande respiro internazionale sono stati fatti nell’ex campo di internamento ed essi avranno sicuramente un seguito per la grande caratura morale degli attori principali.
L’intermezzo musicale eseguito magistralmente dal duo pianistico dei fratelli De Stefano ha ristorato gli animi ed ha confermato che la musica è il ponte della pace.
Non è mancato l’intervento del rabbino capo Umberto Piperno, sempre presente nelle iniziative per la Memoria a Ferramonti, che, con la sua lectio magistralis, ha augurato che lo spirito di Tarsia possa guidare costantemente i giovani ed i meno giovani in un dialogo sempre più amichevole e sempre più approfondito.
Ha commosso gli astanti la lettura da parte del dottor Roque Pugliese di alcuni versi del capitolo 2 del profeta Isaia contenenti la profezia che ci auguriamo si avveri, “forgeranno le loro spade in vomeri e le loro lance in falci, una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione e non insegneranno più la guerra”.
Le mattonelle delle nonne che hanno lavorato per il progetto “La sciarpa della pace-sul filo della Cultura, per non perdere la Memoria”, sono state consegnate ai convitati ed alle Autorità dalla presidente Maria Brunella Stancato. La tappa fondamentale del progetto sarà l’anno prossimo a Matera, capitale europea della Cultura 2019.
Mentre il libro “Shoah e conflitto di civiltà”, ultima fatica del professor Valori, pubblicato dalla casa editrice Brenner appartenente ai figli di Gustav Brenner, l’ebreo austriaco internato nel campo che, una volta libero, decise di rimanere in Calabria per creare la sua attività e la sua famiglia, non deve servire ad occupare uno spazio nella biblioteca personale ma deve essere letto, meditato e preso come impegno a dare il proprio piccolo contributo, deve servire come sprone ad imitare il professor Valori affinché le sue fatiche vedano presto una realizzazione.
Il pensiero del professore è che la pace ha bisogno della Cultura della pace e, come le guerre si preparano nelle menti degli uomini, così anche la pace deve essere preparata e l’unico modo per conquistarla è agire sugli individui ed insegnare loro il rispetto, la convivenza pacifica e l’accettazione dell’altro, senza dimenticare che fare memoria è uno straordinario strumento per la costruzione della pace.
La serata si è conclusa con un rinfresco a base di frutta offerto dall’Amministrazione Comunale di Tarsia.

mercoledì 9 maggio 2018

Gemellaggio Belvedere Marittimo - Mitzpé Ramon

Calabria-Israele, il gemellaggio
(8 maggio 2018)

Diversi rappresentanti delle istituzioni e tanti comuni cittadini al Consiglio comunale nel corso del quale, nel Comune calabrese di Belvedere Marittimo, è stato siglato un gemellaggio con il Comune israeliano di Mitzpe Ramon, situato nel Negev. “Il gemellaggio tra i due Comuni, anche se di Stati geograficamente distanti, è un legame simbolico, stabilito per sviluppare strette relazioni politiche, economiche e culturali, ma soprattutto ispirato da medesime radici, uguali intenti ed ideali di pace e spiritualità” ha affermato l’assessore alla Cultura e al Turismo del Comune calabrese Francesca Impieri.
Al suo fianco tra gli altri i sindaci dei due Comuni, Roni Maron ed Enrico Granata, Vito Anav in rappresentanza del Keren Haiesod e Roque Pugliese, Consigliere e della Comunità ebraica di Napoli che è stato il principale artefice di questa firma.
“Città delle spezie, di vini forti e aromatici, Mitzpe Ramon – ha osservato ancora Impieri – oggi è una cittadina molto particolare, meta di tanti giovani artisti che traggono dai colori del deserto la loro fonte di ispirazione, specie nel campo della ceramica e della terracotta. Nel nostro piccolo la città di Belvedere Marittimo, già da alcuni anni, ha avuto l’onore e il piacere di ospitare amici ebrei, condividendo momenti pregni di emozioni, nella esternazione reciproca della cultura del cedro”.

I due sindaci con Vito Anav

“Con grande gioia si vede realizzato uno dei sogni piu intensi, ovvero quello di collegare la nostra bellissima terra di Calabria e le coste della riviera dei Cedri con Israele con la sua capitale Gerusalemme. Questo sogno si realizza grazie a due cittadine che hanno una grande spinta di crescita culturale, sociale ed economica” ha detto Pugliese.
“Ho aderito immediatamente al progetto ed oggi abbiamo firmato l’accordo. Sono rimasto sorpreso e commosso dell’affetto e dell’ospitalità del sindaco, dei membri del Consiglio comunale e della popolazione della città. Ho capito che attraverso me volevano esprimere il loro calore, stima, rispetto non solo verso il Comune di Mitzpe Ramon ma anche e soprattutto verso lo Stato d’Israele e verso il popolo ebraico” ha osservato il sindaco Maron.

Il tavolo degli oratori
“Siamo giunti oggi – la riflessione di Anav – alla prima importante tappa di un lavoro iniziato più di un’anno fa quando Roque Pugliese mi ha comunicato che ci sarebbe stata la possibilità di arrivare ad un patto di gemellaggio tra una città della Calabria ed una città israeliana. In qualità di Responsabile del Keren Hayesod dei rapporti con gli Amici d’Israele in Italia ho immediatamente capito l’importanza di tale progetto e l’ho fatto mio”.
In un messaggio inviato agli organizzatori la Presidente UCEI Noemi Di Segni ha sottolineato: “La vostra è un’iniziativa dal valore simbolico fortissimo, che prelude a una serie di impegni comuni che guardano a un futuro di pace e prosperità per tutto il Mediterraneo”.
Gli inni nazionali di Italia e Israele,
eseguiti dagli studenti di Belvedere Marittimo


Italia e Israele: un legame indissolubile, ha poi aggiunto Di Segni, come hanno dimostrato le tre indimenticabili giornate che abbiamo alle spalle. “Le emozioni rosa del Giro d’Italia sulle strade di Israele, da Gerusalemme a Eilat, come segno tangibile di questa speciale amicizia celebrata, nella terza e ultima frazione, anche sulle strade di Mitzpè Ramon”.







Da Bet Magazine Mosaico

Inaugurato il gemellaggio
tra Belvedere Marittimo
e Mitzpe Ramon

7 maggio 2018


L'ascolto degli inni nazionali
Grande gioia ha portato la notizia che lunedì 7 maggio il comune di Belvedere Marittimo, in provincia di Cosenza, ha inaugurato un gemellaggio con la città israeliana di Mitzpe Ramon. Nella cerimonia di inaugurazione, che si è tenuta alle ore 10 presso la Scuola Media Puglisi di Belvedere, il sindaco Enrico Granata e quello di Mitzpe Ramon Roni Marom hanno firmato il Patto di Gemellaggio.I lavori per arrivare a ciò sono iniziati l’anno scorso, in seguito a una proposta dell’Assessore alla Cultura Francesca Impieri. In quell’occasione, era venuto in città Rav Umberto Piperno, Rabbino della Comunità Ebraica di Napoli (che fa capo a tutti gli ebrei del Mezzogiorno) in occasione del progetto Tutto il Lungomare è da aMare, durante il quale sono state esposti mosaici in ceramica legati al mondo ebraico. Un progetto che avrà luogo anche quest’anno. Alla cerimonia erano presenti numerose persone, compresi tutti i sindaci dei 22 comuni che formano l’area costiera nota come Riviera dei Cedri.
I sindaci dei comuni della Costa dei Cedri
“Veramente inaspettate le adesioni all’evento, che ha destato tutte le comunità ebraiche italiane e non solo, tutte desiderose di conoscere il territorio dell’agro belvederese e di tutta la costa Riviera dei cedri,” ha dichiarato la Impieri. “Questo gemellaggio tra i due Comuni, anche se di Stati diversi, oltre ad essere un legame simbolico, sono certa che porterà grande beneficio alla città di Belvedere Marittimo, perché le migliaia di persone che mi hanno contattata per congratularsi per l’evento chiedono informazioni e mostrano concreti interessi a voler conoscere il nostro territorio. E permettetemi ancora un pizzico di presunzione: il Giro d’Italia è appena partito da Israele, da Gerusalemme e, a gemellaggio avvenuto, venerdì 11 maggio attraverserà anche le strade interne del Comune di Belvedere Marittimo, come messaggio di pace mondiale”.

ALTRE IMMAGINI DELL'INIZIATIVA (foto inviate da Roque Pugliese)

La visita a Ferramonti





















Alcuni momenti della cerimonia
(foto di Marco Andrea Lancellotta, Fotoreporter)



















Il concerto del duo Di Stefano




domenica 6 maggio 2018

Cosenza, 16 aprile 2018: dialogo ebraico-cristianoo


Incontro per il dialogo tra Ebrei e Cristiani
Cosenza, 16 aprile 2018
Convegno sul tema "Tu sei il mio rifugio"

Di Domenica Sorrenti

Il dialogo interreligioso tra Ebrei e Cristiani di varie denominazioni è oramai avviato.
Grande è stato il lavoro per tessere questo riavvicinamento dopo secoli e secoli di progressiva estraneazione e polemica. Numerosi sono stati gli impegni per la ricerca dei tanti punti di convergenza, di una maggiore reciproca conoscenza.
Le tappe salienti di questo dialogo attivo da più di cinquant’anni hanno visto credenti delle due fedi impegnati nella ricerca di amicizia e nella riscoperta di valori condivisi in considerazione del fatto che il Cristianesimo è nato dall’Ebraismo e dal comune fondamento nella stessa tradizione biblica.
Un grande lavoro è stato fatto ancor prima dall’ebreo laico Jules Isaac, professore di storia, ispettore generale del Ministero dell’Educazione francese, rimosso dal suo ufficio ed espulso dal mondo della scuola a causa delle leggi razziali promulgate dal Governo di Vichy
nel 1940. A motivo di diversi eventi tragici susseguitisi a danno suo e della sua famiglia fu spinto a scavare nelle radici religiose dell’antisemitismo europeo. Studiò il Nuovo Testamento e, nel suo libro “Gesù ed Israele”, mise in evidenza la falsità storica dei pregiudizi, in particolare quello del popolo deicida alla base dell’antigiudaismo cristiano, e riuscì a “dimostrare che l’insegnamento del disprezzo degli ebrei nelle chiese è un
tradimento della lettera e dello spirito dei Vangeli”.
Il messaggio di Jules Isaac venne accolto da un gruppo di teologi e di studiosi di varie confessioni, e lo scopo della sua vita divenne far conoscere Gesù agli Ebrei ed Israele ai Cristiani, con la speranza di ottenere una necessaria grande riforma del pensiero cristiano.
Nell’incontro di Seelisberg nell’agosto del 1947, in una conferenza interconfessionale vennero indicati i dieci punti che ancor oggi rappresentano la carta fondamentale del dialogo ebraico-cristiano.
Nel 1948 si costituì il primo gruppo dell’associazione Amitié Judéo-chrétienne ed in seguito questa esperienza non andò perduta ma pose le basi per la costituzione dell’associazione Amicizia ebraico-cristiana di Firenze a cui aderirono numerose personalità e venne appoggiata anche da Giorgio La Pira, sindaco della città toscana. Altri gruppi si costituirono abbracciando le diverse confessioni cristiane.
Nel 1959, Giovanni XXIII ordinò la cancellazione dell’aggettivo che qualificava “perfidi” gli Ebrei nella preghiera “Pro Judaeis” che veniva recitata durante la liturgia solenne del Venerdì Santo. Questo spinse Isaac, direttore dell’Associazione, a chiedere udienza a papa Giovanni XXIII, ottenendola anche grazie alla comune amicizia con Maria Vingiani.
L’incontro, dopo la consegna del dossier “Della necessità di una riforma dell’insegnamento cristiano nei confronti d’Israele”, portò alla revisione dei principi teologici sui quali si è basata per secoli l’ostilità tra le due religioni.
La dichiarazione “Nostra Aetate”, promulgata il 28 Ottobre 1965 dal Concilio Vaticano II sotto il pontificato di Paolo VI, ha inglobato i dieci punti di Seelisberg, raccogliendo la sfida di rinnovare l’atteggiamento e la dottrina della Chiesa verso gli Ebrei. La stessa è
considerata una pietra miliare per aver segnato una svolta profonda nell’atteggiamento della chiesa cattolica verso le religioni, in particolar modo nei rapporti e negli atteggiamenti verso il popolo ebraico, permettendo ai gruppi di dialogo di prendere forza e di presentarsi alla luce del sole.
Nell’aprile del 1986 i rappresentanti di questi gruppi furono in prima fila durante la storica visita di papa Giovanni Paolo II che venne accolto dal rabbino capo Elio Toaff al Tempio Maggiore di Roma.
Il 28 settembre del 1989, la Commissione Ecumenica della Conferenza Episcopale Italiana, presieduta dal vescovo di Livorno Alberto Ablondi, istituì la giornata appositamente dedicata alla conoscenza del popolo ebraico, da celebrarsi il 17 gennaio di ogni anno, alla vigilia della settimana riservata alla preghiera per l’unità dei cristiani, volendo significare che il dialogo tra ebrei e cristiani è una premessa necessaria e imprescindibile per il dialogo ecumenico.
È da sottolineare che “Nostra Aetate”, nel 1993, ha aperto la via all’instaurarsi di piene relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e lo Stato d’Israele; relazioni testimoniate più tardi dal viaggio di papa Giovanni Paolo II in Israele nel 2000, principio di una nuova era per i rapporti tra cattolici ed ebrei.
Al Muro Occidentale di Gerusalemme, Giovanni Paolo II ha recitato questa preghiera: “Dio dei nostri padri Tu hai scelto Abramo e la sua discendenza per portare il Tuo nome alle nazioni. Noi siamo profondamente rattristati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno causato molte sofferenze a questi tuoi figli e mentre chiediamo il tuo perdono, vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’Alleanza”.
Nel 2002, con la costituzione del Comitato bilaterale tra il Gran Rabbinato di Israele e la Santa Sede, che prevede conferenze annuali ed alternate a Roma e a Gerusalemme, si è aperta una nuova pagina: durante gli incontri non si parla delle differenze dottrinali ma vengono indagati i vari aspetti delle sfide contemporanee con rispettive e sincere condivisioni dei valori fondamentali, permettendo alla fraternità di uscirne rafforzata.
Papa Benedetto XVI ha voluto ribadire che nessun ebreo può essere ritenuto responsabile della crocifissione di Gesù, se non coloro che al tempo vi hanno partecipato personalmente. Con “Nostra Aetate”, alla luce delle scritture cristiane, si può affermare che l’elezione divina d’Israele chiamata dono di Dio non è stata mai revocata, perché i doni e la chiamata di Dio sono senza pentimento e, inoltre, nel medesimo testo c’è l’ingiunzione di non presentare gli Ebrei come rifiutati o maledetti da Dio.
Papa Francesco, nella sua Esortazione Apostolica, “Evangelii Gaudium” afferma che Dio continua a lavorare con il Popolo dell’Antica Alleanza e a far fiorire tesori di saggezza dal suo incontro con la Parola Divina. Ha riconosciuto l’esistenza di una nuova pervasiva forma di antisemitismo quando ha detto ad una delegazione del World Jewish Congress: “Attaccare gli Ebrei è antisemitismo, ma anche gli attacchi diretti allo Stato di Israele sono antisemitismo. Vi può essere disaccordo politico tra governi o su questioni politiche, ma lo Stato d’Israele ha ogni diritto di esistere in sicurezza e prosperità”.
Durante una visita in sinagoga, lo stesso papa Francesco ha affermato: “da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli. È mia speranza, che la mutua comprensione ed il rispetto tra le nostre due comunità continuino a crescere. Stiamo entrando in un’era di crescente mutuo rispetto e solidarietà tra i membri delle nostre rispettive fedi”.
Con queste premesse, nel 2018 si è arrivati alla XXIX giornata di dialogo tra Ebrei e Cristiani, incontri che si sono svolti in diverse località italiane. Lunedì 16 Aprile, alle ore 17:00, a Cosenza, presso il Chiostro di San Domenico, per il secondo anno consecutivo, si è svolto un convegno, organizzato dalla Commissione Diocesana per il Dialogo e l’Ecumenismo locale e dal dottor Roque Pugliese, consigliere della Comunità Ebraica di Napoli, referente per la Calabria, avente come tema “Tu sei il mio rifugio”.
L’incontro è stato moderato con grande saggezza da Pia Maria Grazia Morimanno la quale ha portato i saluti della Commissione ad una platea attenta e numerosa ed ha ripercorso le tappe salienti del dialogo intrapreso con i fratelli ebrei.
Dopo l’intervento della moderatrice, il Dottor Roque Pugliese, intervenuto per la parte istituzionale, ha portato i saluti del presidente della Comunità di Napoli, Lydia Schapirer e si è dichiarato estremamente soddisfatto dei rapporti di amicizia, comprensione e dialogo che si sono istaurati già da diverso tempo con la comunità di Cosenza, aperta all’accoglienza, al rispetto ed alla comprensione.
Il tema della giornata prevedeva l’approfondimento del libro delle Lamentazioni, scritto dal profeta Geremia ed il commento della prima parte è toccato a don Dario De Paola, biblista, responsabile dell’Ufficio Diocesano per l’Ecumenismo ed il Dialogo, il quale ha saputo magistralmente indagare, approfondire ed esporre il contenuto dell’opera riguardante il dolore per la distruzione di Gerusalemme da parte dei Babilonesi nel 586 a.C., in grande sintonia con il pensiero ebraico.
La seconda parte è stata presentata dal rabbino Gadi Piperno, responsabile del progetto UCEI per il Meridione il quale, partendo dalla parola con cui inizia il libro, Ekhà?, (Come mai?), ha spiegato, vocabolo per vocabolo, quanto il pianto per la distruzione sia collegato al dramma iniziale, al peccato dell’uomo che ha causato l’allontanamento da Dio, quell’uomo che lo stesso Dio cerca di riavvicinare a sé, mentre alla fine il libro si conclude con una preghiera, una richiesta di restaurazione: “Facci ritornare a te e noi ritorneremo, ristabilisci i nostri giorni come in passato”…
Le conclusioni della serata di approfondimento sono state affidate all’arcivescovo metropolita dell’arcidiocesi Cosenza-Bisignano, monsignor Francesco Nolè che ha saputo ben condensare i corposi interventi dei relatori ed ha osservato come il lamento del popolo in cattività, diventato preghiera, sia andato oltre la punizione, mentre viene riconosciuto che solo in Dio si acquieta l’anima dell’uomo, quell’uomo che da Dio è stato creato e che a lui ritorna, confessando le proprie colpe e le proprie debolezze. L’arcivescovo ha voluto ribadire che da soli non si può fare nulla ma che tutto è possibile con fraternità, semplicità e amicizia.
E dopo queste parole rav Piperno ha voluto aggiungere un suo ulteriore pensiero: “l’idea di prendere un passo della scrittura, di approfondirla insieme, cristiani ed ebrei, è straordinaria perché serve ad individuare gli elementi che accomunano, che fanno parte delle nostre radici e rappresentano un messaggio di pace, una volontà di arricchimento per cui serve collaborare insieme affinché il mondo possa essere migliorato”.
A tutti oggi è richiesto un contributo per curare le ferite non ancora rimarginate, per superare pregiudizi e stereotipi e nessuna differenza dottrinale deve impedire il miglioramento delle vite di figli di Abramo.

mercoledì 11 aprile 2018

Yom haShoah 5778 - 12 aprile 2018

Cortometraggio sulla Shoah dedicato alle vittime ed ai sopravvissuti dei campi di sterminio nazisti.
Ideato dal prof. Salvatore Luciani e creato dalla Classe 5° B IGEA dell'I.I.S L. Einaudi di Serra San Bruno (VV)
Attori in ordine di comparsa: Amato Davide, Potrino Giuseppe, Greco Serena, Figliuzzi Domenico, Suraci Mara, Musicò Michele, Bonazza Salvatore, Calabretta Cosimo, Vavalà Alessandra, Rachiele Andrea
Montaggio: Potrino Giuseppe, Amato Davide

lunedì 12 febbraio 2018

Ebrei e valdesi in Calabria

Sabato 24 febbraio Guardia Piemontese, sul Tirreno cosentino, ricorderà con una serie di eventi le cosiddette “Lettere patenti”, con le quali il 17 febbraio 1848 il Re di Sardegna, Carlo Alberto, poneva fine alla lunga storia di discriminazione di valdesi ed ebrei, concedendo loro pienamente gli stessi diritti e doveri degli altri cittadini.

A Guardia Piemontese, si giunge con una strada mozzafiato che premia con un meraviglioso panorama sul Tirreno, ma ferma il cuore in gola al termine, quando giungi all’ingresso del paese e leggi le insegne: Porta del sangue su Piazza della strage.
Nella cittadina, oggi con pochi abitanti rispetto a quelli che popolano la sua Marina, ormai conserva poche vestigia del suo passato: ormai la popolazione è cattolica e solo qualche centinaio di anziani parla l’antica lingua franco-provenzale dei suoi padri valdesi; però il costume tradizionale è quello delle valli piemontesi da cui provenivano gli antenati e le case del bellissimo centro storico ben conservato, recano ancora lo sportello apribile dall’esterno attraverso cui i frati dell’inquisizione controllavano che le famiglie recitassero il rosario e osservassero le altre devozioni cattoliche a cui erano tenuti dopo la loro conversione.
Qui e nei paesi intorno (San Sisto dei Valdesi, San Vincenzo La Costa, Montalto Uffugo, ed altri ancora) vissero per circa tre secoli, a partire dal XII, in epoca imprecisata, popolazioni di religione valdese, in fuga dalla persecuzione a cui erano soggetti in Piemonte, chiamati qui dal feudatario locale per rendere produttive con l’agricoltura e l’allevamento le sue terre.
In questo luogo meraviglioso si consumò uno degli episodi più tragici della storia calabrese, dopo l’adesione dei valdesi alla riforma calvinista e l’inizio di un’attività di predicazione, dopo che per 300 anni si erano mimetizzati per passare inosservati.
Inquisiti, torturati, 2000 furono uccisi e centinaia furono appesi lungo la strada tra Cosenza e Morano monito di chi ancora rifiutava la conversione, alla quale infine furono indotti per non morire con i loro figli.

Perché parlare dei valdesi in un blog dedicato agli ebrei? Perché molti furono i tratti che accomunarono queste due realtà in Calabria, pur con notevoli differenze. Bisogna riconoscere che i valdesi (in quanto eretici) ebbero un trattamento più duro da parte della Chiesa: gli ebrei (salvo casi rari e sporadici, più ad opera del popolo ignorante che da parte del clero) furono oppressi, perseguitati, scacciati, ma non subirono la sorte sanguinosa dei valdesi; stanziali in alcuni paesi di una determinata zona del Cosentino erano i valdesi, diffusi in tutta la regione invece gli ebrei; per lo più agricoltori i valdesi, mentre gli ebrei erano presenti in tutti i settori professionali, ma di meno in quello agrario. Nondimeno, molti furono i tratti comuni. In tutti e due i casi si trattava di popolazioni disprezzate e costrette a nascondersi (i valdesi) o a sottostare a condizioni spesso molto dure di permanenza (gli ebrei). Entrambi le genti dovettero affrontare tentativi di conversione, sebbene i modi e con esiti diversi. Nonostante, come detto prima, la loro collocazione geografica fosse diversa, pure si incontrarono in alcune realtà. Secondo Oreste Dito, furono entrambi presenti a Vaccarizzo, frazione di Montalto Uffugo, accanto ad albanesi ed italiani, in un esempio di multiculturalismo ante litteram; insieme si ritrovarono poi come neofiti (convertiti) a Tarsia, secondo documenti citati da Cesare Colafemmina. Per tutti loro la presenza ufficiale in Calabria cessò nel XVI secolo, ma tra gli uni e tra gli altri alcuni continuarono per secoli a conservare l’antica fede: ancora nel XVII secolo un inquisitore domenicano lamenta la presenza di ebrei che soprattutto a Catanzaro e a Montalto osservano segretamente i riti ebraici, e ancora nel XVIII secolo singoli valdesi lasciano la Calabria per dirigersi in Svizzera dove potevano praticare liberamente la loro fede.


Marco Berardi, il “brigante” Re Marcone”, si dice fosse di famiglia valdese, o quanto meno influenzato da amicizie e frequentazioni valdesi, anche se qualche studioso (minoritario) parla di ebrei. Della madre di Francesco da Paola, il monaco divenuto santo patrono della Calabria, nativa di Fuscaldo, si dice che fosse neofita e quindi ebrea, ma io suppongo potesse essere più credibilmente una neofita valdese, vista la zona d’origine (il nome più antico di Guardia Piemontese era Casale di Fuscaldo), in cui non è attestata presenza ebraica. Degli uni e degli altri resta oggi visibile ben poco, se non alcuni cognomi; in particolare il cognome Lombardo (Guardia Lombarda era il nome della cittadina, prima di essere cambiato in Piemontese) era molto diffuso tra i valdesi.
Infine, sia i valdesi che gli ebrei hanno da qualche anno ricominciato un lento ritorno nella nostra regione, entrambi senza forme proselitismi ma con la testimonianza della rispettiva fede.


Sarebbe molto bello che in futuro gli ebrei calabresi e la Comunità di Napoli, si uniscano a questa celebrazioni, nella riscoperta di una memoria condivisa, nell’attività operosa e nella scomparsa dolorosa del passato, come nel lento ritorno del presente e del futuro.

domenica 4 febbraio 2018

Ricordato a Roma un Giusto calabrese

Di Angelo De Fiore z.l., Giusto delle Nazioni, calabrese di Rota Greca (CS), che in qualità di alto funzionario di polizia, con azioni coraggiose e al di fuori della “legalità”, ma ben dentro l’umanità e la giustizia, salvò la vita a numerosissimi ebrei nella Roma occupata dai nazisti, ho già parlato in un precedente post.
Oggi torno a parlarne nell’occasione dell’affissione, avvenuta mercoledì scorso, di una targa che lo ricorda presso il palazzo dove abitava in quegli anni. KOL HAKAVOD!
La sua memoria sia di benedizione.

Sono stato a vedere dove è posta la targa commemorativa, e ne ho fatto le foto che pubblico di seguito.























De Fiore, funzionario coraggioso
Nell’ora più dura non voltò le spalle alla solidarietà, pur in un ruolo di grande esposizione pubblica quale quello di responsabile dell’Ufficio Stranieri della Questura di Roma.
Nato in provincia di Cosenza nel 1895, trasferitosi nella Capitale dopo il matrimonio, fece presto carriera dopo aver vinto il concorso come funzionario di pubblica sicurezza. Angelo De Fiore: un uomo delle istituzioni apprezzato per il suo rigore ma anche un “Giusto tra le Nazioni”, come certificato dallo Yad Vashem nel 1969.
Da oggi una targa, deposta in via Clitunno al civico 26, la sua abitazione, ricorda l’articolata azione di coraggio che mise in piedi sotto il nazifascismo.
Molti ebrei stranieri - è stato ricordato nel corso della cerimonia, avvenuta questa mattina - ebbero i nomi camuffati grazie all’intervento di De Fiore; decine di ebrei italiani furono inoltre regolarizzati come profughi dall’Africa Settentrionale. Carte false, incluse le tessere annonarie, elaborate con un tal “signor Charrier”, che poi nel suo ufficio ottenevano i timbri ufficiali e poi i permessi di soggiorno.
Presenti tra gli altri alla cerimonia il vicesindaco con delega alla Crescita Culturale Luca Bergamo; il sovrintendente capitolino Claudio Parisi Presicce; il questore Guido Marino; la presidente del II Municipio Francesca Del Bello; Consigliere dell’UCEI Victor Magiar, che dell’apposizione di questa targa è stato il principale promotore; la presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello e il figlio Paolo De Fiore.




Shoah, una targa per Angelo De Fiore:
il poliziotto che salvò migliaia di ebrei

(Da Il Messaggero, 31 Gennaio 2018)

Alla presenza del vicesindaco di Roma Luca Bergamo è stata scoperta in via Clitunno, nel II municipio, la targa in memoria di Angelo De Fiore che recita «alto funzionario di polizia, proclamato giusto tra le Nazioni per aver salvato, a rischio della propria vita, centinaia di ebrei durante l'occupazione nazifascista». «Sono felice di questa inaugurazione perché mi lega alla famiglia De Fiore anche una conoscenza personale» ha detto la presidente del municipio II, Francesca Del Bello prima di ripercorrere le tappe della vita di Angelo De Fiore. Nato a Rota Greca, in provincia di Cosenza, il 19 luglio 1895 e morto a Roma il 18 febbraio 1969, De Fiore è stato un poliziotto italiano che, durante l'occupazione tedesca, in servizio quale responsabile dell'Ufficio Stranieri della questura di Roma salvò la vita di centinaia di ebrei strappandoli alla deportazione nazista e all'olocausto.
Quale dirigente dell'Ufficio stranieri iniziò ad aiutare gli ebrei di cittadinanza non italiana che, a causa delle leggi razziali, avrebbero dovuto lasciare il Paese entro il 12 marzo 1939. Scoppiata la seconda guerra mondiale in collaborazione con la Delasem (organizzazione della resistenza antinazista) e con l'opera assistenziale di monsignor Hugh O' Flaherty finse di aiutare le autorità terzo reich che occupavano all'epoca Roma. Manipolò
le pratiche riguardanti ebrei e sospetti di attività antifascista, ostacolando in tal modo l'attività della Gestapo da cui riceverà ripetuti richiami e venendo fatto oggetto anche di un'indagine che si risolverà senza alcuna conseguenza. Creò confusione negli archivi: molti ebrei stranieri ebbero i nomi camuffati; decine di ebrei italiani furono regolarizzati come profughi dall'Africa Settentrionale. Spesso prelevò ebrei dalle prigioni naziste facendoli passare per pericolosi ricercati per reati comuni o disertori dell'esercito e in seguito liberandoli.

«Mio padre percorse tutta la scala gerarchica della polizia di Roma - ha spiegato il figlio Paolo De Fiore - . La caccia agli ebrei era spietata e mio padre ne salvò molti a rischio della sua vita. Mi domando da dove trasse tutta questa forza e questo coraggio. Probabilmente credeva nella sua professione: obbediente alla legge, ma prima di tutto alla legge della coscienza. Credo che mio padre, quando compiva queste azioni, pensasse a noi figli e al dovere di non poterci lasciare un mondo malvagio e crudele». «La forza di un funzionario di polizia è non chiedersi che cosa sta rischiando. Non ho avuto il privilegio di conoscerlo personalmente ma non credo che pensasse di diventare un eroe. Però lo è diventato», ha sottolineato il questore di Roma Guido Marino.
Dopo l'attentato di via Rasella ad Angelo De Fiore venne richiesto di fornire dei nominatavi di ebrei su cui effettuare la rappresaglia poi concretizzatasi nell'eccidio delle Fosse Ardeatine, e la sua risposta fu di «non avere alcun nome di ebreo da offrire», adducendo come causa il fatto che gli archivi dell'Ufficio si trovavano in stato di estremo disordine per sua negligenza.
Continuò la sua opera sin quasi all'arrivo degli Alleati, prima del quale si diede alla macchia, avendo però cura di distruggere anticipatamente, con l'aiuto dei suoi collaboratori, le pratiche di ebrei e militari sospetti ancora presenti negli archivi della Questura trasferiti in segreto negli scantinati. In questo periodo collaborò attivamente con il gruppo clandestino Sprovieri del Centro Clandestino Militare, cui comunicava le liste dei perseguitati politici e degli Ufficiali Italiani sgraditi. Per la sua opera ricevette già nel marzo 1955 la Medaglia d'oro e una lettera dall'Unione delle comunità israelitiche in Italia mentre nel 1966 il suo nome è stato inserito, al pari di quello di Perlasca e Palatucci, tra i Giusti d'Israele ed è scolpito sulla stele della Collina dell'Olocausto in Gerusalemme.

martedì 30 gennaio 2018

Giorno della Memoria 2018 a Vibo

Grazie a Franca Falduto, Responsabile regionale delle Consulte provinciali studentesche
Ufficio Scolastico Regionale della Calabria, che mi ha inviato testo e fotografie.

Dopo la riflessione relativa all’incontro presso il Convitto nazionale Filangieri di Vibo Valentia, il 27 gennaio per il Giorno della Memoria, seguono due foto del recente Viaggio della Memoria, a cui ho fatto qualche cenno in un post precedente.


Giornata della memoria e... attualità

27 gennaio: nel giorno che coincide con la liberazione del campo di Auschwitz, si ricordano le vittime del nazifascismo, con un’appendice ancora più triste quest’anno. 1938/2018: ottant’anni dalle leggi razziali.
Auschwitz - e tutto quello ad essa riferibile prima e dopo il nazifascismo - dimostra che il lato disumano e vergognoso dell’uomo non solo esiste, ma spesso convive con la “normalità”: per questo la giornata della memoria riveste un significato che può andare al di là del doveroso, struggente ricordo.

Bisogna certo ricordare, sempre e per sempre, che nei campi trovano la morte milioni di ebrei, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici, rom e sinti, omosessuali, testimoni di Geova, disabili e malati di mente, vecchi e bambini. Occorre ricordare che “…questo è stato”.
I pochi sopravvissuti all’orrore, indelebilmente segnati, hanno raccontato la loro vita nel lager dopo molti decenni, con una sofferenza indicibile, con la costante preoccupazione di poter non essere creduti. Ed allora l’orrore va fatto conoscere: se non si ricorda il passato, riporta un'iscrizione all'ingresso del famigerato block 11 di Auschwit, si è condannati a ripeterlo.

Ma c’è un aspetto ulteriore su cui riflettere: Auschwitz è arrivata anche perché migliaia di persone che sapevano hanno fatto finta di non sapere; perché molti, troppi hanno ingannato altri e loro stessi. Quanti sono i complici che, pur non uccidendo, hanno comunque permesso, ignorando quello che accadeva intorno a loro, che il sistema arresto - trasporto - selezione - camera a gas - crematorio funzionasse " a dovere"; quanto hanno influito le leggi razziali a far aumentare il numero di vittime innocenti dell’esecrabile progetto nazi-fascista, quanti hanno visto ed hanno fatto vinta di non vedere, quanti hanno udito ma non ... ascoltato.
“Prima vennero per i comunisti” - recita un passo scritto da Martin Niemöller, erroneamente attribuito a Bertold Brecht - ed io non dissi nulla perché non ero comunista (… ). Poi vennero per gli ebrei, e io non dissi nulla perché non ero ebreo. Infine vennero a prendere me. E non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa.”

Abbassare la guardia, convivere con intolleranza e persecuzioni, non ribellarsi ad ogni forma di violenza fisica, verbale, psicologica - anche quella perpetrata dalla criminalità organizzata - vivere da “abitanti” e non da cittadini equivale a condividerne presupposti e conseguenze. L’opera di distruzione dell'uomo, perpetrata nei lager nazisti, non è un’esperienza unica: “fascismo e nazismo in varie forme, scrive Primo Levi, c’erano prima di Mussolini ed Hitler e sono sopravvissuti alla loro sconfitta”.

Gli stermini del Novecento non sono iniziati - né purtroppo terminati - ad Auschwitz, e continuano in varie parti della terra anche tutt’oggi.Se ci fermassimo a riflettere sulle odierne forme di antisemitismo, razzismo, discriminazione, violenza gratuita, spesso erroneamente - quando non colpevolmente - sottovalutate,si comprenderebbe facilmente l’attualità del messaggio di Primo Levi “C’è ancora un fascismo, non necessariamente identico a quello del passato. C'è un nuovo verbo: non siamo tutti uguali, non tutti abbiamo gli stessi diritti. Dove questo verbo attecchisce, alla fine c’è il Lager”.
Dovunque si neghino le libertà fondamentali dell’uomo, si gettano le basi per altri nazi-fascismi: ed è questo un filo che una volta dipanato, è ben difficile riavvolgere.
Occorre, nel doveroso e ineludibile ricordo, riflettere anche su questo nella giornata della memoria: o ci si sfaccia la casa, la malattia ci impedisca, i nostri nati torcano il viso da noi!

Alberto Capria - Vibo Valentia