Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

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sabato 22 luglio 2017

Giornata della cultura ebraica 2017: Palermo città capofila


Come accennato nel testo del sito ufficiale dell’Ucei, città capofila della Giornata sarà in Italia Palermo, di cui possiamo festeggiare la rinascita come sede ebraica a quasi 450 anni dal Gerush (espulsione) dalla Spagna dei sovrani antisemiti Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, nonché il recente dono fatto dall’arcivescovo cattolico di una chiesa sconsacrata, dove rinascerà la sinagoga. Sempre dal sito della Giornata, leggiamo la storia di Palermo ebraica:

(Scala dell'antico mikveh, bagno rituale,
a palazzo Marchesi).
Dalle origini alla cacciata
La prima notizia certa di una presenza ebraica a Palermo risale al 598 e.v. e si rileva da una lettera di Papa Gregorio Magno, che impone alle autorità ecclesiastiche la restituzione di beni requisiti ad alcuni ebrei residenti in città o l’eventuale risarcimento del danno procurato.
Si può comunque ragionevolmente ipotizzare che sin dal III secolo vivessero a Palermo gruppi di ebrei di lingua greca.
Durante la conquista della Sicilia, gli arabi favorirono l’immigrazione di numerosi ebrei maghrebini. A partire dalla dominazione araba e nell’arco di circa sei secoli fiorirono numerosi insediamenti in tutta l’isola (se ne contano ben 51) e quello della città di Palermo fu il più importante.
Intorno all’anno Mille gli ebrei palermitani edificarono un loro sobborgo l’Hârat ‘al Yahûd (il quartiere dei giudei) e in seguito chiamato Giudecca che, costruito all’esterno della cinta muraria punico-romana, si sviluppò e fu stabilmente abitato in prevalenza da ebrei sino al 1492. Vi si accedeva attraverso una porta, detta Porta di Ferro o Porta Judaica.
La caduta, il 2 gennaio 1492, del Sultanato di Granada diede una forte accelerazione al processo costitutivo di un regno unitario spagnolo. La presenza nella penisola iberica di ebrei e mori fu percepita come un ostacolo alla costruzione di un’identità ispanica. La soluzione del problema, scelta da Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, fu l’espulsione di tutti gli ebrei dal nascente regno di Spagna e dai suoi possedimenti.
L’editto fu firmato a Granada il 31 marzo 1492 ed ebbe tra i suoi obiettivi l’acquisizione dei beni degli ebrei, allo scopo di ripianare le forti perdite economiche determinate dalla lunga guerra con i mori. Il 31 maggio 1492 fu trasmessa all’autorità viceregia di Palermo copia dell’editto d’espulsione redatta esplicitamente per gli ebrei siciliani. Il decreto prevedeva, per gli ebrei siciliani, l’espulsione dal regno entro tre mesi (18 settembre), pena la morte dei contravventori.

(IERUSALEM
Antico graffito di Palazzo Steri,
sede dell'Inquisizione)
Allo scopo di sanare tutte le pendenze, le comunità chiesero e ottennero tre rinvii. Allo scadere dell’ultimo rinvio, il 12 gennaio 1493 ebbe definitivamente fine la lunga permanenza degli ebrei in terra di Sicilia, durata per le comunità della Sicilia orientale quindici secoli e per quelle della Sicilia occidentale dieci secoli. Trascorsi cinque secoli dalla cacciata degli ebrei, anche il ricordo di questa lunga presenza è stato cancellato dalla memoria storica dei siciliani. È come se gli ebrei siciliani, di fatto, non fossero mai esistiti.
Gli ebrei residenti nell’isola si sentivano soprattutto siciliani, radicati com’erano nella struttura sociale da cui tanto avevano ricevuto, ma a cui tanto avevano anche dato, e quindi ancora più doloroso fu il definitivo abbandono di quei luoghi, considerati ormai propri.
Alcune decine di migliaia di ebrei lasciarono la Sicilia, ma molti decisero di restare, proprio perché nel più profondo si sentivano siciliani, la sorte degli uni e degli altri, fu, in ogni caso, piena di grandi sofferenze e di pesanti lutti.

(Palazzo Steri:  Targa che ricorda
i docenti ebrei cacciati dall'Università
a seguito delle leggi razziali fasciste del 1938)

Dall’unità d’Italia a oggi


Con l’unificazione nazionale del 1861, la già fragile struttura economica della città di Palermo sembrò avviarsi ad ulteriore e inarrestabile declino, ma dopo la tremenda crisi dei primi decenni, che portò alle repressioni affidate all’esercito, si giunse negli anni ottanta dell’‘800 ad un ripristino dell’ordine costituito e ad una relativa calma sociale. Ebbe così inizio il periodo più splendido dell’epopea dei Florio, che attrasse in città capitali e imprenditori stranieri. In questo contesto alcune famiglie ebraiche decisero di insediarsi a Palermo, inserendosi in attività di respiro internazionale come la produzione e l’esportazione degli agrumi, del sommacco, del vino Marsala, l’attività estrattiva dello zolfo.
Nel primo dopoguerra famiglie ebraiche provenienti dall’Italia settentrionale si trasferirono a Palermo per motivi di lavoro. A queste famiglie si aggiunsero dopo il 1933 ebrei in fuga dalla Germania e dai paesi dell’Est europeo. Il combinato disposto del Regio Decreto 30 ottobre 1930 n. 1731, della Legge 24 settembre 1930 n. 1279 e della Legge 19 novembre 1931 n. 1561 istituì l’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane e individuò Palermo quale sede di una comunità metropolitana ebraica, ma tale struttura non fu mai costituita.
Con la promulgazione delle leggi razziali, i quattro quotidiani dell’isola (Giornale di Sicilia, L’Ora, La Sicilia del Popolo, La Gazzetta del Sud) divennero i palcoscenici ideali su cui si cimentò un folto stuolo d’intellettuali alla ricerca di facili vantaggi economici e di carriera.
Il Generale Alexander, dopo l’ingresso delle truppe alleate a Palermo, emanò la direttiva n. 7 del 21 luglio 1943 che abrogò le leggi razziali. La Sicilia fu, dunque, il primo lembo d’Europa dove si cancellò la grande infamia della discriminazione e questo mentre in Germania si affinavano le tecniche per la soluzione finale. Nel 1943, dopo quasi 500 anni, Palermo ospitò per un breve periodo la Sinagoga per i militari americani di religione ebraica.
Nello stesso anno del Convegno iInternazionale “Italia Judaica (Gli ebrei di Sicilia sino all’Espulsione del 1492)”, organizzato dal Ministero per i beni culturali e ambientali e tenutosi a Palermo 15-19 giugno 1992 viene fondato l’Istituto Siciliano Studi Ebraici, avente quale obiettivo il recupero alla memoria al fine ridare voce all’ebraismo siciliano, ricollocandolo tra le componenti essenziali dell’identità collettiva delle genti di Sicilia in generale e quelle di Palermo in particolare.

Una nuova sinagoga per Palermo
 (Oratorio di Santa Maria del Sabato,
futura sinagoga)

Il 12 gennaio 2017, in occasione della cerimonia commemorativa dell’anniversario della partenza degli ultimi ebrei palermitani avvenuta nel 1493, l’Arcivescovo di Palermo Monsignore Corrado Lorefice ha ufficialmente concesso in comodato d’uso all’Istituto Siciliano Studi Ebraici, su richiesta della presidente Evelyne Aouate, l’Oratorio della Madonna del Sabato, che sorge in una parte dell’area occupata un tempo dalla Meschita (la Sinagoga maggiore della Giudecca palermitana). Nel corso della stessa cerimonia è stata data notizia dell’avvenuta costituzione della Sezione di Palermo, dipendente dalla Comunità Ebraica di Napoli. I locali saranno destinati quale centro culturale dell’ISSE e di Sinagoga, in collaborazione con Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità di Napoli e Shavei Israel. Dopo ben 525 anni Palermo tornerà ad avere la sua Sinagoga.

La chiave della futura sinagoga

Giornata della cultura ebraica 2017: prime anticipazioni



Del tutto casualmente, ho trovato su internet alcune informazioni sulla prossima Giornata della cultura ebraica, su cui sembra di poter dire con soddisfazione che anche in Calabria si sta alacremente lavorando.
Dal sito ufficiale della Giornata europea della cultura ebraica, sul quale potrete seguire i prossimi aggiornamenti circa la manifestazione, ecco le prime anticipazioni:

La prossima Giornata europea della cultura ebraica si svolgerà domenica 10 settembre 2017 in ottantuno località in Italia (nel resto d'Europa sarà la domenica precedente, il 3 settembre).
E si riparte dalla Sicilia, una regione in cui è attestata una presenza ebraica molto antica, simbolo di un Meridione sempre più partecipe e interessato alla scoperta di questa parte della propria storia e delle proprie radici, e dove si inaugurerà simbolicamente la manifestazione, che vedrà protagoniste Palermo e altre città.
Giunta alla diciottesima edizione, coordinata e promossa in Italia dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, quest’anno il tema scelto per unire simbolicamente gli eventi in tutta Europa, che si svolgeranno in oltre trenta Paesi, è “La diaspora ebraica. Identità e dialogo”.
Il riferimento è al fenomeno storico dell’esilio dalla Terra d’Israele e alla diffusione e radicamento di Comunità ebraiche in molti Paesi in Europa e nel mondo, che ha dato vita a importanti espressioni identitarie all’interno dell’ebraismo, e che ha interessato in modo notevole anche l’Italia, dove le prime tracce di una presenza ebraica risalgono a oltre duemila anni fa.
Un tema di grande interesse, tutto da scoprire grazie alle centinaia di manifestazioni culturali che la Giornata propone, tra visite guidate a sinagoghe, musei e altri siti ebraici, spettacoli, concerti, mostre d’arte, momenti di approfondimento e percorsi enogastronomici.

Oltre che sul sito, potrete seguire gli aggiornamenti anche sulla pagina ufficiale Facebook della Giornata.
San Giorgio Morgeto e la sua posizione in Calabria,
con l'indicazione della località della Judeca
Per quanto riguarda la Calabria, le iniziative si svolgeranno in 7 o 8 località (non so se Zambrone-Vibo Valentia indica iniziative che coinvolgeranno i due posti, o se è solo l'indicazione della provincia)  di tutte le province (esclusa Catanzaro, di cui purtroppo prosegue la latitanza): Bova Marina (RC), Cosenza, Crotone, Reggio Calabria, Santa Maria del Cedro (CS), Vibo Valentia, Zambrone (VV), e per la prima volta anche a San Giorgio Morgeto (RC) sede di un’antica presenza ebraica e dove si trova una bellissima Judeca.


Ebrei a San Giorgio Morgeto
La guerra che divampò nella Calabria meridionale tra la fine del secolo XV e gli inizi del XVI sconvolse anche le comunità ebraiche, ed il percettore non riuscì a riscuotere i residui fiscali degli anni 1500-1501 dovuti dagli ebrei di San Giorgio Morgeto e di altre località limitrofe.
Nel 1503 la Iudeca constava di due nuclei familiari, i cui contributi fiscali assommavano a 3 ducati, ma il percettore riuscì a esigerne solo uno, annotando di avere sospeso l’esazione per la rovina che si era abbattuta su quella terra. Nel 1508 la presenza ebraica era costituita ancora da due fuochi, i cui contributi furono versati all’erario in più rate per mano di Ioanne Campo, Iaco de Leone e Aron Musano.
Nel 1510, alla vigilia dell’espulsione generale degli ebrei e dei cristiani novelli ordinata da Ferdinando il Cattolico, i nuclei ebraici residenti nella baronia di San Giorgio Morgeto erano 8 e quelli cristiani 458.

Per quanto riguarda la Calabria, potrete seguire gli aggiornamenti, oltre che, spero, su questo blog, mi auguro anche su Facebook sulla pagina KalEbraica, sul gruppo Askenez e soprattutto sulla pagina specificamente dedicata alla Giornata della cultura ebraica in Calabria. Da parte mia cercherò di collaborare pubblicando sul blog, in prossimità dell’evento, qualche post sulla triplice (!) diaspora calabrese.

Le altre località in cui (al momento, ma è possibile che nel frattempo aumentino) sono:
Napoli in Campania; Bari, Sannicandro (FG) e Taranto in Puglia; Palermo (città capofila, sulla quale seguirà un post più ampio), Agira (EN), Catania, Modica (SR), Camarina (RG), Siracusa. Nel Lazio ricordiamo anche Fondi (LT), che apparteneva al Regno di Napoli, dei cui ebrei condivise la storia di presenza ed espulsione.

giovedì 20 luglio 2017

L'Algida, Ferramonti e gli ebrei

Con questo caldo, viene voglia di gelato. Quanti sanno che il fondatore dell’Algida (forse la più famosa marca di gelati italiani) era ebreo? e che fu per alcuni mesi internato a Ferramonti?
Su di lui gli studenti della scuola media di Torano-Lattarico (due località che, tra l’altro, videro la presenza ebraica nei secoli scorsi) hanno prodotto un cortometraggio, che ha vinto al festival del cinema giovanile di Giffoni.

Il corto degli studenti su Alfred Wiesner emoziona la platea

Roberto Galasso

TORANO - “Per non dimenticare che la storia ci appartiene perché noi siamo la storia”. E’ stato questo il filo conduttore che ha guidato gli alunni della scuola secondaria di I grado dell’IC “Torano-Lattarico” nella realizzazione del corto “Il Limite del Ghiaccio”. Un lavoro interessante e dal forte impatto emotivo, liberamente ispirato al periodo d’internamento dell’ingegner Alfred Wiesner, cofondatore dell’Algida, nel campo di Ferramonti, a Tarsia, la cui sceneggiatura è stata interamente scritta da Samuel Vita della 2^A di Torano e la colonna sonora di Samuele Garofalo, per la regia di Francesca Manna.Alfred e Edith Wiesner, appunto, sono i protagonisti di una vicenda umana che s’intreccia in maniera intensa con i grandi e tragici eventi della storia mondiale e nazionale e che si snoda, dal 1942 al 1982, dalla Iugoslavia all’Austria, e in Italia, a Ferramonti, a Trieste, ad Ancona, a Roma. La coppia, che subì la persecuzione razziale poiché entrambi ebrei di nazionalità iugoslava, che visse l’esperienza dell’internamento e del carcere, si salvò e seppe riscattare la propria sofferenza affermandosi nel mondo del lavoro. Il cortometraggio degli alunni dell’IC “Torano-Lattarico”, realizzato nell’ambito del progetto POF “Il Sesto Senso della Memoria”, è il lavoro che nel 2016 rilancia gli obiettivi del progetto, nell’ambito del laboratorio sperimentale “Racconti x Corti” dedicato all’attrice calabrese Caterina Misasi, una delle “anime” dell’iniziativa che è stata possibile grazie alla collaborazione dei Comuni nonché sostenuta dal Comune di S. Martino di Finita e del suo sindaco Armando Tocci col patrocinio economico e culturale. “La principale finalità educativa - spiega la dirigente scolastica Maria Pia D’Andrea - è quella di favorire l'apprendimento olistico della Storia, portando "dentro" gli alunni e chiedendo loro di approfondire e interpretare le fonti documentali autentiche e le testimonianze (preziosa la collaborazione del professor Mario Rende, ndc) per tradurle poi in soggetti, sceneggiatura e colonna sonora”. Un progetto, quindi, che "curva" l'esperienza dell'alternanza scuola-lavoro al primo ciclo, mediante una formazione svolta "sul compito" con la metodologia del training on the job, affidando ad attori professionisti (importante, a tal proposito, il contributo dell’attrice Caterina Misasi nel tutoring artistico e la partecipazione dell'attore Paolo Mauro) e a registi emergenti l'imprinting tecnico-artistico della realizzazione del corto, “per favorire - rileva la preside D’Andrea - l'osmosi tra la scuola e il mondo delle professioni artistiche nello spirito del "rinnovato umanesimo" delle Indicazioni Nazionali 2012”. Il corto è stato proiettato in anteprima a Ferramonti di Tarsia in occasione della settimana dedicata alla Giornata della Memoria, nonché a Torano, Lattarico e durante l’ultimo consiglio comunale di Rende.

Il Cortometraggio "Il limite del Ghiaccio", realizzato dagli alunni dell'I.C. Torano Castello - Lattarico, nell'ambito del Progetto "Il Sesto Senso della Memoria", è liberamente ispirato al periodo di prigionia dell'Ing. Alfred Wiesner presso il Campo Ferramonti di Tarsia. La storia sceneggiata dall'alunno Samuel Vita con il supporto dei compagni e musicata dall'alunno Samuele Garofalo, con la guida dei maestri Giovanna Greco e Giuseppe Maiorca, restituisce un frammento della vicenda storica dei Wiesner, ricostruita e interpretata dagli studenti partendo della documentazione storica fornita dal prof. Mario Rende. Fondamentali nella realizzazione del progetto, che propone un approccio "olistico" all'apprendimento della storia per stimolare la riflessione e la ricerca di senso, il patrocinio culturale e il sostegno del Comune di San Martino di Finita e delle aziende locali Conad Trade erregì ed Edil Parise, oltre al contributo degli attori Cateria Misasi e Paolo Mauro e della regista Francesca Manna, in sinergia al team dei docenti e degli operatori coinvolti nel progetto citati nei titoli di coda. l docenti e gli alunni dell'IC Torano Castello - Lattarico, con la dirigente scolastica Maria Pia D'Andrea, sono le anime di questa bella iniziativa.
La storia di Alfred ed Edith Wiesner, intensa e commovente, sarà contraddistinta da alti e bassi. Dalla prigionia al ricongiungimento, dall'impegno partigiano all'intuizione geniale che porterà Alfred alla cofondazione dell'ALGIDA, dagli agi della ricchezza alla morte in assoluta povertà. Sicuramente, una storia che tanto insegna ma ancora poco conosciuta, che sarebbe bello vedere un giorno rivalutata pienamente partendo dal lavoro dei ragazzi.

Questo è il secondo cortometraggio creato dagli studenti dell'I.C., il primo è il "Sesto Senso dellaMemoria"lavoro liberamente ispirato alla vicenda storica del musicista Kurt Sonnenfeld, Ebreo tedesco internato a Ferramonti di Tarsia, sceneggiato e diretto da Nicola Rovito e Fabrizio Nucci dell'Open Fields Productions, intende promuovere la divulgazione delle pagine di storia della Shoah riferite al territorio calabrese e stimolare un atteggiamento propositivo e consapevole degli alunni nei confronti del dramma della persecuzione e dello sterminio del popolo ebraico, educando al rispetto dei diritti umani nella prospettiva della cittadinanza attiva.

Alcune notizie biografiche su Alfred Wiesner (Zagabria, 25 dicembre 1908 – Roma, 1981), tratte da Wikipedia 
Di origine ebraica, nato nella Croazia ancora compresa nell'Impero austro-ungarico, Wiesner si rifugiò in Italia con la moglie Edith Artman, nel 1941, per sfuggire alle persecuzoni naziste. Dopo alcune peripezie, il 27 settembre 1941, Alfred venne rinchiuso nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia e la moglie al “Coroneo” di Trieste. Trasferito nel campo di Bagni di Lucca (aprile 1942), Wiesner si ricongiunse con la moglie dopo la caduta del fascismo e, nell'ottobre del 1943, i due coniugi si stabilirono ad Ancona. Arrestati di nuovo, dai nazisti, furono rinchiusi nel carcere di Fossombrone ma riuscirono ad evadere.
Con lo pseudonimo di Alfredo Vieni, Alfred Wiesner prese parte alla guerra partigiana, ricoprendo l'incarico di capo del servizio informazioni militari del Comando della Divisione Volontari della Libertà delle Marche. Per la sua attività nella Resistenza gli fu riconosciuto il "certificato al patriota", dal generale britannico Harold Alexander. Al termine della sua collaborazione, gli alleati gli regalarono due macchine per produrre gelati.
Nel 1945, insieme ad Italo Barbiani, ex lavoratore della Gelateria Fassi, Wiesner decise di avviare una produzione di gelati alla quale dettero il nome di Algida. Il primo prodotto fu un gelato alla panna ricoperto di cacao magro sorretto da un bastoncino di legno: il "cremino". Il 14 settembre 1953 fu depositato, presso la camera di commercio di Roma, l'atto costitutivo dell'Algida S.p.a. con capitale sociale di 40 milioni di lire, sottoscritto da Alfred Wiesner, suo suocero Alija Artman, il socio Italo Barbiani e Giorgio Praeger . Grazie all'innovativo sistema di produzione industriale dei gelati da introdotto da Wiesner, l'Algida divenne leader del settore in Italia[3].Successivamente, Wiesner fondò l’AIFEL-Apparecchiature Industriali Frigorifere e Lattiere, che produceva apparati speciali, impianti di condizionamento, contenitori per surgelati, vetrine e banchi. L'iniziativa, però, ebbe meno fortuna della precedente[1]. Così lo ricorda l'ingegnere dell'AIFEL Paolo De Gaetano: «Wiesner aveva la buona abitudine di arrivare in azienda nel pomeriggio verso le cinque, talvolta verso le sei, rasato di fresco e riposato. Il suo whisky preferito ... era il Johnny Walker Red Label. Signorilmente, non negava a nessuno un panino e uno o più whisky durante le lunghe riunioni che seguivano. Wiesner aveva delle intuizioni particolari talvolta perfino geniali che spesso erano troppo avanzate per il mercato italiano, ... era troppo ottimista sulle capacità delle banche di finanziare le aziende che volevano investire».
Dopo l'esperienza dell'AIFEL, Wiesner tentò di introdurre in Italia i primi forni a microonde, con l'utilizzo dei magnetron impiegati dagli statunitensi nei radar della seconda guerra mondiale e altri prodotti moderni ma, anche stavolta, troppo in anticipo sui tempi.


giovedì 13 luglio 2017

Presenze ebraiche nella Bovesìa

In riferimento all’incontro che si terrà domenica 16 luglio 2017 tra Bova Marina e Bova, pubblico alcune informazioni sulla storia ebraica nell’area grecanica o Bovesìa, che comprende i comuni di Bova (capoluogo storico e culturale, anche antica sede episcopale, ultima diocesi in Italia ad abbandonare il rito bizantino in favore di quello latino), Bagaladi, Bova Marina, Brancaleone, Condofuri (frazione Amendolea), Melito di Porto Salvo (e la sua attuale frazione Pentedattilo), Palizzi, Roccaforte del Greco, Roghudi, San Lorenzo, Staiti, a cui mi dicono vada aggiunta Lazzaro, frazione del comune di Motta San Giovanni. Si tratta quindi di 11 comuni più una frazione, e salvo quattro paesi, per tutti gli altri (segnalati in azzurro) e anche Lazzaro hanno avuto nella loro storia presenze ebraiche più o meno consistenti o durature, databili in vari momenti storici.

Comune
Superficie
(in km²)
Popolazione
(novembre 2014)
1.       Bova
46
448
2.      Bagaladi
30
1.065
3.      Bova Marina
29
4.190
4.      Brancaleone
35
3.627
5.      Condofuri (frazione Amendolea)
58
5.087
6.      Melito di Porto Salvo
(frazione Pentedattilo)
35
11.444
7.      Palizzi
52,26
2.339
8.     Roccaforte del Greco
54
497
9.      Roghudi
36
1.148
10.  San Lorenzo
64
2.675
11.   Staiti
15
257
TOTALE
454,26
32.777

(Fonte: Wikipedia, voce Bovesia)

Salvo che per il comune di Palizzi e per Lazzaro, le sintetiche informazioni qui riportate sono tratte dall’ormai ben noto sito Italia judaica; cliccando il nome delle diverse località si giunge alla pagina del sito che le riguarda

Bova: le prime notizie sono piuttosto tarde, ma fanno intravedere una ebraicità più ampia e antica, anche se non sappiamo di quanto.
“La guerra che travolse la provincia a cavallo dei secoli XV-XVI sconvolse anche le comunità ebraiche, e il percettore non riuscì a riscuotere i residui fiscali degli anni 1497-1502 dovuti dagli ebrei di Bova e di località limitrofe. Nel 1503 la Iudeca locale constava di sei nuclei familiari, i cui contributi fiscali di 9 ducati furono versati in data 23 agosto per mano di Antonio Carnati. Nel 1508 constava ancora di sei fuochi, i cui contributi furono versati all’erario in più rate nel corso dell’anno, anch’essi per mano di esattori cristiani.
Nel 1511 gli ebrei residenti a Bova emigrarono in forza dell’editto di espulsione generale emanato da Ferdinando il Cattolico, nuovo sovrano del Regno, e le autorità locali ne chiesero la cancellazione dai ruoli fiscali.
Il quartiere abitato dagli ebrei, o giudecca, si trovava a Bova accosto alle mura, poco lontano dalla chiesa di San Costantino, nella zona servita dalla porta Torre”.

Bova Marina: sede di un’antica e rilevante comunità ebraica, celebre è la sua sinagoga, la più antica d’Occidente dopo quella di Ostia Antica.
“Nel 1985 in contrada Deri, alla foce della fiumara S. Pasquale, i lavori per la realizzazione di una variante della Statale 106 Jonica portarono alla luce i resti di una sinagoga tardo-romana. L'edificio faceva parte di un insediamento che venne impiantato agganciandolo ad una villa romana sorta probabilmente nel II secolo d. C. Lo scavo ha permesso di distinguere tre diversi complessi di ambienti. Il complesso centrale ha orientamento NW-SE e si articola in una sequenza di due aule affiancate da tre vani rettangolari, ai quali si aggiungono altri ambienti, forse di servizio. La pavimentazione musiva e la presenza di una nicchia, destinata verosimilmente al Sefer Torah, indicano nell'aula quadrata interna (m 7x6) l'ambiente centrale del complesso. Tra i vari motivi decorativi del mosaico, spicca un candelabro a sette bracci eseguito secondo i dettami biblici (Esodo 25,31-37). Esso è affiancato da altri simboli giudaici: sul lato destro da un cedro e da un ramo di palma, sul sinistro dallo shofar, uno strumento a fiato ricavato dal corno dell'ariete.
L'aula cultuale comunicava con un vano, pavimentato in laterizi, che potrebbe essere identificato con un cortile, o altro ambiente, destinato a scuola oppure ad ospizio di viaggiatori e poveri. Nell'angolo Est della sinagoga è stato ritrovato un dolio, utilizzato probabilmente come ripostiglio (genizah) per paramenti e oggetti liturgici disusati. Al suo interno c’erano frammenti vitrei e sette reggistoppino in piombo, che facevano certamente parte del lampadario che illuminava la sinagoga, e un gancio per sospensione in bronzo. Nello scavo sono stati trovate anche tre anse di anfore (tipo Keay LII) con bollo impresso raffigurante la menorah. In un ambiente attiguo al complesso sinagogale è venuto alla luce un altro dolio infossato nel terreno, al cui interno, racchiuso in una brocchetta acroma, è stato rinvenuto un tesoretto di 3079 monete bronzee di piccolo valore riferibili per la maggior parte all'inizio del V secolo d. C. Le monete rappresentano verosimilmente, come in casi analoghi, il tesoretto della comunità messo insieme con le offerte dei fedeli. Gli scavi hanno individuato anche due aree sepolcrali, appartenenti a due fasi successive della vita dell’insediamento, che vide nella seconda fase anche una ristrutturazione del complesso sinagogale. In una tomba della necropoli più antica è stata rinvenuta una moneta dell’imperatore Arcadio (395-408 e.v.) consunta dall’uso.
L'insediamento viene dagli studiosi identificato con Scyle, un luogo di sosta e di servizio sulla strada costiera che congiungeva Reggio con Crotone e Taranto. L'assenza di un luogo cultuale cristiano coevo alla sinagoga fa pensare a una prevalente popolazione e gestione giudaica della statio. L'insediamento fu abbandonato negli anni a cavallo tra il VI e il VII secolo. La causa è forse da individuarsi nei pericoli a cui erano ormai esposti, in quel periodo di decadenza politica e di invasioni, i centri costieri minori, che si spopolarono a favore degli insediamenti all'interno ed in altura”.

Brancaleone: come per Bova, le tracce ebraiche sono scarse e tarde, ma indubbie, e anche qui si può prospettare una maggiore floridità nel passato.
“Brancaleone ospitava nel XV secolo un insediamento ebraico (iudeca), di cui il percettore registrava nel 1502-3 un debito di 2 ducati, residuo delle tasse dell'anno fiscale 1499-1500. Nel 1502-3 la comunità era composta di quattro fuochi con un carico fiscale complessivo di 6 ducati. Nel 1508 la comunità si era ridotta a un fuoco, tassato per 1 ducato, 2 tarì e 10 grani e di tale somma il percettore registrò il versamento di 1 ducato eseguito il 30 dicembre 1507. La comunità doveva ancora altri 3 tarì, residuo del donativo di 11 carlini imposto a ciascun  fuoco ebraico del Regno”.

Amendolea (oggi frazione del comune di Condofuri): come altrove sono tarde le tracce ebraiche documentate, ma un curioso episodio letterario contribuisce a farci intuire una maggiore antichità e ampiezza della locale judeca.
“Nel 1508 gli ebrei di Amendolea dovevano alla Regia Corte la somma di tre tarì, che furono esatti l’anno seguente. La somma era parte del donativo di 450 ducati imposto dal Viceré alle comunità ebraiche di Calabria.
Il poeta e letterato Coletta di Amendolea, nato nella prima metà del XV secolo dal locale barone, fu autore, tra l’altro, di una ballata traboccante di sdegno per una donna giudea ch’adora la Tora e di cui invoca la morte perché rifiutava le sue profferte d’amore. La ballata del Coletta rappresenta forse l’esemplare più significativo del topos della donna giudea nella poesia napoletana di indirizzo popolareggiante del Quattrocento”.

Melito di Porto Salvo: solo un piccolo cenno relativo alla judeca di Oppido Mamertina ci fa intuire una presenza ebraica, probabilmente molto limitata, in quello che all’epoca non era che una piccola frazione, prima che in tempi più recenti si invertissero i rapporti con Pentedattilo.
“Dalla risposta della Camera della Sommaria ad un ricorso presentato dalla giudecca di Oppido Mamertina conosciamo i nomi dei nove nuclei ebraici che erano emigrati e il luogo del loro nuovo domicilio: Davit Davicolo, Nisi Listar in Tropea, Mastro Manoele in Melito, Salamo Tingituri in Calimera, Rabi Mosè Cassan, la herede di mastro Iosep in Terranova, Aroni de Mineo se fe’ christiano in Secilia, Mosè Rexit, Gavio Miseria è morto et la herede è in Regio.”
Di un episodio “sospetto” di marranesimo nella frazione Annà ho parlato in un vecchio post del blog.
Pentedattilo: più consistenti, anche se non sappiamo di quanto, e non episodiche (valgono qui le osservazioni precedenti fatte per altri paesi) sono le tracce in questo odierno borgo “fantasma”, di cui all’epoca Melito era solo una piccola contrada.
“La iudeca di Pentedattilo è attestata esplicitamente in un registro fiscale del 1503, anno in cui essa, costituita da 2 fuochi, doveva 3 denari (somma che non era stato possibile riscuotere a causa delle guerre), più un residuo mensurature salis di 2 grani. Da un documento del 1504 sappiamo, inoltre, i nomi di almeno due degli ebrei di P.: Galluzzo e Sabatino (quest’ultimo, però, era morto nel 1501). Nel 1508 l’imposta da pagare sarebbe di stata di 2 tarì e 10 grani, ma essa non fu esatta per la morte di uno dei capofamiglia, mentre il residuo di un precedente donativo, ammontante a 1 denaro e 1 tarì, fu in parte corrisposto dal rimanente nucleo familiare. Un ulteriore donativo di 1 denaro, 2 tarì e 10 grani fu, invece, pagato per intero”.

San Lorenzo: anche qui le documentazioni risalgono al solo secolo XVI.
“Come altre comunità della provincia, la comunità di San Lorenzo subì gravi perdite a causa delle guerre che sconvolsero l’area agli inizi del XVI secolo, al punto che il percettore non riuscì a recuperare i residui fiscali degli anni 1499-1501. Nel 1502-03  la comunità risultava registrata per otto fuochi, ma solo due soddisfecero ai propri obblighi fiscali, avendo gli altri sei lasciato la località, come annotò il percettore.
Nel 1511 la Camera della Sommaria ordinò al tesoriere provinciale di assicurarsi della partenza dei giudei che abitavano qui e che erano emigrati in forza della prammatica di espulsione emanata da Ferdinando il Cattolico”.
San Lorenzo è anche citata in un episodio particolare relativo a Fiumara (Fiumara di Muro, come si chiamava all’epoca).
“Nel 1451 abitava qui un Elia iudio di Gerace, proprietario di un gregge di oltre 500 pecore. Per avere il figlio sconfinato con esso nel territorio di San Lorenzo, il Conte di Reggio gli sequestrò gli animali. Elia ottenne però dal Viceré di Calabria l’ordine di dissequestro, avendo esposto che lo sconfinamento era  avvenuto con il consenso del capitano ed in compagnia di persone autorevoli  di San Lorenzo”.

Palizzi: abbiamo una piccola notazione non riportata da Italia judaica, riferita dal professor Cesare Colafemmina zl nel suo fondamentale The Jews in Calabria, a pagina 521.
Nel documento del 1508, lo stesso citato in riferimento a Brancaleone, si parla una volta di “Judeca di Brancaleone” ed un’altra invece di “Judeca di Brancaleone e Palizzi”. Possiamo quindi dedurre che anche a Palizzi vi fosse una  presenza ebraica, per quanto presumibilmente molto ridotta di numero.

Lazzaro, l’antica Leucopetra (attualmente frazione del comune di Motta San Giovanni, che pure vide una più tarda comunità ebraica) mi è stata segnalata come parte della Bovesìa. Di reperti ebraici a Lazzaro ho parlato in post precedenti, riporto qui quanto detto in “Ebrei nella Calabria antica: dati archeologici: All'incirca contemporanea della lapide di Reggio [IV sec.], è la lucerna rinvenuta poco lontano, in una necropoli di Lazzaro (Motta San Giovanni), corrispondente all'antica Leucopetra, con la raffigurazione della menorah, il candelabro a sette braccia, simbolo per eccellenza della religione ebraica. Si tratta di un manufatto di provenienza africana, ed è stata rinvenuta insieme ad altre analoghe, ma di impronta cristiana. Escluso il riutilizzo per una sepoltura da parte dei cristiani, non resta che la certezza di una pertinenza ad un defunto ebreo. Se poi questo sia segno della presenza di una comunità o solo di singoli ebrei, non è dato saperlo, allo stato delle cose; resta il fatto che non solo a Reggio, ma anche in centri minori circostanti gli ebrei si trovassero in un'epoca così antica.
Di un altro reperto, di probabile, anche se non certa, pertinenza ebraica, ho parlato in “Altre tracceantiche, post al quale rinvio, qui sintetizzo: Nel 1995, nel corso di scavi eseguiti nella stessa zona in cui era stata trovata la lucerna con il disegno della menorah, è stata rinvenuta una tegola, risalente al VI-VII secolo dC., fessurata verticalmente, con 12 righe in greco bizantino minuscolo… Non è certo che questa iscrizione sia direttamente connessa ad una presenza ebraica (…), ma certo è che mostra comunque una influenza della cultura e della religione ebraiche piuttosto antiche; inoltre, il fatto che provenga dallo stesso luogo in cui è stata trovata la lucerna con la menorah, rende più credibile la presenza di una comunità ebraica ellenizzata, come in gran parte del bacino mediterraneo.