Calabria judaica קלבריה יהודית
Ebraismo in Calabria e nel Sud

Calabria judaica קלבריה יהודית<br>Ebraismo in Calabria e nel Sud

IN PRIMO PIANO: EVENTI E APPUNTAMENTI


12 - 19 febbraio: Treno della memoria

8-13 febbraio, Palermo, Trani, Lecce, Bari, Roma:
L'eredità dell'ebraismo italiano

25 Febbraio, San Ferdinando di Puglia (BT):
Musica Judaica 2009–2010

Ricordo che ogni collaborazione è sempre gradita,
come i commenti e le richieste di trattare particolari argomenti
Per ogni contatto, scrivete a kaulon@yahoo.it


SOS Diaspora!

Storia e attualità ebraiche in Calabria, con uno sguardo al futuro

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione ebraica della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo dC, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico, il commento di Rashi alla Torah; calabrese fu Chayim Vital Calabrese, grande studioso della Kabbalah.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani , ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e ritornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramenti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione della Festa delle Capanne.
Questo blog, solidale con l'unica democrazia del Medioriente, vuole, ripercorrendo la storia ebraica in Calabria, costruire amicizia tra la nostra terra e Israele.

martedì 9 febbraio 2010

Musica ebraica e concentrazionaria

M U S I C A J U D A I C A
Istituto di Letteratura musicale concentrazionaria
via dell’Industria 93 70051 BARLETTA
tel/fax 0883950639 cell 3402381725 musicajudaica@fastwebnet.it
presidente Grazia Tiritiello

con il patrocinio di

Assessorato al Mediterraneo Regione Puglia

Unione di Comuni – Tavoliere Meridionale

Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Comunità Ebraica di Napoli

Festival regionale di musica ebraica e concentrazionaria

Musica Judaica 2009–2010

direttore artistico Francesco Lotoro

Giovedi 25 Febbraio 2010

SAN FERDINANDO DI PUGLIA (BT), Centro Culturale Polivalente alle ore 20:30

Nuit d'exile

Opere cameristiche di Emile Goué e Sándor Kuti scritte negli Oflag

e Campi di lavoro del Terzo Reich durante la 2a Guerra Mondiale

programma

Emile Goué: Deuxième quatuor

Sandor Kuti: Sonata per violino solo

Emile Goué: Troisième quatuor

Archi Giovanni Zonno, Francesco Lamanna, Pietro Ciccolecchia, Luciano Tarantino

Violino solista Giovanni Zonno

Il Festival regionale Musica Judaica 2009-2010 giunge al suo terzo appuntamento con un impegnativo Recital di musiche per violino solo o quartetto d'archi scritte nei Campi militari o di lavori forzati aperti dal Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale.

Questa volta l'appuntamento musicale, organizzato in collaborazione con l'Unione dei Comuni-Tavoliere Meridionale, si chiama Nuit d'exile (dal titlodi un canto in lingua francese scritto da Emile Goué nello Oflag XB) e si terrà giovedi 25 febbraio alle ore 20:30 presso il Centro Culturale Polivalente di San Ferdinando di Puglia (BT).

Solista d'eccezione, il violinista barese Giovanni Zonno; i membri del quartetto, oltre allo stesso Zonno, sono il violinista Francesco Lamanna, il violista Pietro Ciccolecchia e il violoncellista Luciano Tarantino.

Saranno eseguiti i quartetti per archi nn.2 e 3 di Emile Goué, entrambi scritti in campo di concentramento.

Emile Goué nacque il 13.06.1904 a Chateauroux (Francia); versato sia negli studi musicali che universitari e scientifici, a 25 anni divenne Professore di Fisica presso il Liceo di Bordeaux e successivamente presso il Liceo Louis le Grand di Parigi.

Nel 1924 approfondì i suoi studi musicali e di composizione con Charles Koechlin e Albert Roussel; allo scoppio della 2a Guerra Mondiale fu arruolato come tenente d’artiglieria.

Fatto prigioniero nel giugno 1940, venne trasferito presso l'Oflag XB di Niemburg an der Weser laddove partecipò attivamente all’attività culturale e musicale del Campo; ivi compose diverse opere tra le quali Psaume CXXIII per tenore, coro maschile e orchestra (1940), Renaissance per voce e orchestra (1941), Concerto per pianoforte e orchestra (1941), Symphonie n.2 per violino principale e orchestra (1943), Prélude, Aria et Final per pianoforte (1944).

Liberato nel maggio 1945, tornò a Parigi ma a causa di una malattia contratta nel Campo morì presso il sanatorio di Neufmoutiers-en-Brie il 10.10.1946.

Di Sándor Kuti sarà invece eseguita la Sonata per violino solo, scritta in un Campo di lavori forzati.

Sándor Kuti nacque a Budapest il 18.5.1908; pupillo di Ernst von Dohnanyi, si diplomò in Composizione e direzione d'orchestra.

Si dedicò all’insegnamento di pianoforte, composizione e organo; membro della Organizzazione Musicale giovanile comunista e attivo nel partito socialdemocratico ungherese, compose inni per il movimento operaio e 3 poemi orchestrali su testi di Sándor Petőfi.

Nell'estate 1944 venne trasferito presso un non meglio identificato Campo di lavori forzati in territorio tedesco, laddove morì nell’aprile 1945.

La maggior parte delle sue opere sono andate perdute.

Fiumefreddo e qualche questione storiografica

Fiumefreddo Bruzio è una cittadina sulla costa tirrenica nei pressi di Cosenza.
Nessuna memoria storica o tradizione popolare, nessun reperto architettonico o indizio topografico, nessun testo letterario, nessun documento d'archivio faceva supporre che potesse essere stata sede di una qualche presenza ebraica stabile.
Questo nonostante si
trovasse in una zona piuttosto fittamente segnata da sedi di comunità anche consistenti (o forse, si poteva pensare, proprio per questo: visto che c'erano in tante comunità vicine, forse non avevano sentito il bisogno di venirsi a stabilire qui) .

Questo fino a qualche anno fa, quando una storica e ricercatrice scopre sorprendentemente un documento a Sacrofano, pochi chilometri a nord di Roma.
Si tratta di Anna Esposito, che in L'Ebraismo dell'Italia meridionale peninsulare dalle origini al 1541, a cura di C. D. Fonseca, M. Luzzati e altri, Galatina 1996, pubblica il suo articolo La doppia vita di un documento. I capitoli per gli ebrei di Fiumefreddo Bruzio (1534) riutilizzati per Sacrofano di Roma (1543?), p. 241-248.
In questo documento del 1543 (circa) si stabilivano le condizioni, i diritti e i doveri per lo stabilimento di un piccolo nucleo di ebrei in questa cittadina. Ma la cosa realmente sorprendente è che questo documento non è che la riscrittura, con gli adattamenti ritenuti necessari o opportuni, su un documento del 1534 che stabiliva le condizioni per la residenza di un nucleo ebraico a Fiumefreddo!
Il documento è interessante per molti motivi: 1) dà conto dell'esistenza di un nucleo ebraico in un paese della Calabria dove finora nessuno lo poteva supporre; 2) questa comunità viene all'esistenza nel 1534, 23 anni dopo che gli ebrei erano stati cacciati la prima volta dalla Calabria (e sette anni prima di essere di nuovo cacciati, questa volta definitivamente; 3) ancora più straordinario è che in questo documento, quando si parla del diritto per gli ebrei di avere un terreno dove potessero effettuare la sepoltura dei loro morti, aggiunge "come era nei tempi antichi", facendoci così sapere che a Fiumefreddo già precedentemente esisteva un insediamento ebraico; forse si tratta dei discendenti di quell'antico insediamento che ritornano, e forse saranno essi stessi quelli che ritroveremo intorno al 1543 a Sacrofano, a due anni dalla definitiva espulsione degli ebrei dal Regno del Sud.

Ma questo documento è interessante non solo per quanto riguarda la storia locale ebraica di Fiumefreddo, bensì ci permette di fare delle considerazioni più generali sulla storiografia ebraica in Calabria.
A causa di vari eventi naturali e umani (terremoti, frane, alluvioni, guerre, incendi, rimozione della memoria, ecc.) gran parte dei reperti architettonici e archivistici della nostra terra sono andati distrutti, e con essa la memoria storica. Basti pensare al Tempio di Era Lacinia, presso Crotone, uno dei templi più celebri dell'antichità, del quale non è rimasto altro che la colonna da cui prende nome il promontorio sul quale sorge; oppure, per restare più vicini alla nostra materia, alla sinagoga di Bova Marina, scoperta del tutto casualmente a metà degli anni '80, e nella quale, se l'aratro fosse andato un po' più a fondo, avrebbe cancellato completamente il disegno della menorah, e quella che era la sinagoga di una comunità certamente numerosa e piuttosto rilevante, avrebbe potuto benissimo essere scambiata per una delle tante ville romane che sorgono in Calabria.
Senz'altro chi si appassiona all'argomento dell'ebraismo in Calabria tende (ed io, specie nei primi tempi, sono stato tra questi) a sopravvalutare ogni minima traccia, che poi, ad una analisi più attenta, si rivela del tutto fuorviante, o al massimo semplicemente un indizio tutto da provare.
Però spesso è anche vero il contrario, e cioè che gli studiosi tendono a respingere ogni ipotesi che non sia assolutamente provata al 100% da chiare e nette testimonianze documentarie, siano esse scritte o materiali.
Sicuramente nella ricerca storica, in ogni campo, la prudenza è d'obbligo, ma credo anche che sia bene avere una mente aperta, specialmente in una terra come la Calabria dove (per i motivi che ho detto prima ed altri ancora) trovare certezze assolute in documenti o monumenti è piuttosto difficile.

lunedì 8 febbraio 2010

Dalla Calabria a Milano

Dal sito di Beth Shlomo, sinagoga posta nel cuore di Milano, prendo alcune notizie che riguardano il campo di Ferramonti, da cui arrivarono l'Aron-ha-Kodesh (la teca in cui sono custoditi i rotoli della Torah) e altri arredi del Tempio, provenienti dalla piccola sinagoga costruita dagli internati.

1945, da via Unione il primo minyan Sara Pirotta

La sinagoga di Ferramonti

Milano, 1945, via Unione. Un evento di portata storica si dipana in quella viuzza alle spalle del Duomo: qui, in quei primi giorni dopo la Liberazione, stremati e ancora sotto choc, gli ebrei d’Europa stanno approdando alla spicciolata, il passo malfermo, lo sguardo incerto e ancora ignaro della sorte dei propri cari. Qui, in via Unione, i soldati della Divisione Palestina sono alle prese con un intrico di operazioni segrete finalizzate all’arrivo dei sopravvissuti dispersi, tutta gente che i compagni della Brigata Ebraica sta convogliando verso il capoluogo lombardo: difatti, in quei mesi, Milano si sta trasformando nel cuore logistico europeo dell’emigrazione clandestina in Eretz Israel. L’attività in incognito di questi soldati si intreccia così a quella della rinascente Comunità Ebraica milanese che, dopo il 25 aprile, ritornava timidamente alla vita, ospitando in via Unione 5, nei locali di Palazzo Erba-Odescalchi, i numerosi ebrei italiani costretti a fuggire nonchè i sopravvissuti e i profughi stranieri.
Sede per tutto il Ventennio della brigata fascista “Amatore Sciesa”, l’edificio di via Unione era stato dato in uso dal Cln alla Comunità. Nei due piani della palazzina furono allestiti un Tempio, una mensa e un dormitorio. All’interno dell’oratorio, trovò posto un Aron HaKodesh donato dai militari agli ebrei milanesi.
“La storia della nostra Comunità - racconta Eugenio Schek, figlio di Ariel Schek, soldato della Divisione Palestina della Quinta Armata delle Forze Alleate -, parte proprio da questo Aron HaKodesh, oggi conservato nella sinagoga Beth Shlomo She’erit Haplità, situata nell’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II. Un oggetto piccolo, vetusto, ma dal grande valore storico e simbolico”. Seguendo il filo del tempo, ritroviamo l’Aron nella sinagoga del Campo di internamento di Ferramonti, vicino a Cosenza. La struttura detentiva era stata appositamente costruita dai fascisti perché vi fossero imprigionati gli ebrei che, emigrati in Italia dall’Europa orientale in cerca di riparo, non erano in possesso della cittadinanza italiana.
“Sul finire della guerra - ha continuato Schek-, il campo fu liberato e successivamente occupato dai soldati volontari della Brigata Ebraica, provenienti dalla Palestina, allora sottoposta al Mandato britannico e aggregati alle truppe del Generale Alexander. I militari si stabilirono nel campo e utilizzarono l’oratorio come sinagoga militare. Al momento di riprendere la risalita della Penisola, la brigata portò con sé l’Aron e alcuni arredi che furono successivamente donati al primo nucleo della Comunità israelitica milanese”. La storia di questi soldati, dell’Aron HaKodesh di Ferramonti e della nuova vita della Comunità si intreccia a quella dei militari ebrei, appartenenti alla Divisione Palestina che, giunti nella città lombarda, dopo avere risalito con la Quinta Armata la costa tirrenica, stabilirono il loro quartier generale al secondo piano di un altro palazzo, quello di via Cantù.

L'Aron ha kodesh proveniente da Ferramonti[ … ]
Una storia che ancora oggi è testimoniata dall’Aron HaKodesh, dagli arredi e dai libri di studio del campo di Ferramonti conservati nel Tempio Beth Shlomo. Alla chiusura di via Unione, attorno al 1952, la sinagoga di palazzo Odescalchi fu trasferita in un locale nei pressi di Corso di Porta Romana. Nel 1997, il Comune di Milano e l’allora sindaco Marco Formentini, riconosciuta l’importanza storica e culturale del Tempio, concessero in affitto al Beth Shlomo l’attuale prestigiosa sede nell’Ottagono della Galleria, che noi abbiamo ristrutturato e reso vivibile. Oggi, però, il futuro della sinagoga è incerto. Scaduto il contratto d’affitto, abbiamo perso le sovvenzioni che ci permettevano di pagarne la spesa, e non sappiamo se il Comune stipulerà un nuovo contratto o se saremo obbligati a trovare un’altra sede.
Dall’Amministrazione non riceviamo alcuna risposta, né la disponibilità ad aprire un tavolo di confronto. Ringraziamo quanti si sono adoperati a favore di una soluzione che, nell’interesse di tutti, tuteli il patrimonio storico, religioso e umano che è rappresentato e racchiuso nel Tempio Beth Shlomo She’erit Haplità”.

Breve storia del Betth Shlomo

Nel 1940 alla proclamazione delle leggi razziali in Italia, il Governo di allora radunò gli ebrei presenti sul territorio nazionale che non avessero avuto la nazionalità Italiana per rinchiuderli a Ferramonti (Cosenza) in un campo di internamento appositamente costruito.
Dentro quelle mura intere famiglie vissero in condizioni di ristrettezza ma con una certa libertà, tanto che fu concesso ai prigionieri di costruirsi una piccola sinagoga all'interno del campo stesso.
Quando nel 1943 il campo fu liberato dalle truppe Britanniche, nelle cui file combatteva anche una Brigata Ebraica costituitasi nell'allora protettorato della Palestina, la Sinagoga continuò ad operare come Sinagoga militare all'interno del campo che si trasformò lui stesso in base militare.
Dopo la liberazione, Milano ospitò il quartiere generale della Brigata Ebraica che da qui organizzò l'immigrazione degli scampati dai campi di sterminio nazisti, verso quello che sarebbe presto diventato lo stato di Israele.
Durante questo periodo, migliaia di rifugiati furono introdotti a Milano ed ospitati per periodi anche lunghi in Palazzo Odescalchi, in via Unione 5, sede assegnata temporaneamente alla Comunità Ebraica di Milano. In due stanze all'interno dell'edificio i rifugiati fondarono un Beth Hamidrash ( Casa di Studio ) che prese il nome di She'erit Haplita' (il resto dei sopravvissuti) in ricordo della sua tragica storia.
Furono utilizzati gli arredi ed i libri di studio della Sinagoga di Ferramonti, nel frattempo trasferita a Milano dall'Esercito Inglese, per essere ancora utilizzata come Sinagoga militare.
Quando pochi anni dopo via Unione 5 chiuse i battenti per divenire sede di una Questura, la Sinagoga continuò a vivere ad opera di alcuni sopravvissuti che avevano deciso di eleggere Milano a loro dimora, trasferendosi in un vicino locale ma conservando gli stessi arredi utilizzati in via Unione, le stesse sedie su cui sono ancora impressi i nomi dei primi frequentatori.
Durante gli anni il Beth Hamidrash fu rinominato diverse volte in memoria di alcuni suoi sostenitori da Shmuel Bestandig, presidente durante la permanenza in via Unione, sino all'attuale nome in ricordo di Sally ( Shlomo ) Mayer.

domenica 7 febbraio 2010

Video sul "Treno della memoria"

Giorni fa avevo parlato del "Treno della memoria".
Ora ho trovato su YouTube un video di presentazione dell'iniziativa, e mi fa piacere proporvelo.

L'olio calabrese alla Comunità ebraica romana

Lo so, è successo un po' di tempo fa, ma è un documento interessante.

venerdì 5 febbraio 2010

Rosh Hodesh (nuovo mese)

I mesi nel calendario ebraico sono determinati dal ciclo lunare: il nuovo mese inizia quando la luna nuova appare. In origine, il significato del mese lunare era piu' ampio che non la semplice misura del tempo. In epoca biblica, i cicli del Hamaor Hakatan (piccolo luminare – Genesi 1, 16) ricordava la creazione del mondo e veniva celebrata ogni nuova lunazione (cfr. 1 Samuele 20; 2 Re 4:23; Isaia 1:13; Amos 8:5; Salmo 81:4 ed Ezra 45:17). Tutte le feste, ad eccezione dello Shabbat, sono celebrate ad una data precisa e quindi legate al ciclo lunare.

La Mishnah descrive in dettaglio la procedura che portava all’annuncio del nuovo mese all’epoca del tempio (M. Rosh Hashanah 2:5-7). Rosh hodesh e' diventato un momento liturgico meno importante dopo la distruzione del tempio, la scomparsa del sinedrio e dopo che e' stato istuito un sistema di calcolo per il calendario. Oggi il nuovo mese e' annunciato in sinagoga lo Shabbat che lo precede e alla liturgia del giorno vengono portati dei cambiamenti, come l’aggiunta dell’ Hallel (Salmo 113 a 118).

Nelle nostre comunita' solo il primo giorno del mese e' considerato come Rosh Hodesh. Nelle altre comunita', quando il mese e' di 30 giorni, l’ultimo giorno del mese precedente e' considerato pure come Rosh Hodesh, poiche' una parte di quel giorno e' gia' nuovo mese, dato che la rotazione lunare dura 29 giorni e un quarto.

Se Rosh hodesh e' rimasto un giorno feriale, una antica tradizione dichiara Rosh Hodeshfesta delle donne. La relazione tra la donna e Rosh Hodesh ha probabilmente come origine il parallelo tra il ciclo lunare e quello mestruale. Le donne ebree dovevano astenersi da ogni lavoro, o almeno da quelli piu' pesanti (Y. Taanit 1:6; Tosafot Rosh Hashanah 23a; Aroukh hashulkhan orah hayim 417:10). Secondo una leggenda, D-o le ricompenso' cosi' per aver rifiutato di partecipare alla costruzione del vitello d’oro e di dare i loro gioielli per decorarlo (Targun yionathan su Esodo 32:3). Oggi alcune donne danno una nuova interpretazione di questo giorno: ristabilire la antica tradizione di giorno non lavorativo per le donne e celebrare degli uffizi.

Rosh Hodesh serve, per gli uomini come per le donne, da richiamo per un ritmo particolare della vita, il ritmo scandito dal tempo ebraico.

Nata a Ferramonti

Da Acri.hellospace

Nata da genitori ebrei nel campo di concentramento di Ferramonti, torna dopo 66 anni

Era il 1942 Ditta Friedman e Free Noeman si conobbero nel campo d’internamento e dopo due anni diedero alla luce Dina.
Alla fine della guerra la famiglia lasciò l’Italia per tornare in Israele.


Quando varca i cancelli del campo Ferramonti di Tarsia è come se i suoi occhi iniziassero a guardare un vecchio film in bianco e nero. Le tragedie della shoah, i campi di sterminio nazisti e gli orrori della Seconda guerra mondiale. All’interno di questo grande film c’è un pezzo della vita di Dina Friedman Semadar, nata 66 anni fa nel campo d’internamento calabrese, è tornata martedì 26 gennaio per la prima volta nella struttura.

Dina Friedman Semadar è figlia di Ditta Friedman, originaria di Berlino, e di Free Noeman. Il padre fu internato nel campo di Ferramonti dopo il naufragio al largo delle coste italiane della nave sulla quale era imbarcato. Era il 1942 Ditta Friedman e Free Noeman si conobbero nel campo d’internamento e dopo due anni diedero alla luce Dina. Alla fine della guerra la famiglia lasciò l’Italia per tornare in Israele.

Oggi Dina, commossa tanto da non riuscire a parlare, entrata nel campo di Ferramonti, gira tra le baracche cercando di trovare qualche foto dei suoi genitori. Quello di Ferramonti di Tarsia, a una ventina di chilometri da Cosenza, è stato il più grande campo di internamento fascista in Italia. «Entrare a Ferramonti – ha detto – è stato come ritornare indietro nel tempo. E’ così forte l’emozione che sento come un nodo alla gola. Ho vissuto in questo campo da neonata e quindi non ho ricordi di quanto avveniva in questa struttura ma i colori che vedo e gli odori che sento ora mi ricordano i miei genitori ed i loro racconti dei momenti vissuti durante la guerra».

Dina, che è una pittrice, vive in una città a venti chilometri da Tel Aviv. «I miei genitori sono morti – ha aggiunto – ma custodisco ancora gelosamente i ricordi di mia madre che mi raccontava del periodo vissuto qui nel campo di Ferramonti. Mi raccontava delle atrocità della guerra ma allo stesso tempo aveva anche parole positive per tanti italiani che avevano aiutato lei e mio padre. Qui nel campo sto cercando trovare qualche traccia che mi possa aiutare a ricordarli durante la loro permanenza a Ferramonti».

Nel campo di Ferramonti nel periodo tra il 1940 ed il 1943 vi passarono circa 3.000 ebrei di nazionalità straniera. Da due anni una parte del campo è diventato un luogo del ricordo. Nella struttura, infatti, è stato realizzato un Museo Internazionale della Memoria dove sono raccolte oltre 100 fotografie che ricordano la vita di tutti i giorni e le attività del campo, pagine di giornali, testi e romanzi scritti da internati e una pagella scolastica di una bambina ebrea espulsa da una scuola italiana dell’epoca.

Stamani nel campo di Ferramonti sono state inaugurate tre baracche recentemente ristrutturate dal Comune di Tarsia che entreranno a far parte del Museo Internazionale della Memoria. Alla manifestazione ha partecipato il presidente della Fondazione Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia, Francesco Panebianco, accompagnato da una delegazione della comunità ebraica.

giovedì 4 febbraio 2010

Studenti calabresi visiterano campi sterminio tedeschi

(AGI) - Catanzaro, 4 febbraio
Antimafia e memoria. Sono questi i punti cardine del percorso "Treno della memoria" che coinvolge gli studenti calabresi grazie all'iniziativa nata tra l'assessorato regionale alla Pubblica istruzione, l'associazione Libera, e la collaborazione con l'assessorato alla legalita' della Provincia di Reggio Calabria e il sodalizio "Terra del fuoco".
L'iniziativa e' stata presentata questa mattina, a Catanzaro, nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato il vicepresidente della Giunta regionale, Domenico Cersosimo, il referente di Libera, don Pino Demasi, l'assessore provinciale reggino Michele Tripodi. Grazie a questo progetto 150 giovani studenti calabresi partiranno il prossimo 12 febbraio per Auschwitz e Birkenau.
A questo si aggiunge il percorso educativo rivolto all'antimafia, con una manifestazione conclusiva in programma per il 25 aprile sui terreni confiscati alla mafia.
Il referente di Libera ha illustrato il progetto: "Il Treno della memoria - ha detto don Demasi - e' un viaggio nella storia e nella memoria. Per tutto l'anno scolastico i ragazzi sono chiamati ad approfondire le tematiche storiche relative al periodo della seconda guerra mondiale. Quindi ripercorreranno in treno, simbolicamente, il viaggio dei deportati".
L'idea nasce dallo scorso anno, quando otto ragazzi di Polistena si aggregarono agli studenti del Trentino per compiere il viaggio in Germania. "Il treno che parte dalla Calabria - ha sostenuto il referente di Libera - intende coniugare il percorso educativo avviato sin dallo scorso mese di novembre con i temi dell'antimafia". Don Demasi ha ricordato che, rispetto alla situazione della criminalita' organizzata, "la situazione e' diventata insostenibile, per questo e' necessario l'impegno di tutti per cambiare la nostra regione".
L'assessore provinciale di Reggio Calabria, Michele Tripodi, ha sottolineato l'impegno di Libera che, ha detto, "ha voluto coniugare la grande sensibilita' della memoria storica con il tema dei diritti e dell'impegno per l'antimafia. Saranno sette giorni non in gita scolastica - ha concluso - ma un viaggio di studio, approfondimento e riflessione".
Un progetto che ha trovato la piena condivisione del vicepresidente Cerosimo, il quale ha sostenuto che "la proposta di Demasi e' coerente con il disegno della Regione: la scuola come investimento piu' importante per la Calabria. I giovani sono il presente della regione e la scuola e' il luogo per l'apprendistato civile perche' si preformano le personalita' dei cittadini". Il vicepresidente ha puntato l'attenzione sulla "politica nazionale dei tagli indiscriminati nei confronti della scuola" e sulle differenze tra scuole anche dello stesso territorio. Quindi, ha evidenziato l'importanza formativa del viaggio nei campi di sterminio, aggiungendo che "il richiamo all'antimafia e' importante, perche' oggi Auschwitz e' a casa nostra, considerato che e' raccapricciante che un uomo possa uccidere un altro uomo".
Quindici le scuole coinvolte nel progetto, in rappresentanza di tutta la regione, con un investimento complessivo di 75 mila euro. "Abbiamo privilegiato le scuole tecniche - ha concluso Cersosimo - perche' spesso sono quelle che hanno meno opportunita' nelle attivita' extracurriculari".

Il viaggio si svolgerà dal 12 febbraio al 19 febbraio, con partenza e ritorno da da Bari. Ecco dal sito Terra del fuoco (dove potete vedere anche il programma e altre informazioni) l’elenco delle scuole partecipanti.

Cosenza
1) Istituto Omnicomprensivo, Mormanno
2) Istituto Tecnico Commerciale Giovanni Paolo II, Diamante
3) Istituto Istruzione Superiore IPSSCT IPSIA, Paola

Reggio Calabria
1) Istituto Tecnico Industriale “M. M. Milano”, Polistena
2) Istituto Magistrale Statale “Giuseppe Rechichi”, Polistena
3) Istituto Professionale Industria e Artigianato, Siderno
4) Istituto Tecnico Industriale “A. Panella”, Reggio Calabria
5) Istituto Istruzione Superiore “G. F. Gemelli Careri”, Taurianova
6) Istituto Tecnico Commerciale “G. Ferraris”, Reggio Calabria
7) Istituto Magistrale “C. Alvaro”, Palmi

Catanzaro
1) Istituto professionale per i servizi alberghieri e della ristorazione, Soverato
2) Istituto Istruzione Superiore L. Costanzo, Decollatura

Vibo Valentia
1) Ist. Prof. Serv. Alb. Rist. e per l’Agr. con Conv., Vibo Valentia
2) Istituto Istruzione Superiore Geometri E I.P.S.I.A. “G.Prestia”, Vibo Valentia

Crotone
1) Liceo Ginnasio Statale “Pitagora”, Crotone

Alarico e la Menorah

Distrutta la resistenza ebraica nel 70 dC, Tito porta a Roma, tra gli altri tesori del Tempio, la Menorah, il candelabro a sette braccia, del quale, dopo l’invasione di Alarico verso il 410, si perdono le tracce.
Molte sono le ipotesi e le leggende circa la storia successiva della Menorah.




Secondo alcuni sarebbe tornata in Israele e lì sotterrata in qualche luogo sconosciuto, secondo altri sarebbe stata portata a Oria in Puglia (dove esisteva una comunità ebraica non solo consistente, ma anche celebre in tutto il Mediterraneo per la presenza di grandi studiosi della Torah e del Talmud) e sotterrata nel quartiere ebraico verso il Mille; altre leggende dicono che sia caduta nel Tevere durante la razzia o che sia tuttora custodita nei famosi e misteriosi sotterranei del Vaticano.
Quella che qui ci interessa è invece un’altra ipotesi, antica ma che viene ora riscoperta (onestamente non saprei dire con quali fondamenti, ma ritengo di riportarla in questo blog, come riferisco tutto ciò di cui vengo a conoscenza e che riguarda, anche in via ipotetica, i legami tra Calabria ed ebraismo).

Secondo alcuni ricercatori la Menorah sarebbe giunta con Alarico in Calabria e qui sepolta con lui.
Alarico sembra non sia stato sepolto, come comunemente si crede, alla confluenza tra Crati e Busento, ma nel territorio del comune di Mendicino (a sud-ovest di Cosenza) presso la confluenza di due torrenti, nella grotta detta degli Alimena.
In questa grotta sono stati rinvenuti una struttura che potrebbe essere un altare e alcuni graffiti, uno dei quali potrebbe essere una Menorah stilizzata (è anche possibile, a mio parere) e un altro un simbolo massonico, squadra e compasso (ma secondo me, più facilmente la lettera inguz in una delle forme dell’alfabeto runico).
Sarebbe molto interessante approfondire gli studi sull’argomento e le ricerche sulla grotta.
Moltissimo materiale potete trovare sul sito Calabriaonline, dal quale sono tratte le foto della grotta.
Altre notizie sono sul sito Alaricus Rex Gothorum.


mercoledì 3 febbraio 2010

Cattolici reggini con gli “sventurati ebrei”


Se non manca(va)no in Calabria esempi di antisemitismo, possiamo anche registrare con piacere (e con un certo orgoglio) qualche esempio di amicizia con il popolo ebraico.
Uno dei più significativi e interessanti viene riportato da padre Giovanni Sale SI in "La Civiltà Cattolica", n° 3798 del 20 settembre 2008, pp. 461-474, poi ripreso nel suo volume "Le leggi razziali in Italia e il Vaticano", Jaka Book, 2009.



I primi provvedimenti antiebraici e la Dichiarazione del Gran Consiglio del Fascismo

La legislazione antisemita, in particolare quella sulla scuola, fu accolta dalla maggioranza degli italiani, in particolare dai cattolici, con vivo rincrescimento e a volte con rabbia; furono molte le lettere inviate in Vaticano da privati o da gruppi di persone e associazioni (anche non israelitiche), che invitavano le autorità ecclesiastiche e, in particolare, il Papa a intervenire presso il Duce in difesa degli “sventurati ebrei”.

«Desideriamo che il mondo sappia - scrive a Pio XI un gruppo di fascisti e cattolici di Reggio Calabria - che non siamo dei servi di un tiranno, ma che serviamo un’idea, per il nome di Dio e della Patria. Chi crede o s’illude d’avere in noi dei ciechi strumenti di ogni sua aberrazione, è bene che sappia che noi abbiamo la fierezza di dire no, e di non avanzare oltre le barriere della nostra fede».

La lettera collettiva è firmata “I fascisti d’Italia e figli Vostri e della Chiesa cattolica”.