Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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lunedì 21 novembre 2011

La Comunità Ebraica in Calabria e a Castrovillari

Dal sito Sifeum riporto alcune notizie sulla storia della presenza ebraica a Castrovillari

Una via dell'antica Judeca di Castrovillari
Strabone, storico ed erudito greco, affermava che ai suoi tempi non vi era luogo sulla terra abitata nel quale gli Ebrei non si fossero stabiliti. Già nel II secolo a. C., gli Ebrei abitavano Roma e varie altre città italiane dell'Impero romano, tra cui ricordiamo Ostia, Ravenna, Ferrara, Bologna, Milano, Capua, Napoli, Venosa e Siracusa, e altri sopraggiunsero, dopo il 63 a.C. con Pompeo, conquistatore della Giudea. Orazio, poeta latino del I sec .a.C. accennava al proselitismo ebraico nella Roma del suo tempo e lo stesso Giulio Cesare rispettava l'osservanza delle prescrizioni ebraiche, che nell'anno sabbatico erano esonerati dal pagare il loro tributo allo Stato romano. Cicerone, nell'orazione "Pro Flacco", tenuta nel 59 a.C., sosteneva che gli Ebrei residenti in Italia mandavano regolarmente in Palestina il loro contributo per il Tempio di Salomone. Nel 70 d.C. Gerusalemme venne assediata, conquistata e distrutta da Tito, il Tempio di Salomone venne dato alle fiamme e la popolazione fu destinata a perire nel circo (ad circenses), o nelle miniere in Sardegna (ad metalla), o adibita alla costruzione del Colosseo,oppure venduta come schiava. La Diaspora vera e propria degli Ebrei, ebbe inizio, nel 132 d.C., dopo la conquista della Palestina da parte dei i Romani.
Dal 313, però, dopo che con l'editto di Milano di Costantino, il Cristianesimo divenne religione dell'Impero, i Cristiani additarono gli Ebrei come responsabili del sacrificio estremo di Cristo e durante la I Crociata essi furono perseguitati sistematicamente. Nel XIII secolo, i sentimenti di intolleranza nei loro confronti si acuirono ulteriormente. Il IV Concilio Lateranense, 1215, presieduto da papa Innocenzo III, pur condannando la pratica dell'usura, consentì agli Ebrei di esercitare il prestito, purché non avessero ecceduto sulla riscossione degli interessi.
Giunti in Calabria fin dai tempi bizantini [in realtà ben prima], una massiccia migrazione ebraica nella regione si ebbe sicuramente con gli Svevi: prima Enrico IV e poi suo figlio Federico II favorirono gli ebrei per incrementare le industrie della seta, della tintoria, del cotone, della canna da zucchero e della carta e contribuire al progresso dell'economia locale, attraverso il prestito di capitali. La Taxatio o Cedula subventionis del 1276, documenta come in quell'epoca, comunità ebraiche erano presenti nella maggior parte delle località calabresi, grandi e piccole, a Rossano, a Corigliano, a Cosenza, a Reggio, a Bisignano, a Montalto, a Tropea, a Reggio,a Castrovillari, a Nicotera ecc.
Le maestranze ebree erano specializzate nell'arte della tintoria, utilizzavano sostanze coloranti portate dall'India, (l'indaco), ed erano riusciti a perfezionare la lavorazione della seta. I loro preziosi prodotti erano ricercati in tutta Europa, e avevano impinguato con i loro tributi le casse esauste delle università [comuni e città] calabresi, contribuendo alla rinascita economica della Calabria. Agli Ebrei era vietato per legge diventare proprietari terrieri, erano esclusi dalla proprietà immobiliare, dalla vita pubblica e non potevano intraprendere la carriera militare; potevano soltanto esercitare la professione medica e, svolgere attività artigianali produttive. In Calabria gli Ebrei vissero e lavorarono in quartiere denominati Giudecca e sicuramente erano obbligati a pagare un tributo (mortafa o markofa), per godere della libertà di culto. Essi dunque si reggevano con ordinamenti propri, secondo le proprie tradizioni e costituivano, una comunità a parte, regolata da leggi differenti da quelle osservate dai Cristiani. Per gli atti di culto avevano la loro sinagoga e per l'istruzione la propria scuola, che, spesso, coincideva con la sinagoga stessa.
Federico II, nel Parlamento generale di Messina, nel 1221 aveva esteso al proprio regno le disposizioni adottate nel quarto Concilio lateranense, nel corso del quale erano state stabilite le assise "contra judeos, ut in differenzia vestium et gestorum a christianis discernantur". Tali disposizioni, volute dal papa Innocenzo III, prescrivevano che essi portassero un segno di riconoscimento. Dall'obbligo del segno, in ebraico simàn, furono esentati i medici e i prestatori di denaro. I trasgressori venivano puniti in vario modo, secondo le disposizioni dei paesi che li ospitavano: ad alcuni vennero confiscati gli indumenti, i quali venivano dati a chi aveva fatto la denuncia, ad altri si comminarono forti multe, ad altri ancora vennero inflitte punizioni corporali sotto forma di frustate. Nella maggior parte dei casi il simàn fu costituito da una pezza di colore giallo o da un disco rosso e bianco, o anche da un berretto giallo o una sciarpa gialla. Emancipatosi dalla tutela del papa, l'imperatore Federico II, nel Liber Agustalis, promulgato a Melfi nel 1231, sancì che gli Ebrei fossero parificati agli altri cittadini, anche nel diritto di ottenere giustizia e difesa giudiziaria, (sebbene in caso di assassinio di un Ebreo o di un Saraceno la cittadinanza avrebbe dovuto pagare una multa di cinquanta augustali, di cento se fosse stato ucciso un cristiano) e che gli Ebrei potessero prestare denaro, ma con il limite del 10% di interesse. Federico II, ovviamente, intendeva controllare tutte le attività economiche del regno e riprendendo il redditus denariorum, che sotto i Normanni aveva incoraggiato la circolazione di denaro e aveva evitato la frode, istituì ed estese a tutto il Regno lo jus cambii, il quale affermava la prerogativa sovrana di rilasciare permessi a chi intendesse esercitare attività di cambio, sottraendo al controllo dei vescovi tutte le Giudecche, e incanalando nell'erario regio i proventi derivanti dall'attività di tintoria. Inoltre, poiché le persecuzioni contro gli Ebrei e contro i Saraceni erano molto diffuse, li pose sotto la propria tutela. In realtà la giurisdizione civile e criminale sugli Ebrei, che dai Normanni e dagli Svevi, fu concessa ai vescovi a poco a poco venne meno per le manomissioni dei baroni e delle Universitas, che la pretendevano.
Papa Innocenzo IV, inoltre, considerata vicina la caduta degli Svevi, nel 1254, proclamò i diritti della Chiesa sulla Calabria e sulla Sicilia. Impossessatisi del Regno, con l'appoggio del papato, gli Angioini avviarono una nuova politica di intolleranza nei confronti sia dei Saraceni che degli Ebrei. La Calabria, sotto Carlo I D'Angiò, vide interrompersi quel processo di sviluppo, che si era realizzato sotto il governo degli Svevi, visse un periodo di assoluta anarchia e di spopolamento generale. In questo periodo gli Ebrei, continuarono a curare i loro affari, ben trattati dagli Angioini, dedicandosi, come sempre all'arte della tintoria e della produzione della seta, all'usura, alla medicina ed alle belle lettere.
Con gli Aragonesi le comunità ebraiche degli Ebrei ritornarono alle dipendenze dei vescovi, i quali ne approfittarono per assoggettarli al fisco. Le persecuzioni dei vescovi, contribuirono a dividere Ebrei e cristiani. Successivamente, Papa Gregorio IX sollevò i vescovi dal compito di perseguire le eresie e lo affidò i Tribunali d'Inquisizione e, nel 1427, ai frati domenicani (Fra Giovanni di Capistrano ebbe la facoltà di proibire l'esercizio dell'usura ai Giudei dimoranti nel regno e a quelli forestieri, e di costringerli a portare il segno Thau). Nel XV secolo, per frenare la pratica dell'usura, vennero istituiti i cosiddetti Monti di Pietà, che però svolsero unicamente la funzione di assistere i bisognosi. Solo dopo che Leone X emise una bolla che rimosse il divieto di percepire interesse a favore dei Monti di Pietà, questi divennero dei rudimentali servizi bancari, mettendo in crisi le attività usuraie degli ebrei, fino a quando i Genovesi, desiderosi di speculare sulla produzione ed il commercio della seta, ottennero l' espulsione degli Ebrei. Cacciati dal Regno di Napoli, prima con l'editto di Ferdinando II il Cattolico e poi con il bando di Don Pietro di Toledo, gli Ebrei lasciarono la Calabria con le loro immense fortune e tutto il Meridione regredì sempre di più. Essi che, pur essendo industriosi imprenditori non potevano investire nell'acquisto di immobili, erano gli unici a disporre di quel denaro che era necessario ai re, impegnati nelle guerre, ai nobili, che conducevano una vita lussuosa, agli artigiani e ai contadini.

La chiesa di San Giuliano,
in cui fu incorporata la sinagoga
A Castrovillari, l'antica Via Giudecca o Giudeca, ci ricorda la presenza di una congrua comunità ebraica qui residenti almeno fin dall'epoca sveva, se nel 1264 uccisero il B. Pietro da S. Andrea, fondatore e propagatore del francescanesimo in Calabria [affermazione destituita di fondamento, si tratta di una leggenda smentita dai fatti, in quanto gli ebrei a Castrovillari ebbero rapporti particolarmente positivi con i cristiani, cosa che non sarebbe stata possibile se realmente si fosse verificato un fatto del genere. Ne ho parlato in un post precedente]. A Castrovillari gli ebrei, che esercitavano l'attività di mercanti e di artigiani, erano alquanto potenti, sia economicamente che politicamente: in piazza San Giuliano avevano le loro botteghe, le spetiarie e i fundachi per il deposito delle merci, la loro scuola e la loro sinagoga, quest'ultima inglobata poi nella chiesa di San Giuliano. Essi raggiunsero una pacifica convivenza con la popolazione locale e quando lasciarono la città, nel 1512, fecero cessione della loro Scuola all'Universitas [come riferisce Cesare Colafemmina, in Per la storia degli ebrei in Calabria, la sinagoga fu loro restituita quando tornarono provvisoriamente prima della cacciata definitiva nel 1541].
Nel XVI secolo fuori della Calabria le Giudecche furono tramutate in ghetti, da cui nessun ebreo poteva allontanarsi. I ghetti erano circondati da alte mura e erano caratterizzate da un unico portone sorvegliato, che veniva chiuso dall'esterno al tramonto ed era riaperto al sorgere del sole. Poiché gli Ebrei dovevano sopravvivere per dimostrare al mondo la verità dei Vangeli, essi non furono mai cacciati da Roma.

BIBLIOGRAFIA
A. Milano, Storia degli Ebrei in Italia, Torino, 1963
O. Dito, La storia calabrese e la dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, Cosenza, 1979
Winspeare, Storia degli abusi feudali, in Archivio storico per la Calabria e la Lucania, anno I- MCMXXXI, Oppido Mamertina (RC), 1995
G. Brasacchio, Storia economica della Calabria, Vol. 2, Chiaravalle Centrale (CZ), 1977
B. Chimiri, Le relazioni politiche e commerciali fra la Liguria e la Calabria fin dai tempi della dominazione Sveva. In “Archivio storico della Calabria”, Anno III, Oppido Mamertina (RC) 1992

sabato 19 novembre 2011

Chayè Sarah

Khevròn: La grotta di Machpelah
da
BiblePlaces.com
Questo Shabbat ho letto (studiato forse è un termine eccessivo) la parashah settimanale, che si chiama "Vita di Sarah", pur parlando in realtà della sua morte.E' stato molto bello leggerla sul volume di Bereshit (Genesi) con il commento di Rashì edito da Mamash.E' la prima volta che leggo un brano biblico vivendolo non come Storia, ma come storia, quasi di famiglia, qualcosa che mi appartenesse.Con questo non voglio diminuirne il valore, anzi il contrario: voglio esprimere come questa Storia che appartiene a tutti deve essere anche storia che appartiene personalmente ad ognuno di noi.Spesso è facile leggere la Torah come un grande insegnamento morale, ma ne sfugge il diretto coinvolgimento con la nostra storia personale: parla alla testa ma non al cuore. Credo che sia invece importante unificare i due elementi.Due piccoli commenti al testo biblico mi sono piaciuti in modo particolare, e li voglio riportare qui.


Gustave Doré: Sepoltura di Sara,
da
Bible-Library.com

Genesi 23,2: Avrahàm si recò a fare le esequie di Sarà e a piangerla
Lo Zohar (122b) insegna che Sarà rappresenta il corpo mentre Avrahàm rappresenta l'anima. Anche dopo la morte, l'anima rimane in qualche modo legata al corpo e per questo Avrahàm - l'anima - andò a fare le esequie di Sarà - il corpo - e a piangerla. La khassidut mette in  risalto l'importanza del corpo nella sua funzione di mezzo per servire Hashèm. Poiché lo scopo della Creazione è di rendere santo il mondo materiale, il corpo ha in un certo senso importanza maggiore dell'anima, essendo il mezzo con cui viene compiuta la volontà di Hashèm. Se oggi può essere difficile cogliere pienamente questo concetto, quando verrà Mashìakh la superiorità del corpo sarà palese "al punto che l'anima ne sarà animata" (Rebbe di Lubavitch, Likkuté Sikhòt vol I).

Rivkà e Eli'èzer al pozzo,
dal
sito della Congregation Or VeShalom

Genesi 24,14: Da essa saprò che avrai agito con bontà con il mio padrone
Di solito è proibito basare le proprie azioni su segni, come fece Eli'èzer. Il divieto tuttavia si applica solo nel caso in cui il segno stabilito non sia legato alla scelta, dicendo ad esempio che se domani il sole splenderà è segno che si debba sposare una certa donna. Nel caso di Eli'èzer, però, il segno da lui predisposto era in piena sintonia con la missione, poiché la futura matriarca di Israèl avrebbe dovuto essere una donna di sensibilità e bontà particolari. Eli'èzer non cercava quindi segni veri e propri, ma la prova delle qualità della ragazza (Ran, su Talmùd Khullìn 95b)

Un'altra considerazione personale riguarda le due figure femminili presenti il questi versi, Sarà e Rivkà, considerate la prima solo un personaggio "di complemento" rispetto ad Avrahàm, e la seconda invece praticamente ignorata al di là del nome.
In questa parashah invece scopriamo quanto la prima sia rilevante nella storia del popolo ebraico e dell'umanità, e quanto la seconda sia da conoscere e apprezzare nelle sue doti di altruismo e generosità e ospitalità per lo straniero, nonchè nella sua prontezza a seguire la volontà di Hashem.
Quando la sua famiglia la vuole trattenere ancora presso di sé, interrogata se vuole andare come sposa di Yitzkhàk con il servo inviato da Avrahàm, la sua risposta è una sola parola: Elékh - Andrò.

Sapremo noi essere altrettanto pronti?

venerdì 18 novembre 2011

Sorgente di vita

La trasmissione "Sorgente di vita", è davvero molto bella, e consiglio a chiunque possa di seguirla.
E' un vero peccato che venga trasmessa ad orari assurdi, soprattutto per chi lavora.
Meno male che almeno c'è il sito RAI che permette di vedere i video, uno dei quali è linkato in fondo a questo post.

Sorgente di vita
Rubrica di vita e di cultura ebraica a cura dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane
In onda la domenica alle 1.20 e il lunedì all'1.05

Il programma è realizzato in collaborazione tra la RAI e l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Va in onda a settimane alterne la domenica sera, alle 01.00 circa e ha due repliche: il lunedì successivo alla stessa ora e otto giorni dopo, il lunedì mattina, alle 9.30 circa. Ogni puntata dura circa 30’ e presenta tre o quattro servizi.

Sorgente di vita racconta la vita, la cultura, la storia delle comunità ebraiche in Italia e all’estero, gli aspetti della tradizione e le ricorrenze del calendario ebraico, ma anche l’attualità con reportage sulle comunità ebraiche nel mondo e inchieste su Israele, antisemitismo, razzismo, neonazismo, beni culturali ebraici, dialogo interreligioso.
E poi eventi culturali, musica, mostre e spettacoli, ritratti e profili di personaggi e, periodicamente, puntate speciali su un unico argomento.

I disegni della sigla sono di Emanuele Luzzati, il brano musicale del gruppo americano “Klezmatics”.
Autore: Emanuele Ascarelli
Redazione: Lucia Correale, Piera Di Segni
Produttore esecutivo: Monica Flores
Programmisti-registi: Augusto Bastianini, Alessandra Di Marco

Tel. 06/3723234 - 238  - 06/45542.200
Fax 06/3613638   -  06/5899569 
e-mail : sorgentedivita@rai.it - sorgentedivita@ucei.it

Dal cantante Raiz, ex leader degli Almamegretta, alla singolare esperienza degli ebrei di Sannicandro, voci, testimonianze, percorsi spirituali e familiari di ebrei lontani, di persone alla ricerca delle radici o di un’identità ebraica. I marrani di ieri e di oggi, il tema del Moked, l’appuntamento culturale primaverile [della primavera scorsa] dell’ebraismo italian.

giovedì 17 novembre 2011

500 anni dalla dispersione

Pubblico da Moked, il portale dell’ebraismo italiano, questo breve, ma denso, intervento della filosofa Donatella Di Cesare sull’ebraismo nel Meridione, ed in Calabria in particolare.
È un articolo un po’ vecchio, che avevo già pubblicato, ma ritengo utile pubblicarlo di nuovo perché oggi, alla luce delle ultime novità, ci “parla” ancora di più.
Viene anche citato il piccolo volume di Tonino Nocera, che ringrazio di avermene inviato una copia, del quale parlerò presto più ampiamente.
A chiusura dell’articolo aggiungo qualche mia osservazione personale.

di Donatella Di Cesare

Sono cominciati i festeggiamenti per l’unità d’Italia.
Tra le dolorose separazioni che restano c’è, per l’ebraismo italiano, quella tra il centro e il nord, da un canto, e il vuoto che dall’altro si apre a sud di Napoli. Questa linea di demarcazione viene ormai considerata con una certa ovvietà, una rinuncia condiscendente e accomodante. Il sud, quello degli ebrei espulsi nel 1511, o degli ebrei rimasti e convertiti, dei marrani, sembra un po’ consegnato al suo destino. Non diversamente da quanto ha fatto e fa la politica “nazionale”.
D’altronde, se il capitolo dei marrani si chiuderebbe tra il Cinquecento e il Seicento, perché occuparcene? E poi i colpevoli sono loro. Torna infatti, e viene ripetuta, l’accusa antica rivolta ai marrani: quella dell’ipocrisia e della finzione. La loro “dualità” peserebbe insomma ancora. Per non parlare poi del fatto che si tratterebbe di quantità irrisorie.
Eppure basterebbe pensare al caso della Calabria. Non solo alla grande tradizione qabbalistica, a Chaim Vitale calabrese. Ma a tutto quello che è rimasto dopo. In un libretto di poche pagine, intitolato “Gocce” (Giuntina 2009), Nocera ha raccolto alcune testimonianze.
Spicca quella su Benedetto Musolino, il “sionista calabrese”, protagonista del Risorgimento italiano ma anche rivoluzionario europeo, che nel 1851 scrisse: “Gerusalemme ed il Popolo Ebreo. Progetto da rassegnarsi al Governo di Sua Maestà Britannica” in cui auspicava - ben prima di Herzl - la fondazione di uno Stato ebraico e la rinascita della lingua ebraica.
Certo, ormai è tardi. Mentre subito dopo la Shoà i primi rabbini tedeschi si precipitavano a Mallorca per salvare quello che restava dei marrani (e lì oggi fiorisce una comunità), l’Italia meridionale si svuotava con la grande emigrazione. Sono rimasti nei paesi sulle colline - da Caulonia a Gerace, da Siderno a Grotteria - i quartieri chiamati “judeca”. Pietre di sinagoghe distrutte o inglobate in chiese o altri edifici, ma anche e soprattutto scintille ebraiche in quei discendenti di marrani, e marrani a loro volta, più consapevolmente di quanto non si creda.
Chissà che questa data, un anniversario che richiama paradossalmente l’altro, l’unità nazionale che rinvia al gherush che divise il meridione dagli ebrei, non sia l’inizio di una nuova presenza ebraica nel sud.

Sì, è vero probabilmente l’ebraismo ufficiale italiano ha aspettato troppo tempo per guardare nuovamente a sud, ma non diciamo che “ormai è tardi”, meglio dire “siamo in ritardo”.
Purtroppo è vero che anche questo anniversario, in cui si sarebbe potuto/dovuto ricordare (accanto all’unificazione italiana) il tragico gerush (la dispersione) dell’ebraismo meridionale nel 1511 non è stato degnamente celebrato, come avrebbe meritato e come sarebbe stato opportuno; però possiamo essere ben contenti che proprio al suo scadere ci sia stato un evento significativo come quello dello shabbaton di Belvedere, che potrà forse segnare il primo passo per la rinascita di una kehillah calabrese.
C’è bisogno dell’impegno e della collaborazione di tutti, perché non sia “ormai tardi” e si possa recuperare almeno in parte il tempo perso.

Storia degli ebrei reggini

Sempre più, da qualche anno, si intensificano gli studi e l’interesse sulla storia degli ebrei in Calabria.
Pubblico qui un articolo del nostro amico Tonino Nocera e uno degli studenti del Liceo scientifico Leonardo
sugli ebrei di Reggio, nella speranza che presto non si tratti solo di un ricordo del passato

Da Un’idea di città. Foglio mensile della Fondazione Mediterranea per la promozione e lo sviluppo dell’Area e della Città Metropolitana dello Stretto

Storia della Comunità ebraica reggina
di Tonino Nocera
 
Iscrizione (forse sinagogale) con la scritta IOUDAION
trovata a Reggio, risalente all’epoca imperiale
Il 25 luglio 1511 (19 tammuz 5271) gli ebrei reggini lasciarono la città dello stretto e si imbarcarono per Messina; per poi dirigersi parte verso Roma e parte verso Livorno. Calava il sipario su una vicenda storica secolare che tanti benefici aveva recato alla città e all’intero Mezzogiorno.
L’esodo fu causato da un editto del re di Spagna Ferdinando il Cattolico che il 23 novembre 1510 decretò l’espulsione di tutti gli ebrei dal Regno di Napoli. Stessa sorte era già toccata gli ebrei spagnoli; solo chi accettò di convertirsi poté restare. Ebbe così inizio la vicenda dei marrani ossia degli ebrei convertiti al cristianesimo.
Alcuni di loro però in segreto continuarono a praticare l’antica religione. Ma l’Inquisizione era vigile e attenta: pronta a cogliere eventuali segni di culti segreti.
Che cosa resta oggi nella nostra città ma più in generale nell’Area dello Stretto e nel Mezzogiorno della presenza ebraica?
Per quanto riguarda la città è immediato pensare al Commentario al Pentateuco di Rashì. Infatti, il 18 febbraio 1475 (2 adarl 5235), Avraham Garton stampò il commento al Pentateuco di Shelomoh ben Yshaq. Si presume che ne furono stampati circa trecento esemplari. Oggi l’unico originale rimasto si trova presso la Biblioteca Palatina di Parma.
Il De Rossi - un collezionista settecentesco di libri ebraici - ne acquistò due copie ma mentre era in navigazione sul Po una cadde in acqua e sparì. Un frammento è custodito al Jewish Theological Seminary di New York. Nel 1483 Elasar Parnas copiò il commento medico di Averroè agli Analytica postyeriora di Aristotele e in seguito il Lilium medicinae di Bernardo di Gordon. Quest’ultima opera fu anche copiata nel 1508 da Shemuek ibn Musa profugo dalla Sicilia.
Ma gli ebrei non erano presenti solo a Reggio. Esistevano giudecche a Bova, San Lorenzo, Motta S. Giovanni, Bagnara, Pentidattilo, Sant’Eufemia e in altri centri della provincia. Quali erano le occupazioni prevalenti tra gli ebrei? In città l’attività prevalente era l’industria della seta e la tintoria. La tassazione sui proventi del commercio della seta fu oggetto di un confronto tra il governo cittadino e l’arcivescovo che speravano entrambi di poter contare sugli introiti di un ricco mercato. Era diffusa anche la medicina, un medico del quale si ha notizia era Samuele Carto. Da Seminara proveniva la famiglia del medico Lazzaro Sacerdote che agli inizi del 1400 si trasferì a Termini Imerese.
La posizione geografica di Reggio – ultimo lembo di continente dinanzi alla Sicilia - rendeva costanti gli scambi tra la città e l’isola. Infatti, Reggio fu meta dei profughi ebrei scacciati dalla Sicilia e sorsero problemi con gli ebrei reggini. Abram Sicar, ebreo messinese dimorante a Reggio, denunciò i correligionari che volevano costringerlo al pagamento di tributi non dovuti.
Dopo il luglio del 1511 dovranno passare tre secoli prima che gli ebrei tornino nel Regno di Napoli. Agli inizi del 1700 Carlo di Borbone, sovrano nel nuovo regno, tenterà di ricostituire una presenza ebraica nel Regno di Napoli: l’iniziativa fallirà. Sarà necessario attendere il 1827, quando Carl Rothschild aprì a Napoli una filiale dell’omonima banca. Egli creò, all’interno della propria abitazione (l’attuale Villa Pignatelli), un oratorio, dove gli ebrei di passaggio potevano partecipare alle funzioni religiose.
Dopo l’Unità d’Italia fu ufficialmente aperta una comunità ebraica a Napoli. Nel 1861 durante l’impresa dei Mille (cui parteciparono 8 ebrei) uno di essi l’ebreo veneziano Giuseppe D’Ancona perse la vita a Villa San Giovanni travolto da un carro. Non si trattò certo di una morte eroica, ma anche Lord Byron morì di morte naturale a Missolungi ma spesso si scrive che cadde combattendo per la libertà della Grecia.
Gli ebrei torneranno in Calabria nel secolo scorso per essere internati a Ferramonti di Tarsia. La loro vita sarà resa più lieve da un Maresciallo di Polizia reggino, Gaetano Marrari, comandante delle guardie, che si adoperò per garantire loro un’esistenza dignitosa. Un’altra storia è quella di San Nicandro, in provincia di Foggia, dove un gruppo di contadini pugliesi – dopo la Seconda Guerra Mondiale - si convertì all’ebraismo, per poi trasferirsi successivamente in Israele.
Ma gli ebrei meridionali espulsi, che fine hanno fatto? Hanno lasciato tracce di sé? Si, anche se sono difficili da seguire, perché il tempo è stato impietoso. L’espulsione degli ebrei dalla penisola iberica (Spagna e Portogallo) e dai domini spagnoli in Italia diede vita a un esodo biblico. Furono migliaia e migliaia coloro che si lasciarono alle spalle la vita quotidiana per affrontare l’ignoto. Molti portarono con sè le chiavi di casa; sperando in un improbabile ritorno.
Meta privilegiata fu l’Impero Ottomano. La Sublime Porta, infatti, offriva garanzie di tolleranza che consentivano agli ebrei di vivere serenamente. Ebbe inizio così la storia degli ebrei del Levante con personaggi leggendari che ebbero più nomi e più identità come Righetto alias Anrriquez Nunez alias Abraham Benvenisti: un nome portoghese, uno italiano e uno ebraico da usare a secondo le circostanze. Don Josef Nassi o Giovanni Miguez; Grazia Mendes o Beatrice de Luna. Ma prima dell’espulsione i contatti tra la Calabria e la Sicilia e il Levante erano numerosi. Nel settimo secolo Jona e sua moglie Shabbatia, due ebrei siciliani, si recarono a Gerusalemme, dove fecero una cospicua donazione alla locale comunità ebraica.
Beniamino da Tudela intorno al 1170 scrive che Messina è uno dei porti da dove ci si imbarca per Gerusalemme. Così come a Damasco tra il 1324 e il 1332 troviamo rabbì Jacob ben Chananel da Sicilia. Nel 1455 un folto gruppo di ebrei siciliani decise di trasferirsi in Terrasanta; provenivano da varie città dell’isola e tra essi vi era un certo Nissim Fusaru da Messina. Una delle mete degli ebrei in fuga dal Mezzogiorno d’Italia fu la città di Arta nei pressi dell’isola di Corfù, dove esistevano quattro comunità distinte: quella di Corfù, quella di Puglia, quella di Calabria e quella di Sicilia. Menachem Del Medico, il rabbino della comunità Calabria, nel 1570 si trasferì a Safed per contrasti sorti nella comunità. A Patrasso un rabbino famoso fu Isaia da Messina e a Cipro esisteva una comunità siciliana.
A Salonicco c’era una sinagoga chiamata Calabria, che dopo la metà del 1500 si divise in tre: Calabria Jashàn (dopo il 1553 fu nota come Nevè Shalom Dimora di Pace), Chiana e Calabria Chadàsch detta anche Ishmael. Tra i rabbini della comunità calabrese di Salonicco ricordiamo il veneziano David Messer Leon e Samuel di Mosè Cali. Nel 1917 un terribile incendio distrusse buona parte della città cancellando le tracce di un passato secolare; durante la Seconda Guerra Mondiale l’intera comunità ebraica fu deportata nei lager.Anche a Costantinopoli esisteva una sinagoga chiamata Calabria.
Ma è nel campo dei cabalisti che si fanno le scoperte più interessanti. Qabbalah è una parola ebraica che può tradursi con ricezione e indica il misticismo ebraico. Secondo Giulio Busi “Nel suo valore di ricezione, qabbalah enuncia, infatti, la continuità con il passato e anche il senso di respons abilità che questa eredità comporta.” A essa si dedicarono anche intellettuali cristiani come Giovanni Pico della Mirandola e per molti secoli fu avvolta da un alone di mistero. Un notevole impulso agli studi sulla Qabbalah venne da Gershom Scholem che si dedicò a essa con rigore scientifico.
Safed, sui monti della Galilea, era la città sacra per i cabalisti. Qui gli italiani avevano costituto una comunità chiamata Italia e tra i suoi maggiori esponenti vi era un ricco mercante di spezie: Sabbatai ha Cohen Siciliano. Ma il posto d’onore tra gli italiani di Safed spetta - senza ombra di dubbio - a Chaim Vitale Calabrese (1543-1620) eminente cabalista, nato a Safed da padre calabrese. Egli si trasferì a Damasco, dove divenne rabbino capo per poi tornare a Safed. Il figlio Samuel, dopo aver vissuto a Damasco, sarà rabbino a Il Cairo tra il 1666 e il 1678, a lui succederà il figlio Mosè.
Questi sono alcuni squarci di una vicenda lunga, complessa, affascinante e per alcuni versi ancora poco nota.
Ma quali furono le conseguenze della scacciata degli ebrei dal Mezzogiorno? Furono disastrose. Scomparve una comunità che aveva al suo interno consistenti nuclei borghesi caratterizzati da dinamismo economico e vivacità culturale. Si aprì la strada a una concezione della vita nel Mezzogiorno fondata solo sulla rendita parassitaria. Il Sud volse le spalle al mondo e al Mediterraneo.
Da quel momento i flussi commerciali e culturali del Mediterraneo non toccarono più il Sud. Diversa fu la storia di Livorno, dove l’accorta e accogliente politica dei Medici trasformò la città in un’oasi per gli ebrei del Mediterraneo. I frutti non mancarono, la nazione livornese stabilì contatti e legami con tutti i maggiori centri del Mediterraneo creando anche una lingua franca: il bagitto. Questa scelta medicea – è bene ricordarlo – non portò solo vantaggi economici ma anche, e forse soprattutto, politici e culturali. La tolleranza di Livorno si estese all’intera Toscana. Da Livorno sorsero poi esponenti di primo piano del mondo ebraico da Moses Montefiore al rabbino Elia Benamozeg.
Oggi riemergono qua e là tracce di un passato millenario che il tempo e, in tanti casi, la ferocia umana non sono riusciti a cancellare. Come un fiume carsico che appare e scompare, senza mai cessare di scorrere.

Gli Ebrei a Reggio Calabria

Dal sito del Liceo scientifico statale "Leonardo da Vinci" 


L’arrivo degli Ebrei a Reggio

Via Giudecca, la strada che ricorda la presenza degli Ebrei a Reggio Calabria

Alcuni studiosi pensano che risalga al I secolo d. C. l’arrivo in Calabria di nuclei di Ebrei che, sfruttando abilmente l'ambiente commerciale calabrese, si distinsero diffondendo industrie fiorenti e rendendo sempre più attiva la vita commerciale. A tal proposito scrive il Cotroneo: « Non sarà una semplice congettura, sì bene un dato di fatto abbastanza serio, l'affermare la venuta dei Giudei a Reggio in quel primo secolo cristiano, ove si consideri l'importanza che la nostra città aveva allora.»
Reggio, infatti, in quel tempo era una città abbastanza florida, anche perchè godeva della simpatia sia di Vespasiano che di Tito. Aveva un importante cantiere navale che, insieme all'altro importantissimo di Pellaro, forniva all'imperatore la flotta per il trasporto delle truppe in Oriente, poiché la "industre Congregazione o Fratrìa dei Dendrofori", tagliava alberi secolari sull’Aspromonte per costruire veloci galere.
Per questo è logico pensare che gli Ebrei, seguendo forse gli itinerari dell'imperatore stesso che sostava in questi luoghi, siano sbarcati silenziosamente, in piccolo numero, e si siano mescolati all'elemento indigeno.

Periodo normanno
Prima del periodo normanno nulla abbiamo di certo sulla presenza degli Ebrei nella zona, a parte la sinagoga di Bova; si sa però che essi avevano garantita la libertà di culto, grazie ad un tributo speciale corrisposto prima all’Università e poi alla Chiesa Maggiore. Ma la popolazione li considerava in uno stato di inferiorità, dando luogo spesso a delle vere e proprie persecuzioni nei loro confronti.
Dopo la venuta dei Normanni a Reggio (1260), è comprovata la loro esistenza in queste zone, la loro attività e la loro condizione giuridica ed economica. Infatti è solo dal 1127 al 1511 che risulta da fonti concrete la presenza degli Ebrei. Molti documenti descrivono la loro vita e parecchi altri indicano col nome di Giudecca la zona in cui risiedevano, oltre la cinta delle mura reggine. Sicuramente la Giudecca, popoloso e ben organizzato quartiere, non sorse all'improvviso, ma attraverso un processo lento di secoli. Infatti nei primi anni del XV sec. gli Ebrei sono già sistemati in corporazioni, separati dai cristiani ad opera di provvedimenti legislativi e di inquisizioni.
Essi comunicavano con il mare mediante una porta detta Anzana che era l'unica loro entrata ed uscita e non avevano alcun altro punto di comunicazione con la città.
Ai primi scarsi nuclei, altri si unirono formando una comunità numerosa e offrendo sempre maggiore incremento alle arti manuali, tanto che la Calabria e il Meridione, molto debbono a questi Ebrei artefici e geniali innovatori. Essi praticarono nelle contrade di Reggio la coltura dei gelsi, la manifattura della seta e, in epoca più tarda, l'arte di colorare i drappi serici con l'indaco. Spinti dalla loro natura proclive alla mercatura ed ai lauti guadagni, spesso accresciuti dall'usura, seppero, in breve spazio di tempo, allargare i confini del loro quartiere, all'inizio ristretto, e, mettendosi in relazione con le fiorenti repubbliche marinare del tempo, fecero di Reggio un attivo centro di traffico portando benessere alla popolazione reggina.
I Normanni, attuando il loro programma politico e cercando di sviluppare l’attività economica del tempo, incentivarono il settore industrialee quello commerciale.
Così gli Ebrei, intraprendenti ed attivi, grazie anche alla loro di­sponibilità finanziaria, acquisirono all’interno della società un ruolo che fino a quel momento era loro mancato.
Anche se alcune fonti riferiscono che i Normanni offrirono alla Chiesa molte concessioni che le comunità ebraiche fecero loro, questo non dipendeva da un atteggiamento ostile agli Ebrei. Al contrario, dai Normanni gli Ebrei, come altre razze in quel periodo numerose a Reggio, ebbero un trattamento equo e tollerante. Dunque sotto i Normanni la comunità giudaica reggina subì un notevole sviluppo economico, anche se il tributo speciale detto morkafa o mortafa, corrisposto alla Chiesa, poteva apparire come una soggezione all'elemento cristiano prevalente.

Successive dominazioni
Sotto le dominazioni che seguirono l’epoca normanna iniziò per gli Ebrei un periodo difficile. Presero corpo dure controversie fra l’Università reggina e la Chiesa Maggiore, entrambi pretendenti alla riscossione dei tributi fiscali dei Giudei. La Giudecca reggina era giunta al massimo della floridezza economica; la produzione di seta e le stoffe reggine avevano invaso i più importanti mercati e il porto di Reggio era divenuto attivo centro di traffico, meta ricercata dei più audaci commercianti. Questo stato di cose dimostrava la potenza economica dei Giudei, per cui sia la Chiesa che il Comune desideravano appropriarsi di quell’enorme tributo, vantando le più svariate pretese. Da questo momento tutto concorre a ingelosire gli animi e a mettere in cattiva luce gli Ebrei, cominciano le prime lotte religiose e nasce  l’antisemitismo. La Giudecca viene più volte presa di mira ed ogni minima occasione serve ad esacerbare gli animi dei Reggini, anche perché, in gran parte, erano debitori degli Ebrei, usurai spesso privi di qualsiasi scrupolo. Le lotte divennero poi sempre più furibonde, fino a determinare, nel 1511, la loro definitiva espulsione dalla Giudecca e da tutto il suolo reggino.

mercoledì 16 novembre 2011

Corso di Storia e didattica della Shoah 2011

Ricevo dal professore Paolo Cohen, ricercatore in Storia dell'arte moderna, lavora dal 2002 presso l'Università della Calabria di Cosenza, la notizia di questo corso molto interessante (a cura dello stesso docente e di Viviana Burza), che si rivolge in primo luogo agli insegnanti delle scuole superiori di secondo grado, ma è aperto alla partecipazione di chiunque sia interessato alla materia
Sarà un corso “itinerante” che si svolgerà tra venerdì 2 dicembre presso l'Università della Calabria e sabato 3 dicembre presso il Museo internazionale della Memoria Ferramonti di Tarsia (i due enti organizzatori, con il sostegno dell'Ufficio scolastico regionale della Calabria)

Università della Calabria
Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria

Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia
Terzo Corso di Storia e didattica della Shoah

Università della Calabria
Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia
2-3 dicembre 2012

a cura di Viviana Burza e Paolo Coen
Segreteria organizzativa: Mariano Iusi (mariano.iusi@unical.it)

Programma dei lavori

Venerdì 2 dicembre
(Università della Calabria, Aula Iana, cubo 19 b, ponte pedonale, o coperto)

Ore 15.00
Indirizzi di saluto

Simone Misiani, Università di Teramo: Alle origini della memoria della Shoah e il dopoguerra in Europa
Viviana Burza, Università della Calabria: Valenze e ricadute della Shoah in termini didattici e pedagogici
Angela Riggio, Ufficio Scolastico Regionale per la Calabria: La Shoah nella lotta al razzismo: alcune esperienze dell'USR per la Calabria nelle scuole calabresi
Alessandro Gaudio, in collaborazione con Valentina Corrado, Albino Cozzi, Giuseppe Grillo e Concettina Lo Gullo: Confino, prigionia e civiltà meridionale durante il fascismo: attualità del modello etnologico-letterario di Carlo Levi (prima parte, teorica)


Sabato 3 dicembre
(Museo della Memoria Ferramonti, Tarsia, CS)

Ore 9.00
Indirizzi di saluto: Francesco Panebianco, Presidente del Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia
Francesco Folino, Direttore del Museo della Memoria Ferramonti di Tarsia: Il profilo storico del campo
Alessandro Gaudio, in collaborazione con Valentina Corrado, Albino Cozzi, Giuseppe Grillo e Concettina Lo Gullo: Confino, prigionia e civiltà meridionale durante il fascismo: attualità del modello etnologico-letterario di Carlo Levi (seconda parte, pratica)

Visita all'ex campo di concentramento Ferramonti di Tarsia

martedì 15 novembre 2011

Gli ebrei in Calabria dal XIII al XVI sec.

Estratti da un testo internet sulla storia degli ebrei in Calabria.
In blu alcune mie annotazioni.


Placido Antonio Carè
© Copyright 2005 LAMBDA EDITRICE
Via I Rione Margherita, 3 0963-81726
89844 Nicotera (VV)

Gli Ebrei partecipano agli eventi storici, che maturano nel nostro territorio, però senza prendere parte né alle vicende militari, né a quelle politiche di esso; infatti, da minoranza anomala vivono nelle comunità, che li ospitano, in parallelo, avendo con esse relazioni esclusivamente di natura economica e finanziaria. Per questi motivi non abbiamo potuto estrapolare le loro vicende dai vari accadimenti storici, che in alcuni momenti li videro vittime ed in altri soggetti detestati e contemporaneamente lusingati, accarezzati, richiesti dalle università (da intendersi non come scuole, ma come città, comuni), le quali erano consapevoli di non poter fare a meno di loro.
[ … ]
Sicuramente perché gli Ebrei non sono arrivati in Italia e in Europa con la forza di eserciti bene agguerriti, così come avevano fatto i Longobardi, i Franchi, i Bizantini, gli Arabi, i Normanni e più tardi tutti gli altri, le loro vicende sono state tramandate in forma episodica e, pertanto, non adeguata a documentare con continuità e in modo congruo la complessità delle relazioni del popolo ebreo con i Calabresi. Troppo spesso, infatti, i loro contributi culturali e sociali sono stati taciuti dagli storiografi coevi e, di conseguenza, ignorati dai più. Però sono presenti nella nostra tradizione popolare, ricordati, perché da sempre, in era cristiani, vengono associati al Golgota e all’odiosa usura.
Anche per queste ragioni crediamo che uno studio sul ruolo degli Ebrei in Calabria sia quanto mai opportuno e necessario, perché esso ci aiuterà a capire il ruolo che questa minoranza religiosa, vissuta in mezzo agli ospitali Calabresi, esercitò sulla nostra Terra e sull’intera Europa. Questi studi, inoltre, ci aiuteranno a rimuovere il pregiudizio, che si è sedimentato nella nostra cultura, dopo che, per secoli, siamo stati educati al pregiudizio dell’Ebreo errante, metafora del responsabile della crocifissione di Gesù Cristo.
A prova di questo, ci piace riportare una filastrocca, che si recitava alcuni anni fa, quando anche la cattura di lucertole, di rane e di altri animaletti era occasione di gioco per i ragazzi, i quali trasformatisi in piccoli aguzzini, mentre le povere vittime stavano per morire, tutti insieme, per scusarsi del male fatto, recitavano in coro:

No’ fu’ jéu e máncu Ddéu,
cá fu l’ánima d’u judéu.
La traduzione è molto facile.

La Diaspora degli Ebrei, cioè la prima e vera dispersione di essi, ebbe inizio il 132 d.C., dopo che i Romani sottomisero, mettendo in atto una sanguinosa repressione, che provocò seicentomila vittime, la Palestina (la diaspora ebbe inizio ben prima).
[ … ]
Gli Ebrei arrivano in Calabria portati da Enrico VI e a Nicotera da suo figlio, Federico II (l’arrivo degli ebrei in Calabria è ben più antico, risale ai primi secoli dell’era volgare).
Scrive Oreste Dito: “Catanzaro, favorita dalla stessa posizione, in facile comunicazione coll’Ionio e col Tirreno, era il centro di maggiore importanza industriale e di maggiore traffico degli Ebrei dell’uno e dell’altro litorale. Altri stanziamenti erano a Nicastro, Monteleone, Tropea, Nicotera, Seminara, nelle due piane di S Eufemia e di Palmi. Nella zona montuosa dell’estremo lembo di Calabria, sono ricordati centri giudaici ad Arena, a Galatro vicino al Mètramo, e a Tritanti, frazione del comune di Maropati”[i]. Le maestranze ebree erano specializzate nell’arte della tintoria; utilizzavano sostanze coloranti portate dall’India, per cui il nome di indaco, e nell’industria della seta. Essi con la loro operosità e la loro intraprendenza contribuirono alla trasformazione economica della Calabria.
D’Amato, attento studioso di Catanzaro, la sua città, ha scritto ‘’Questi [gli Ebrei], industriosi per loro natura e dediti alle mercantie et ad ogni genere di negotij, volentieri venivano ammessi nelle città più famose: onde designarono i Catanzaresi chiamarne qualche parte, acciò, aprendo fondachi di mercantia, gli togliessero l’incomodo di mendicare da lontano i panni et altre cose al vestir necessarie; e per più facilmente condurceli gli offrirono una perpetua franchigia. In tal guisa allettati, ne vennero in buon numero, e perchè vollero havere nella città luogo e parte, gli assegnarono un quartiere in mezzo ad essa. (...) Giunti aprirono botteghe di ricchissime mercantie, e, mescolando con i loro negotij i drappi medesimi di seta, che ivi lavoravano, cagionarono un grande utile â cittadini et aprendo la strada al concorso di tutta la provincia per via dei loro negotij, partorivano alla città molti comodi, oltre il danaro che in abbondanza vi entrava.”
Apprendiamo così che in una Calabria di contadini gli Ebrei costituirono il primo nucleo importante di industriosi imprenditori, di carattere esclusivamente urbano, perché era loro vietato per legge diventare proprietari terrieri. Inoltre bisogna aggiungere che la vita dei Calabresi sia durante la dominazione normanna, che nel corso del il regno svevo, si svolgeva prevalentemente nei centri urbani.
A Nicotera gli Ebrei vissero e lavorarono nel quartiere la Giudecca e sicuramente così come accadeva per i loro correligionari di Reggio, di Catanzaro e di Tropea erano obbligati a pagare un tributo, ricordato con il nome di mortafa o markofa, presso gli Arabi era definita ghezía, che consentiva loro di godere della libertà di culto. Questa tassa si aggiungeva inesorabilmente alle altre che gli Ebrei, come tutti i cittadini, pagavano.
[ … ]
Federico II, nel Parlamento generale di Messina, nel 1221 aveva esteso al proprio regno le disposizioni adottate nel quarto Concilio lateranense, nel corso del quale erano state stabilite le assise “contra judeos, ut in differenzia vestium et gestorum a christianis discernantur”.
[ … ]
Una volta emancipatosi dalla tutela del Papa, nel Liber Agustalis, promulgato a Melfi nel 1231, sancì:
1) Gli Ebrei sono parificati agli altri cittadini, anche nel diritto di ottenere giustizia e difesa giudiziaria, sebbene in caso di assassinio di un Ebreo o di un Saraceno la cittadinanza dovrà pagare una multa di cinquanta agustali; di cento se sarà stato uccciso un cristiano.
2) Gli Ebrei possono prestare denaro, ma con il limite del 10 % di interesse.
[ … ]
Contemporaneamente sottrasse al controllo dei Vescovi tutte le Giudecche, avocando a favore dell’erario regio i proventi, che derivavano dall’attività di tintoria, in cui gli Ebrei erano abilissimi. Inoltre, poiché le persecuzioni contro gli Ebrei e contro i Saraceni erano molto diffuse, li pose sotto la propria tutela. Il sovrano avviava così una politica di economia monopolistica, che gli permetteva di controllare tutte le attività economiche del regno: dall’estrazione dei metalli, del sale, ecc. all’estrazione della pece.
[In seguito] gli Angioini si impossessarono del Regno e diedero l’avvio ad una nuova politica di intolleranza nei confronti sia dei Saraceni che degli Ebrei.
[Durante la guerra del Vespro le cronache ricordano]: “Risiedeva allora in Nicotera un ebreo nativo di Catania a nome Giacomo Francigena il quale, fattosi cristiano aveva preso il nome di Pietro da Monteleone, dalla terra in cui aveva fissato dimora. Costui con armi e cavalli favoriva Carlo di Angiò, da cui venne decorato del cingolo militare. Al contrario Rinaldo da Cirò trovandosi a Nicotera coi suoi seguaci fece ribellare a favore di Corradino Nicotera e Seminara, ed i beni di Pietro posti in questi territori furono occupati dai ribelli”[ii].
[ … ]
In questo periodo gli Ebrei, che non si erano immischiati nelle varie contese, continuano a curare i loro affari, anche perché è di loro esclusiva pertinenza l’attività finanziaria, la quale giovava da una parte ai sovrani impegnati in estenuanti quanto inutili guerre e dall’altra ai vescovi, che sugli affari dei miscredenti riscuotevano le tasse.
Spesso gli storici hanno registrato la «donazione» di Ebrei fatta dai sovrani ai feudatari.
“Gli Ebrei erano presenti in Calabria un po’ dappertutto: a Rossano, a Corigliano, a Cosenza, a Reggio, a Bisignano, a Montalto, a Tropea, a Reggio, ecc.(...) [Essi] furono ben trattati dagli Angioini non meno che dagli Svevi; essi si dedicarono all’arte della tintoria e della seta, ma anche all’usura, alla medicina ed alle belle lettere. Le comunità degli Ebrei erano passate, durante la monarchia [aragonese] siciliana, alle dipendenze dei verscovi, i quali ne approfittarono per assoggettarli a gravame fiscale. Le persecuzioni dei vescovi, anziché incoraggiare le conversioni, contribuirono a dividere Ebrei e cristiani. (...) A Monteleone, i gabellotti della seta perquisiscono le case degli Ebrei, sequestrando la seta, non ostante i tributi pagati. (...) A Crotone e altrove i Giudei sono costretti a fuggire per sottrarsi a pesanti contribuzioni[iii].
Le persecuzioni degli Ebrei furono riprese in Europa quando Papa Gregorio IX, fra il 1231 e il 1235, sollevò i vescovi dal compito di perseguire le eresie e affidò i tribunali d’inquisizione ai frati domenicani. Nel 1427, estese le prerogative di inquisire ai Domenicani; attribuì a Fra Giovanni di Capistrano dell’Ordine dei Minori la facoltà di proibire l’esercizio dell’usura ai Giudei dimoranti nel regno e a quelli forestieri di praticare l’usura, e di costringerli a portare il segno Thau.
In favore degli Ebrei, tuttavia, ci furono anche numerose richieste fatte da numerose comunità. Nel 1447 [1] giugno l’Università di Tropea, tra le altre grazie e privilegi chiedeva ad Alfonso d’Aragona: “Item, che plaza a la dicta Maiesta far tractare li judei de questa terra in li pagamenti fiscali sì como li altri citatini et non esserono agravati in altro pagamento ultra lo pagamento della mortafa”[iv]. Il sovrano aderì alla richiesta.
Nel 1511 i Genovesi, che avevano da sempre sperato di sostituirsi [agli ebrei], chiesero ed ottennero dalla Corte di Madrid (non fu solo l’intervento genovese, ma una serie di cause, prima di tutto l’ideologia spagnola della Riconquista, per sintetizzare) un decreto di espulsione degli Ebrei.
“Gli Ebrei partirono recando seco le accresciute fortune, e il ricordo che la prima Bibbia Ebraica era stata stampata da una tipografia di Reggio Calabria. Dopo la loro partenza, la proficua speculazione della seta venne in mano dei Genovesi, e in piccola parte in mano dei Lucchesi[v]”. Da quel momento il Meridione fu oggetto di sfruttamento intensivo, e regredì ogni anno di più.
Le maestranze ebree erano riuscite a perfezionare la lavorazione della seta e la tintura dei tessuti, che, per la loro preziosità, erano ricercati in tutta Europa, e avevano impinguato con i loro tributi le casse esauste delle università calabresi. Essi avevano lasciato dietro di loro un grande rimpianto, per cui in data posteriore al 24 marzo 1492 l’università di Tropea reclamava a favore degli Ebrei.
“Perché in dicta università so venute certe casate de judei, quali habitano in quella, non senza evidente utilità, comodo et benefitio de dicta università et per li dohaneri di madama Cubella delo dolce so vexati ad pagare dohane et omne altro dirictu, spectante a dicta dohana, contro lo tenore del privilegio che have la prefata università, el quale apertamente parla, che li citadini incoli, et habitanti in quella gaudeno, et devano gaudere et essere franchi, como li propri nativi Citadini. Ali quali pagamenti quando per dicta Maiestà, non sence farra de quella debita previsione che se ce recerca, per non li possereno comportare serranno costricti pigliare altro cammino, non senza grande interesse dela predicta università però se supplica sa digne fare observare dicto privilegio et non permectere ad instantia de altro dicta università habea ad patere quisto danno et perdere questa oportunità che per la cita essere di poca abitatione, dicte casate, se deveriano con omne arte industrie et opera adlistare et tirare ad la habitatione de quella”[vi].
[ … ]
Nel 1480 i cittadini di Cosenza si rivolsero al re supplicando “perchè li Judei usurari in lo vendere de li pigni damnificano immoderatissimamente li pignoratori, unde per la città preditta da Vostra Maestà fo impetrato uno capitulo che li pigni preditti finito anno se vendessero con intervenzione de dui citatini allo più offerente et licitatore, et quello se vendesse più de quello che devea avere lo judeo se dovesse restituire et donare allo patrone dello pigno. Noviter li Judei hanno impetrato che finito anno se vendano li pigni, et lucranosi tutto lo debito principale, la usura, et tutto quello superchiasse de lo valore di ditto pigno. Donde ne segue grandissima lesione et povertate alli ditti populi; piaza alla ditta vostra maiestà se degni comandare alli ditti Judei che non possano vendere ne extraere ditti pigni da fora la Citta di Cosenza ne ultro lo tenore de ditto capitulo impetrato da ditta Università non ostante la ditta provisione impetrata da ditti Judei”. Il sovrano accoglie la richiesta e la estende a tutto il Regno.
L’Università di Catanzaro si rivolse al re con questa petizione: “Li Giudei di Catanzaro han patito ogni incomodità con li altri cittadini nelle guerre per servitio di Vostra Maestà sopra li Giudei del regno per le usure, che esercitano, quelle usure li Giudei di Catanzaro non fecero mai, né fanno et fu ordinato per Vostra Maestà che li predetti non s’intendano a detti pagamenti et al presente non li osserva, e perciò supplicano la osservanza[vii]”. Il re dispose che la Camera della Summaria provvedesse con giustizia.
Il 25 febbraio del 1507, a distruzione e a saccheggio della giudecca avvenuta, l’università di Cosenza sottopose a Ferdinando il Cattolico il seguente Capitolo: “Item ditta Città e Casali fanno intendere alla prefata Cattolica Maiestà como dopo che fo destrutta la Judecca de ditta Città per la venuta del olim Re Carlo da Franza in questo regno, et in la magior parte dela provintia è tanta multiplicata la usura tra Christiani, che non solum è cosa odiosa appresso nostro signore Idio, et la dannatione dele anime Christiane, ma destruttione de tutto lo populo perchè prima se pagava cinque tornesi per ducato et manco al mese, et al presente se paga tra Christiani per la usura uno et due carlini et più lo mese per ducato, è cosa nefandissima, et quod peius si donano li pigni per interposita persona senza scriptura o notamento alcuno, et non si sa chi le recipe con grandissimo periculo de perdersi, però per beneficio universale de tutta la provintia si supplica la prefata Catolica Maiestà se degni providere che ditti banchi andino ad commorare in ditta et in quella fazano ditte loro faccende, che la ditta Città e Casali sonno parati assecurarli mediante li quali con pochissimo danno immo utiltà deli populi ad respetto de quello se paga de presenti, si satisferà al bisogno universale, et anco se degni providere che tale usure cessano fra Christiani, et quelli che le facessero siano puniti acremente secondo iustitia recerca e lo culto divino permette”[viii].
[ … ]


[i] O. Dito, La storia calabrese e la dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, Cosenza, 1979, p. 5
[ii] D. Corso, Cronistoria civile e religiosa della città di Nicotera, Napoli, p. 24, Edizione a cura della Biblioteca Comunale ‘’R. Corso”, Nicotera
[iii] G. Brasacchio, Storia economica della Calabria, Vol. 2, Chiaravalle Centrale, 1977, pp. 326- 327, passim
[iv] O. Dito, op. cit., p. 213
[v] B. Chimiri Le relazioni politiche e commerciali fra la Liguria e la Calabria fin dai tempi della dominazione sveva. In Archivio storico della Calabria, Anno III, Oppido Mamertina (RC), 1992
[vi] O. Dito, op. cit., pp. 257-258
[vii] O. Dito, op. cit., p. 278-279
[viii] O Dito, op. cit., p 282

martedì 8 novembre 2011

Cultura ebraica al tempo di internet


"Condivisione, collaborazione, conoscenza: la cultura (ebraica) al tempo di internet": incontro interdisciplinare organizzato da Ministero per i beni culturali e ambientali - Istituto centrale per il catalogo unico delle biblioteche italiane e Centro di studi ebraici dell’Università di Napoli “L’Orientale”, in collaborazione con la Comunità Ebraica di Napoli e il Progetto Judaica Europeana
Per le prenotazioni: cse@unior.it
Per gli studenti universitari, la partecipazione all’incontro è valutabile 1 cfu

Giovedì 17 novembre alle ore 10
Presso Palazzo Corigliano, IV piano
Piazza S. Domenico Maggiore 12, Napoli

PROGRAMMA

Saluti: Amneris Roselli, Preside della Facoltà di Lettere e filosofia; Riccardo Contini, Presidente del Centro di studi ebraici
Ebraismo on-line: Scialom Bahbout, Rabbino capo, Comunità ebraica di Napoli; Giancarlo Lacerenza, Docente di ebraico, Università L’Orientale; Laura Quercioli Mincer, Docente di letteratura polacca, Università L’Orientale
Intermezzo: Ariela Böhm, scultrice; Aldo Zargani, scrittore; Gabriele Coen, musicista
Gli strumenti del viaggio: Judaica Europeana, Stella di David e Tricolore, Judaicapedia: Marzia Piccinnino, MiBAC - Istituto centrale per il catalogo unico; Maria Teresa Natale MiBAC - Istituto centrale per il catalogo unico; Cristina Lollai MiBAC - Soprintendenza speciale Polo museale romano

Emilio Sacerdote, partigiano ebreo e calabrese


Di Emilio Sacerdote z.l., ebreo calabrese, avevo già scritto qualche anno fa: Emilio Sacerdote: da Vibo al lager.
Sono quindi particolarmente felice che sia stato ricordato quest’anno nella sua città, come ci informa la rivista dell’ebraismo italiano.
Nel testo si dice che “ulteriori iniziative sono in programma per creare nel Tribunale di Vibo Valentia una mostra permanente sulla storia del magistrato ebreo”: sarebbe importante cercare di sapere quali siano queste iniziative e se siano state intraprese o a che punto stanno, per eventualmente essere di stimolo e fornire anche la nostra collaborazione.
Se ci sono amici vibonesi sono pregati di farci sapere qualcosa. Grazie.

Da Pagine ebraiche, numero 8 (agosto) 2011
Emilio Sacerdote, il servitore dello Stato che non piegò la schiena e scelse la lotta

Mario Avagliano

Il magistrato Emilio Sacerdote, perseguitato per le leggi razziali, poi arrestato dai fascisti per la sua attività di partigiano e deportato dai nazisti nel campo di sterminio di Bergen Belsen, dove morì nel marzo 1945, torna in un’aula di Tribunale, nella sua città natale, Vibo Valentia.
Il 19 maggio scorso, alla presenza del prefetto di Vibo Maria Latella, del presidente del Tribunale Roberto Lucisano, del procuratore Mario Spagnuolo, dei rappresentanti delle istituzioni locali e della comunità ebraica, gli è stata intitolata l’aula delle udienze del Palazzo di giustizia vibonese, con l’affissione sulla parete di una targa con un francobollo che riproduce il suo volto (fornito dal collezionista e studioso dell’antisemitismo Gianfranco Moscati), impreziosito dall’applicazione di una piccola stella di Davide con scintillanti lapislazzuli.
Ulteriori iniziative sono in programma per creare nel Tribunale di Vibo Valentia una mostra permanente sulla storia del magistrato ebreo. Sacerdote fu un magistrato integerrimo, che non si piegò al fascismo, e una figura luminosa della Resistenza.
La sua figura è stata ricordata dal presidente Lucisano di fronte a giovani magistrati, personale di cancelleria, avvocati e studenti del liceo classico Michele Morelli, accompagnati dal dirigente Raffaele Suppa. “L’idea di intitolare un’aula del Tribunale a Emilio Sacerdote - ha spiegato il presidente Lucisano - è nata proprio in uno dei tanti incontri avuti con gli studenti. Si tratta di una figura a cui tutti dobbiamo guardare con ammirazione per il coraggio e i grandi valori che Emilio Sacerdote ha portato avanti, pagando a caro prezzo le sue idee di libertà e di giustizia”.
Il presidente del Tribunale ha rimarcato i grandi principi che hanno animato Emilio Sacerdote e che oggi debbono rappresentare punti fermi per le giovani generazioni: “Abbiamo bisogno di una società fondata su valori di eguaglianza e libertà”, ha detto.
Toccanti e appassionate anche le parole del procuratore Spagnuolo, del prefetto Latella, del rappresentante della Comunità ebraica di Napoli Roque Pugliese (che ha portato i saluti del presidente Pierluigi Campagnano e del rabbino capo Shalom Bahbout), nonché del presidente dell’Ordine degli avvocati Antonino Pontoriero e del sindaco Nicola D’Agostino.
Un messaggio di ringraziamento è stato inviato dal rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni e dell’assessore regionale alla Cultura Mario Caligiuri.
La vicenda di Emilio Sacerdote è appassionante. Nasce il 9 gennaio 1893 a Monteleone, l’odierna Vibo Valentia, figlio di Lazzaro, ufficiale dell’esercito, e di una vibonese, Virginia Pugliese, di un ramo della famiglia dei Cohen. Il suo atto storico di nascita riporta, a sinistra del documento, una glossa con una preghiera ebraica. Lo zio era il rabbino di Alessandria Moise Zecut Levi.
Laureatosi in Giurisprudenza, Emilio partecipò con valore e coraggio alla prima guerra mondiale, ricevendo varie onorificenze dallo Stato italiano. Venne nominato magistrato nel 1919 e svolse le sue mansioni di sostituto procuratore del re a Treviso, Udine, Biella, Alessandria e Milano. All’inizio del 1938, quando il regime fascista scatenò una violenta campagna antiebraica, Sacerdote si trovava a Milano. Offeso in quanto ebreo durante una pubblica udienza, amareggiato lasciò la magistratura. Pochi mesi dopo, a seguito delle leggi razziali, fu radiato anche dall’Albo degli avvocati.
Lo scoppio della seconda guerra mondiale, nel giugno del 1940, lo colse in una posizione di perseguitato razziale che si fece drammatica dopo l’8 settembre 1943 e l’occupazione tedesca del centro nord dell’Italia, quando i nazifascisti iniziarono la caccia agli ebrei. Emilio decise di non fuggire in Svizzera ma di opporsi ai tedeschi e alla nascente Repubblica Sociale di Mussolini. Fu tra i primi ad arruolarsi nella Resistenza, entrando nella formazione autonoma della Valle di Viù, una delle Valli di Lanzo vicino a Torino, con il nome di battaglia di “Dote”.
Per la sua alta formazione giuridica divenne presidente del locale Tribunale partigiano e capo di Stato maggiore, mantenendo questi incarichi anche quando passò alla XIX Brigata Garibaldi e poi alla IV divisione Giustizia e libertà.
Fu una delazione a tradirlo il 30 settembre 1944, quando venne arrestato dai fascisti a Lemie (Torino), rinchiuso alle Carceri Nuove di Torino e poi trasferito nel campo di Bolzano. La sua condizione di ebreo fu nel frattempo scoperta per denuncia dello stesso delatore.
Da alcune lettere clandestine che riuscì a scambiare con i suoi familiari grazie all’aiuto di un autista della Lancia (i cui originali sono stati recuperati da Gianfranco Moscati e donati, insieme alla sua vastissima collezione di documenti sulla Shoah e sulla storia ebraica, all’Imperial War Museum di Londra) apprendiamo dell’aggravarsi della sua situazione a Bolzano.
“Soffro moralmente tanto, tanto, tanto come non potete immaginare, e patisco anche la fame, proprio così, la fame”, scrisse lamentandosi della pesantezza del suo lavoro “di pala e picco” sulla strada.
Il 14 dicembre 1944 fu lui stesso ad annunciare con un biglietto a casa la sua partenza per i lager del Reich, di cui certo ignorava l’orrore: “Carissime, lascio oggi Bolzano e parto per la mia nuova residenza. Di salute sto benissimo; vi ho in cuore con me; non posso scrivere di più; cari baci, mie adorate; tutti i miei baci Emilio”.
La sua destinazione era Flossenbürg, in Germania, dove resistette quasi fino alla liberazione. Venne quindi trasferito a Bergen Belsen, come risulta da una Transportliste dell’8 marzo 1945. Questo documento, che porta chiara l’indicazione “it.Jude” (italiano Ebreo), precedente di due mesi alla fine del conflitto, è l’ultima traccia di vita che abbiamo di lui.