Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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venerdì 21 gennaio 2011

Ancora sulla Judeca di Nicastro

Ricevo, e pubblico dopo molto tempo, un testo inviatomi dal professor Vincenzo Villella sulla questione della collocazione del quartiere ebraico di Nicastro, relativa ad un opuscolo di Pasquale Funaro sulla materia.
Aggiungo anche un articolo sullo stesso argomento trovato su internet.
Come ho già detto, non ho la competenza per stabilire se l'antica Judeca di Nicastro fosse realmente collocata nel rione Timpone (anche se le tesi di Funaro, arricchite da toccanti
ricordi familiari e commoventi testimonianze degli Anusim-Marrani, mi sembrano piuttosto convincenti), né, probabilmente, si tratta di una questione forndamentale, ritengo però che la storia degli ebrei di questa località, come di molte altre della Calabria, andrebbe approfondita.


Nicastro: al Timpone c’era la Giudecca?


C’è stata nel rione Timpone di Nicastro la Judeca degli ebrei e in quale periodo?
Con questa domanda si apre un opuscolo di Pasquale Funaro intitolato “La Judeca di Nicastro. Una disputa dannosa”. Esso è stato consegnato al sindaco Gianni Speranza e a tanti altri lametini tra cui giornalisti e uomini di cultura impegnati nella ricostruzione e valorizzazione del patrimonio storico della città.
Si tratta di una testimonianza importante che rappresenta un contributo fondamentale per mettere la parola fine alla diatriba sulla esistenza e sulla ubicazione dell’antico quartiere ebraico al rione Timpone. Viene confermato da Funaro quanto sostenuto dal prof. Vincenzo Villella partendo dalle uniche due citazioni storiche che ci sono state tramandate sulla comunità ebraica al Timpone: di Pasquale Giuliani e Giacinto Montesanti.
Giuliani nelle ‘Memorie storiche della città di Nicastro’ (Nicastro 1867 pag. 4) scrive: “Similmente sulla destra sponda del Canne era com’è tuttavia un agglomerato di case, ove è fama che ghetto fosse stato di ebrei; e che dal luogo sassoso e dirupato si è sempre nominato Timpone”.
Montesanti nella sua ‘Storia di Nicastro’ (Napoli 1803, pag. 50) scrive: “Nel medesimo periodo (XIII sec.) la venuta degli Ebrei in Calabria ne portò, anche fra noi, una piccola colonia, la quale pose stanza in apposito ghetto: il Timpone”.
Funaro, che si dichiara orgoglioso delle origini ebraiche sefardite della sua famiglia, non ha dubbi: nel quartiere Timpone è esistita a partire dal medioevo una comunità ebraica organizzata in Judeca.
La sua convinzione si basa non solo sulla tradizione, ma soprattutto su notizie riguardanti direttamente la sua famiglia dei Cordero-Funaro di cui ha ricostruito la storia, anche in base a dei diari rinvenuti in casa di un suo antico avo e pubblicati nel libro “La Saga dei Cordero-Funaro”.
“Il mio desiderio - esordisce Funaro - è quello di mettere con questa mia testimonianza un po’ di ordine nella vicenda, alla ricerca di una possibile e necessaria soluzione definitiva”. “Mi sono reso conto - continua - che nel rione Timpone c’è da tempo una questione controversa: una questione forse già esistente, ma riaperta da Giuliana De Fazio, le cui tesi erano state fatte proprie da Vittorio Pandolfo (vedi Storicità, n. 150, marzo 2007)”.
Vittorio Pandolfo, da poco scomparso, condividendo le tesi della De Fazio, sosteneva che nel rione Timpone non era “mai esistita una giudecca ebraica” perché - a suo dire - “non esistono documenti storici e resti archeologici” e “per assoluta mancanza di tramandazione orale.
“Queste affermazioni - confessa Funaro - mi hanno provocato un fastidio mentale e molta amarezza, tanto che ho sentito il bisogno di intervenire”.
Perciò, come prima operazione chiarificatrice, Funaro mette in luce “il difetto più grande” del libro della De Fazio (corredato da un appendice di Antonio Milano intitolata ‘Ebrei a perdere?’). Il difetto - dice Funaro - consiste nel fatto che il libro “si concretizza nella distruzione di un contenuto storico che, per quanto incerto e non ben definito, si è sedimentato da secoli nei ricordi degli antichi del luogo”.
“I due autori - continua Funaro - sembrano abbandonarsi, con una certa acredine, ad una furia iconoclasta, distruttiva, soltanto per negare la presenza degli Ebrei nel rione Timpone della Nicastro di un tempo”.
“Il fatto - dice ancora Funaro - mi ha colpito molto e ancora non mi rendo conto di quale sia stato lo scopo degli autori. E’ la cancellazione inopportuna di una memoria del luogo, un ulteriore salto nel buio, che potrebbe nuocere alla valorizzazione turistica della città di Lamezia Terme. Da spirito libero mi chiedo quale danno possa arrecare il ricordo di una presenza ebraica nel rione Timpone nella Nicastro di ieri e nella città di Lamezia Terme di oggi. Mi sono chiesto anche il perché di tanto livore. A chi giova?”.
Chiariti poi, per non creare equivoci, i concetti e i significati di judeca, ghetto e sinagoga, Funaro respinge quella che lui chiama “l’agguerrita disquisizione di Antonio Milano su ‘dizione orale’, ‘tradizione orale’ e ‘oralità’ della Judeca di Nicastro. E rimprovera a Milano di non tener conto e di non dare nessuna importanza al “comune sentito dire” e ad una “pur molto vaga idea di memoria popolare”.
Invece - sostiene Funaro - è proprio per questo “sentito dire” e questa “memoria popolare” se nel corso della storia di Nicastro si è tramandata l’idea della presenza degli Ebrei al Timpone. E ricorda le espressioni degli anziani: “Allu Timpune c’erano i giudei”, “L’ebrei d’u Timpune”, “A grutta d’i giudei”. Ricorda anche la tradizione di una grotta ai piedi del castello normanno nelle vicinanze del torrente Canne e in prossimità della parte alta del Timpone. Era una grotta che fungeva da sinagoga per i primi ebrei ivi giunti.
Quindi - prosegue Funaro - non c’è alcun dubbio sulla presenza ebraica al rione Timpone. Se qualcuno vuole mettere in dubbio la dizione di judeca del Timpone o addirittura la sua esistenza, sarà per una errata interpretazione dei dati storici o perché non si vuole tener conto del “comune sentito dire” e della “memoria popolare”. Gli ebrei, pervenuti a Nicastro in più tornate storiche non esattamente definibili si concentrarono proprio nelle vicinanze del castello normanno, ossia in un luogo dove fosse possibile esercitare le loro attività lavorative. Infatti la presenza dei due torrenti favoriva i conciatori di pelli, i cordai e i tintori di panni. Erano queste le categorie principali del gruppo di ebrei presenti nel luogo. E’ quanto sostenuto anche dal noto e compianto giornalista Antonio De Sarro in un suo saggio sulla rivista “Città” nel lontano 1987. Dopo la sistemazione iniziale nei pressi del castello, la esigua comunità ebraica organizzata in judeca, con l’arrivo di nuove famiglie e con l’ampliarsi delle attività artigianali, si arroccò su quel costone, su quella “timpa” chiamata, non sappiamo da quando, Timpone.
Funaro riporta poi, sintetizzandola, una delle tante testimonianze familiari ripresa dal suo libro “La saga dei Cordero-Funaro”.
“Un mio antico avo - dice - chiamato Francesco Antonio Funaro, ricco ebreo sefardita proveniente da Livorno, dopo aver lasciato la sua nave, venne a stabilirsi definitivamente a Sambiase, dove acquistò case e terreni. Prima di stabilirsi a Sambiase egli aveva commerciato, come suo nonno omonimo e suo padre Giovanni, per circa una quindicina d’anni con la sua nave nei porti della Calabria di allora (dal 1586 al 1600). […] Gli artigiani rimasti nel rione ‘Timpone’di Nicastro erano ex Ebrei di quella antica ‘Giudeca’, o loro discendenti, e in essi Francesco Antonio rivide quel fervore, quella passione, quei modi semplici e ripetitivi di quelle comunità che i suoi avi avevano raccontato nei loro diari. Essi erano in prevalenza sarti, conciatori di pelli, calzolai, lattonieri e piccoli proprietari che si rifornivano delle sue preziose merci. A questi amici ebrei del rione Timpone di Nicastro Francesco Antonio concedeva sempre la dilazione dei pagamenti; portava loro le merci e ne accettava il pagamento soltanto quando essi avevano la possibilità di pagarlo. Le persone frequentate da Francesco Antonio Funaro erano quanto rimaneva dell’antica Judeca: non più un’aggregazione, ma poche famiglie, le quali, anche se ‘contaminate’ obbligatoriamente dalla società e dalla Chiesa cattolica, conservavano ancora un barlume ancestrale di quei sentimenti di vita e di dignità che avevano caratterizzato i loro antenati”.
La vicenda della Judeca del rione Timpone - conclude Funaro - è vera, non è una tradizione inventata. E la presenza di una antica colonia ebraica in Nicastro non è motivo di ‘vergogna’. E’ una storia che è veramente esistita e che oggi può servire e far crescere il valore della città. La presenza degli ebrei nel Timpone di Nicastro, come anche a Sambiase (nei rioni Miraglia, via Cittadella e piazzetta Santa Sofia) dovrebbe essere degna della nostra memoria, dovrebbe insegnarci di chi potremmo essere figli.

Da
Non solo Curinga - Ancora conferme sugli ebrei a Nicastro 24-7-2010

Al Timpone, fra i torrenti Canne e Barisco
Ancora conferme sugli ebrei a Nicastro
di Luigi Saladino

L’intuizione di Vincenzo Villella trova verifica nel­la testimonianza di Pa­squale Funaro pubblicata su "II Lametino" n. 148. Una comunità ebraica al rione Timpone è risorsa e ricchezza aggiunta per la città di Lamezia Terme e meta dell'ebraismo internazionale alla ricerca costante della propria memoria e delle proprie radici. È da ritenere che la testimonianza di Pasquale Funaro possa mettere la parola fine ad una strana e assai discutibile querelle sollevata da alcuni in ordine alle ricerche del prof. Vincenzo Villella, che ha in­dividuato testimonianze storiche e memorie di una significativa presenza ebraica nel rione Timpone a partire dal XIII secolo. Ricordiamo le importanti cita­zioni degli storici locali Giacinto Montesanti e Pasquale Giuliani. Il primo, riferendosi al periodo normanno-svevo, scrive: "Nel. medesimo periodo la venuta degli Ebrei in Calabria ne portò, an­che fra noi, una piccola colonia la quale pose stanza in apposito ghetto: il Timpone". Il secondo, proprio in apertura della sua opera "Memorie storiche della città di Nicastro", scrive: "Similmente sulla destra sponda del Canne era com'è tuttavia un agglomerato di case, ove è fama che ghetto fosse stato di ebrei; e che dal luogo sassoso e dirupato si è sempre nominato Timpone ".

Al Timpone - Conciatori cordari e tintori

Pasquale Funaro, con il garbo del ricercatore e dello storico che in­daga i tasselli mancanti per offrire un più comprensivo quadro d'insieme, ripercorre con la memoria e ricostruisce su appunti dei suoi antenati alcuni dati certi. Egli nel suo libro "La saga dei Cordero-Funaro" (Avigliana 2007) nelle pagine 279-280 entra nel merito dell'esistenza della judeca di Nicastro raccontando di un suo antico ricco avo ebreo sefardita, Francesco Funaro, proveniente da Livorno, il quale aveva commerciato - come il nonno omonimo ed il padre Giovanni - per circa una quindicina d'anni con la sua nave nei porti di Calabria del tempo attraccando anche a Sant'Eufemia (1586-1699). Poi si stabilì definitivamente a Sambiase dove acquistò case e terreni.
Pasquale Funaro rammenta, inoltre, che il suo antico avo con gli amici di Nicastro e di Sambiase parlava di agricoltura e del suo amore per la campagna: con gli amici di Nicastro parlava di affari, di prodotti esistenti in altri posti e che potevano interessarli, e di piccole transazioni economiche. "Gli artigiani rimasti al rione Timpone - scrive - erano ex ebrei di quell'antica Giudecca, o loro discendenti, ed in essi Francesco Antonio rivide quel fervore, quel­la passione, quei modi semplici e ripetitivi di quelle comunità che i suoi avi avevano raccontato nei loro diari. Essi erano in prevalenza sarti, conciatori di pelli, calzolai, lattonieri che si rifornivano delle sue preziose merci. A questi amici ebrei del rione Tìmpone di Nicastro, Francesco Antonio concedeva sempre dilazione dei pagamenti, portava loro le merci ed accettava il pagamento soltanto quando essi avevano la disponibilità di denaro".
Viene così confermato autorevolmente e senza ombra di dubbio quanto aveva affermato Vincenzo Villella, appassionato storico lametino, che cioè il rione Timpone, anche per la sua specifica conformazione territoriale (la presenza di due torrenti Canne e Barisco favoriva i conciatori di pelli, i cordari e i tintori di panni), sia stata un'area di residenza e di lavoro produttivo di alcune famiglie e gruppi di antico ebraismo. Le tesi contrarie, quelle sostenute da Giuliana De Fazio e da Antonio Milano, riprese dal caro Vittorio Pandolfo su "Storicità" del marzo 2007, pur rispettabili nel loro impianto, dimostrano una certa strana scelta d'autolimitatezza nella capacità d'indagine perché non corroborata da una visione complessiva del fenomeno storico dell'ebraismo nel Lametino ed in Calabria e delle sue problematiche specificità. Basti pensare, ad esempio, al clima terrificante messo in atto dalla Chiesa del post Concilio Tridentino, che in Calabria portò alle stragi di Guardia Piemontese contro una comunità di Valdesi, sgozzati ed impalati per un violento trionfo della fede. Molti fecero pubbliche dichiarazioni di conversione al cattolicesimo per sopravvivere, anche se intimamente ed in segreto rima­sero con le loro convinzioni. A tal proposito non bisognerebbe mai scordare la grande equivocità del rapporto che la Chiesa storica ha avuto con l'ebraismo: da una parte ne ha assorbito cultura e riti riproponendoli a sua immagine e dall'altra - ad intermittenza - lo ha per lungo tempo dannato al deicidio e colpevolizzato per il sentire comune e la cultura popolare. Ora che questo lungo calva­rio sembra essere finito - dopo il feroce ultimo tentativo di liquidazione del popolo ebraico nei campi di sterminio nazisti, dopo l'eroico costruirsi a nazione in un difficile contesto internazionale e dopo la grande opera di riconoscimento e dignità portata a compimento nella coscienza da parte di Papa Wojtyla - sarebbe bene che si fosse meno perentori e più sereni nelle valutazioni e si studiassero le pieghe degli eventi, così come fa Pasquale Funaro che porge seri e fondati argomenti di riflessione, quando propone di intendere i significati corretti dei termini Judeca (quartiere abitato da ebrei), ghetto (dimora coattiva), sinagoga (luogo per riunirsi insieme). Pasquale Funaro, inoltre, ricorda che assieme all'amico Battista Guerrese, quando studiavano a Nicastro, avevano sentito parlare da un'anziana donna, madre di Maria 'a lupinaia, che i suoi non­ni le avevano parlato di una grotta abbastanza grande nella quale gli ebrei conservavano le loro cose religiose e tenevano le loro riunioni: una grotta ai piedi del castello normanno, una sinagoga non un edificio! A tal proposito ritengo di poter rafforzare quanto detto da Pasqua­le Funaro con un mio personale ri­cordo, da collocare in quegli stessi anni. Da ragazzo abitavo in una stanza del portone dei marmi (ex Dopolavoro ed oggi anche sede de Il lametino) e con gli amici pas­savamo giornate intere a giocare lungo via Garibaldi, Santa Lucia e nel sentiero parallelo polveroso dove in pianura (oggi dietro l'ufficio postale) scorreva il fiume che si attraversava su una incerta pas­serella di tavole di legno: quella era la nostra giungla e di là solitamente si saliva per sentieri ripidi ed accidentati verso il Timpone. Ad un certo punto, però, ci si fermava perché sapevamo che non dovevamo andare oltre, perché là c'era gente che lavorava, storceva e stendeva pelli e panni sui cespugli ad asciugare e con i gesti e la voce (se non con pietre) indicava di andare altrove. Infatti - altra certezza - è che in quella zona, a debita distanza, c'erano almeno tre stalle ed un fabbro ferraio che forgiava piccole punte di ferro che servivano per i nostri giochi di Strada ( 'u strumbulu).

L’inquisizione - Convertirsi per sopravvivere
Oggi, dominante il concetto di "localismo" e di ricchezza aggiunta favorita dalle culture altre, sembra assurdo ed antistorico il sostenere che non vi siano stati ebrei al Timpone di Nicastro. Sono da rispet­tare e da ammirare, invece, quanti vanno alla ricerca delle loro radi­ci, in particolar modo la rabbina Barbara Irit Aiello, americana di origine lametina, che di recente ha ricordato a Serrastretta (dove ha aperto una piccola sinagoga) la durezza dell'Inquisizione contro i suoi correligionari, costretti a con­vertirsi per sopravvivere, anche se poi celebravano precetti e culti di nascosto per non farsi vedere e per non essere additati, così come aveva fatto sua nonna che "prima di accendere le candele dello shabbat - il sabato di riposo ebraico - chiudeva tutte le imposte per non essere vista da nessuno". Segnalazioni in tal senso, confortate da precisi riferimenti storici, sono anche venute da Raffaele Spada, anch'egli convinto che gli ebrei a Lamezia - come a Catanzaro e nell'intera Calabria - ci siano stati e ci sono. Oggi la tesi è ancor più semplice da dimostrare pur che si consulti un elenco te­lefonico dal quale possono essere sottolineati cognomi di eviden­te derivazione ebraica, oltre che a vie e rioni intitolati a mestieri prevalenti esercitati dagli abitanti (via Conciapelli). Per la somma delle considerazioni addotte sa­rebbe tutt'altro che inopportuno che l'Amministrazione comunale e gli amministratori si attivasse­ro per rimettere a posto l'affisso esistente all'entrata del Timpone: ne guadagnerebbe la nobiltà del luogo, la civiltà storica del posto e l'attrattiva della Città per certi flussi conoscitivi.

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