Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

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lunedì 23 aprile 2012

Pesach Shenì 5772

Il 14 (e il 15) Iyar, esattamente un mese dopo Pesach, si ricorda anche Pesach Shenì (la Seconda Pasqua), istituita per dare la possibilità di celebrare la festa anche a chi non lo aveva potuto fare nel mese di Nisan, per motivi di impurità rituale o per causa di forza meggiore.
Quest'anno la ricorrenza è il 6 (e 7) maggio.

Tutti coloro che nel periodo di Pesach si trovavano lontani dal Bet Hamikdash, l'antico Tempio di Gerusalemme, o erano impuri (avevano avuto contatti con cadaveri, ecc.) non potevano fare il Korban Pesach (sacrificio di Pesach) nel giorno prestabilito dalla Torah; per dare a questa gente una seconda possibilità si è stabilito che potevano celebrarlo un mese dopo, cioè il 14 di Yiar. Questo giorno prese il nome di Pèsach Shenì (secondo Pesach).
Oggi, non esistendo più il Bet Hamikdash, si ricorda questo giorno mangiando un pezzo di Matzà (pane azzimo).

sito della Comunità ebraica di Milano
[…] tale giorno è ancora oggi contrassegnato da qualche manifestazione di gioia poiché è considerato un giorno sacro; vi è chi usa mangiare in esso un po’ di matzà - pane azzimo, ed è bene mangiare matzà anche la sera del 15. In quel giorno non si dice la Techinnà - le suppliche.

Adolfo Locci, rabbino capo di Padova
Da Moked, sito dell'Ucei
[…]  Secondo i maestri, la ‘Avodat Hashem, il culto al Signore, rappresenta l’essenza del mese di Iyar. Infatti, la Torà sottolinea che sono le stesse persone, impossibilitate a presentare il Korban Pesach al tempo stabilito, che chiedono a Mosè di avere un’ulteriore possibilità per poter adempiere alla mitzwà: “perché dovremmo essere da meno degli altri e non offrire il sacrificio di Pesach in mezzo ai figli d’Israele, nel tempo stabilito?” (Numeri 9:7). Per il fatto che quegli uomini abbiano voluto fortemente mettere in pratica la mitzwà del Korban Pesach, il Signore ha stabilito l’istituzione di Pesach Shenì trasferendo così il valore della Gheullà - redenzione anche nel mese di Iyar. L’istituzione del primo Pesach rappresenta la Gheullà che è stata promossa le’ela - dall’alto; l’istituzione del secondo Pesach rappresenta invece la Gheullà richiesta letatà - dal basso. Pesach Shenì ci insegna che in noi c’è una possibile forte volontà di eseguire le mitzwoth, a dimostrazione del fatto che Israele ha saputo introiettare dentro di se il senso della Gheullà e che la ricerca costantemente. Auguriamoci che per il merito di coloro che hanno permesso l’istituzione di questa festa, in tutte le nostre Comunità si possa sviluppare nuovamente, come allora, la stessa capacità di voler fortemente osservare le mitwoth - in quanto “sono la nostra vita e la lunghezza dei nostri giorni” - anche quando potrebbe sembrare di avere il “privilegio” dell’esenzione.

Pesach Shenì
Nulla è mai perduto
Quando noi diciamo, secondo l’insegnamento di Pèsach Shenì, che “nulla è mai perduto,” fondiamo ciò sulla base del legame essenziale che lega l’Ebreo a D-O, legame che non tiene conto del livello basso che l’individuo può aver raggiunto e consente sempre una possibilità di riparazione.

Come è noto, secondo la Chassidùt, l’insegnamento che deriva dalla festa di Pèsach Shenì (il ‘Secondo Pèsach’), è che “Nulla è mai perduto. La situazione può sempre essere corretta”. A dispetto di quanto una persona possa trovarsi in condizione di ‘impurità’ o di ‘lontananza’, essa può sempre correggere il proprio stato. In origine, questa festa fu istituita per quegli uomini che, essendosi dovuti occupare di importanti incarichi spirituali, come quello di trasportare la bara di Yossèf, o di seppellire i figli di Aharòn il Sacerdote, si erano resi impuri, perdendo così l’opportunità di offrire il loro Sacrificio Pasquale, per il quale era richiesto uno stato di purità. La loro impurità, tuttavia, non comportava un difetto, ma era dovuta semplicemente ad un adempimento della volontà Divina. Pur non essendoci quindi alcuna mancanza nel loro servizio, essi ebbero ugualmente il desiderio di raggiungere l’ulteriore elevazione spirituale che sarebbe derivata loro dall’offerta del Sacrificio Pasquale. Per questo essi chiesero: “Perché noi dovremmo esserne privati?” E la loro richiesta fu accolta in Cielo, cosicchè D-O aggiunse una nuova mizvà che permetteva, da allora a tutte le generazioni future, di offrire il Sacrificio Pasquale nel Secondo Pèsach. Come mai quelle persone non fecero subito la loro richiesta a Moshè, non appena seppero di doversi rendere impure? È noto che, fintanto che un individuo è occupato in una mizvà, egli è libero dall’obbligo delle altre mizvòt. Tutte le mizvòt, infatti, sono intercorrelate, così che ogni mizvà include tutte le altre e quando si è impegnati nell’adempimento di una mizvà è come si stesse adempiendo a tutte le altre. Quando però quegli uomini considerarono il loro futuro e capirono che avrebbero potuto raggiungere un livello spirituale più elevato, iniziarono a vedere la loro condizione presente come mancante. Per questo, quando alla vigilia di Pèsach essi videro che ognuno portava il proprio sacrificio, essi si rivolsero a Moshè, con la loro richiesta.

Un’occasione per tutti
Secondo la definizione dell’halachà, Pèsach Shenì è una festa a sè stante, e non semplicemente un’occasione per compensare l’impossibilità che si era creata di presentare il primo Sacrificio Pasquale. Esso viene ad aggiungere quindi una nuova dimensione nella Torà, e non solo per coloro che erano in uno stato di impurità, ma per tutto il popolo Ebraico. Anche a chi ha portato il proprio Sacrificio Pasquale, secondo tutte le regole, il Secondo Pèsach offre l’opportunità di un’ulteriore elevazione spirituale. Pèsach Shenì contiene quindi due insegnamenti, che coprono due diversi opposti. Da un lato ci fa comprendere che, per quanto basso sia il livello al quale una persona può trovarsi, essa può sempre elevarsi. D’altro canto, Pèsach Shenì ci insegna che anche chi compie il proprio servizio nel modo migliore e più completo, può aspirare ad una ulteriore elevazione, a raggiungere un livello superiore, per il quale egli dovrà compiere un “balzo” (secondo la modalità di elevazione che la festa stessa di Pèsach (‘salto’) ci insegna). 

Un legame essenziale
Questi concetti trovano una loro espressione nella parashà Bechukkotai, che apre con il verso: “Se voi procederete nei Miei statuti.” Il termine Ebraico che definisce ‘statuti’ ci riporta al concetto di ‘scolpito’ (‘Chok’). La Chassidùt ci spiega la differenza che passa fra le lettere che sono scritte con l’inchiostro sulla pergamena e quelle che sono scolpite nella pietra. Nel primo caso si tratta di due entità differenti, che possono essere separate l’una dall’altra. Nel secondo, invece, le lettere scolpite nella pietra sono parte della pietra stessa, un’entità unica e inscindibile. Vi è un parallelo di questo concetto nel servizio Divino dell’Ebreo. Le lettere scolpite nelle Tavole rappresentano il legame essenziale che unisce l’Ebreo al suo Creatore. Questo legame non può mai essere spezzato, poiché, nell’essenza, D-O e l’Ebreo sono un’unica entità. Quando noi diciamo quindi, secondo l’insegnamento di Pèsach Shenì, che “nulla è mai perduto,” fondiamo ciò sulla base di questo legame essenziale che lega l’Ebreo a D-O, legame che non tiene conto del livello basso che l’individuo può aver raggiunto e consente sempre una possibilità di riparazione. D’altro lato, dato che questo legame essenziale unisce l’Ebreo a D-O, Che è illimitato, esso consente ad ogni Ebreo, a qualsiasi livello egli si trovi, di elevarsi nel suo servizio Divino.
(Shabàt parashà Behar, 15 Iyàr 5749)
 
Il secondo Pesach. C’è sempre una seconda possibilità
Di Rav Yanki Tauber, per gentile concessione di Chabad.org

Introduzione
Un anno dopo l'esodo dall'Egitto, il Sign-re istruì il popolo d'Israele di portare l'offerta Pasquale il pomeriggio del 14 di Nissan e di mangiarlo quella sera dopo averla arrostita, insieme a matzà ed erbe amare. Tuttavia c'erano delle persone che erano ritualmente impure per aver avuto contatto con corpi deceduti e che quindi non potevano preparare l'offerta Pasquale in quel giorno. Essi chiesero a Moshè ed Aharòn: "perchè dovremmo essere deprivati e non avere la possibilità di portare l'offerta di D-o nel suo tempo, tra i figli di Israele?" Numeri 9.
Come risposta alla loro richiesta, il Sign-re stabilì il 14 di Iyar come il Secondo Pesach, Pesach Shenì, in questa data per chiunque non avesse potuto portare l'offerta un mese prima. Questo giorno rappresenta la seconda chance offerta dalla teshuvà, il ritorno e pentimento sincero. Nelle parole di Rabbi Yosef Yitzchak di Lubavitch: "Il Secondo Pesach significa che non esiste un caso perso".
L'usanza del giorno consiste nel mangiare matzà, se possibile shemurà.

Una Seconda Opportunità
“Non è mai troppo tardi. C’è sempre una seconda opportunità”. Questo il messaggio di Pesach Shenì, il secondo Pesach, secondo il sesto Rebbe di Lubavitch, Rabbi Yosef Yitzchak Schneerson (1880-1950). Pesach Shenì è il secondo Pesach menzionato nella Torà, che fornisce un’opportunità a chi non ha portato il sacrificio Pasquale nel momento giusto, di farlo ora.
Sicuramente tutti possono identificarsi con l’affermazione che “c’è sempre una seconda chance”. Esso da sollievo alle nostre anime afflitte, e si inserisce bene in un blocchetto di detti inspirational di fine anno…ma come si inserisce nella vita di tutti i giorni? Ho svolto un piccolo sondaggio nel vicinato.
“Ebbene” disse Sarah L, una vicina, “ieri sera mentre tornavo a casa dal lavoro ho perso il treno delle 18:22 e ho passato 35 minuti in stazione, leggendo un giornale vecchio di due giorni; se fossi arrivata a casa in tempo, avrei usato quel tempo per raccontare una storia a mia figlia. Spero di prendere il treno in tempo oggi, ma il treno di ieri non tornerà mai più…”
“Insomma” disse Jeffrey H., un avvocato di successo che si occupa di divorzi, “vent’anni fa ho conosciuto una ragazza meravigliosa che desideravo sposare. A un certo punto stavo per chiederle la fatidica domanda, e sapevo che avrebbe risposto di si. Ma il momento passò senza che io chiedessi la domanda. Non ho nessun rimpianto - oggi sono felicemente sposato - ma quel momento particolare non tornerà più, almeno non in questa vita.”
Forrest G. un magnate della finanza che conosco disse, “quando ero al liceo avevo un amico che mi chiese se pensavo che era il caso che si dedicasse a una carriera politica. Non era il tipo di persona che vorrei come capo di stato o come comandante supremo di una superpotenza. Tuttavia non volevo ferire i suoi sentimenti, perciò dissi, ‘ma si vai, provaci’. Puoi immaginare il caos che quest’uomo ha fatto durante gli otto anni che ha governato…ecco una decisione che è troppo tardi cambiare…”
A cosa ci riferiamo quando parliamo di una seconda chance? Intendiamo la capacità di entrare in una capsula, di essere trasportati in un tempo precedente, di mettere da parte il nostro io sbagliato e di fare tutto nel modo giusto questa volta? Ma se in questo sta la chiave del da farsi, che cosa si ha guadagnato? Si avrebbe potuto farlo nel modo giusto la prima volta!
Tuttavia, l’opinione della Torà sulla teshuvà, il ritorno, non è solamente il disfare o l’aggiustare un errore del passato. Piuttosto, si tratta del trasformare il passato. Significa toccare il passato per cambiare il significato e le conseguenze di ciò che è accaduto, affinché il risultato finale sia migliore di ciò che sarebbe stato se non fosse mai accaduto.
Sarah L: “Onestamente, anche se non avessi perso il treno avrei letto la storia a mia figlia quanto più velocemente possibile. Stavo pensando ad altre cose quel giorno. Ma il fatto che ho perso il treno e quindi non ho potuto mantenere la promessa a mia figlia mi ha indotto a riflettere quanto mia figlia abbia bisogno di me - non soltanto la mia presenza fisica, ma la mia attenzione e la mia consapevolezza. Stanotte, ho intenzione di sedermi sul suo letto e parlare con lei per davvero - una cosa che non facciamo da troppo tempo…”
Jeffrey H.: “Non c’è nulla al mondo più importante per me del mio matrimonio. Credo con certezza che la donna che ho sposato sia la mia anima gemella pre-destinata, colei che è la persona giusta per me. Più ci penso, più vedo ‘la mancata opportunità’ del mio passato come una sfida a sentire e superare quel livello di bramosia e speranza nel nostro rapporto. Mi dico: se sono riuscito a sentire così profondamente in quel frangente che è poi risultato essere non duraturo, dovrei sentire altrettanto per la realtà! Quando ragiono in questo modo mi innamoro nuovamente di mia moglie ogni giorno della mia vita”.
Il mio amico magnate, anziché andare in pensione, come aveva inizialmente intenzione di fare all’età di 65 anni, lavora giorno e notte per aggiustare gli errori del vecchio compagno di classe.

venerdì 20 aprile 2012

Pesach 5772 a Palmi


Il nostro gruppo ha celebrato il suo primo Pesach in terra di Calabria:
ci siamo conosciuti e riconosciuti, per proseguire insieme il cammino.

Dalla newsletter dell’Ucei, su Moked 

Fiori e frutti di Calabria per la tavola di Pesach
 
Anche a Sud una notte
diversa da tutte le altre
Rav Scialom Bahbout,
Rabbino Capo di Napoli

Numerosi sedarim si sono svolti quest’anno nel Meridione: in Campania, a Napoli a parte il seder comunitario e i vari sedarim familiari e le preghiere pubbliche accompagnate da una notevole partecipazione di pubblico, si è svolto il seder dedicato ai numerosi stranieri in visita in città; in Puglia, a Barletta dove il seder è stato organizzato da Sara e Israel Lotoro, a Sannicandro dove è stato presente e ha condotto i sedarim e le preghiere festive il maskil Marco Dell’Ariccia, a Brindisi dove il seder è stato organizzato da Ruth e Yehudà Pagliara: in Calabria, a Palmi dove il seder e le preghiere sono state tenute da Barbara e Alberto Piperno con il fondamentale supporto di Roque Pugliese e di altri membri della costituenda sezione calabrese della Comunità di Napoli; in Sicilia, a Palermo dove il seder è stato tenuto sia da Evelyne Aouate per i palermitani residenti e da Uriya Mayer per gli studenti e altri stranieri in città. Mi risulta che un seder è stato anche organizzato a Siracusa dove da diversi anni opera rav Itzchak Di Mauro.
Il lavoro per il recupero degli ebrei residenti nel Meridione (diversi di origine israeliana e americana) e dei discendenti degli ebrei convertiti nel corso delle persecuzioni continua con successo. Un progetto più completo, anche con il supporto dell’Ucei e dell’Assemblea dei Rabbini d’Italia, è in corso di perfezionamento.

 Ancora dalla newsletter dell’Ucei

Ma nishtana halayla haze?
Alberto e Barbara Piperno, Gerusalemme,
partecipanti al seder Palmi 2012
La nostra tavola apparecchiata
“Ma nishtanà halayla haze” ha chiesto Miriam ai partecipanti del Seder Palmi 5772. In che cosa si differenzia questa sera dalle altre sere? La risposta che ha avuto è stata ovviamente quella della Haggadah. Molti dei partecipanti avrebbero voluto rispondere che la differenza tra questa sera e quella dell’ultima volta che nella loro famiglia si è fatto un seder in terra di Calabria sono i 500 anni che sono passati tra i due sedarim. È, infatti, dovuto all’abnegazione di qualche decina di discendenti di anussim Calabresi e Siciliani se si è formato negli ultimi anni un gruppo che anela il ritorno alla fede dei Padri forzatamente abbandonata, ma mai dimenticata. Alcuni, come il loro “leader” Roque Pugliese, di professione medico di terapia di emergenza, hanno già formalizzato il loro ritorno all’ebraismo, altri hanno chiesto il ghijur, altri cominciano a rispettare le prime mitzvoth, ma non hanno ancora preso una decisione.
In Calabria e in Sicilia, anche se gli ebrei sono stati espulsi nel 1500 e non hanno mai riformato le antiche comunità, sono comunque presenti le testimonianze dell’antica presenza ebraica. Uno dei partecipanti al Seder ha raccontato che suo nonno, negli 8 giorni prima del 25 dicembre, accendeva delle candele sul davanzale della finestra, una per ogni sera. Un altro ci ha detto che sua nonna metteva una caraffa di acqua sul tavolo prima del pasto e se la versava sulle sue mani a mo’ di "netilat yadaim." Nella regione stessa poi i bambini locali usano giocare nel periodo corrispondente a Hannukkah con un sevivon al quale sono state sostituite le lettere ebraiche con quelle latine e molti usano mangiare nel periodo della Pasqua matzot che fanno in casa. Questo indica che anche se i regnanti spagnoli hanno costretto o indotto alla conversione decine di migliaia di ebrei nel 1500, molti hanno conservato alcune delle antiche consuetudini della vita di tutti giorni, anche se il significato ebraico è stato nascosto. Un'altra testimonianza di questo è l'uso che la popolazione locale fa di una versione cristianizzata di "Uno chi sa," che è stata "riconvertita" all'ebraismo e cantata dai partecipanti in dialetto calabrese del 1600.
I partecipanti hanno soggiornato in un residence ed hanno preparato insieme il seder. Per prima cosa si è proceduto alla preparazione di pentole e stoviglie. È stata fatta prima la Tevilat kelim (immersione rituale dei recipienti) in mare e poi la hag’alà (bollitura). Quindi si è proceduto alla preparazione dei sedarim.
Al primo seder hanno partecipato circa 35 persone ed è stato accompagnato dalla spiegazione del significato del “racconterai a tuo figlio” e del “ognuno deve vedere se stesso come se proprio lui fosse uscito dal’Egitto” e del significato di libertà per il popolo e per ognuno di noi.
Al secondo seder l'Haggadah è stata letta a turno da tutti i partecipanti, in ebraico e italiano, spesso con l’aiuto della traslitterazione.
Alla fine di tre giorni intensi di incontri, di studio e di scoperta del proprio ebraismo, i partecipanti si sono chiesti l’uno con l’altro come continuare ed ampliare questo piccolo nucleo ebraico. Con l’aiuto di rav Scialom Bahbout e del maskil Gadi Piperno si organizzeranno incontri di studio su internet e forse una visita in Israele il prossimo novembre. 



E per finire, una nostra relazione

Pesach a Palmi, nuova tappa del nostro cammino
Gli ebrei di Calabria e Sicilia

Veduta sulla costa di Palmi,
dal residence dove abbiamo celebrato Pesach
Venerdì 14 Nissan del 5772: a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, siamo riuniti per il seder di Pesach.
Anusim del Sud, di Sicilia e di Calabria, con l’aiuto preziosissimo di Barbara ed Alberto Piperno da Gerusalemme: ebrei e gherim insieme a recitare l'Haggadah, tutti molto emozionati.
Giovedì abbiamo preparato ciò che occorreva per il seder: la ricerca del chametz, poi bruciato la mattina seguente; la realizzazione di una “torre di plate” per tenere il cibo in caldo; l’inizio della preparazione e cottura dei cibi.
Venerdì abbiamo abbracciato amici vecchi e nuovi in arrivo, subito precettati per gli ultimi frenetici acquisti e preparativi e per continuare a cucinare.
Attorno al tavolo del Seder eravamo più di trentacinque persone. Alberto Piperno ha diretto il ritmo dell’Haggadah proponendo vari momenti di riflessione insieme a Barbara, a cui dobbiamo una bella lettura della bidimensionalità umana.
La mattina di Shabbat, durante il pranzo festivo, e per tutto il giorno ci siamo trovati, riconosciuti, ascoltati in profonda commozione. Intensa la lezione di Alberto prima dell' Havdalà e dell'inizio del secondo Seder: quando abbiamo messo a punto e cantato la versione calabrese dell’”Echad mi Yodea?”. Si è infatti restituita un’antica filastrocca - che veniva recitata un po’ dappertutto in Calabria, con poche differenze lessicali, a scopo apotropaico - certamente calco del canto ebraico, forse conservato in ambiente criptogiudaico, successivamente cristianizzato nella forma e così diffuso.
Sabato, dopo il secondo Seder, abbiamo salutato Alberto e Barbara con la promessa di un legame che non si estingue: ci rivedremo in Terra d'Israele appena possibile!
La (rinascente) Comunità di Calabria è alla ricerca di residui di memoria, individuale e collettiva, per farne mosaico identitario: la ricostruzione di "ricordi ebraici" va vissuta e incarnata insieme. Quello che si è imparato con gioia e impegno durante il nostro primo Seder è molto e la nostra narrazione è all'inizio.
Memoria, identità come scelta di riparazione, fratellanza: abbiamo liberato, attraverso la nostra voce, queste parole da una forma terribile di schiavitù: la costrizione e poi tentazione a dimenticare da cui si genera l'incapacità di ascoltare la storia "come se per ognuno, ogni giorno" si ripetesse il suo insegnamento. Tutti insieme, guidati da persone luminose, abbiamo iniziato a Ricordare, Fare e Ascoltare. Stringersi attorno ai lumi, recitare insieme le preghiere aiuta a oltrepassare (Pesach!) il senso di solitudine e insicurezza, così il Leshanah haba'ah bYrushalaim assume significato e profondità, supera anzi la semplice speranza, e l'emozione si sublima in preghiera quale assoluto atto di fede.

giovedì 19 aprile 2012

Yom haAtzmaut 2012


Venerdì 4 Iyar (26 aprile) è Yom haAtzmaut, il Giorno dell’Indipendenza, in cui si festeggia la riconquistata libertà degli ebrei in Terra d’Israele.
Anche il nostro Meridione ebbe un piccolo ruolo in questo storico evento: a Napoli stabilì il suo quartier generale Ada Sereni subito dopo la guerra per organizzare l’aliyah degli ebrei sfuggiti allo sterminio nazista; la Puglia ebbe un ruolo particolare, sia fornendo il suo numero di olim (gli ebrei di San Nicandro, che quasi tutti scelsero di partire per Israele), sia con i suoi campi  dove si raccoglievano gli esuli in partenza (particolarmente celebre quello di Santa Maria al Bagno, dove si trovano ancora disegni e frasi di speranza che sono stati oggetto di una recente campagna di recupero), e Bari fu uno dei principali porti d’imbarco, nonché di partenza di armamenti.
Anche in Basilicata presso Metaponto soggiornarono per un certo tempo molti ebrei in attesa di partire, e le navi del nascente stato sfiorarono più volte le coste calabresi, e una nave in avaria fu condotta al porto di Reggio.
Anusim calabresi e siciliani, nati minatori andarono a lavorare nelle miniere belghe, e da qui, dopo la conversione ad opera di Rav Elio Toaff, fecero aliyah e continuarono il loro lavoro nel Negev.
Della Calabria voglio ancora ricordare che è la terra di Benedetto Musolino, un “sionista” precursore di Herzl, e di Mario La Cava, che scrisse una serie di articoli, poi divenuti libro, su Israele da poco indipendente.

Dal web 

Yom haAtzmaùt: un appuntamento con il destino
Il punto d’incontro tra il tempo delle lacrime e quello della gioia
Scialom Bahbout, Rabbino Capo di Napoli
Da cinquant’anni - un periodo che indica ormai stabilità - l’anno ebraico si è arricchito di Yom Ha’atzmaùt, il giorno dell’Indipendenza, che viene festeggiato sia in Israele che nella Diaspora. È questo un fatto anomalo, come se gli americani di origine italiana, oltre a festeggiare il 4 Luglio, volessero celebrare anche il 25 aprile, un giorno che ha certo segnato una svolta, ma solo per gli italiani che vivevano in Italia durante il Fascismo o che vi hanno fatto ritorno dopo essere andati in esilio. Questa dicotomia dell’ebreo che afferma di essere interamente italiano, ma anche completamente ebreo, ha dato adito in passato all’accusa della doppia - e quindi poco affidabile - lealtà ebraica.
La diversità del modo con cui gli ebrei hanno vissuto e vivono gli eventi - ovunque essi si trovino - impone una domanda: Yom Ha’atzmaùt è una festa "nazionale" o "religiosa"? Anche se questi ultimi due aggettivi danno una descrizione limitata e una visione riduttiva dell’esperienza ebraica, non si può negare che nel mondo moderno, e in quello occidentale in particolare in cui la "fede" nazionale è così labile, festeggiare, e per di più "religiosamente", una festa "nazionale" di un altro Stato è una contraddizione.
Qual è quindi il significato che l’ebreo oggi e le generazioni future dovranno dare a questa giornata? In altre parole, Yom Ha’atzmaùt non ha niente a che fare con le altre feste dell’anno ebraico, oppure si alimenta della medesima linfa e contiene qualcosa che lo lega intimamente ad esse.
Qualcosa possiamo imparare dalla storia di Israele, dove non sono mancate polemiche tra i Maestri circa l’opportunità di istituire nuove feste, come nel caso di Purìm e Chanukkà. Nonostante siano trascorsi cinquant’anni, il processo di accettazione di Yom Ha’atzmaùt non è ancora ultimato, anzi in certi ambienti "ortodossi" esso non è mai iniziato.
Ora, comunque si voglia guardare all’evento della nascita del terzo Stato d’Israele, è innegabile che si tratta di un fatto di per sé rivoluzionario, prodotto forse dall’unica rivoluzione veramente riuscita nel nostro secolo, quella sionista. Quali saranno gli strumenti che faranno sì che la festa potrà veramente perpetuarsi nelle generazioni? Come per il passato, mi sembra che lo strumento sarà sempre quello di riempirla di contenuti riconducibili alla Halakhà e alla Aggadà.
Per quanto riguarda i primi si dovrà rispondere alle molte domande che impone l’istituzione di una festa: Chi ha il potere di istituirla? Quali sono le norme che la caratterizzeranno? Si devono dire, come per Chanukkà e Purìm, le benedizioni che si pronunciano per le cose nuove (Shehecheyànu, "che ci ha fatto vivere"), per i miracoli accaduti (she’asà nissìm, che ha operato miracoli), se di miracolo si può parlare. E ancora, è opportuno dire l’Hallèl come a Chanukkà per un "miracolo" accaduto in terra d’Israele, apportare le modifiche alla preghiera (per esempio "’Al hanissìm, per i miracoli), scegliere un brano appropriato per la lettura pubblica della Torà o dei Profeti (haftarà), interrompere il periodo di "lutto" dell’òmer e via discorrendo? Ma - e questo mi sembra ancora più rilevante - utilizzeremo fino in fondo la possibilità di applicare modernamente la Torà e in particolare le "Norme sui governanti" del Maimonide? L’introduzione di Yom Ha’atzmaùt come festa comporta quindi da una parte dei cambiamenti nella sfera del Beth Hakeneseth, ma d’altra dei cambiamenti in quella che è la vita pubblica e politica che trova la sua espressione nella Keneseth.
Per quanto riguarda l’elaborazione aggadica, non mancano certamente gli agganci per "dimostrare" come l’avvento di questa giornata non sia un fatto casuale. Intanto, si arriva a una scoperta sorprendente applicando il sistema mnemotecnico dell’Atbash (l’alfabeto ebraico al contrario). I Maestri avevano individuato un sistema semplice per poter individuare il giorno della settimana in cui cadono le feste una volta noto il giorno in cui cadeva Pésach: il giorno in cui cade il primo giorno (alef) di Pésach, corrisponde al giorno della settimana in cui cade Tishà beav (tav), il secondo (bet) quello in cui cade Shavu’òt, etc. In questo schema mancava una qualche corrispondenza tra il settimo giorno (zain) e la ‘ain. Con l’introduzione di Yom Ha’atzmaùt anche il settimo giorno di Pésach ha un suo partner, appunto ‘Atzmauth che inizia con la ‘ain.
Ma v’è molto di più. Le feste date dalla Torà (Pésach, Shavu’òt e Sukkòt) sono un’espressione di quella che secondo la mistica ebraica è chiamato "il risveglio dall’alto" (hit’arutà dele’ela); mentre Chanukkà e Purim sono un’espressione del "risveglio dal basso" (Hit’arutà diltatà). Come è scritto nel libro dei Maccabei, Chanukkà fu istituita in corrispondenza di Sukkòt ("fecero otto giorni di festa come a Sukkòt", Purìm completa Shavu’òt, perchè è scritto che "gli ebrei accettarono a Purim volontariamente la Torà che erano stati costretti ad accettare a Shavu’òt"); per completare il quadro, mancava una festa che corrispondesse a Pésach. In effetti "la festa della liberazione" e "la festa dell’indipendenza" sono tra loro simili.
La differenza sta proprio nel fatto che la seconda è una conseguenza del "risveglio dal basso" e richiede una partecipazione attiva del popolo. Le tre idee fondamentali di creazione, rivelazione e redenzione trovano così la loro applicazione non solo nella Torà che Dio ha dato al popolo d’Israele, ma mi si permetta l’immagine, nella "Torà" che il popolo ha dato a Dio. Yom Ha‘atzmaùt si inserisce così armonicamente nell’anno ebraico e nel mondo delle grandi idee della Torà.
Uno degli elementi basilari del pensiero della Torà, infatti, resta quello secondo cui non è tanto importante la teoria o l’interpretazione, quanto l’azione. La libertà - come ogni altra grande idea - non può quindi essere un’affermazione astratta, ma qualcosa che viene accompagnato da atti concreti da compiere, sia individualmente che nell’ambito della società. Ogni cinquant’anni, nel Giubileo, accadevano due fatti importanti strettamente collegati tra loro: da una parte, la liberazione degli schiavi "recidivi" , cioè di quelli che non avevano voluto approfittare delle varie occasioni che la legge dava loro per tornare in libertà, dall’altra il ritorno della terra al padrone originario che l’aveva venduta, dopo averla ricevuta al tempo della conquista di Èretz Israèl da parte di Giosuè. Se con la festa di Pésach l’ebreo raggiunge la libertà dalla schiavitù, solo l’ingresso in Èretz Israèl e il possesso dei mezzi di produzione sono la garanzia dell’indipendenza.
Per capire appieno l’importanza di questa festa dobbiamo però fare ancora un passo. La vita ebraica si è svolta tra due poli: quello della Diaspora (Golà = ghìmel, vav, làmed, he) e quello della Redenzione (Gheullà = ghìmel, àlef, vav, làmed, he). La differenza tra le due parole sta solo nell’aggiunta di una àlef, che diventa quindi simbolo della Redenzione: noi sappiamo quanto sia preziosa e importante questa lettera con cui non inizia la Torà, ma i dieci comandamenti. Àlef, che è la prima lettera di El-okìm (Dio), perchè l’unità sta fuori dal mondo della dualità, la bet con cui comincia la Torà.
La àlef è anche quella lettera che ha trasformato le ‘Atzamòt (le ossa secche della visione di Ezechiele), in ‘Atzmaùt". Quando "la speranza era persa" (avdà tkvatenu) - così dicevano le ossa secche di Ezechiele - lo Spirito ha soffiato nelle ossa e queste ossa sono tornate a rivivere, trasformando la golà in gheullà e le ‘atzamòt in ‘atzmaùt.
Un processo che necessita ancora di molta strada, perché secondo la definizione che noi troviamo nella preghiera per "la pace dello Stato", Yom ‘Atzmaùt è "l’inizio della fioritura della nostra redenzione". E, come per ogni inizio, bene ha fatto rav Maimon, tra i firmatari della carta d’indipendenza, a pronunciare la benedizione per le cose nuove.
Così fin dall’inizio della fondazione Yom Ha’atzmaùt ha assunto un significato in cui è difficile distinguere il momento "laico" da quello "religioso". La partecipazione degli ebrei della Diaspora non può essere ricondotta alla volontà di esprimere uno spirito nazionalistico di mera identificazione con lo Stato d’Israele, ma un momento di sintesi religiosa, che come tale, viene intesa, magari solo sul piano dell’inconscio anche dai "laici". Yom ‘Ha’atzmaùt rappresenta dunque un punto di incontro del destino del popolo ebraico, dove la storia incrocia lo spirito, l’immanente il trascendente, e il "tempo delle lacrime" "il tempo delle risa".

Yom Haatzmaùth
Il 5 Iyàr 5708, 14 maggio 1948, Davìd Ben Guriòn proclamava solennemente l’indipendenza dello Stato Ebraico, coronando l’opera meravigliosa di Teodoro Herzl che per primo aveva detto "Im tirtzù en zo aggadà" (se lo vorrete, non rimarrà un sogno).
"Padre nostro che sei nel cielo, rocca di Israele, benedici lo Stato di Israele che rappresenta il risorgimento della nostra libertà" Dopo tanti anni di esilio, dopo secoli di persecuzioni, di lotte e di sacrifici, il sogno di Israele si avverava: aveva di nuovo la sua terra, la terra promessa da Dio ai suoi padri.
Il seme del movimento sionista è gettato quando gli ebrei partono da Gerusalemme per la Babilonia nel 586 a. E.V. Da allora i loro pensieri e le loro preghiere terminano con le parole: "L’anno prossimo a Gerusalemme!". E sono proprio le continue persecuzioni e lo stato di avvilimento in cui vivono gli ebrei, a destare in molti grandi uomini il pensiero della necessità di ridare una patria al popolo ebraico. Già molti ebrei nell’800 si dirigono dalla Russia e dalla Romania in Palestina. Vi si reca anche Elièzer Ben Yehùda che insiste sulla convinzione che l’ebraico deve essere la lingua parlata dagli ebrei e rinnova così il vocabolario di questa lingua.
Il fondatore del Sionismo Mondiale è Teodoro Herzl che nel 1897 convoca il I congresso a Basilea, annunciando che la mira del Sionismo è di dare agli ebrei una patria. Dopo la I Guerra Mondiale e vari accordi col governo inglese, nel 1917 si arriva alla famosa "Dichiarazione Balfour" con cui l’Inghilterra si dichiara favorevole alla nascita di un nuovo Stato ebraico nell’allora Palestina. Aumenta così l’’alià in Èretz Israèl, sorgono belle città tra cui Tel Avìv, le paludi vengono bonificate, i campi coltivati. Viene creata l’Haganà, organo di difesa e nucleo del futuro esercito israeliano.
I nostri pionieri, provenienti da tutte le parti d’Europa creano nuove colonie che difendono valorosamente, anche a costo della vita. Lo stesso fondatore dell’Haganà, Yosèf Trumpeldor, cade nel difendere la colonia di Tel Chài, assalita dagli arabi. Dopo la II Guerra Mondiale migliaia di superstiti dei campi di sterminio vedono, come unico posto di salvezza, la lontana terra di Israele. L’Organizzazione Sionistica chiede che venga riconosciuto definitivamente lo Stato di Israele. Gli ’olìm continuano a recarsi in Israele nonostante i molti ostacoli, decisi a tutto pur di riavere la patria. Gli arabi attaccano da ogni parte con grandi forze, ma gli ebrei sono decisi a tutto; e la vittoria, con l’aiuto di Dio, non li abbandona. Dopo 20 secoli, il 14 maggio 1948, 5 Iyàr 5708 risorge lo Stato di Israele.
Ovunque questo giorno è festeggiato con gioia e canti da tutti gli ebrei. Il giorno 4 Iyàr è considerato Yom hazikkaròn (giorno del ricordo), e si commemorano i nostri fratelli, morti eroicamente nella difesa del nuovo Stato di Israele. Dobbiamo sempre ricordare che più di 6 milioni di ebrei sono morti nei campi di sterminio nazisti, dopo essere stati deportati da tutti i paesi europei, invasi dalle truppe di Hitler. Anche dall’Italia, governata da Mussolini, alleato della Germania, sono stati deportati molti dei nostri fratelli che hanno perso la vita nei campi di sterminio.

Shalòm ‘al Israèl
In questo giorno rivolgiamo al Signore questa preghiera:
"Padre nostro Che sei nel cielo, Rocca di Israele e suo Redentore, benedici lo Stato di Israele che rappresenta il risorgimento della nostra libertà. Stabilisci la pace nel paese e grande felicità per i suoi abitanti".

Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Israele
14 maggio 1948

Letta da David Ben Gurion


In ERETZ ISRAEL è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri.
Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica.
Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale.
Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d'Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni.
I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo. Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile.
Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano.
Quindi noi, membri del Consiglio del Popolo, rappresentanti della Comunità Ebraica in Eretz Israele e del Movimento Sionista, siamo qui riuniti nel giorno della fine del Mandato Britannico su Eretz Israel e, in virtù del nostro diritto naturale e storico e della risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiariamo la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel, che avrà il nome di Stato d'Israele.
Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.
Lo Stato d'Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite.
Lo Stato d'Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel.
Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.
Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti.
Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero.
Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele.
Confidando nell'Onnipotente, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città' di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.


L’inno nazionale d’Israele


HaTikva

Kol od ba-levav penima
Nefesh Yehudi homia
Ul'fa'atei mizrakh kadima
Ayin le'Tzion tzofiya
Od-lo avda tikvateynu
Ha'tikvah bat shnot alpayim
Lihyot am khofshi be-artzeynu
Eretz Tziyon v'Yrushalayim



La speranza

Fintanto che nell'intimo del cuore
freme l'anima ebraica
e l'occhio guarda a Sion,
là nell'oriente lontano.
Non è ancora perduta la nostra speranza
la speranza, due volte millenaria
di essere un popolo libero nella nostra terra
la terra di Sion e Gerusalemme



Yom Haatzmaut (indipendenza di Israele)
Lo stato di Israele fu proclamato il 5 Iyar 5708 (14 maggio 1948). La sua rinascita e' diventata un giorno di commemorazione e di gioia nella maggior parte delle comunita' ebraiche. Le comunita' liberali hanno proclamato Yom Haatzmaut come giorno di festa e lo hanno introdotto nel calendario liturgico (cfr. Sidur sefat haneshamah pagg. 194-197).
La vigilia di Yom haatzmaut, si riserva un momento di raccoglimento in memoria di coloro che lottarono per l’esistenza dello stato di Israele. Questa giornata e' chiamata Yom Hazikaron (giorno del ricordo).
La celebrazione di Yom Haatzmaut significa che un’era nuova e' iniziata per il popolo ebraico. Essa rinforza l’unita' del nostro popolo e accentua il rinnovamento spirituale e culturale che puo' derivare dallo stretto rapporto tra Israele e l’insieme del mondo ebraico contemporaneo. La rinascita di Israele dalle ceneri della Shoah e' segno di speranza in un tempo di disperazione e di redenzione dopo la devastazione.
É una Mitzvah celebrare Yom Haatzmaut partecipando agli uffizi comunitari e alle celebrazioni che caratterizzano questo giorno.
Riaffermiamo cosi' i legami che uniscono gli ebrei che vivono in Israele e quelli che ne vivono fuori. Un atto di Tzedakah per una organizzazione attiva in Israele e' un altro modo per affermare il proprio rapporto con lo stato di Israele. In questa occasione si puo' anche organizzare un pasto delle feste, consumare prodotti israEliani e discutere di questioni riguardanti lo stato di Israele.

Alcuni usi di Yom haAzmaut a cura di Rav Scialom Bahbout
1. La data. Se il 5 di Iyar cade di venerdì o di sabato, Yom Azmauth si anticipa al Giovedì, per evitare di profanare il sabato con le manifestazioni che caratterizzano questa giornata. Y.A. può quindi cadere solo di lunedì, mercoledì e giovedì.
2. ‘Omer. Nonostante si sia nei giorni dell’Omer, periodo in cui si fanno varie manifestazioni di lutto, alcuni permettono di radersi e tagliare i capelli per Yom Azmauth.
3. Shehekheyanu. L’uso di dire la benedizione per le cose e gli avvenimenti nuovi (che si dice anche Chanukkà e Purim) è controverso, in quanto tra l’altro non è legato a nessuna azione concreta (come l’accensione dei lumi o la lettura della meghillà). Pertanto, anche chi ritiene si debba dire questa benedizione, consiglia di pronunciarla accompagnadola con la consumazione di un nuovo frutto o di indossando un vestito nuovo.
4. She’asà nissim. La benedizione per i miracoli secondo alcuni va detta solo quando si passa per un luogo in cui si sia verificato un "miracolo" connesso con le battaglie per l’indipendenza di Israele.
5. Hallel (salmi 113 - 118). L’uso di recitare l’Hallel è ampiamente discusso nella letteratura rabbinica. Alcuni usano dirlo per intero con la benedizione, altri senza benedizione e altri ancora incompleto ( e senza benedizione).
6. Lettura della Torà. Alcuni usano leggere un brano speciale della Torà, anche quando Y.A non cade di Lunedì o Giovedì (i brani più comunemente letti sono tratti dal Deuteronomio: 7: 12 - 8: 18 oppure 26: 1 - 19 oppure 30: 1 - 20).
7. Haftarà. Si legge lo stesso brano letto l’ultimo giorno di Pesach (Isaia 10: 32 - 12) senza le benedizioni che di norma si dicono prima e dopo la lettura. Alcuni usano dire anche le benedizioni.
8. Se’udà e limmud. E’ bene fare un pranzo speciale e accompagnarlo con lo studio di brani biblici e brani tratti dal midrash e dallo Zohar che trattino delle mitzvoth legate alla terra d’Israele e alla redenzione di Israele.
9. Tefillà. Vi sono varie aggiunte a seconda degli usi (per esempio alcuni dicono uno speciale‘al hanissim, l’aggiunta in cui si ringrazia il Signore per i miracoli che ci ha fatto da inserire nella penultima benedizione della ‘Amidà e nella Birkath hamazon)
10. Tachannun. Non si dicono preghiere di supplica e non si fa il viddùi (confessione).

Qualche altro link

Yom haZikkaron 2012


Immagine da JoshuaPundIt
Il 3 Iyar (quest’anno coincide con il 25 aprile), vigilia di Yom haAtzmaut (Giorno dell’indipendenza), 6 giorni dopo Yom ha Shoah, memoria dell’insurrezione del ghetto di Varsavia e delle vittime dello sterminio nazista, ricorre Yom haZikkaron, Giorno del ricordo dapprima dei soldati morti nella guerra d’indipendenza, in seguito in tutte le guerre e poi anche di tutti gli uccisi nelle guerre e nel terrorismo con cui in ogni generazione Amalek ha tentato di annientare il popolo d’Israele.








Rav Alfonso Arbib legge i nomi dei caduti italiani per la difesa di Israele durante la serata organizzata da Shomer haTzair e Bene Akivah presso la scuola ebraica di Milano, 7 maggio 2008




Tutto si ferma al suono di quella sirena
Yom Hazikaron è il giorno che celebra il ricordo di tutti i caduti per la sopravvivenza di Israele. Nelle celebrazioni pubbliche uniti insieme il dolore privato e la commozione di una intera nazione
Ariela Piattelli da Shalom, mensile della Comunità ebraica di Roma 

Immagine da OU.org 
Ogni anno il 4 di Yiar, alle 18 in punto Israele si ferma. Suona una sirena. Tutto si interrompe, la gente scende dalle auto, esce dai caffé, nelle scuole gli studenti si alzano in piedi e inizia un minuto di silenzio. Il 5 alle 11 del mattino la storia si ripete. Questa volta la sirena suona per due minuti. Israele si ferma di nuovo per “Yom Hazikaron”.
Tutti i paesi hanno una giornata dedicata al ricordo. Israele è l’unico paese al mondo in cui il giorno dell’Indipendenza dello Stato, Yom Haatzmaut, e il giorno del ricordo dei caduti, Yom Hazikaron, sono contigui (4 e 5 di Yiar).
Per Israele è inconcepibile scindere queste due date, perché quegli oltre ventimila morti, di cui la grande maggioranza ragazzi, sono stati il caro prezzo da pagare per l’indipendenza e la sopravvivenza dello Stato Ebraico. Per i sessant’anni di Israele entrambe le date acquistano un valore simbolico particolare. Da un lato si tratta di un compleanno importante, che vedrà grandi celebrazioni in Israele e in altri paesi, dall’altro il dolore per la lunga lista di ragazzi morti e dispersi, alla quale ogni anno si aggiungono altri nomi, si fa più intenso e profondo.
Nei primi anni dopo la fondazione, dal 1951, i soldati caduti nella guerra d’Indipendenza erano commemorati lo stesso giorno di Yom Haatzmaut.
I famigliari delle vittime si trovarono in una condizione di profondo disagio, perché era piuttosto difficile piangere i caduti nel momento in cui si festeggiava la fondazione dello Stato in tutto il paese: il dolore “privato” e la gioia della nazione intera, quindi, non potevano coesistere nella stessa giornata. Così nel 1963, nell’ultimo anno di mandato del Primo Ministro David Ben-Gurion, il parlamento israeliano istituì la data di Yom Hazikaron, che fu fissata il giorno precedente a Yom Haatzmaut.
Fino al 1980 il giorno del ricordo era dedicato ai seimila soldati uccisi nella Guerra d’Indipendenza, poi si decise che in questa data dovevano essere commemorati tutti i caduti dell’esercito israeliano che hanno combattuto per la difesa dello Stato. Con lo scoppio della seconda intifada, Yom Hazikaron è diventato anche il giorno in cui si ricordano le vittime degli attentati terroristici.
La gran parte degli israeliani ha un parente o un amico ucciso in guerra, oppure in un atto terroristico. Così a Yom Hazikaron si tengono cerimonie commemorative private e ufficiali ovunque: nelle città, nei paesi, nei kibbutz e nei moshav. La ricorrenza ha una sua liturgia: preghiere, tra cui un “Yizkor” specifico per questa occasione, e canti con i versi del poeta israeliano Nathan Alterman, che scrisse durante la guerra del ‘48.
La cerimonia ufficiale più importante è quella che si svolge al Kotel, la sera del 4 di Yiar, con il Presidente dello Stato d’Israele e il Capo di Stato Maggiore. Il giorno dopo si tiene una cerimonia al cimitero del Monte Herzl dove ci sono anche le lapidi dei soldati dispersi. Per tutta la giornata la televisione e le radio israeliane trasmettono programmi dedicati alla ricorrenza; si raccontano le storie di questi giovani, che prima di indossare la divisa sono stati ragazzi come tutti gli altri: i loro sogni, gli amori, la passione per lo sport e la musica, gli studi e i viaggi da sogno che avrebbero voluto intraprendere.
In genere sono i familiari a parlare, le madri, i padri e i fratelli compongono i ritratti di questi ragazzi, così dal privato, il ricordo si configura in una dimensione collettiva di un lutto, che soltanto chi ha trascorso una giornata di Yom Hazikaron in Israele può comprendere a fondo.
Anche quest’anno Israele ricorderà i suoi figli colpiti a morte. E mentre questo Stato giovane compie i suoi primi sessant’anni, resta il dolore per i caduti, e l’angoscia per chi ancora non è tornato a casa e forse si trova in qualche buia prigione del nemico.
Per quei ragazzi di ieri (come Ron Arad) e di oggi (Gilad Shalit, Ehud Goldwasser, Eldad Regev), ormai diventati un simbolo di una nazione che esiste e resiste, malgrado tutto, ad ogni costo.

Kaddish, El maleh rachamim e haTikvah a Gerusalemme, al Kotel haMaaravi (Muro occidentale o del pianto)

martedì 17 aprile 2012

Yom haShoah 2012


Il 27 Nisàn (quest’anno 19 aprile) è Yom haShoah, il giorno della Shoah; da molti anni fa ormai parte delle ricorrenze religiose dell’ebraismo, a differenza del Giorno della Memoria che si celebra il 27 gennaio.
La data ricorda l’insurrezione del ghetto di Varsavia.
Proponiamo alcune riflessioni e un video su Ferramonti, che rappresentò in Calabria la resistenza religiosa e culturale degli ebrei che vi furono reclusi, sebbene non fossero destinati allo sterminio.

Venerdì 27 Gennaio 2012: Giornata della memoria, gli ebrei di Trani: «Aiutateci a stare insieme a voi»
Francesco Lotoro
Pianista, responsabile culturale della comunità ebraica di Trani

Il 27 gennaio 2000 venne istituito dal Parlamento italiano il Giorno della Memoria in ricordo delle vittime della Shoah e del nazifascismo, in coincidenza con la liberazione di Auschwitz.
Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’U.R.S.S. entravano nel Campo di Oswiecim–Breszinka (Auschwitz Birkenau); quel 27 gennaio era Shabbath, il sabato ebraico.
Esattamente quel giorno, mentre l’esercito sovietico liberava gli ebrei dal famigerato Lager, nelle sinagoghe di tutto il mondo (e in quelle ancora rimaste in piedi in Europa) venivano lette le pagine della Torà che ricordavano la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto.
Il 27 gennaio non è il “nostro” Giorno memoriale; esso è il giorno nel quale le Istituzioni governative, accademiche, scolastiche, ecc. commemorano e riflettono, le comunità ebraiche sono naturalmente ben disposte a collaborare e interagire con esse.
Il Giorno della Memoria del popolo ebraico (in Israele come nella Diaspora) cade il 27 Nissàn (marzo–aprile) allorchè viene celebrato lo Yom haShoah u’mered haGetaot (in breve Yom haShoah), il Giorno della Catastrofe.
Il 27 Nissàn del 1943 (allora corrispondente al 19 aprile) le Waffen–SS (unità d'elìte delle SS tedesche) piegarono la resistenza ebraica nel Ghetto di Varsavia dopo 3 mesi durante i quali gli ebrei riuscirono a tener loro testa con un coraggio che impressionò gli stessi soldati del Reich.
La voce della Resistenza ebraica a Varsavia fece il giro d'Europa, numerosi Ghetti sino ad allora rassegnati alle deportazioni ritrovarono coraggio e combatterono.
La caduta del Ghetto di Varsavia segnò non soltanto la fine di ogni speranza di salvezza per gli ebrei della capitale polacca ma altresì l'inizio delle più spaventose e sistematiche deportazioni.
Pochi giorni dopo, Berlino fu dichiarata Judenfrei (libera da ebrei), il famigerato dottor Mengele arrivò ad Auschwitz dando inizio a orribili esperimenti su cavie umane; il comandante delle SS Himmler, allo scopo di sedare sul nascere ogni ulteriore tentativo di rivolta nei Ghetti della Polonia occupata, li liquidò tutti entro l’11 giugno.
Lo Yom haShoah si impose subito in Israele come Giorno della Memoria; dopo il 1945, la Shoah consumatasi in Europa giungeva nella Palestina Mandataria attraverso le ferite del corpo e dell'anima dei sopravvissuti giunti in clandestinità.
L'esercito britannico, che durante la Guerra non seppe prevedere la portata mortale della politica antisemita del Reich, rifiutava l’attracco a tutte le navi di Ebrei che osassero avvicinarsi ad Haifa.
La Shoah finì, la tragedia no; perchè in Israele i guai per gli ebrei erano soltanto all’inizio.
Durante la Guerra alcuni Paesi del bacino mediorientale appoggiarono e plaudirono apertamente Hitler (il Gran Muftì di Gerusalemme Hussein inviò sue truppe a combattere con gli Einsatzgruppen) e a nulla valse l’obiezione che a Dachau il Reich avesse deportato diversi Imam e nel carcere di San Vittore (Milano) i fascisti avessero imprigionato i Sufi.
Il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) i Paesi confinanti attaccarono lo Stato ebraico, il segretario della Lega Araba Azzam Pasha disse che i loro Paesi avrebbero scatenato contro gli ebrei “una guerra di sterminio che sarà ricordata alla pari dei massacri dei mongoli e delle crociate”.
L’orologiaio impazzito della Storia rimise le lancette indietro; non fu così, Israele vinse la guerra del 1948 ma a caro prezzo perché, su seicentomila combattenti ebrei, seimila rimasero sul campo di battaglia; di questi ultimi, la metà era sopravvissuta ai Lager per trovare la morte a casa propria.
Gli ebrei erano diciotto milioni prima della Guerra, nel 1945 quasi sette milioni di essi (compresi 1 milione e mezzo di bambini) non c’erano più.
In Puglia gli ebrei sono tornati 6 anni fa, la Diaspora degli ebrei pugliesi non è finita sulle spiagge di Tel Aviv ma a Trani, crogiuolo di ben 6 Diaspore (di Palestina, della Spagna araba e aragonese, tedeschi scampati alla prima crociata, baresi e francesi cacciati da Guglielmo il Malo e Filippo Augusto) e città che, con i suoi grandi Maestri ha insegnato a pregare agli Ebrei di mezza Europa.
Da sempre il popolo ebraico ha cercato pacificamente di vivere la propria diversità culturale e religiosa, gli ebrei sono talmente innamorati della vita che chiamano persino i loro cimiteri beth ha-chaim (case della vita); e, soprattutto, oggi possono liberamente pregare anche in Puglia nella più antica Sinagoga d’Europa (la Scolanova) senza timore di essere disturbati, infastiditi, additati.
Non sappiamo tuttavia quanto ciò durerà; migliaia di ebrei francesi, britannici, svedesi, norvegesi, olandesi stanno andando via per emigrare in Israele.
Sino a 20 anni fa erano gli ebrei “poveri” a emigrare verso lo Stato ebraico; etiopi, azeri, yemeniti, kazachi, turkmeni che fuggivano da reali situazioni di disagio sociale o da un Islam inspiegabilmente resosi intollerante nei loro riguardi, caricati su aerei che sembravano bare volanti o su voli predisposti in semiclandestinità dall’aviazione israeliana.
Oggi, ebrei in giacca e cravatta fuggono dall’Europa su voli di linea; perché, come ha amaramente scritto pochi anni fa il nostro rabbino Shalom Bahbout, “la Shoah non ha assolutamente insegnato nulla al genere umano” e sinora non si è visto né sentito nulla che possa smentire il nostro rabbino.
C’è un futuro per noi ebrei del Vecchio Continente?
Saranno i giorni, i mesi a venire a dimostrare quanto l’Europa abbia capito la lezione di Storia scritta sulle pagine della Shoah.
Perchè l’ebreo non deve più essere costretto a fuggire o trasferirsi in Israele o (come in un Paese dell’Unione Europea che non nominerò), pregare a bassa voce a casa propria con la Sinagoga distante a quattro passi; o, peggio ancora, ad assimilarsi.
Nel 1980 Rav Tolentino, l’ottantenne rabbino di Dubrovnik (la città croata gemellata con Trani) desiderò tanto pregare a Trani; spirò senza realizzare il suo desiderio ma oggi gli ebrei sono tornati nella città del Mabit (il grande Dottore della Legge tranese), la Stella di David non è più cucita sul petto di una casacca da deportato ma svetta sull’ex campanile della sinagoga Scolanova che divenne chiesa e poi nuovamente sinagoga.
È questa la nostra risposta alla Shoah, è la nostra vittoria su chi ha voluto la nostra distruzione fisica e intellettuale.
Aiutateci a stare insieme a voi; dopo la Shoah, solo così potremo proteggerci da ogni catastrofe, ebrei e non.



Dal sito della scuola ebraica di Torino 

Yom ha Shoà

Il nome completo del giorno che commemora le vittime ebree delle persecuzione nazifasciste é “Yom Hashoah Ve-Hagevurah”, letteralmente “Giorno (del ricordo) della Shoà e dell’eroismo”.
Il termine ebraico Shoà si traduce con “disastro, tragedia, distruzione”.
È invece respinto il termine “Olocausto” che ha un’accezione religioso-sacrificale ritenuta non adatta.
La Knesset - il Parlamento israeliano- durante la seduta del 12 aprile 1951 scelse la data del 27 di Nissan come giorno dedicato alla celebrazione ed al ricordo di questo evento.
Esso cade una settimana dopo la fine della festa di Pesach e una settimana prima di Yom Hazikaron – in memoria dei soldati di Israele caduti in guerra –.
Quest’ ultima ricorrenza è immediatamente seguita da Yom Haazmauth – festa dell’Indipendenza dello Stato d’Israele –
Il 27 di Nissan è il giorno (18 aprile 1943) in cui iniziò l’eroica rivolta degli ebrei confinati nel Ghetto di Varsavia.

Da Moked  
Yom ha-Shoah
David Bidussa, storico sociale delle idee
A differenza del “giorno della memoria”, Yom ha-Shoah avviene in un clima di riservatezza. Credo che una differenza consista in questo: nel primo caso si tratta di riflettere su che cosa si fondi l’autorità e sulle conseguenze dell’obbedienza e dell’autoconservazione; nel secondo caso si tratta di riflettere sulla rilevanza delle singole persone, sulla loro storia e sui legami che ognuno di loro ha con noi. E’ anche per questo, forse, che nel primo caso al centro stano gli eventi, nel secondo l’elenco dei nomi. Nel primo caso è importante riflettere su fin dove si può arrivare; nel secondo da dove si viene. Nel primo caso l’atteggiamento è guardare con occhi aperti e con mente aperta dentro la storia; nel secondo cercare di ritrovare un passato che abbia ancora una parte in ciò che diventeremo, senza lasciarsi sopraffare e, perciò, impedendogli di dominare e farci credere che siamo solo ciò che siamo stati.

giovedì 12 aprile 2012

Una Giusta di Calabria


E’ morta, all’età di 103 anni inoltrati, Serafina Mauro, nata a Tarsia e vissuta a Ferramonti, dove ebbe modo di vedere le sofferenze degli internati e prestare loro aiuto, per misere che fossero le sue possibilità.
Vogliamo renderle omaggio ricordandola, innanzi tutto con le parole di Tommaso Orsimarso, autore del libro “Con altri occhi, edito da Pellegrini, che la conobbe personalmente e ne trasse ispirazione per un personaggio del suo romanzo, e poi con altre parole prese da internet.
Uno dei sassolini di Eretz Yisrael che abbiamo ricevuto in questo Pesach per gli ebrei dei cimiteri di Tarsia e Cosenza sarà per questa piccola grande donna di Calabria.

LA TERRA LE SIA LIEVE!

Le parole che mi ha scritto Tommaso Orsimarsi
Serafina Mauro, scomparsa ieri all'età di 103 anni,è nata a tarsia il 18 settembre del 1908, da sempre vissuta nella campagne di Ferramonti, quando nel 1940 aprì i battenti, o meglio si chiusero alle spalle dei primi internati, il campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, come tanti abitanti del posto provò, da subito curiosità, lontani come erano da affari politici, e peraltro costruito in quel posto anche per questo. Serafina li vide arrivare uno ad uno e riempire quelle 92 baracche di legno. Il campo posto sotto il paese di Tarsia, da una parte aveva la ferrovia e dall'altra aveva il fiume Crati. Proprio in una grande vasca sul fiume gli internati venivano scortati per le abluzioni. La Serafina Mauro insieme ad una amica poté di nascosto vedere per la prima volta quelle persone e la colpì subito la loro magrezza, cosi estrema al punto che a suo dire avrebbe potuto contare ogni singolo osso.
Decise così di fare qualcosa, e con la complicità di una delle guardie del campo, alla quale aveva aiutato a prendere moglie, Serafina si reca segretamente nel campo per portare quel poco cibo che si levava dalla bocca.
Era proprio così: aveva già quattro dei sette figli, ma quanto aveva visto non poteva essere ignorato, d'accordo con lei anche il marito Umile Zazzaro.
E' strano pensare a tanto, se una delle internate del campo mi ha confidato di come la cosa che la sorprese fu proprio la miseria che c'era intorno, per tutte le cose viste, mi raccontò di una immagine che aveva ancora in mente. Un uomo addentava appena fuori dal campo un tozzo di pane, appena bagnato ad una fontana, e un pomodoro sgocciolante. In seguito, e con l'opera di benefattori del mondo ebraico e con la visita di Pacifici, altri contadini vendettero derrate agli internati. Serafina ricordava le urla di disperazione nella notte e di come fossero ammassati, ma sopratutto non si spiegava cosa facessero là. Quando il campo fu liberato Serafina festeggiò col marito e figli facendo, come si usa da queste parti, i maccheroni. Rimase poi sempre li, anzi occupò una baracca, quella destinata all'amministrazione, ed e là che nacque una la figlia che ora abita sopra l'appartamento, a pochi metri dal recinto del campo, o meglio di quello che ne rimane. Fu sempre pronta a rievocare quei giorni con racconti sempre lucidi e puntuali, di quei gesti di generosa quotidianità dirà che era normale aiutare chi aveva bisogno, e ne rifiutava il carattere eccezionale che era portato a dare l'ascoltatore. Ho voluto per tanto con il nome di "zia Teresa", averla nel mio romanzo anzi far parlare lei stessa con le parole che mi rimasero in mente, quando qualche tempo fa la visitai. Ora andando via non la si può vedere sentire ma quanto ha a tanti consegnato continuerà a vivere e a testimoniare.

Tarsia. Morta l’eroica centenaria Serafina Mauro
Tommaso Orsimarsi
Cosenza. L’angelo degli internati, Serafina Mauro, classe 1908, ci ha lasciato oggi. E’ stata testimone oculare del campo di concentramento fascista Ferramonti di Tarsia, dove, con la complicità di uno dei poliziotti di guardia, divenutogli amico avendolo aiutato a prendere moglie, si recava appena poteva per portare qualcosa da mangiare. Quando, a gruppi di cinque, i detenuti si portavano scortati presso una grande vasca sul Crati, per le abluzioni, lei, nascosta, ne aveva constatato la magrezza estrema. Da questo l’impegno di privarsi giornalmente di qualcosa, per offrirla a quelle persone rinchiuse in quel campo dal 1940 in seguito alle leggi razziali. E’ rimasta da allora sempre là, a pochi metri di distanza da quello che resta di quel campo, raccontando, a chi volesse ascoltarla, di quegli ebrei, di quegli zingari, quei politici polacchi, dei prufughi del piroscafo Pentcho, delle loro grida di disperazione nella notte, delle loro paure. L’ho incontrata anni orsono, portandola nel cuore con ammirazione, per quanto fatto e per il pericolo corso in quel frangente storico. Di lei colpiva la modestia di quei gesti di generosità, che lei diceva partiti in modo naturale da quella umana comprensione e condivisione della sofferenza, le sue risorse erano esigue, ma non le impedirono di privarsene, è per questo che l’ho voluta nel mio romanzo “Con altri occhi”. Lei sì, che ha saputo guardare con altri occhi, quelli del cuore, addio zia Serafina.

Cosenza, si è spenta a 104 anni Serafina Mauro. Allievò le sofferenze degli internati di Tarsia
Mariacarmela Latronico
Si è spenta a Cosenza nel giorno del Lunedì dell’Angelo Serafina Mauro. Nata nel 1908 è stata testimone oculare del campo di concentramento di Ferramonti di Tarsia, in provincia di Cosenza (nella foto). E’ stato questo, il principale tra i numerosi luoghi di internamento per ebrei, apolidi e slavi aperto dal regime fascista nel giugno del 1940 e liberato dagli inglesi nel settembre del 1943. La Mauro, riuscì grazie alla complicità di uno dei poliziotti di guardia, divenutogli amico dopo averlo aiutato a prendere moglie, a portare qualcosa da mangiare a tutti gli internati. Ne aveva constatato la magrezza e la condizione di estrema sofferenza, quando un giorno nascosta, vide a gruppi di cinque, quella gente condotta alla grande vasca delle abluzioni, sul fiume Crati. Da qui iniziò il suo impegno.
Si privò quotidianamente di qualcosa per offrirlo a chi, invece, era privato di tutto. Il campo di internamento di Ferramonti fu chiuso ufficialmente nel dicembre del 1943 ma Serafina Mauro è rimasta sempre lì, a pochi metri di distanza da quello che restava di quel luogo, ricco di ricordi, di paure, di grida di disperazione che spezzavano il silenzio della notte, che raccontava a chiunque volesse ascoltarla. Dell’angelo degli internati, come è stata definita Serafina dallo scrittore calabrese Tommaso Orsimarsi che la cita nel suo romanzo “Con altri occhi”, resta il ricordo della sua modestia nonostante e dei suoi piccoli ma allo stesso tempo grandi gesti di generosità.

Tarsia piange zia Serafina, "l'Angelo degli internati"
di Emanuele Armentano
TARSIA – La cittadina di Tarsia ha dato ieri pomeriggio l'ultimo saluto a zia Serafina Mauro, una ultra centenaria conosciuta ed apprezzata dall'intera comunità. La celebrazione delle esequie, presieduta dal parroco della comunità don Pompeo Tedesco, ha stretto attorno alla famiglia di zia Serafina una moltitudine di persone che hanno voluto dimostrare, con la propria partecipazione, il segno di gratitudine per aver avuto come concittadina una donna “così speciale”. Era nata nel 1908 ed aveva attraversato il periodo della Seconda guerra mondiale “da protagonista”, essendo lei stessa residente nell'area del campo di concentramento di Ferramonti. E proprio qui la giovane Serafina aveva portato il proprio aiuto agli internati. Di lei, ancora oggi, colpiva molto la sua bontà e generosità e dall'alto dei suoi 104 anni (che avrebbe festeggiato il prossimo mese di settembre) era disarmante la lucidità con cui ricordava fatti e si relazionava con la gente. La figura di Serafina è stata un punto di riferimento per tanti e lo stesso scrittore calabrese Tommaso Orsimarsi aveva scelto di inserirla fra i suoi personaggi nel libro “Con altri occhi”. Ed è proprio quest'ultimo a ricordare la sua esperienza con zia Serafina e i momenti in cui la donna ha trascorso ad aiutare gli internati. Di lei scrive: «L’angelo degli internati. E’ stata testimone oculare del campo di concentramento fascista Ferramonti di Tarsia, dove con la complicità di uno dei poliziotti di guardia, divenutogli amico avendolo aiutato a prendere moglie, si recava appena poteva per portare qualcosa da mangiare.
Quando a gruppi di cinque, i detenuti si portavano scortati presso una grande vasca sul Crati, per le abluzioni, lei nascosta ne aveva constatato la magrezza estrema. Da questo l’impegno di privarsi giornalmente di qualcosa, per offrirla a quelle persone rinchiuse, in quel campo dal 1940, in seguito alle leggi razziali. E’ rimasta da allora sempre la, a pochi metri di distanza da quello che resta di quel campo, raccontando, a chi volesse ascoltarla, di quegli ebrei, di quegli zingari, quei politici Polacchi, dei profughi del piroscafo Pentcho, delle loro grida di disperazione nella notte, delle loro paure. L’ho incontrata anni orsono, portandola nel cuore con ammirazione, per quanto fatto, e per il pericolo corso in quel frangente storico. Di lei colpiva la modestia di quei gesti di generosità, che lei diceva partiti in modo naturale da quella umana comprensione e condivisione della sofferenza,le sue risorse erano esigue ma non le impedirono di privarsene».

Nonna Serafina, l’angelo degli internati di Tarsia
La gente di Ferramonti di Tarsia ha sempre esercitato una grande solidarietà con gli internati del campo di concentramento. Il più grande campo di sterminio per ebrei costruito in Italia dopo le leggi razziali dove vissero, tra il 1940 e il 1943, più di duemila persone che nonostante la vita difficile del lager vi trovarono un “eden” grazie all’aiuto della brava gente del posto. E’ con grande sensibilità e commozione che nonna Serafina, una centenaria di Ferramonti, nata il 18 settembre del 1908, ci racconta il rapporto che lei in quegli anni instaurò con alcuni internati. Un viso tenero, solcato dal sole, una donna simpatica che con il suo spirito ha colorito una domenica fredda e con i suoi racconti ci ha reso partecipi di quegli anni segnati dall’orrore. Ogni anno il 27 gennaio si ricorda, attraverso diverse iniziative culturali la Shoah per non dimenticare le tante vittime del popolo ebraico. Una vita la sua, passata nei campi, ma anche vissuta nel clima cruento della Guerra. Sposata con Umile Zazzaro, per sessantanni, madre di sette figli, non dimentica i sacrifici della guerra. Un episodio in particolare riaffiora spesso nella sua mente. Da Tarsia per una questione urgente, doveva raggiungere Cosenza. In compagnia di una sua amica arrivò in città col treno, fino alla stazione di Castiglione Cosentino, all’improvviso si trovò coinvolta in un conflitto a fuoco. I soldati spararono all’impazzata, “quanti morti” dice la signora Serafina, “io mi salvai ma non so ancora come. Che orrore!”. “E quei cacciabombardieri quanto rumore che facevano, sorvolavano così vicino...eravamo terrorizzati che subito andavamo a nasconderci, a pochi passi da quelle 92 baracche”, dove furono rinchiusi, tra gli altri, ebrei, zingari, anarchici, profughi del Pentcho, apolidi e quanti fossero ritenuti indegni dal regime.
Un luogo di sofferenza e dolore, ci ricorda nonna Serafina, ma lei con tutte le sue forze è riuscita a dare quel poco che poteva a quella “povera gente”, uomini, donne, bambini e ragazzi che soffrivano la fama. La centenaria, aspettava che il “questorino” così lei lo chiama, si allontanava per poter avvicinarsi alla baracca e portare un po’ di cibo in particolare ad una donna con due bambini piccoli. In seguito, la donna fece amicizia con una guardia che sorvegliava queste baracche, e di nascosto, almeno una volta al giorno, gli permetteva di andare a portare un po’ di pane nero, qualche pannocchia appena raccolta, insomma quello che poteva, visto che allora non si avevano tante provviste, anzi, dice nonna Serafina, “con la tessera ci davano pochissima pasta nera, un po’ di pane sempre nero”.
“Sembravano tante mosche ammucchiate dal freddo, nelle baracche c’erano anche donne partorienti. Povera gente.” “I militari portavano gli internati a gruppo di cinque, maschi e femmine, a fare il bagno in una grande vasca”, e nonna Serafina insieme alle sue vicine andava a spiare. La loro magrezza ci impressionò”. Ma un’altra cosa che la centenaria ricorda sono le urla delle tante donne del Campo. “Urlavano e piangevano tutto il giorno”.
Un fatto curioso, ha visto protagonista la centenaria di Ferramonti. Il “questurino”, Gianni M., diventato amico e complice di nonna Serafina, un giorno gli chiese di aiutarlo a trovare moglie. Allora la donna salì in paese e così per caso trova “compare Rafele” in compagnia delle sue due figlie. Nonna Serafina ne approfittò subito chiedendo ad una delle due se fosse interessata a questo militare.
La ragazza acconsentì, e il “questurino” grazie a nonna Serafina si sposò.
Tornando agli ebrei, attraverso la testimonianza della donna centenaria, abbiamo raccolto altri particolari. La donna, attenta e vispa, dalla grande fede e dall’immensa umanità, che ha dimostrato dando sostegno con dei piccoli gesti quotidiani alle vittime di Ferramonti, non dimentica quei treni che di tanto in tanto arrivavano a Tarsia per caricare di volta in volta gli ebrei. “Venivano ammucchiati come delle bestie. Erano così fragili e sciupati che il soffio del vento bastava a stenderli a terra”. E poi c’erano i momenti di preghiera. Serafina Mauro ci descrive una chiesa gremita di gente, che ogni domenica partecipava alla Santa Messa. La Chiesetta si trovava proprio all’interno del Campo di sterminio (in realtà Ferramonti non era un campo di sterminio, ma di concentramento), a celebrare un sacerdore “straniero”, che non era del posto. Raccapriccianti le scene che questa donna ha visto davanti ai suoi occhi fino a quando la deportazione e la prigionia dei perseguitati non terminò.
Quando l’Olocausto finì, nonna Serafina ci confida di aver fatto festa, insieme a suo marito e ai suoi figli, con un bel piatto di “maccarroni”. Nonna Serafina ricorda sempre quei brutti momenti vissuti sulla sua pelle e ricorda nelle sue preghiere tutte le vittime della Shoah. La sera, quando vicino al suo caminetto recita il Rosario, la centenaria di Ferramonti, che sa leggere e sa scrivere, pensa alla sua vita passata, alle amicizie incontrate e con molta mestizia ricorda la disperazione di quella giovane donna che al di là del “reticolato” ogni giorno la chiamava per portale da mangiare. L’ospitalità della centenaria Serafina Mauro, nonostante i suoi 102 anni portati bene, ancora è viva.
da Parola di Vita