Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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giovedì 25 febbraio 2010

Un cognome di Monasterace


Spulciando il Catasto onciario di Monasterace (del 1742) si trova molto presente un cognome che al giorno d'oggi non esiste più, né a Monasterace né altrove: Gesuliero. Molto spesso i "convertiti" assumevano nomi "ultradevoti", ed ho il sospetto che siamo davanti ad uno di questi casi. Che i Gesuliero siano tra gli "ebrei fatti cristiani" di cui il Catasto onciario parla in altre parti?

(traduco le scritte dell'immagine: "Sporco giudeo" e "e se l'antisemitismo fosse affare di tutti?"; lo faccio anche per ricordare agli antisemiti cattolici ultratradizionalisti che vengono a consultare il mio blog per ricavare cognomi ebraici, che Yehoshuah ben Yoseph shel Natzereth non era altro che questo: uno sporco ebreo, come lo avrebbero chiamato loro)

Ebrei a Piscopio?

Pubblico dal blog di Pietro D'Amico, con beneficio d’inventario… purtroppo non vengono citate fonti attendibili per le informazioni riferite. La sola presenza di cognomi “ebraici” non prova molto, come anche certi soprannomi citati, per i quali si possono trovare altre etimologie più convincenti. Può però essere significativa la citazione della “via dei marrani”, anche se andrebbe fatta una indagine più approfondita per capire il reale significato di questo nome.

1) Il termine Piscopio, secondo la più attendibile opinione (quella del linguista G. Rollfs, precisamente), significa luogo di amministrazione vescovile.
Si è trattato, fino ai primi anni del Seicento approssimativamente, epoca della più attiva cristianizzazione cattolica (marranizzazione), e a partire dai tempi immemorabili, ancor prima dell’anno Mille, di un luogo dove era permesso agli ebrei di stabilirsi, conducendo e facendo produrre i beni terrieri della chiesa, offerti in concessione amministrativa.
In sostanza, si è trattato di un luogo di rifugio, un vero e proprio ghetto ebraico (così venivano chiamati i luoghi di tal genere, fin dal Medioevo), come tanti altri (numerosissimi) anche (soprattutto) nella nostra Calabria e nel nostro Meridione d’Italia, divenute zone territoriali per così dire “franche”, dove la chiesa tollerava la presenza delle genti semitiche provenienti dai flussi migratori del Mediterraneo, dopo i secoli oscuri del primo Medioevo (Alto Medioevo).
Certamente, tale fenomeno di tolleranza (più o meno tacita) si registra a partire dall’epoca dell’ingresso salvifico normanno in Europa, ossia con l’anno mille.
[ … ]
La storia ufficiale veniva scritta e trasmessa dalla stessa Chiesa, per cui ogni altro elemento estraneo, principalmente quello ebraico, finiva con l’essere trascurato ed estromesso, nell’ambito del generale atteggiamento persecutorio, e nei particolari riguardi degli ebrei, sulla base della fondamentale accusa di “deicidio”.
La Chiesa tollerava e nel contempo negava la presenza ebraica, fino al punto di eliminarne ogni testimonianza (e fonte storica) in merito.
E’ per tutto questo che gli storici navigano nel buio, e gli scritti (anche quelli semplicemente minimali e ricognitivi) sono scarsissimi, specie per l’Italia del Sud.
Nel Seicento, ossia con la violenta reazione della Chiesa avverso lo scuotimento protestante nord-europeo, tale fenomeno di tolleranza sugli ebrei si espresse con modalità maggiormente cariche di acredine, poiché l’inquisizione non ebbe limiti nella sua asprezza.
Nei confronti degli ebrei, l’inquisizione mirava soprattutto alla loro conversione al cristianesimo cattolico, la cosiddetta marranizzazione, utilizzando gli strumenti per così dire consensualistici, non solo quelli duramente repressivi e spietati.
Nei luoghi come Piscopio, agli ebrei ivi presenti veniva ancora concesso il permesso di condurre e fare produrre (per così continuare a vivere) le terre episcopali (e parrocchiali) della Chiesa, ma, con l’inquisizione sopravvenuta (gestita sul territorio dai domenicani della vicina Soriano), sul presupposto della conversione (anche forzata, se necessario).
A Piscopio, nel Seicento, si tennero ben tre sinodi episcopali diocesani, chiaramente ammonitivi (e pedagogici), specie verso gli ebrei (resistenti) ivi presenti; un fatto eccezionale e straordinario, se rapportato con l’esiguità del luogo.
Piscopio era (ed è) tutta ebraica, la comunità era (ed è) colma di cognomi, nomi, nomignoli, toponimie, usanze, tutto di origine e di tratto ebraico; un tutto oggi solamente intuibile e percepibile attraverso la decostruzione (disincrostazione) della cultura (cristiano-cattolica) succedanea, e che si è sovrapposta (stratificata) nel corso dei tempi in avvenire.
Sicché la cultura e i costumi ebraici, dalla marranizzazione in avanti, ebbero a subire la trasfigurazione (e l’assimilazione) in quella cristiano-cattolica.
A decine si contano i cognomi ebraici, come Zaccaria, Lazzaro, Piperno, con tanti e tanti altri ancora, tutti si può dire.
La strada che un tempo collegava (e collega ancora) Vibo Valentia (già Hipponion e poi Monteleone) con Piscopio, era denominata “via dei marrani”, come si rileva da alcune carte storiche risalenti al Seicento.
Si possono, pertanto, immaginare i seri problemi, quante tragedie, i morti, in questa lotta sostenuta dalla Chiesa avverso la “sovversione ebraica” cosiddetta, e intesa fondamentalmente nel significato della sola e unica presenza degli ebrei in un determinato territorio.
Son cose che purtroppo la storia ufficiale e superiore non ci dice!
Mi sono consultato con insigni rabbini, italiani ed esteri, con i quali, oltre a confermare quanto fin qui si è appena fatto cenno, ho dovuto anche convenire che il luogo, Piscopio, non solamente era ricettacolo di ebrei scacciati e perseguitati, ma anche posto per così dire “privilegiato”, in quanto punto di accoglienza per ebrei qualificati, ossia rabbini elevati e famiglie rabbiniche.
Lo denota, in primis, il fatto che si tratta di cognomi ebraici principiali e primari, ossia nomi rinvenibili nei rotoli biblici più antichi, come quelli testé menzionati, Zaccaria, Lazzaro, Piperno, insieme a (quasi) tutti gli altri del resto (e che qui non è la giusta sede per elencarli e indicarli); ma soprattutto si trattava di gente estremamente resistente alla marranizzazione, dato che tali cognomi (e nomi) sono giunti fino a noi, oggi, nella loro integra identità e interezza, senza storpiature; chi si marranizzava, infatti, era anche costretto a cambiare (storpiare) il proprio cognome di ebreo (Tobia, ad esempio, diveniva Topia).
Erano, i rabbini, le persone più responsabili, quelli che dovevano portare il maggior peso e dare il loro esempio, all’interno delle rispettive e proprie comunità, anche nell’estremo sacrificio se necessario, contro le spinte dell’inquisizione e della marranizzazione, e nell’opposto attaccamento (vitale) alla veterotestamentarietà, la tradizione storico-etico-religiosa (talmudica e delle sacre scritture) degli antichi padri e patriarchi di Israele.
Piscopio, per quel che mi riguarda più da vicino, è semplicemente il mio paese, qui sono nato, e qui ho trascorso i miei anni giovanili di studente.
Forse anche il mio cognome, D’Amico (come tanti altri con la d apostrofata, o con di o de, come De Angelis, o D’Angelo, ad esempio), è di origine ebraica; certamente erano ebrei i La Rocca, uno dei rami dei miei antenati e padri.
Qui, a Piscopio, ho percepito, fin da ragazzo, quell’ebraismo che poi col tempo, andando avanti negli anni, ho maggiormente intuito e meglio approfondito.

2) Senza andare a ricercare le epoche più risalenti, questo piccolo centro, ancor prima dell’anno Mille, ebbe a costituire quello che tra il cinquecento e seicento verrà poi ad essere chiamato e additato come “ghetto ebraico”.
Lo denota, ancora oggi, la presenza notevolissima di un numero rilevante di cognomi ebraici, come Zaccaria, Lazzaro, Piperno, La Rocca (Della Rocca, Rocca, Rocchi), D’Angelo (De Angelis), Fuduli (Fuda, Faad), Fiorillo (Fiore), Soriano (Sharon), Felice, Topia (Tobia), Morelli (Mora, Moratti), Moscato (Moskat), Greco, Mercadante, La Bella (Belli, Bellini, Bellow), Carulli (Caro, De Caro), con tanti e tanti altri ancora, quasi tutti si può dire, compresi Capialbi (Capirossi, Capistrano), Scalfari (Schaerf), Musso, Citanna (Jonathan), Rodinò (Roda, Rodal, Rodari, Rodotà), ecc.
E non solo i cognomi, ma anche i nomignoli: barabba (rabbi, mio rabbino), scirocchi (Sciajrock, Chirac), rendi (Arendt), ascèra (Ascer), rasi (Rashi), babbi (Hababi), cascèri (kashèr), tanto per citarne alcuni tra i molti.
Nella toponomastica, poi, l’elemento ebraico è particolarmente visibile (tra le numerosissime cose) nell’antico nome della strada che congiungeva Piscopio con Monteleone: “via dei marrani” per l’appunto, come si rileva dai dati storici catastali. (ASV.V.)
Si tratta di una presenza ebraica di notevolissimo rilievo quantitativo e qualitativo, stranamente oscurata anche nella letteratura (pur minima) che si è interessata del fenomeno ebraico in Calabria e nel meridione d’Italia; una presenza e un rilievo non riscontrabili, in simile concentrazione, facendo le dovute proporzioni, neppure nei grandi centri d’Italia ove si sono registrati i “ghetti ebraici” più importanti, come Roma, Venezia, Ferrara, Livorno, Ancona, ecc.
Scacciati e dispersi ora da una parte e ora dall’altra, gli ebrei riparavano ove già ve ne erano altri, e per questo venivano accolti; come nel caso della comunità di Piscopio (in un luogo affossato, impervio e nascosto), che in tal guisa ebbe sempre di più a incrementarsi di popolazione ebraica all’interno di se stessa, nel corso dei secoli passati.
Con lo scuotimento della riforma protestante e il successivo moto restaurativo della controriforma tridentina, instauratosi il processo della cosiddetta marranizzazione (la conversione al cristianesimo, anche forzata, degli ebrei), la chiesa, pur di favorire tale processo in ogni modo, concedeva in amministrazione i propri beni terrieri agli ebrei (attivi, risparmiatori e capaci, sia per bisogno che per propria tradizione di costume e storica), ove questi erano stanziati e si trovavano, sul presupposto di doverli marranizzare.
A Piscopio (il termine Piscopio significa “luogo di amministrazione vescovile”, secondo la più attendibile opinione), tutti i beni immobili e terrieri della chiesa vennero dati in concessione amministrativa agli ebrei del posto.
Si trattava di ebrei dal nome primario e principiale (come Lazzaro, Zaccaria, Top(b)ia, S(haron)oriano, Mos(è)cato, Piperno, ecc.), e la circostanza è particolarmente significativa, non di poco conto; si trattava in realtà di gente estremamente resistente alla marranizzazione (lo si ricava e capisce soprattutto dal fatto che i loro nomi, ossia i cognomi, nella maggior parte sono rimasti intatti e tali sono giunti fino a noi, senza cambiamenti e né storpiature, poiché chi si convertiva al cristianesimo era anche costretto a cambiare il suo nome di ebreo); l’attaccamento ai testi veterotestamentari sarà stato molto tenace e alquanto duraturo nel corso dei secoli; la “casa di studio” (la sinagoga) sarà stata tenuta nascosta con estremo pericolo e sacrificio, spostandosi ora in un luogo e ora in un altro, alla ricerca di pace e sicurezza; e chissà quanti patimenti, quante tragedie, quanti morti, come in tutti i ghetti ebraici d’Italia e d’Europa.
Sono cose che la mancata storia purtroppo non ci dice!
Nel corso dei seicento, in questo piccolo centro, si tennero ben tre sinodi diocesani, dottrinali e pedagogici, ammonitivi (specie, chiaramente, verso gli ebrei resistenti alla conversione), al fine di atterrire, spingendo e forzando per la marranizzazione, la conversione al cristianesimo cattolico. (ASDM.)
Nel Settecento, con l’instaurarsi del laicismo illuministico, si ebbe poi a formare la classe sociale dei piccoli proprietari e possidenti, all’interno del latifondismo nobiliare e della stessa manomorta ecclesiastica, un fenomeno primario e costitutivo di quella che sarà di lì a poco la borghesia terriera.
Molti ebrei marranizzati andarono così a riempire le fila di questa nuova e piccola borghesia terriera, ovunque, non solo al Sud della nostra penisola.
Sorsero così i (numerosi) palazzotti settecenteschi anche nei piccoli centri come Piscopio, ad opera di questa diffusa, nuova ed emergente borghesia terriera, in gran parte originatasi all’interno (e in contrasto) dell’ebraismo, attraverso la marranizzazione.
La marranizzazione è, per tutto ciò, anche frantumazione del tessuto sociale ebraico e dell’ebraismo; è per questo che poi vengono a nascere i tremendi conflitti all’interno degli stessi nuclei ebraici, le inimicizie tra fratelli come si dice.
La frattura religiosa tra vecchio e nuovo testamento ha generato danni plurisecolari, immensi, incalcolabili e senza fine: lo smarrimento del senso comune di appartenenza, nella principialità abramitica, alla stessa famiglia umana e unitaria, che in tal modo si è invece frantumata e dispersa, venendo così in conflitto (talvolta olocaustico) all’interno di se stessa.
A Piscopio, nel suo piccolo paradigmatico, si registra, verosimilmente, analoga esperienza storica.
In più, le famiglie marranizzate (nel territorio che si sta considerando), che col tempo riuscirono a incrementarsi di beni e arricchirsi, anche attraverso il loro attacco (interno) ai fratelli ebrei resistenti, sotto il tetto del potere forte della chiesa, andarono poi a trasferirsi (per ulteriore emancipazione) nella più importante e vicina Monteleone.
Alcuni divennero addirittura nobili, col titolo di baroni e conti: ma a Piscopio, e nelle più dirette vicinanze, rimasero i loro giardini, le loro terre, e poi i palazzotti, continuando a dimorarvi.
[ … ]
La primaria specificità storica di questo paese per il suo interno ebraismo, può spiegare non solo il generarsi del succedaneo (molto forte) liberalismo sovversivo, interpretato e incarnato da famiglie molto in vista su tutto il territorio monteleonese del tempo e ivi presenti, ma anche l’emergere sul posto di un possibile “ruolo epicentrico del fermento ideologico laico e liberale”, nello stesso territorio.
[ … ]
Il territorio compreso tra Soriano e Piscopio, con tutti gli agglomerati vicini, era particolarmente carico di ebraismo; un ebraismo alquanto radicato ed estremamente resistente alla marranizzazione; la chiesa ha speso notevoli e forti energie in tale processo di cristianizzazione (cattolica), se solo si osservano le grandi (enormi) dimensioni del complesso conventuale domenicano edificato a Soriano.

Purim a Trani

Comunità Ebraica di Napoli - Sezione di Trani

Sinagoga Scolanova, piazzale Scolanova TRANI
DOMENICA MATTINA 28 FEBBRAIO
PURIM ALLA
SINAGOGA SCOLANOVA DI TRANI

Domenica mattina 28 febbraio alle ore 11,00 presso la Sinagoga Scolanova di Trani gli Ebrei di Puglia festeggeranno Purìm.

Il hazan Michele De Prisco leggerà la Meghillath Ester (Il Rotolo di Ester).

Purìm è una festa non istituita dalla Torà in ricordo della salvezza del popolo ebraico a opera della regina Ester.

Circa 2500 anni fa molti Ebrei esuli in Babilonia tornarono in Eretz Israel guidati da Ezra e Nehemia.

Tuttavia molti altri Ebrei scelsero di restare sotto Achashverosh (Assuero), re di Persia e Media.

Assuero, dopo aver ripudiato la sua prima moglie fece convocare a corte le più belle ragazze delle 127 province sulle quali egli regnava; fu scelta una ragazza ebrea, Ester (il nome ebraico era Hadassa che significa mirto) che andò in sposa al re.

Ester era stata cresciuta da suo cugino e tutore Mordechai ma di entrambi il re ignorava che fossero parenti ed Ebrei.

Un giorno Mordechai seppe che alcuni servi congiuravano per uccidere il re: avvertì Ester e il complotto fu sventato.

In segno di gratitudine il re ricompensò Mordechai. Ma il più potente consigliere del re, Hamàn (discendente di Amalèk, nemico del popolo ebraico ai tempi di Moshè) prese in grande odio sia Mordechai (che non si inchinava al suo passaggio) che il popolo ebraico cui Mordechai apparteneva (perché aveva leggi diverse da quelle di ogni altro popolo).

Tramite abili stratagemmi Hamàn convinse Assuero a firmare un editto in base al quale gli Ebrei sarebbero stati sterminati in tutto il regno.

Hamàn tirò persino a sorte (in ebraico pur) il giorno dell’eccidio: fu sorteggiato il 13 di Adar.

Anche questa volta Mordechai venne a sapere del piano efferato di Hamàn e chiese l’aiuto di Ester.

Benché la regina secondo l’uso del tempo non potesse presentarsi al re senza un suo invito decise ugualmente di rischiare; si recò da Assuero e lo invitò a un banchetto per il giorno dopo.

Durante il banchetto Ester smascherò Hamàn e rivelò al re e ai commensali la sua congiura contro gli Ebrei.

Allora il re ordinò che Hamàn venisse impiccato assieme ai suoi figli e che tutti gli Ebrei fossero liberi; la regina Ester a sua volta ordinò che da allora in poi gli Ebrei festeggiassero quel giorno che fu chiamato Purìm a ricordare il capovolgimento delle sorti di Hamàn e Israele.

Questo narra la Meghillàth Ester (Rotolo di Ester) letta in tale ricorrenza.

Alla vigilia di Purìm, il 13 di Adàr è uso digiunare come altrettanto fece per 3 giorni Ester.

La lettura della Meghillà (sia la vigilia che la mattina dopo) è accompagnata dal calpestìo rumoroso dei piedi ogni volta che viene nominato Hamàn. A Purìm, oltre al precetto di assistere alla lettura del Rotolo di Ester occorre adempiere alla mishlòach manòt (scambio di porzioni di cibo tra parenti o amici), alla mattanòt laEvionìm (offerte ai poveri, minimo due di essi) e alla seudàth Purìm (pasto di Purìm che si consuma dopo la preghiera pomeridiana).

In Israele la festa si prolunga anche al 15 di Adàr e viene chiamata Purìm Shushàn (Purìm di Susa).

L’uso è che si gioisca cantando, ballando e bevendo vino fin quasi al punto da confondersi esclamando non: arùr Hamàn (maledetto Hamàn) e barùch Mordechài (benedetto Mordechai) ma addirittura il contrario.

Purìm è un appuntamento irrinunciabile per i bambini che in quest’occasione usano venire in Sinagoga mascherati non solo come segno di scherno nei confronti del perfido Hamàn ma anche per ricordare (soprattutto agli adulti) che spesso molti Ebrei cadono nell’errore di assumere usi e costumi sociali non ebraici.

Si assimilano ossia, appunto, si mascherano.

La storia della regina Ester, Ebrea costretta ad assimilarsi e nascondere la propria identità sin quando la propria e quella del popolo ebraico non fosse stata messa in pericolo, insegna che per gli Ebrei nulla può essere scambiato con l’identità religiosa, culturale e umana consegnataci dall’Ebraismo.

I Chachamìm insegnano che durante l’era messianica saranno cancellate tutte le feste ebraiche salvo Purìm.

lunedì 22 febbraio 2010

Il Purim di Oria

Il 14 Adar (quest'anno 28 febbraio) cade la gioiosa festa di Purim.
Lo voglio ricordare con un
episodio che non riguarda la nostra Calabria, ma comunque è una memoria della grande rilevanza dell'ebraismo meridionale, di cui Oria (in Puglia) fu per secoli una delle capitali, nota in tutto il mondo ebraico per i suoi sapienti e studiosi.


Il Purim di Oria


La Porta degli ebrei a Oria

Nella città di Oria in Calabria - regione nota agli ebrei per i suoi etroghim (cedri) [chiaramente qui ci si riferisce al Salento, che aveva anticamente il nome di Calabria]- viveva circa un millennio fa una cospicua famiglia ebraica, che diede per molti anni rabbini e capi alla locale comunità.

Forse non ci sarebbe giunta alcuna notizia di questa famiglia e di questa comunità, se per fortuna un suo discendente non si fosse preso la briga di narrarne la storia in un libro. L'autore si chiama Ahimaàz ben Paltièl e scrisse le sue cronache nel 4814 (1054). Queste raccontano la storia degli eminenti antenati dell'autore per otto generazioni, a cominciare da Rabbì Shefatià: tra gli altri, di Rabbl Hananèl, suo fratello, di Rabbì Amittai (figlio di Shefatià), di Rabbì Paltièl (nipote di Shefatià) e di Rabbì Shemuèl (figlio di Paltièl).

L'autore era un pronipote del menzionato Rabbì Hananèl, che è l’eroe dell'interessante episodio qui riportato.

Rabbì Hananèl era un grande maestro della Torà, molto rispettato non solo dalla comunità ebraica, di cui egli era il capo, ma anche dai non ebrei. Lo stesso Governatore della provincia trattava Rabbì Hananèl con molto riguardo e lo stimava molto. Egli faceva spesso visita al Rabbino o lo invitava nella propria residenza per discutere con lui questioni di religione. Il Governatore nutriva la segreta speranza che un giorno o l'altro egli avrebbe potuto in qualche modo persuadere o obbligare Rabbì Hananèl a riconoscere la superiorità della religione cristiana. Ma in tutte le discussioni il Governatore aveva di solito la peggio e le sue speranze venivano ogni volta deluse Ma non per questo egli vi voleva rinunciare. Rabbì Hananèl, d'altro canto, faceva di tutto per evitare questi incontri e queste discussioni, che gli portavano via del tempo prezioso; ma non poteva troncarli, perché il Governatore era un personaggio molto potente, da cui dipendevano le sorti della comunità ebraica.

Avvenne così che durante una di queste discussioni il Governatore affrontò l'argomento del calendario ebraico. Egli chiese al Rabbino se era in grado di calcolare e di dirgli quando sarebbe caduto il prossimo «Moled» il momento in cui la nuova luna appariva nel cielo. II Governatore si era già preso la pena di calcolarlo per conto proprio, poiché egli era un provetto matematico ed astronomo.

Mancavano ancora parecchi giorni per il «Moled» ed il Rabbino non aveva ancora avuto il tempo di determinarlo (non c'erano naturalmente calendari stampati, a quell'epoca) Rabbì Hananèl fece un rapido calcolo e, senza poterne controllare il risultato, disse l'ora ed il minuto del prossimo «Moled».

Il Governatore fu ben felice di vedere che questa volta Rabbì Hananèl era incorso in una svista e che il suo calcolo era errato. Era l'occasione che il Governatore aveva sempre attesa.

«Mio caro Rabbino», egli disse, «finalmente vi ho colto una volta in errore ed ora vi sfida ad una scommessa. Se sarà dimostrato che io ho ragione, dovrete riconoscere pubblicamente che la mia religione è la vera e che essa è superiore alla vostra. D'altro canto, se risulterà che voi avete ragione vi farò dono di un bel cavallo del valore di trecento monete d'oro, oppure, se lo preferite, riceverete in sua vece il danaro in contanti».

Rabbì Hananèl fu assai contrariato, ma il Governatore lo mise alle strette ed egli non poteva opporsi a colui che reggeva la provincia senza provocare le sue ire. I1 Governatore ordinò immediatamente che i termini della scommessa fossero registrati ufficialmente in tribunale davanti al giudice ed ai magistrati.

Rabbì Hananèl torno a casa profondamente preoccupato, si ritirò subito nella sua stanza e senza lasciar trascorrere un minuto cominciò a rivedere i suoi calcoli; e con sua grande costernazione si accorse che aveva proprio commesso un errore e che il calcolo del Governatore era invece il giusto.

Egli chiamò i capi della comunità ad una riunione solenne, e raccontò loro della terribile minaccia che si addensava sopra il suo capo e sopra la comunità tutta. Chi poteva sapere a quali estremi sarebbe giunto il Governatore nello sfruttare la sua “vittoria”? Rabbì Hananèl chiese ai capi della comunità di unirsi a lui nel proclamare un pubblico digiuno per pregare tutti assieme Idd-o e chiederGli misericordia in quell'ora di pericolo. Naturalmente, l'intera comunità aderì con tutto il cuore. In verità, solo un miracolo poteva salvare gli ebrei da quella situazione disperata ed essi digiunarono e pregarono come mai in vita loro.

Venne la notte, nella quale la luna nuova doveva comparire. Giubilante il Governatore sall sul tetto del suo castello per vedere la luna nuova salire in cielo. Egli aveva dislocato anche degli osservatori in diverse parti della città per avere dei testimoni che aveva vinto la scomìnessa col Rabbino.

Anche Rabbì Hananèl salì sul tetto della sua casa e col cuore infranto e le lacrime agli occhi si rivolse piangendo all'Onnipotente pcr chiederGli un miracolo.

Era una notte serena. Non c era tm alito di vento ed il cielo era tempcstato di stelle. Si avvicinava il momento in cui la luna nuova doveva spuntare e Rabbi Hananèl, gli occhi fissi al ciclo e l’animo tutto concentrato nella preghiera confidava nel Signore. Tutti gli cbrei della città pregavano altrettanto ardemente che si verificassc un miracolo al l'ultimo momento.

D'improviso nere nubi chc nascevano dal nulla, cominciarono a raccogliersi nel cielo. In un momento tutto il ciclo fu completamente coperto da un'impenetrabile nuvola oscura.

Da Pensieri di Tora

D-o aveva esaudito la preghiera di Rabbi Hananèl e di tutta la comunità ebraica. La notte seguente la sottile e delicata falce della luna nuova apparve in un cielo sereno e senza nubi!

Il giorno dopo Rabbl Hananèl andò secondo gli accordi presi, a fare visita al Governatore ed a sentire ciò che aveva da dirgli. Egli trovò presso di lui una adunanza imponente, perché tutte le più importanti personalità del paese erano state invitate a sentire il verdetto e ad assistere al trionfo del Governatore.

Rabbino. Ora, tutti erano impazienti di ascoltare ciò che il Governatore avrebbe detto. Questi si rivolse al Rabbino con le seguenti parole:

«Stimato Rabbino Hananèl! Sapete meglio di me che questa volta avevo ragione io e che avrei dovuto vincere la scommessa fatta tra di noi. Ma il vostro D-o deve avervi aiutati. Non era mai successo finora, e probabilmente non succederà mai più, che in questa stagione ci fosse da queste parti la piU piccola nuvola in cielo. Tuttavia nel momento in cui la luna doveva comparire, il vostro D-o ha coperto il cielo di nubi e mi manca perciò la prova di aver vinto realmente la nostra scommessa. Secondo i termini del nostro accordo che è stato debitamente registrato dai nostri degni magistrati, non posso fare altro che versarvi quanto pattuito. Ecco qui il danaro. Sono convinto che farete un buon uso di queste trecento monete d'oro».

Rabbì Hananèl diede un sospiro di sollievo. Si affrettò a portare la buona notizia agli altri ebrei, che si rallegrarono al pari di lui. Subito dopo, Rabbi Hananèl consegnò il denaro ai capi della Comunità perché fosse distribuito ai poveri ed ai bisognosi. Dopo tutto si trattava di danaro che il Governatore aveva preso agli ebrei, gravandoli di forti tasse, cui facevano fronte con le pit! grandi difficoltà.

Rabbì Hananèl ed i capi della comunità indissero una giomata di preghiere di ringraziamento all Onnipotente. Tutti gli ebrei si raccolsero nel Bet ha-Midrash per ringraziare il Signore di aver tramutato la loro tristezza in gioia e la loro ora più oscura in luminosa allegrezza.

Come sono strane le vie del Signore!

Egli aveva rischiarato il loro animo, radunando oscure nubi nel cielo! Fu come un altro Purim per gli ebrei di Oria, che furono salvati dal loro Amàn particolare proprio come nei giorni di Mordehai ed Estèr, quando l'Onnipotente salvò gli ebrei di Persia da Amàn e fece fallire i suoi piani. Ed invero, per molti anni i riconoscenti ebrei di Oria ricordarono questo giorno di salvezza miracolosa come il «Purim di Oria».

Tratto da "Conversazioni con i Giovani" - pubblicato dal Merkos L'Inyonei Chinuch

martedì 16 febbraio 2010

Presenza ebraica nel Vibonese

Rovine del castello di Rocca Angitola.
Dal sito del comune di Maierato.

Mentre frana la collina di Maierato, ho cercato eventuali notizie di presenze ebraiche in questo paesino del Vibonese, e sul sito del Centro Diocesano Multimediale "San Giuseppe Moscati" - Vibo Valentia, ho trovato la recensione di Giuseppe Ferrari del volume di Giuseppe Cinquegrana, La presenza ebraica nel vibonese tra cultura e tradizioni (Amministrazione Provinciale di Vibo Valentia, Edizioni Mopagraf, 2004, pp. 108), in cui anche Maierato viene citato (credo si intenda Rocca Angitola, le cui rovine sono nel territorio comunale di Maierato).


Il saggio di Giuseppe Cinquegrana apre uno spaccato sulla presenza degli ebrei nel vibonese, si tratta d’una pagina storica-economica-sociale e religiosa di grande rilevanza culturale anche se poco conosciuta.

Il volume piccolo come dimensione ma agile ed intenso come raccolta di notizie ed annotazioni è importante per gli spunti storici e letterari che offre agli attenti lettori.

La presenza degli ebrei nel vibonese risale agli inizi dell’era cristiana, ma si è accresciuta a scavalco dell’anno mille dopo la politica di lungimirante tolleranza effettuata da Federico II di Svezia “Stupor-mundi” che faceva convivere armonicamente nel regno normanno, cristiani, musulmani ed ebrei offrendo loro la possibilità di svolgere attività specifiche secondo le loro attitudini e tendenze.

Le tracce della permanenza ebraica nel vibonese trova puntuale riscontro periferie nelle denominate “Giudecca” come a Nicotera, Vibo Valentia, o fondachi come ad Arena, Soriano, Motta Filocastro, Maierato, Pizzo ecc. ecc.

Gli ebrei esercitarono il commercio e svilupparono nel territorio vibonese un fiorente artigianato che si occupava della lavorazione della pietra, del legno, concia del pellame, dei metalli preziosi argento ed oro in cui gli ebrei risultavano “espertissimi” maestri.

Scacciati dal Regno di Napoli, dopo un lasso di tempo piuttosto lungo, durò diversi secoli la loro benefica permanenza, non fecero più ritorno gli ebrei nel territorio vibonese.

Il testo del Cinquegrana rammenta, ancora una volta, come la provincia vibonese è stata terra di accoglienza di stirpi diverse, lingue e religioni ben assortite, che hanno formato il nostro temperamento e condizionato il nostro sviluppo.


Nella cartina, Maierato (in rosso)

e alcuni centri del Vibonese

con attestazioni di presenze ebraiche

giovedì 11 febbraio 2010

Cinquefrondi: Judaica swing

Dal Quotidiano della Calabria Mercoledì 10 febbraio 2010

Si è tenuta la manifestazione “Judaica swing”
A Cinquefrondi si rilegge
la storia dell’ebraismo Due immagini dell’Olocausto


Cinquefrondi - Affrontare il tema della cultura ebraica sotto vari aspetti e in maniera non convenzionale, ponendo l'accento sul legame tra Calabria ed ebrei.
Così si può riassumere “Judaica swing”, manifestazione voluta ed organizzata dall'associazione Megale Hellas svoltasi nei giorni scorsi presso la Mediateca comunale di Cinquefrondi.
Una maniera insolita e coinvolgente per ripercorrere le tappe della cultura ebraica in Italia e nel Mezzogiorno, attraverso la musica, le storie, le immagini.
Dalla storia di Ruth e Nemesio, una ragazza ebrea ed un giovane italiano, innamoratisi a Camisano Vicentino, ma ostacolati e divisi per sempre dalle atrocità delle leggi razziali, sino al primo campo di concentramento italiano sorto a Ferramonti di Tarsia, il legame tra il popolo di Israele e la Penisola è apparso in tutte le sue sfaccettature.

E la Calabria è stata per lungo tempo sede di comunità ebraiche, in una relazione che pone le sue radici persino nel mito.

Basti pensare alla fondazione di Reggio Calabria, che la leggenda vuole essere stata fondata da Aschenez, identificato nella Bibbia col nome di Askenaz, pronipote di Noè.

E a supporto del mito vanno i numerosi siti archeologici che dimostrano la presenza degli ebrei nella nostra regione.
Come ha ricordato nel suo intervento la professoressa Roberta Tonnarelli dell'Università di Bologna, anche la Piana di Gioia Tauro è stata luogo in cui si sono insediate diverse comunità di ebrei.

Melicucco, Tritanti, Polistena, Cittanova sono solo alcuni dei paesi in cui questo popolo fissò per lungo o breve tempo la propria dimora.
Storie di uomini e donne che gestivano banchi di prestito, lavoravano la seta e tinteggiavano i tessuti, specie con l'indaco.

Un popolo che ha dovuto far fronte ai primi problemi con gli Angioini, alla diffidenza della Chiesa, all'accusa di deicidio, ma che ha lasciato inevitabilmente le tracce della propria permanenza in Calabria, come in altre regioni del Sud Italia.

A rendere ancora più suggestivo il viaggio intrapreso nel corso della manifestazione organizzata dall'associazione Megale Hellas, le voci delle “Corale” di Palmi, esibitasi in alcuni brani del repertorio musicale ebraico.


d.g.

mercoledì 10 febbraio 2010

Matrimonio tra “marrani” a Pentidattilo?

L’amico Lionel Munaro mi trasmette un interessantissimo documento tratto dai registri parrocchiali di Pentedattilo, ne riporto una sintesi parzialmente tradotta e parzialmente nell’originale latino.

Il 24 novembre 1777, fatte le tre denunce per tre giorni festivi consecutivi, nella messa parrocchiale, riunito il popolo alla messa "pro matrimonio per verba de pręsenti contrahendo inter Angelum Menniti filium quondam Antonini et Lauram Abramo filiam quondam Brunonis ex alienigenis modo habitantibus in restricto huius terrę et parocchię archipresbyteralis, quibus denunciationibus expletis, et constita eorum libertate, cum licentia in scriptis obtenta" seguono le varie formalità, autorizzazione del vicario episcopale, autorizzazione del parroco, testimoni, ecc. ecc., con l'indicazione che il matrimonio è celebrato non dall'arciprete parroco ma da un altro sacerdote, e non nella chiesa arcipresbiterale ma nella chiesa di San Giuseppe, che si trova abbastanza distante dal centro del paese, in quella che attualmente è la frazione Annà del comune di Melito Porto Salvo (di cui fa oggi parte Pentedattilo, stupendo paese purtroppo spopalato).
Quello che ci interessa in modo particolare è la frase in rosso, in cui ci sono almeno tre termini passibili di diverse traduzioni.

alienigenis
Dal latino “alienigena” o “alienigenus”, che letteralmente significa “nato altrove, straniero, forestiero” in particolare nel senso di “nati fuori dal Regno”, ma che estensivamente si può anche tradurre con “di diversa origine, estranei”.

modo
Può essere il sostantivo “modus” (modo, maniera, modalità) nel caso ablativo, ed in tal caso (considerando l’uso spesso errato del latino dell’epoca) la frase potrebbe essere un sinonimo di “alienigenorum modo”, cioè “alla maniera di stranieri, con costumi estranei”.
Ma può anche trattarsi dell’avverbio “modo”, che a sua volta ha due significati: “ora, adesso” oppure “soltanto”

restricto
Dall’aggettivo “restrictus” e di non comune uso sostantivo, potrebbe significare genericamente “distretto, zona, contrada” o più specificamente “luogo riservato, luogo a parte”.

Sono dunque possibili svariate traduzioni, alcune delle quali presentano differenze di semplici sfumature, altre invece sono sostanziali.
1) Secondo l’amico Lionel va tradotta come “
che vivono con costumi estranei in un luogo riservato sul territorio di questa parrocchia arcipresbiterale”.
2) A mio parere sarebbe migliore quest’altra traduzione: “dei forestieri che ora abitano in una zona di questa parrocchia arcipresbiterale”.
3) Una terza possibilità mi è stata indicata sul forum
del Circolo di studi storici “Le Calabrie”: “degli stranieri che abitano soltanto un luogo riservato di questa parrocchia arcipresbiterale”.

Naturalmente, in ognuna delle tre ipotesi (ma forse ne sono possibili anche altre!) resta l’ambiguità di “alienigenis”, che potrebbe indicare sia persone non nate a Pentidattilo (in particolare al di fuori del Regno delle Due Sicilie) che persone estranee per cultura, tradizioni o religione.
Personalmente propendo per questa seconda ipotesi, in quanto nei registri parrocchiali, quando qualcuno degli sposi o dei loro genitori non è del luogo, ne viene indicata la provenienza.
Inoltre il cognome Abramo della sposa mi fa pensare che questa “estraneità” consista in una origine ebraica.
Infine si può notare che grammaticalmente “ex alienigenis modo habitantibus” potrebbe riferirsi sia a Laura Abramo e al padre, che anche allo sposo, rientrando così tra gli estranei anche quest’ultimo, secondo la tradizione dei “marrani” di sposarsi tra di loro.
Particolare che potrebbe essere confermato dagli altri matrimoni della famiglia Menniti che si trovano in questi registri parrocchiali che Lionel sta magistralmente
elaborando insieme a Giacomo Arcidiaco.
Dei quattro matrimoni dei Menniti, uno è con Abramo (sulla cui possibile origine ebraica non ci sono dubbi), uno con Muscato (Moscati e Moscato sono tutt’ora cognomi ebraici), uno con Toscano (cognome che è anche ebraico) ed infine uno con Morabito, cognome che secondo alcuni indica anch’esso una origine ebraica (in realtà è un cognome arabo, riferito ai “murabitun”, i sapienti, i devoti, termine che tra gli ebrei viventi nel mondo arabo indicava anche i saggi tra gli ebrei).
Per quanto strano, quasi stupefacente possa sembrare, potremmo dunque essere davanti ad un ulteriore indizio sulla presenza, ancora nel XVIII secolo, a distanza di oltre due secoli dalla loro cacciata dalla Calabria e dal Meridione, di qualche nucleo che, pur convertito al cattolicesimo, conservava in qualche modo il ricordo dell’origine ebraica (quanto ad una pratica segreta per quanto minimale e corrotta della religione, non abbiamo modo di ricavarlo da questo documento).
La cosa non è del tutto isolata: come abbiamo visto parlando di Monasterace, Placanica e Crotone, non è rara la presenza di quelli che vengono chiamati “ebrei fatti cristiani”.
Non sarà del tutto inutile ricordare che a Pentedattilo un’antica presenza ebraica è accertata almeno nel 1503-4 (ridotta ormai ad una o due famiglie, alla vigilia della prima espulsione) secondo il registro del tesoriere della Calabria Ultra riportato da Cesare Colafemmina nel Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli 1996.
Inoltre, numerosi sono i luoghi intorno a Pentedattilo dove ugualmente sono accertate presenze ebraiche, dal IV secolo dC in poi.

martedì 9 febbraio 2010

Musica ebraica e concentrazionaria

M U S I C A J U D A I C A
Istituto di Letteratura musicale concentrazionaria
via dell’Industria 93 70051 BARLETTA
tel/fax 0883950639 cell 3402381725 musicajudaica@fastwebnet.it
presidente Grazia Tiritiello

con il patrocinio di

Assessorato al Mediterraneo Regione Puglia

Unione di Comuni – Tavoliere Meridionale

Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

Comunità Ebraica di Napoli

Festival regionale di musica ebraica e concentrazionaria

Musica Judaica 2009–2010

direttore artistico Francesco Lotoro

Giovedi 25 Febbraio 2010

SAN FERDINANDO DI PUGLIA (BT), Centro Culturale Polivalente alle ore 20:30

Nuit d'exile

Opere cameristiche di Emile Goué e Sándor Kuti scritte negli Oflag

e Campi di lavoro del Terzo Reich durante la 2a Guerra Mondiale

programma

Emile Goué: Deuxième quatuor

Sandor Kuti: Sonata per violino solo

Emile Goué: Troisième quatuor

Archi Giovanni Zonno, Francesco Lamanna, Pietro Ciccolecchia, Luciano Tarantino

Violino solista Giovanni Zonno

Il Festival regionale Musica Judaica 2009-2010 giunge al suo terzo appuntamento con un impegnativo Recital di musiche per violino solo o quartetto d'archi scritte nei Campi militari o di lavori forzati aperti dal Terzo Reich durante la Seconda Guerra Mondiale.

Questa volta l'appuntamento musicale, organizzato in collaborazione con l'Unione dei Comuni-Tavoliere Meridionale, si chiama Nuit d'exile (dal titlodi un canto in lingua francese scritto da Emile Goué nello Oflag XB) e si terrà giovedi 25 febbraio alle ore 20:30 presso il Centro Culturale Polivalente di San Ferdinando di Puglia (BT).

Solista d'eccezione, il violinista barese Giovanni Zonno; i membri del quartetto, oltre allo stesso Zonno, sono il violinista Francesco Lamanna, il violista Pietro Ciccolecchia e il violoncellista Luciano Tarantino.

Saranno eseguiti i quartetti per archi nn.2 e 3 di Emile Goué, entrambi scritti in campo di concentramento.

Emile Goué nacque il 13.06.1904 a Chateauroux (Francia); versato sia negli studi musicali che universitari e scientifici, a 25 anni divenne Professore di Fisica presso il Liceo di Bordeaux e successivamente presso il Liceo Louis le Grand di Parigi.

Nel 1924 approfondì i suoi studi musicali e di composizione con Charles Koechlin e Albert Roussel; allo scoppio della 2a Guerra Mondiale fu arruolato come tenente d’artiglieria.

Fatto prigioniero nel giugno 1940, venne trasferito presso l'Oflag XB di Niemburg an der Weser laddove partecipò attivamente all’attività culturale e musicale del Campo; ivi compose diverse opere tra le quali Psaume CXXIII per tenore, coro maschile e orchestra (1940), Renaissance per voce e orchestra (1941), Concerto per pianoforte e orchestra (1941), Symphonie n.2 per violino principale e orchestra (1943), Prélude, Aria et Final per pianoforte (1944).

Liberato nel maggio 1945, tornò a Parigi ma a causa di una malattia contratta nel Campo morì presso il sanatorio di Neufmoutiers-en-Brie il 10.10.1946.

Di Sándor Kuti sarà invece eseguita la Sonata per violino solo, scritta in un Campo di lavori forzati.

Sándor Kuti nacque a Budapest il 18.5.1908; pupillo di Ernst von Dohnanyi, si diplomò in Composizione e direzione d'orchestra.

Si dedicò all’insegnamento di pianoforte, composizione e organo; membro della Organizzazione Musicale giovanile comunista e attivo nel partito socialdemocratico ungherese, compose inni per il movimento operaio e 3 poemi orchestrali su testi di Sándor Petőfi.

Nell'estate 1944 venne trasferito presso un non meglio identificato Campo di lavori forzati in territorio tedesco, laddove morì nell’aprile 1945.

La maggior parte delle sue opere sono andate perdute.

Fiumefreddo e qualche questione storiografica

Fiumefreddo Bruzio è una cittadina sulla costa tirrenica nei pressi di Cosenza.
Nessuna memoria storica o tradizione popolare, nessun reperto architettonico o indizio topografico, nessun testo letterario, nessun documento d'archivio faceva supporre che potesse essere stata sede di una qualche presenza ebraica stabile.
Questo nonostante si
trovasse in una zona piuttosto fittamente segnata da sedi di comunità anche consistenti (o forse, si poteva pensare, proprio per questo: visto che c'erano in tante comunità vicine, forse non avevano sentito il bisogno di venirsi a stabilire qui) .

Questo fino a qualche anno fa, quando una storica e ricercatrice scopre sorprendentemente un documento a Sacrofano, pochi chilometri a nord di Roma.
Si tratta di Anna Esposito, che in L'Ebraismo dell'Italia meridionale peninsulare dalle origini al 1541, a cura di C. D. Fonseca, M. Luzzati e altri, Galatina 1996, pubblica il suo articolo La doppia vita di un documento. I capitoli per gli ebrei di Fiumefreddo Bruzio (1534) riutilizzati per Sacrofano di Roma (1543?), p. 241-248.
In questo documento del 1543 (circa) si stabilivano le condizioni, i diritti e i doveri per lo stabilimento di un piccolo nucleo di ebrei in questa cittadina. Ma la cosa realmente sorprendente è che questo documento non è che la riscrittura, con gli adattamenti ritenuti necessari o opportuni, su un documento del 1534 che stabiliva le condizioni per la residenza di un nucleo ebraico a Fiumefreddo!
Il documento è interessante per molti motivi: 1) dà conto dell'esistenza di un nucleo ebraico in un paese della Calabria dove finora nessuno lo poteva supporre; 2) questa comunità viene all'esistenza nel 1534, 23 anni dopo che gli ebrei erano stati cacciati la prima volta dalla Calabria (e sette anni prima di essere di nuovo cacciati, questa volta definitivamente; 3) ancora più straordinario è che in questo documento, quando si parla del diritto per gli ebrei di avere un terreno dove potessero effettuare la sepoltura dei loro morti, aggiunge "come era nei tempi antichi", facendoci così sapere che a Fiumefreddo già precedentemente esisteva un insediamento ebraico; forse si tratta dei discendenti di quell'antico insediamento che ritornano, e forse saranno essi stessi quelli che ritroveremo intorno al 1543 a Sacrofano, a due anni dalla definitiva espulsione degli ebrei dal Regno del Sud.

Ma questo documento è interessante non solo per quanto riguarda la storia locale ebraica di Fiumefreddo, bensì ci permette di fare delle considerazioni più generali sulla storiografia ebraica in Calabria.
A causa di vari eventi naturali e umani (terremoti, frane, alluvioni, guerre, incendi, rimozione della memoria, ecc.) gran parte dei reperti architettonici e archivistici della nostra terra sono andati distrutti, e con essa la memoria storica. Basti pensare al Tempio di Era Lacinia, presso Crotone, uno dei templi più celebri dell'antichità, del quale non è rimasto altro che la colonna da cui prende nome il promontorio sul quale sorge; oppure, per restare più vicini alla nostra materia, alla sinagoga di Bova Marina, scoperta del tutto casualmente a metà degli anni '80, e nella quale, se l'aratro fosse andato un po' più a fondo, avrebbe cancellato completamente il disegno della menorah, e quella che era la sinagoga di una comunità certamente numerosa e piuttosto rilevante, avrebbe potuto benissimo essere scambiata per una delle tante ville romane che sorgono in Calabria.
Senz'altro chi si appassiona all'argomento dell'ebraismo in Calabria tende (ed io, specie nei primi tempi, sono stato tra questi) a sopravvalutare ogni minima traccia, che poi, ad una analisi più attenta, si rivela del tutto fuorviante, o al massimo semplicemente un indizio tutto da provare.
Però spesso è anche vero il contrario, e cioè che gli studiosi tendono a respingere ogni ipotesi che non sia assolutamente provata al 100% da chiare e nette testimonianze documentarie, siano esse scritte o materiali.
Sicuramente nella ricerca storica, in ogni campo, la prudenza è d'obbligo, ma credo anche che sia bene avere una mente aperta, specialmente in una terra come la Calabria dove (per i motivi che ho detto prima ed altri ancora) trovare certezze assolute in documenti o monumenti è piuttosto difficile.

lunedì 8 febbraio 2010

Dalla Calabria a Milano

Dal sito di Beth Shlomo, sinagoga posta nel cuore di Milano, prendo alcune notizie che riguardano il campo di Ferramonti, da cui arrivarono l'Aron-ha-Kodesh (la teca in cui sono custoditi i rotoli della Torah) e altri arredi del Tempio, provenienti dalla piccola sinagoga costruita dagli internati.

1945, da via Unione il primo minyan Sara Pirotta

La sinagoga di Ferramonti


Milano, 1945, via Unione. Un evento di portata storica si dipana in quella viuzza alle spalle del Duomo: qui, in quei primi giorni dopo la Liberazione, stremati e ancora sotto choc, gli ebrei d’Europa stanno approdando alla spicciolata, il passo malfermo, lo sguardo incerto e ancora ignaro della sorte dei propri cari. Qui, in via Unione, i soldati della Divisione Palestina sono alle prese con un intrico di operazioni segrete finalizzate all’arrivo dei sopravvissuti dispersi, tutta gente che i compagni della Brigata Ebraica sta convogliando verso il capoluogo lombardo: difatti, in quei mesi, Milano si sta trasformando nel cuore logistico europeo dell’emigrazione clandestina in Eretz Israel. L’attività in incognito di questi soldati si intreccia così a quella della rinascente Comunità Ebraica milanese che, dopo il 25 aprile, ritornava timidamente alla vita, ospitando in via Unione 5, nei locali di Palazzo Erba-Odescalchi, i numerosi ebrei italiani costretti a fuggire nonchè i sopravvissuti e i profughi stranieri.
Sede per tutto il Ventennio della brigata fascista “Amatore Sciesa”, l’edificio di via Unione era stato dato in uso dal Cln alla Comunità. Nei due piani della palazzina furono allestiti un Tempio, una mensa e un dormitorio. All’interno dell’oratorio, trovò posto un Aron HaKodesh donato dai militari agli ebrei milanesi.
“La storia della nostra Comunità - racconta Eugenio Schek, figlio di Ariel Schek, soldato della Divisione Palestina della Quinta Armata delle Forze Alleate -, parte proprio da questo Aron HaKodesh, oggi conservato nella sinagoga Beth Shlomo She’erit Haplità, situata nell’ottagono della Galleria Vittorio Emanuele II. Un oggetto piccolo, vetusto, ma dal grande valore storico e simbolico”. Seguendo il filo del tempo, ritroviamo l’Aron nella sinagoga del Campo di internamento di Ferramonti, vicino a Cosenza. La struttura detentiva era stata appositamente costruita dai fascisti perché vi fossero imprigionati gli ebrei che, emigrati in Italia dall’Europa orientale in cerca di riparo, non erano in possesso della cittadinanza italiana.
“Sul finire della guerra - ha continuato Schek-, il campo fu liberato e successivamente occupato dai soldati volontari della Brigata Ebraica, provenienti dalla Palestina, allora sottoposta al Mandato britannico e aggregati alle truppe del Generale Alexander. I militari si stabilirono nel campo e utilizzarono l’oratorio come sinagoga militare. Al momento di riprendere la risalita della Penisola, la brigata portò con sé l’Aron e alcuni arredi che furono successivamente donati al primo nucleo della Comunità israelitica milanese”. La storia di questi soldati, dell’Aron HaKodesh di Ferramonti e della nuova vita della Comunità si intreccia a quella dei militari ebrei, appartenenti alla Divisione Palestina che, giunti nella città lombarda, dopo avere risalito con la Quinta Armata la costa tirrenica, stabilirono il loro quartier generale al secondo piano di un altro palazzo, quello di via Cantù.
L'Aron kodesh proveniente da Ferramonti
Una storia che ancora oggi è testimoniata dall’Aron HaKodesh, dagli arredi e dai libri di studio del campo di Ferramonti conservati nel Tempio Beth Shlomo. Alla chiusura di via Unione, attorno al 1952, la sinagoga di palazzo Odescalchi fu trasferita in un locale nei pressi di Corso di Porta Romana. Nel 1997, il Comune di Milano e l’allora sindaco Marco Formentini, riconosciuta l’importanza storica e culturale del Tempio, concessero in affitto al Beth Shlomo l’attuale prestigiosa sede nell’Ottagono della Galleria, che noi abbiamo ristrutturato e reso vivibile. Oggi, però, il futuro della sinagoga è incerto. Scaduto il contratto d’affitto, abbiamo perso le sovvenzioni che ci permettevano di pagarne la spesa, e non sappiamo se il Comune stipulerà un nuovo contratto o se saremo obbligati a trovare un’altra sede.
Dall’Amministrazione non riceviamo alcuna risposta, né la disponibilità ad aprire un tavolo di confronto. Ringraziamo quanti si sono adoperati a favore di una soluzione che, nell’interesse di tutti, tuteli il patrimonio storico, religioso e umano che è rappresentato e racchiuso nel Tempio Beth Shlomo She’erit Haplità”.

Nel 1940 alla proclamazione delle leggi razziali in Italia, il Governo di allora radunò gli ebrei presenti sul territorio nazionale che non avessero avuto la nazionalità Italiana per rinchiuderli a Ferramonti (Cosenza) in un campo di internamento appositamente costruito.
Dentro quelle mura intere famiglie vissero in condizioni di ristrettezza ma con una certa libertà, tanto che fu concesso ai prigionieri di costruirsi una piccola sinagoga all'interno del campo stesso.
Quando nel 1943 il campo fu liberato dalle truppe Britanniche, nelle cui file combatteva anche una Brigata Ebraica costituitasi nell'allora protettorato della Palestina, la Sinagoga continuò ad operare come Sinagoga militare all'interno del campo che si trasformò lui stesso in base militare.
Dopo la liberazione, Milano ospitò il quartiere generale della Brigata Ebraica che da qui organizzò l'immigrazione degli scampati dai campi di sterminio nazisti, verso quello che sarebbe presto diventato lo stato di Israele.
Durante questo periodo, migliaia di rifugiati furono introdotti a Milano ed ospitati per periodi anche lunghi in Palazzo Odescalchi, in via Unione 5, sede assegnata temporaneamente alla Comunità Ebraica di Milano. In due stanze all'interno dell'edificio i rifugiati fondarono un Beth Hamidrash ( Casa di Studio ) che prese il nome di She'erit Haplita' (il resto dei sopravvissuti) in ricordo della sua tragica storia.
Furono utilizzati gli arredi ed i libri di studio della Sinagoga di Ferramonti, nel frattempo trasferita a Milano dall'Esercito Inglese, per essere ancora utilizzata come Sinagoga militare.
Quando pochi anni dopo via Unione 5 chiuse i battenti per divenire sede di una Questura, la Sinagoga continuò a vivere ad opera di alcuni sopravvissuti che avevano deciso di eleggere Milano a loro dimora, trasferendosi in un vicino locale ma conservando gli stessi arredi utilizzati in via Unione, le stesse sedie su cui sono ancora impressi i nomi dei primi frequentatori.
Durante gli anni il Beth Hamidrash fu rinominato diverse volte in memoria di alcuni suoi sostenitori da Shmuel Bestandig, presidente durante la permanenza in via Unione, sino all'attuale nome in ricordo di Sally ( Shlomo ) Mayer.