Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

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giovedì 10 aprile 2008

Cognomi ebraici "tipici"

In questo contesto, come cognomi ebraici "tipici" non intendo solo quelli come Levi, ma in genere cognomi che hanno origine da consuetudini o termini religiosi ebraici, come anche traduzioni da parole ebraiche, o che in qualunque modo rimandano a usi e tradizioni tipiche dell'ebraismo.

Nomi cultuali
Arone
, che abbiamo già visto, è molto diffuso, e, oltre che dal nome Aronne, potrebbe derivare da Aron haKodesh (Armadio Santo), il tabernacolo dove si custodisce il rotolo della Torah.
Bibbia/Biblia (attualmente non attestato in Calabria) era il cognome di Giambattista, "marrano" di Catanzaro, prima complice e poi delatore di Tommaso Campanella.
Una serie di cognomi potrebbe alludere alla circoncisione: Cuzzocrea (dal greco koutsos, accorciato, tagliato, + krea, carne), Cuzzupoli (greco poulos = figlio), Cuzzilla; secondo alcuni, alla stessa categoria potrebbero appartenere cognomi come Piccolo e Lo Piccolo.
Appartenenza a famiglia sacerdotale potrebbero denotare cognomi come Previti, Lopresti, Del Prete, Lo Previti, e a famiglia levitica Levi (in realtà molto poco presente); rarissimi sono Rabbi e Rabini, forse anche tradotti in Mastro, Del Mastro, ecc., anche se immagino che in maggioranza si tratti di discendenti da artigiani.
Un ruolo molto importante avevano nelle comunità ebraiche i Dayanim (giudici), e da questi potrebbe derivare tutta una serie di cognomi: Dieni, Diena, Diano, Diana, Diani, Tiano (cognome ebraico presente anche a Salonicco, in Grecia); Diahn è cognome ebraico in Inghilterra e Dian in Tunisia; sebbene Morabito sia un cognome arabo, fu un cognome portato anche da ebrei, probabilmente studiosi e sapienti venuti da paesi arabi (marabutti).
Alla sinagoga, chiamata moschea, musceta, meschita, ecc., potrebbe alludere il cognome Muscetta.
Allo shofar potrebbe alludere il cognome Tromba.
Allo shabbat rinviano molti cognomi, diffusi in tutta Italia: Sabato, Sabatino, Sabatina, Sabatella (Sabato, Sabatello, Sabatina sono nomi testimoniati per ebrei calabresi).

Nomi "in lingua"
Oltre a quelli derivati dai dayan e da rabbi, abbiamo Braca/Braga (oggi quasi assente, ma attestato anche come Braha, da Berachà = Benedizione), Bragò/Braghò (da Berachot = Benedizioni, diffuso particolarmente nel Vibonese).
Naymo, Naimo, Naim vengono di solito considerati derivati dal termine arabo che significa delicato; devo però notare che l'ebraico na'im significa gioioso, non escluderei quindi una origine (almeno in qualche caso) ebraica: curioso notare che Naymo è particolarmente presente a Gioiosa Jonica e Marina di Gioiosa Jonica!

Nomi augurali.
Questa è una categoria molto diffusa ovunque nel mondo ebraico e ben testimoniata in documenti relativi alla Calabria: Benvenuto (Baruch haba'), B[u]ongiorno (Yom tov), B[u]ono (Tov), B[u]onanno (Shana tova), Fortugno/(B[u]ona)Fortuna/(Bona)Ventura (Mazal [tov]), Calì (dal greco = Buoni, Belli, ampiamente testimoniato come cognome di ebrei calabresi), Calò (tuttora cognome ebraico in tutta Italia, forse dal greco Kalònymos = Shem tov, buon nome).
Anche Di Dio, sebbene possa essere riferito a discendenti di trovatelli, è attestato come cognome ebraico calabrese.

Altri nomi
Una categoria particolare è quella dei neofiti: Cristiano, Cristiani, (Di/De) Gesù, (Di/De) Cristo.
Voglio concludere questa parziale carrellata ricordando il cognome Vitale/i, appartenente al grande cabbalista Chaim Vital Calabrese: questo cognome deriva proprio dall'ebraico chaim, che significa vita.

martedì 8 aprile 2008

Cognomi derivati da toponimi

A questa rassegna di cognomi è bene premettere, come ho già detto in un precedente post, che, sebbene molti cognomi ebraici derivino da nomi di luoghi, non tutti i cognomi così derivati provengano da famiglie ebraiche; anzi, in alcuni casi solo una minoranza indicano tale origine.
Un qualsiasi abitante di Gerace, trasferendosi in un altro paese, poteva ricevere un soprannome (che poi sarebbe divenuto cognome) come Gerace, Ieraci, Geracitano, Di Gerace, ecc., e questo indipendentemente dal fatto che fosse ebreo o cristiano.
Essendo però così frequente una tale derivazione dei cognomi ebraici, esaminare questa tipologia è decisamente opportuno.


Cognomi da nazioni.
Nel Medioevo, e particolarmente in epoca aragonese, la Calabria, e il Mezzogiorno in genere, furono meta di immigrazione da tutta l'Europa di ebrei, che vi trovarono, almeno per un certo periodo, un ambiente particolarmente favorevole.
Abbiamo quindi ebrei provenienti dalla penisola iberica (Spagna, Spagnolo, Spagnuolo, Catalano, Portogallo), dalla Francia (Gallico, anche in una lapide funeraria di Strongoli, Francia, Provenzale, Provenzano, Provenza), dalla Germania (Tedesco, Todisco, Tudisco, Germano, Sasso = Sassone), dalla Grecia (Greco, documentato come cognome ebraico, sebbene nella maggior parte dei casi appartenga a non ebrei provenienti dalla Grecia o ad albanesi).

Cognomi da regioni.
Anche da molte regioni italiane giunsero ebrei in Calabria: Siciliano, Toscano, Pugliese (cognome di molti ebrei piemontesi, probabilmente dalla Puglia e anche dalla Calabria dopo la loro cacciata) sono tutti documentati come cognomi appartenenti ad ebrei. Possiamo aggiungere a questi anche Calabrese, che poteva appartenere sì a calabresi tornati dopo un periodo trascorso altrove, come poteva essere un cognome dato a trovatelli o "proietti", ma, proprio vista la grande varietà "etnica" degli ebrei residenti in Calabria, poteva anche essere dato ad ebrei calabresi per distinguerli da quelli provenienti da altre regioni o nazioni.
In proposito, è curioso notare nell'immagine a sinistra quanto pochi siano i Siciliano in Sicilia, relativamente pochi i Pugliese in Puglia (altra terra ad alta mobilità di popolazioni ebraiche) e pochissimi i Toscano in Toscana, e quanto invece siano numerosi i Calabrese in Calabria.
Ugualmente quasi inesistenti sono gli Abruzzese e i Bruzzese in Abruzzo, mentre molti sono in Calabria, in particolare i primi nella Calabria settentrionale e gli altri in quella meridionale.
Numerosi sono anche i Lombardo, la cui provenienza è però genericamente l'Italia del Nord, ma in molti casi si tratta di piemontesi, e non ebrei, ma valdesi (originariamente Guardia Piemontese, dove risiedevano i valdesi provenienti dalle valle piemontesi, si chiamava Guardia Lombarda).

Cognomi da città e paesi.
Troppo grande è la varietà di questo tipo di cognomi, e troppo difficile individuarne l'origine ebraica per dilungarsi sull'argomento.
Calabria. Possiamo immaginare che in qualche caso siano ebraici cognomi come Gerace, Ieraci, Geracitano, Cariati, Reitano, Riitano (reggino), Stillitano (da Stilo), Catanzariti, Cosentino, e molti altri, indicanti persone originarie da persone in cui erano presenti comunità ebraiche.
Sicilia. Una annotazione vale la pena fare per i cognomi di origine siciliana, come Messina, Palermo, Catania, Mineo, Salemi e molti altri, che sembrerebbero essere presenti in Calabria soprattutto dopo la cacciata degli ebrei dalla Sicilia.
Resto d'Italia. Molto più difficile è capire l'origine ebraica per cognomi come Napoli, Romano, Firenze e altri ancora, in cui la provenienza è molto più caratterizzante rispetto all'origine etnico-religiosa (bisogna comunque dire che in Calabria sono documentati ebrei sia romani che napoletani). Più probabile per i cognomi Sorrento e Sorrenti, molto presenti in Calabria e Puglia, come anche Pisano, Genovese, Amalfi e Malfitano, sebbene appartengano anche a commercianti venuti in Calabria in varie epoche.

Cognomi "importati".
Definisco così cognomi che appartengono a famiglie ebraiche, ma quasi sicuramente sono giunte in Calabria in tempi più recenti rispetto all'epoca della presenza storica dell'ebraismo in Calabria: Ravenna (ma è documentata la presenza di almeno un ebreo di Cesena), Viterbo, Ancona, Ortona, Trieste (come l'attore e regista reggino morto nel 2003); alla stessa tipologia credo appartenga Paolo Di Segni (cognome attualmente non presente in Calabria), vescovo di Reggio nella prima metà del 1400.

Postilla sui cognomi da nomi ebraici

Avendo già trattato di cognomi derivanti da nomi ebraici, ne aggiungo qui altri tre.
Le cartine sono sempre tratte dal sito Gens.

Aiello (con la variante D'Aiello, entrambi ancora con le varianti che al posto della "i" possono avere "j" oppure "y"); personalmente non sono molto convinto che sia di origine ebraica (propendo piuttosto per una derivazione toponomastica, da Aiello Calabro), potendo derivare dal latino "agellus", piccolo campo. Leggo però che era questa la "traduzione" del nome Abdullah (servo di Dio), molto frequente tra gli ebrei spagnoli di origine araba: questa sarebbe anche l'origine del cognome di Rabbi Barbara Aiello; non escludo quindi che una piccola parte degli Aiello (cognome troppo diffuso per appartenere solo ad ebrei) possa essere di origine ebraica.





Di chiara origine ebraica è invece il cognome Elia, molto diffuso in Calabria con le sue varianti: Lia (particolarmente concentrato in Calabria), De Lia (presente in molti documenti come appartenente ad ebrei calabresi), e forse Alia, che però potrebbe derivare dall'omonima cittadina siciliana.

Racheli è una semplice variante, poco diffusa, del cognome Rachele che avevamo già visto.

Alì (come abbiamo visto prima con Aiello, e come vedremo in seguito per Morabito), pur essendo cognome di evidente origine araba, potrebbe, almeno in alcuni casi, appartenere ad ebrei siciliani o spagnoli di origine araba.

Nilo da Rossano e Donnolo Shabbetai

Foto dal sito CarpediemOria
Donnolo Shabbetai fu un famoso medico ebreo di Oria in Puglia, che, rapito da ragazzo dai saraceni durante un’incursione, fu poi riscattato e visse a lungo a Rossano, dove ricevette probabilmente la sua formazione. Non fu solo medico, ma, come spesso era tra gli ebrei, fu anche pensatore e studioso della Torah: scrisse infatti sia trattati di medicina che di filosofia e commento delle Scritture.
I contatti di Nilo con Donnolo Shabbetai vengono spesso citati per mostrarne l’amicizia con gli ebrei, o quanto meno la familiarità, e comunque un’apertura mentale, secondo questi commentatori, insolita per l’epoca.
Vediamo ancora dal βιος di Nilo quali furono i contatti tra i due personaggi.

Venne da lui un certo ebreo per nome Domnolo, di cui egli fin da giovane avea fatta conoscenza per essere quegli assai studioso e perito nell’arte sanitaria. Ora costui così prese a dire al Beato: “Ho molto inteso parlare della tua ascetica e della grande penitenza che fai, e conoscendo d'altra parte la costituzione del tuo fisico, mi sono assai meravigliato, come non vi abbia soccombuto. Però d’ora innanzi se tu volessi, io ti suggerirei una medicina opportuna alla tua complessione, che potresti usarla per tutta la vita, e con ciò non avere più a temere di alcuna infermità”. Risposegli il Grande: ”Uno dei vostri Ebrei dice a noi: Meglio i confidare nel Signore che confidare nell'uomo. E così è, che confidando noi nel nostro medico, Dio e Signor nostro Gesù Cristo, non abbiamo bisogno dei farmachi da te preparati: né tu poi potresti altrimenti burlarti con i semplici di noi Cristiani, che col vantarti di aver somministrati i tuoi farmachi a Nilo”. All'udir questo il medico si tacque.


Onestamente non mi sembra che questo primo episodio dimostri apertura mentale, anzi, se possiamo vedere una certa reciproca stima di tipo personale (Donnolo si offre di curarlo; Nilo, pur rifiutando, non dubita della sua abilità medica), in Nilo prevale la preoccupazione che una eventuale cura da parte di un ebreo accresca a quello la fama professionale, e diminuisca a lui quella di santità.

Ritroviamo un’ultima volta Donnolo accanto a Nilo, quando questi, recatosi al capezzale del giudice imperiale Eufrasio, calunniatore e persecutore del monaco, il quale, impietositosi alle sue lacrime e richieste di perdono, lo risana e, dietro sua insistenza, lo fa monaco.
Vi assisteva anche, come medico, l’ebreo Domnolo, di cui soprafacemmo menzione, il quale curiosamente notava ogni cosa: ed uscito di là, tutto ammirato dell'avvenuto, diceva coi presenti: “Oggi sì che ho contemplato prodigi, somiglianti a quelli che altra volta abbiamo udito essere accaduti: ho veduto il profeta Daniele che mansueta i leoni. Dacché chi si sarebbe mai cimentato a porre le mani sopra cotesto leone? E questo nuovo Daniele gli ha tagliata la chioma e gli ha imposto il cappuccio! Cosi l'ebreo.


Siamo anche qui, a mio parere, nel pieno di un espediente letterario del biografo, che “usa” l’ebreo Donnolo come testimone della grandezza del monaco, oltre ad essere mostrato impotente esercente dell’arte medica semplicemente umana, contrapposta al potere di guarigione della santità e della vera fede.

Mi sembra dunque si possa concludere agevolmente che Nilo da Rossano fosse pienamente coerente con l’antisemitismo che caratterizzava i tempi e i luoghi in cui visse; ovviamente possiamo riconoscergli una stima personale (o forse semplicemente professionale) per un singolo ebreo, possiamo arrivare a giustificarlo o quanto meno a capirlo, spiegarlo, visto il suo contesto storico e geografico, ma da questo a descriverlo come amico degli ebrei ed esponente di dialogo interreligioso, ce ne corre, e parecchio...

Nilo da Rossano e gli ebrei

Illustrazioni tratte dal sito
dell'abbazia basiliana di Grottaferrata


Nilo (Rossano 910 - presso Tusculum [Frascati], 1007) ebbe molti meriti, tra cui la difesa della sua città dall’oppressivo sistema fiscale bizantino e soprattutto, con le sue fondazioni monastiche (celebre l’abbazia di Grottaferrata nei pressi di Roma, tuttora vitale), quello di porre le basi di quel monachesimo basiliano che avrebbe mantenuto in Calabria il ricordo della liturgia orientale, sebbene questa, diversamente da come aveva profetizzato abbandonando la Calabria, sarebbe stata messa in pericolo non dai musulmani, ma dalla Chiesa latina; desta però grande stupore vederlo citato come amico degli ebrei, o quanto meno persona di mentalità aperta ed esponente del dialogo interreligioso.


Maggiori informazioni sui rapporti di Nilo con gli ebrei sono riportati nell'articolo di Cesare Colafemmina, "San Nilo di Rossano e gli ebrei" in Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 1996.

Vediamo nel βιος (biografia) scritto dal discepolo e successore Bartolomeo di Simeri quale sia il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei.

Avvenne già il seguente fatto in una piccola città, detta Bisignano. Un giovanetto di quelli più turbolenti, incontratosi con un ebreo che tornava dal mercanteggiare, preso da cupidigia delle merci che quegli aveva seco, tratta la spada lo percosse e l’uccise, e toltosi l'asino con tutto il carico se ne fuggì. Pertanto arrestato in di lui vece il suocero da quei che dirigevano la cosa pubblica, venne consegnato in mano dei Giudei, perché lo crocifiggessero in soddisfazione dell'ebreo ucciso. Come il sapientissimo Nilo apprese una tal cosa dai parenti del pregiudicato così scrisse a quei giudici iniqui: “Voi che conoscete la legge, dovreste anche saper sentenziare secondo la legge; la quale prescrive che per sette Ebrei si uccida un cristiano. In conseguenza o gli Ebrei diano altri sei dei loro, per essere uccisi in compenso di quell'uno che dovrebbe venir crocifisso, o se al postutto voi credeste di contravvenire a quanto è stato sì bene disposto dalla legge, si consegni ai Giudei, perché sia crocifisso il latore stesso della presente, che è un nobile e dei principali di Rossano, e sia liberato quel poveretto per riguardo della moglie e dei suoi figliuoli. Adunque il Santo chiamato a sé Giorgio, senza punto significargli quanto aveva scritto, gli consegna la lettera e lo manda a Bisignano. Ora i giudici, ricevuta la lettera, e lettala per intiero, dicono al vecchio: “Calogero, in questa scrive il Padre che ti diamo in mano ai Giudei per esser crocifisso: ti contenti?” Risponde egli: “Io son pronto ad adempire quanto ha scritto il mio padrone; e se poi non vi fosse chi apprestasse la croce, io saprei bene fabbricarmela da me”. A tali parole coloro furono mossi a gran venerazione sì della prontezza del vecchio e sì della magnanimità di chi lo avea mandato; epperciò liberarono quel povero, e rilasciarono libero il vecchio, non senza fargli molto onore.
Riconosciuta l’astuzia di Nilo che ad un innocente (il suocero dell’assassino) sostituisce un altro innocente (il suo monaco) per salvare l’uno e l’altro, tralasciate le perplessità sia sulla sostituzione del suocero con l’assassino (forse non per essere ucciso, ma come ostaggio per far costituire il “giovanetto” datosi alla fuga) sia sulla pena della crocifissione (probabilmente un espediente letterario del biografo, per “riattualizzare” l’uccisione di Gesù sulla croce con la morte di un innocente ancora una volta per colpa degli ebrei), nonché sulla consegna ai Giudei (non risulta che fosse in loro potere eseguire condanne a morte, tanto più di un cristiano), vediamo richiamata da Nilo l’orrenda legge secondo la quale la vita di un cristiano vale quella di 7 ebrei.
In realtà tale legge non risulta attestata (più tardi, Federico II stabilirà che l’assassinio di un ebreo o di un musulmano deve essere punita con ammenda pecuniaria che è la metà di quella per l’assassinio di un cristiano, ma non si trova traccia di una pena del taglione moltiplicata per 7): probabilmente è solo un’interpretazione personale del passo della Genesi in cui si dice che l’assassino di Caino sarebbe stato punito 7 volte: fa quindi tanto più orrore l’invenzione di una tale legge o una simile interpretazione della Scrittura.

Senonché un altro ebreo che era in sua [di Donnolo Shabbetai, che vedremo nel post successivo] compagnia, disse al Santo: “Parlami un poco di qualche cosa di Dio; che siamo desiderosi di sentire alcun tuo discorso". Ed il Padre a lui: “Parmi, o Giudeo, il tuo parlare simile a quello di chi ordinasse a un fanciullo di afferrare con una mano un albero altissimo e abbassarlo fino a terra. Nulladimeno, se vuoi ascoltare qualche cosa di Dio, prendi in mano i tuoi profeti in una con la Legge e vieni meco all’eremo, ove io dimoro. Quivi poiché sarai stato applicato a quella lettura, per altrettanti giorni che Mosè stette sul monte, allora interrogami pure, che io ti risponderò: perciocché, dice egli: Attendete e imparate che io sono Dio . Se all'opposto io vengo ora a parlarti di Dio, scriverei sull'acqua e seminerei nel mare”. A tali parole risposero tutti e due: “Non possiamo farlo, perché saremmo messi fuori della sinagoga, e lapidati dagli stessi nostri”. “E per questo appunto, riprese il Padre, anche i vostri maggiori morirono nella infedeltà, come riferisce l'Evangelista: “Molti del capi credettero in Lui; ma per timore dei Giudei non lo confessarono, per non venire cacciati dalla sinagoga; perocché amarono la gloria degli uomini più che la gloria di Dio.
Anche qui vediamo Nilo in atteggiamento nettamente ostile rispetto agli ebrei, assimilando i due ebrei a quelli antichi che, pur credendo in Gesù, non si facevano suoi discepoli per paura. In realtà, mi sembra più che altro una costruzione del biografo: è poco credibile che in un’epoca e in un ambiente in cui la conversione era in tutti i modi incoraggiata e premiata, questa fosse evitata per paura di ritorsioni ebraiche, che non sono mai attestate.

Come ultima perla di un Nilo come precursore del dialogo interreligioso, presentiamo questa citazione dal suo βιος.

[noi cristiani il sabato] non ci asteniamo dalle opere servili per non assomigliarci ai deicidi ed empii Giudei.
Si trova qui la radice della posizione che abbiamo visto lo ha portato a sostenere (con successo) l’impunità dell’assassinio di un ebreo e, indirettamente, a sostenere la legittimità dello stesso ebreicidio.
Oltre che un'offesa dell'umanità, una tale affermazione mi sembra un grave errore teologico: non credo che i cristiani debbano fare qualcosa o astenersi da qualcos'altro per "non assomigliarsi" a qualcuno, ma semplicemente perché così richiede la Parola.

lunedì 7 aprile 2008

Menorah a Scolacium

In un precedente post di qualche tempo fa, avevo parlato di due bolli raffiguranti una menorah su anfore rinvenute nell'area degli scavi dell'antica Scolacium.

In questo fine settimana ho avuto il piacere di partecipare all'interessantissimo convegno "Esempi di lettura del territorio calabrese, tra lo Stilaro e il Corace": vie, insediamenti, abitati e necropoli tra età gotica ed alto Medioevo che si è tenuto a Soverato, organizzato dal locale Gruppo archeologico "Paolo Orsi.
Nel corso di questo convegno, la dottoressa Agnese Racheli (cognome adattissimo a parlare di questo argomento!) ha citato questi bolli, confermando che si tratta di due diverse anfore Keay LII, di fattura calabrese (anche se non può attualmente essere precisata la provenienza) e, soprattutto, da dati archeologici che, nella mia ignoranza non sono in grado di specificare, il contenuto sembrerebbe essere stato consumato in loco.
Non si tratterebbe dunque, come ipotizzavo precedentemente, di materiale di transito (eventuale esportazione di vino kasher verso altre comunità, eventualmente non calabresi), ma si rafforza l'idea di una comunità locale presente nel VI-VII secolo, al cui consumo era destinato il contenuto delle due anfore.
Nel corso del convegno, abbiamo anche fatto una visita all'area degli scavi di Roccelletta di Borgia (Roccelletta del vescovo di Squillace), e lì, nel museo, ho avuto l'emozione di vedere queste due menorah.
Nella foto (di Franco Muià, di Badolato) potete vedere una delle due anse di anfora: al di sopra della frattura diagonale potete vedere in modo forse non chiarissimo, ma indubitabile, il tratteggio della menorah.

giovedì 3 aprile 2008

Punta Stilo: Stilo e Caulonia/Castelvetere

Dopo aver visto i centri minori della Kaulonitide, arriviamo ai due centri principali, gli unici per i quali abbiamo attestazioni documentarie certe di presenze ebraiche.
Concluderò con una breve riflessione sulle motivazioni dell'insediamento in questa zona.


STILO
Scarse e piuttosto tarde sono i primi documenti che parlano di presenze ebraiche a Stilo.
Infatti solo nel corso del XV secolo troviamo un documento che segnala la presenza di 16 fuochi (famiglie) di ebrei; una cifra piuttosto considerevole, visto che dovrebbe corrispondere a circa 80 persone: purtroppo nel caos della mia libreria/archivio non riesco più a ritrovare il documento da cui ho tratto quest'informazione, ma mi impegno a farlo al più presto.
Risale al 1502/3 il registro dei conti del tesoriere della provincia di Calabria Ultra (corrispondente all'incirca all'attuale Calabria meridionale, esclusa la provincia di Cosenza e parte di quella di Crotone), riportato da Cesare Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Soveria Mannelli, Rubbettino, 1996, in cui si trova l'ammontare delle tasse da esigere (arretrati compresi) presso le varie universitates (comuni): tra questi, sono segnalati a parte alcune Judeche (termine che indica non solo la zona in cui gli ebrei abitavano, ma anche l'insieme degli ebrei, anche quando consisteva di una sola famiglia).
Troviamo tre volte la citazione di Stilo: una prima volta segnala che "La Iodeca de Stilo" deve 5 grani (un grano è un ventesimo di tarì, che a sua volta è un quinto del ducato, cioè un centesimo dell'unità monetari principale) di arretrati sulla tassa del sale, e una seconda volta 7 grani; l'indicazione non permette di individuare il numero di famiglie.
La terza citazione si riferisce al totale delle tasse dovute per l'anno in corso, e parla di 5 fuochi, tassati per 7 ducati, 2 tarì e 10 grani; in realtà vengono riscossi solo 1 ducato, 2 tarì e 10 grani, corrispondenti ad un fuoco, perché "li restanti so extinti et absentati".
Vediamo quindi che le 16 famiglie si sono ridotte a 5 e poi ne è rimasta una: sicuramente questo è dovuto alla crisi che alla fine del XV secolo colpì le comunità ebraiche nel corso della guerra tra francesi e spagnoli per la successione alla casa d'Aragona; con la discesa di Carlo VIII di Francia nel Mezzogiorno le case degli ebrei e le sinagoghe furono assaltate, depredate, distrutte, e gli ebrei dispersi.
Sebbene le documentazioni sugli ebrei a Stilo siano così scarse e tardive, possiamo supporre che il loro insediamento fosse più antico, probabilmente quasi contemporaneo alla nascita della città, nell'XI-XII secolo; è infatti possibile che che qui salissero dalla costa in via di impaludamento gli ebrei che (eventualmente) si trovassero nell'antica statio di Caulon/Stilida, dalla quale la città ebbe origine, come pure è presumibile che vi giungessero gli ebrei della scomparsa Sumpesa, l'odierna contrada Judari, l'Ebraikè citata nel Brebion della diocesi di Reggio intorno al 1050, né è da escludere che alcuni vi giungessero con gli arabi che per un certo tempo dovettero dominare Stilo, come dimostra la presenza della cosiddetta Pietra del califfo e di iscrizioni coraniche sule colonne della celebre Cattolica.
Dopo il XV secolo non ho nessuna notizia di ebrei a Stilo, e credo sia priva di fondamento la notizia che ho trovato su internet, secondo la quale una quindicina di famiglie avrebbero fatto ritorno all'ebraismo qualche decina di anni fa: Stilo è vicino al mio paese e conosco parecchie persone di Stilo, di un evento del genere e in un numero così consistente sarei sicuramente venuto a conoscenza.

CAULONIA (CASTELVETERE)
La prima indicazione di presenze ebraiche a Castelvetere (come si chiamava Caulonia fino all'unità italiana, e come quindi è citata in tutti i documenti che parlano di presenze ebraiche), risale al secolo XI-XII, epoca alla quale risale la chiesa di San Zaccaria, che sarebbe stata costruita da un ebreo (Samuele, Simone, o, secondo altri Nicola Pere, forse il suo nome da cristiano) convertito al cristianesimo, in ringraziamento del santo che lo aveva illuminato: possiamo presumere che fosse solo uno degli ebrei presenti fin dalla recente nascita della città.
La più antica attestazione documentaria risale comunque al 1389, ed è riferita in Vincenzo Naymo, Le pergamente angioine dell'archivio Carafa di Roccella (1313-1407), CORAB, Gioiosa Jonica, 1998: un atto con cui l'ebreo Moysello Gero di Catelvetere vende un terreno; risale al 1487 un analogo atto con cui "Graviusa de Rogado ebbrea" vende "un pezzo di terra con giardino ed altri albori in essa esistenti sita e posta in detta terra di Castelvetere nel luogo detto Santa Dominica", citato dallo stesso Naymo nel suo articolo "Un ebreo di Castelvetere in una pergamena del 1511" in Sefer Yuhasin, X-XI (1994-95/5754-55); appunto al 1511 risale l'ultimo documento che riporta (pochi mesi dopo la scadenza del bando degli ebrei dal Mezzogiorno) la vendita da parte dell'ebreo Braha Calì (Bragha, forse Berachà = Benedizione; Calì, nome di vari ebrei calabresi)di una casa posta nei pressi del rione San Biagio (confinante tra le altre con la casa di Matteo de Genco, che anche nella forma Yenco è noto come cognome di ebrei calabresi), dove tradizione viene situata la Judeca, e che mantiene tuttora questo nome.
Precedentemente, nel 1450, troviamo citato il "magister Charo iudeus fabricator", quindi un muratore/carpentiere, che con altri artigiani cristiani viene chiamato dalla curia a valutare la congruità delle spese per lavori eseguiti in due frantoi.
Nell'attuale Caulonia Marina esiste una via Iudica, che trovo citata come testimonianza ebraica, sebbene personalmente nutra qualche dubbio, dal momento che nei tempi a cui risale la presenza ebraica era zona disabitata e probabilmente paludosa; non è tuttavia da escludersi che appartenesse a qualche ebreo.
Nel sito Caulonia200, trovo una curiosa annotazione che riporto qui.
L’uscita di ciascuna “caseda” veniva chiusa da una porta in legno, che il più delle volte era divisa in due parti con un taglio orizzontale; in modo che spesso era possibile chiudere la sua porta inferiore, “porta i sutta”, lasciando aperta tutta la zona superiore, “portedu” e così quest’ultima poteva fungere da vera presa d’aria. Questo tipo di porta detta “mulinara”, trova la sua derivazione in quelle usate in tante abitazioni ebraiche. Nel corso del sedicesimo secolo per ordine del potere centrale del Regno di Spagna tutti gli uomini di fede giudaica, oltre a dovere vivere nei ghetti, venivano limitati anche nei loro movimenti, dovendo rincasare ad un'ora molto presta. All’uopo la gente d’Israele, sempre acuta per uso d’intelletto, ricorse ad uno stratagemma: divisione delle porte con tagli orizzontali che consentivano un uso di aria libera anche se in zona limitata.
Ben presto tale consuetudine si propagò in tanti ghetti del meridione di cultura ispanica; non a caso, la porta descritta nel nostro centro storico, era diffusa nella zona Spiruni – San Biasi, luogo, secondo la tradizione da noi denominato “judeca”, altrimenti detta la giudecca di Castelvetere
.

Qualche considerazione
Le prime ragioni di una presenza ebraica nella Kaulonitide potrebbero essere dapprima strettamente commerciali, nel caso se ne dovesse accertare la presenza fin dai tempi di Caulon/Stilida, ma in seguito sono riconducibili alle consuete attività che li caratterizzavano in tutta la Calabria, che sono poi le stesse attività dei cristiani. Infatti in Calabria troviamo una loro presenza che non è limitata solo al commercio e al prestito (che pure dovettero esserci, anche se non lo troviamo testimoniato nei documenti superstiti di questa zona), ma la diffusione degli ebrei è in qualche modo analoga a quella di Polonia, Ucraina e altri paesi dell'Europa orientale: pur mancando gli shtetl (villaggi abitati esclusivamente o quasi da ebrei) non mancavano ebrei in qualsiasi campo professionale, da quello più elevato come l'esercizio della medicina o dell'arte scrittoria, fino ai più bassi, come l'agricoltura e la pastorizia.
Conoscendo però la particolare natura dell'economia locale, possiamo supporre che svolgessero (come accadeva di frequente) anche una funzione di intermediari commerciali, in particolare nel settore della seta (che in questa zona si produceva in quantità, e di cui detenevano il monopolio in Calabria) che in quello minerario, visto che sono note dall'antichità magnogreca fino a dopo l'unità d'Italia le miniere di ferro, argento e altri metalli che si trovavano nel territorio tra Assi e Stilaro, intorno a Bivongi e Stilo.
Nei documenti citati, li troviamo comunque per lo più come proprietari terrieri (oltre che a Castelvetere anche nei pressi di Monasterace), quindi impegnati nell'agricoltura, e in un caso troviamo un artigiano, che doveva essere molto apprezzato, visto il compito di responsabilità che gli viene affidato dalla curia.
Questo episodio testimonia anche la buona integrazione degli ebrei locali con l'ambiente cittadino, almeno fino alla fine del XV secolo, quando invece la crisi della comunità di Stilo ci testimonia il deteriorarsi dei rapporti in cui incorsero gi ebrei anche nella nostra zona, fino alla cacciata del 1511.
Un'ultima osservazione riguarda il fatto che in una terra così disseminata di ebrei, tra Monasterace e Squillace non sono testimoniate loro presenze: probabilmente i territori di questa metà meridionale del Golfo di Squillace erano troppo misere e troppo scarse erano le vie di comunicazione per essere allettanti, per cui mentre a sud troviamo i numerosi insediamenti della Locride, ad ovest altri insediamenti sulle pendici delle Serre e del vibonese, a nord solo da Squillace in su ritroviamo comunità ebraiche, numerose sia nel catanzarese che nel Marchesato crotonese.
A titolo di curiosità, devo ricordare una apparente "isola" a Badolato: trovo citato in un sito internet la presenza di un circolo cabbalistico legato a Chaim Vital, ma l'assenza di ogni riferimento documentario mi fa pensare a miti in stile "Codice Leonardo", mentre mi aveva fatto "drizzare le orecchie" la presenza di una Via dei Giudei, finché non ho letto che in realtà si riferisce al fatto che in quella strada abitasse una famiglia (è un suo membro a scriverlo) che per la sua... parsimonia, era soprannominata "Giudei".
Cosa, questa, che dovrebbe farci stare attenti all'attribuire, in mancanza di altre testimonianze, un valore assoluto alla toponomastica.

mercoledì 2 aprile 2008

"Ebrei fatti cristiani"

A Crotone prima, e poi a Placanica a Monasterace, abbiamo visto notizie di cosiddetti "ebrei fatti cristiani"; si tratta di una realtà largamente diffusa in tutto il Mezzogiorno nel 1600 e 1700, sulla quale esistono varie ipotesi, avanzate di volta in volta da diversi studiosi: eccone un elenco, a cui aggiungo le mie osservazioni.

1) Si tratta di scrocconi che, fingendosi ebrei, con la "conversione" ottengono un vantaggio economico.
A mio parere, per scroccare non c'era bisogno di fingersi ebrei, tant'è che spesso questi "ebrei fatti cristiani" sono citati con altri bisognosi: non mi sembra fosse molto allettante autoconferirsi l'infamante etichetta di "ebrei". D'altra parte, poteva essere meno infamante (ma ne dubito) darsi l'aura di convertiti piuttosto che passare per miserabili; inoltre potrebbe trattarsi di persone abbastanza povere da aver bisogno di un aiuto, ma non abbastanza da ottenerlo senza la gloria di "convertiti".

2) Sono discendenti di "marrani", o più correttamente "anusim" (costretti) che, fin dall'epoca angioina, e poi alla soglia della cacciata del 1511, si erano convertiti per poter rimanere in luoghi che ormai erano la loro patria; nonostante i secoli passassero, questi convertiti, che continuassero o no a praticare la loro fede, venivano comunque visti come "altri" dalla popolazione cristiana.
Questa ipotesi mi sembra poco sostenibile, sia perché non avevano bisogno di convertirsi, in quanto venivano battezzati e cresimati, e praticando, almeno come copertura, i riti cristiani, non avevano bisogno di "farsi" cristiani; inoltre anche questi cristiani "novelli", guardati con sospetto dalla popolazione e dai governanti, erano stati colpiti dal decreto di espulsione. Di contro, sono dimostrati casi di permanenza di alcuni cristiani conversi, come di "veri" ebrei, nonostante l'editto d'espulsione.

3) Si tratta di ebrei che, grazie al permesso concesso e presto revocato dallo stesso Carlo III nel 1735, si erano nuovamente stabiliti in Calabria, e che si "convertono" per poter rimanere, e rimanere in modo "retribuito".
Il permesso di permanenza da parte di Carlo III fu di durata talmente breve, limitato quantitativamente (una o due città in Calabria) e qualitativamente (commercianti e persone con buone possibilità economiche), e talmente scarse sono le tracce che ebbe effettiva attuazione in Calabria, che mi sembra difficile trattarsi di ebrei ritornati recentemente, tanto più che, essendo questi di non pessime condizioni economiche, non avevano bisogno di ricevere quella che tutto sommato non era una grossa somma.

4) Potrebbe ancora trattarsi di schiavi che, isolati dal loro ambiente sociale e religioso, decidono di convertirsi, con i vantaggi economici e sociali che derivavano da tale atto.
Nonostante possa sembrare strano, fino almeno a tutto il '700 nel mondo mediterraneo era diffusa la schiavitù, prevalentemente nei paesi sotto la dominazione islamica, ma non mancavano neanche nell'Europa "cristiana", e si trattava quasi sempre di musulmani o ebrei catturati nelle scorrerie lungo le coste africane. Non è quindi escluso che almeno in alcuni casi questi "ebrei fatti cristiani" fossero ebrei di provenienza africana o mediorientale: magari alcuni di loro erano discendenti da quelli scacciati da Spagna, Portogallo e Mezzoggiorno d'Italia, che qui facevano ritorno come schiavi. Triste paradosso.

5) L'ultima ipotesi è che si tratti di veri ebrei, che avevano continuato a osservare la loro fede nascostamente, e abbiano infine deciso (almeno alcuni di loro) di uscire allo scoperto e "farsi cristiani".
A mio parere, non escludendo casi in cui fosse vera l'una o l'altra delle precedenti , è questa l'ipotesi più probabile nella maggioranza dei casi: ebrei, che da almeno due secoli avevano continuato segretamente a praticare la loro fede, ed ora, sia perché disillusi dall'ultima revoca di permesso di permanenza, sia perché ridotti in miseria, decidono di "convertirsi" (metto questo termine sempre tra virgolette, perché non si sa quanto questa "conversione" si possa definire autentica e convinta"). Del resto, abbiamo già citato l'inquisitore che fu in Calabria dal 1654 al 1659 e annotava che tutta la provincia di Catanzaro (si tratta della provincia ecclesiastica, e quindi si riferisce a tutta la regione) era piena di ebrei che praticavano segretamente i loro riti; vero è può averne esagerato il numero per motivi, "professionali", come è anche vero che era realmente molto difficile conservare per così tanto tempo l'identità ebraica, e mantenerla nascosta. D'altra parte, abbiamo anche in tempi recenti la testimonianza di singoli individui o famiglie (come quella di Rabbi Barbara Aiello, di Serrastretta) che "emergono" dalla loro clandestinità religiosa, come pure in Portogallo furono scoperte nel 1900 intere comunità che continuavano a praticare segretamente l'ebraismo (in modo corrotto e parziale), ritenendo addirittura di essere gli ultimi ebrei rimasti al mondo.
Mi sembra quindi di poter concludere che tra questi "ebrei fatti cristiani" di cui abbiamo ampia testimonianza in Calabria e in tutto il Mezzogiorno, se alcuni erano scrocconi che usavano un pretesto qualsiasi per ricevere aiuti economici, e altri erano schiavi provenienti dal Sud mediterraneo, la maggior parte fossero autentici ebrei che, ridotti in miseria, disperati per il recente rapido succedersi di autorizzazioni e divieti di soggiorno da parte del Re, decidono di uscire allo scoperto e "farsi cristiani".
Senza escludere che anche dopo questa "conversione" abbiano continuato, essi e i loro discendenti, a praticare in una qualche misura, magari fino a tempi molto recenti, una qualche forma di ebraismo che fosse ancora possibile.

martedì 1 aprile 2008

Punta Stilo: Monasterace e dintorni

Nella cartina a sinistra, sono segnati: in rosso i luoghi di cui si parlerà in questo post; in blu gli altri centri intorno a Punta Stilo in cui è presumibile un'antica presenza ebraica.



MONASTERACE
Abbiamo accennato alla possibilità di presenze ebraiche nell'antica Caulon/Stilida, ma, in mancanza di altre notizie, le testimonianze su Monasterace sono, per così dire, "postume", risalendo ad anni in cui gli ebrei erano stati cacciati dalla Calabria.

Nella Platea della Certosa di Santo Stefano del Bosco, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1997 (censimento dei beni della Certosa di Serra San Bruno) del 1530, troviamo:
Item dictum monasterium tenet et possidet in sui demanio et potestate culturam unam thomolatorum tresdecim cum dimidia, partim riguam et partim costeriam, que cultura est extra tenimentum Arsafie tamen est prope dictum tenimentum in eodem territorio Stili prope flummariam Matrimone, in loco dicto Trovato, confinatam versus occidentem iuxta terram abatie Santi Ioanni Terresti, versus orientem iuxta easdem prefatas terras prefate abatie, versus septemtrionem iuxta terras que fuerunt Iudei, quas ad presens tenent heredes condam Angeli Crista de Monesteraci, ab alio latere, versus septentrionem iuxta terras dicte abatie Santi Ioannis.
Questo Angelo (nome "cristiano" diffuso tra gli ebrei) potrebbe essere lui stesso discendente di una "Crista", soprannome preso da una convertita, secondo l'uso piuttosto comune che i neofiti avevano di assumere cognomi come Cristiano, Cristiani, Di Gesù e simili.
Indipendentemente da questo, vediamo che un Angelo Crista di Monasterace possiede terre che prima (probabilmente fino alla cacciata del 1510/11) appartenevano ad un ebreo.

Questo è l'unico cenno ad una antica presenza di ebrei a Monasterace, per trovarne altre passeranno ben duecento anni, nel catasto onciario del 1740/41, in cui si trova:
Cappella di S. Andrea Avellino e S. Mario martire patroni eretta dentro questa chiesa madre. Pesi per la celebrazione di una messa bassa la settimana ducati cinque e mezzo, oglio per lampade carlini trentassei, più ad ebrei fatti cristiani, ed altre per garzone miserabili, ed comandantes da Monsisgnore Illustrissimo per ogni anno docati quattro circa
Altre due citazioni uguali tra di loro, si riferiscono, rispettivamente, alla Chiesa e confraternita di S. Nicola di questa Terra di Monasterace ed alla Chiesa e confraternita di S. Nicola di questa Terra di Monasterace: paga ad ebrei fatti cristiani ed altre persone miserabili raccomandate da Monsignore Illustrissimo docati quattro.

Tra questi due estremi, troviamo altri dati che potrebbero essere indicativi.
Da Francesco Russo, Regesto vaticano per la Calabria, ho rilevato tra la fine del 1600 e il primo quarto del 1700 una serie di cognomi di parroci piuttosto "sospetta" (non consideriamo l'incongruenza di date, secondo la quale sembrano sovrapporsi nello stesso periodo più parroci): nel 1688 è parroco Stefano Marino (cognome che è anche ebraico); nel 1696 muore Giuseppe Arone (mi pare ci siano pochi dubbi); nel 1706 è parroco Domenico Cariati/Caciati e nel 1723 muore Alessio Cariati/Carioti/Cariotti (Cariati era un centro del Marchesato sede sicura di una comunità ebraica fino al 1511); nel 1724 è parroco Giambattista Vigliarulo (la famiglia Vigliarulo, di una certa notorietà, secondo alcuni sarebbe una famiglia di "marrani" provenienti dalla Spagna), il quale nel 1725 viene dimesso in quanto non è un vero prete; nel 1725 è parroco Domenico Ortona (tuttora cognome ebraico).
Abbiamo quindi un succedersi di parroci di origine probabilmente ebraica, cosa che potrebbe spiegarsi semplicemente con la larga presenza in Calabria di discendenti di ebrei, ma io oso avanzare una ipotesi più ardita.
Il rapido succedersi di tanti parroci dal cognome ebraico, alla vigilia del già citato contributo ad ebrei fatti cristiani, mi fa sospettare la presenza di una comunità di anusim (costretti, comunemente chiamati marrani), tra i quali era tradizione che un figlio diventasse prete, sia per distogliere i sospetti dell'inquisizione, sia per poter segretamente celebrare i riti ebraici.

A parziale sostegno (solo indiziario) di questo, mi pare di vedere anche una certa tradizione di "ribellismo" (para)religioso che ritroviamo a Monasterace, insolito nell'epoca ed in un paesino di nessuna importanza.
- Mario Galeota, nato a Napoli nel 1499, signore di Monasterace, dopo studi di vario genere, dal 1537 iniziò a frequentare i circoli evangelici di Juan de Valdés, organizzandone la traduzione, la copia e la stampa degli scritti nella sua casa di Napoli, e quindi a Monasterace. Nel 1555 era prigioniero nelle carceri dell'Inquisizione a Roma; non tentò la fuga in seguito ai moti popolari di papa Paolo IV nel 1559, e questo fatto fu considerato un'attenuante nel suo ultimo processo del 1565-66, quando decise di abiurare. Fu quindi condannato, il 12 giugno 1567, a soli cinque anni di carcere, ma già nel 1571 era libero di ritornare a Napoli. Deluso per il fallimento dell'esperienza valdesiana, G. non si occupò più di questioni religiose e morì a Napoli nel 1585.
- Nel Regesto vaticano per la Calabria, di Francesco Russo leggiamo che il 3 agosto 1568 Marcello Sirleto scrive allo zio cardinale Guglielmo di due preti di Monasterace, uno ai ferri a Squillace, l'altro "in pegria" (prigionia?) a Monasterace "per i quali si dovrà provvedere, appena l'armata si allontanerà"; scrive ancora il 12 agosto dicendo che i due preti meritano castigo; naturalmente potrebbe trattarsi di preti che avevano commesso semplici reati comuni, ma il riferimento all’armata che si sarebbe dovuta allontanare mi fa sospettare che al loro imprigionamento non fossero estranei motivi di altro genere, politico o religioso.
- Al 1599 risale la tentata congiura di Tommaso Campanella, il quale a Monasterace ebbe i primi contatti con i congiurati, e qui predicò (nonostante il divieto del vescovo) per sei giorni prima della data prevista per la congiura. Allo stesso Campanella vengono attribuiti contatti con vari ebrei, sia in gioventù che nell'ambito della congiura, e secondo alcuni influenze cabbalistiche non erano estranee alla sua filosofia.
- Nello stesso anno, un prete Mario Galeota di Monasterace (quasi sicuramente appartenente alla famiglia che aveva il paese in possesso feudale) risulta implicato nella congiura campanelliana (Il card. Guglielmo Sirleto (1514-1585) : atti del convegno di studio nel 4. centenario della morte, Guardavalle - S. Marco Argentano - Catanzaro - Squillace 5 - 6 - 7 ottobre 1986, a cura di Leonardo Calabretta e Gregorio Sinatora, Catanzaro - Squillace, Istituto di scienze religiose, 1988).
- Ancora nel Regesto, il 3 ottobre 1653 il vicario episcopale di Squillace, a nome del vescovo, comunica all'università [termine che all'epoca indicava all'incirca quello che oggi è il comune] e agli uomini della terra di Monasterace "l'assoluzione dalle censure e la benedizione"; non si sa però a quali censure ecclesiastiche fosse stata sottoposta Monasterace, né quando e perché.
- Certo è che i monasteracioti non brillassero per osservanza, e nei paesi circostanti è diffusa questa "strofetta":
O bona genti de Monastaraci, (O buona gente di Monasterace)
chi nterra i morti senza cruci,
(che seppellisce i morti senza croce)
e pe' campani sona straci. (e per campane suona cocci di terracotta)

Forse risale all'epoca di queste censure ecclesiastiche (in caso di interdetto venivano proibite le messe e le esequie religiose) e alla scarsa "cattolicità" di molti paesani, ma potrebbe anche essere un'allusione a sepolture ebraiche.

Tutto questo potrebbe non significare nulla, ma mi fa comunque pensare ad un ambiente in cui l'eterodossia non fosse del tutto estranea, e ad un ambiente (scelto forse per questo dal Galeota prima e da Campanella poi) abituato alla segretezza e al nascondimento.

GUARDAVALLE
Su questo paese confinante con Monasterace non abbiamo nessuna traccia di ebraismo, lo inserisco solo per alcune questioni onomastiche e toponomastiche, che mi fanno sospettare quanto meno un passaggio di ebrei o di loro discendenti.
I miei genitori sono di Guardavalle, e tra i loro antenati sono presenti i cognomi Diano (Dian, Diahn, Tiano sono cognomi ebraici, Di Diano è cognome ebraico citato in antichi documenti) e Salerno; due soprannomi (ngiurji) di famiglia sono e "Sabateja" (di Sabatella) e "d'a rena" (che non è significativo) o "d'Arena" (di Arena, paese delle Serre in cui era presente una comunità ebraica); inoltre, esiste tuttora una famiglia soprannominata "d'a crista" (della cresta) o "d'a Crista" (della Crista"), analogamente a quell'Angelo Crista di Monasterace che possedeva un terreno dapprima appartente ad un ebreo.
Ultimo elemento, la presenza di una contrada chiamata Gatticeju, che potrebbe essere "gattino", ma anche "ghetticello".

GATTICELLO
Un altro Gatticedu si trova in comune di Stilo, ma poco distante da Monasterace, sulla statale 110, che va da Monasterace a Serra San Bruno.
Anche questo potrebbe essere "gattino" o "ghetticello"; onestamente propendo più per la prima ipotesi, anche perché il termine "ghetto" comparirà quando gli ebrei saranno ormai assenti (ufficialmente) dalla Calabria, ma il fatto di non conoscere altre contrade nei paraggi che hanno nomi di animali e la posizione analoga dei due siti (su strade che portano dalla marina al borgo) non mi fa escludere l'altra alternativa, e il nome di ghetto dato a luoghi in cui non vi eran più ebrei potrebbe comunque essere un ricordo della loro presenza.

Punta Stilo: Generalità e centri minori

Dopo aver visto due centri come Crotone e Montalto Uffugo, che ospitarono a lungo comunità ebraiche ampiamente documentate, esploriamo una zona in cui le presenze ebraiche furono più limitate sia quantitativamente che come documentazione pervenuta.
Si tratta della zona all'estremo Nord jonico della provincia di Reggio, intorno a Punta Stilo (l'antico Promunturium Cocynthum dei romani), corrispondente alla Kaulonitide, il territorio dell'antica città magnogreca di Kaulonia (l'odierna Monasterace, che, per inciso, è il mio paesello natale, e al quale dedicherò un post forse spropositato rispetto alla sua reale rilevanza, ma concedetemi questo lusso da "studioso" locale).
In questo primo post esamineremo le località che non presentano documentazioni certe coeve alle presenze ebraiche, in un altro parlerò di Monasterace e degli immediati dintorni e nell'ultimo parlerò dei centri principali e più documentati, Stilo e Caulonia/Castelvetere.



Per quanto riguarda l'antichità, non si hanno notizie ebraiche, se non la legittima supposizione (confortata dal libro di Sara Rossi, Antonella Casile e altri, Vallata del San Pasquale e presenza ebraica in Calabria in età antica, Iiriti, Reggio Calabria, 2002, che cita Kaulonia come sede di presenze ebraiche, purtroppo senza indicarne la fonte), che nella statio romana di Caulon/Stilida, erede dell'antica Kaulonia, dove sono state trovate le stesse tracce commerciali africane e mediorientali di Scyle (corrispondente alla località nei pressi di Bova Marina, dove è stata trovata l'ormai celebre sinagoga), vi potessero essere presenze quanto meno sporadiche di commercianti ebrei; ma si tratta, per l'appunto, di supposizioni, senza alcuna prova e nemmeno indizi più certi, salvo le fonti da cui il volume citato possa aver tratto le sue informazioni.


Il salvataggio di Ottone II
Una presenza assolutamente sporadica risale al 982, quando l'imperatore di Germania Ottone II, sposato con la principessa bizantina Teofano, percorre il Mezzogiorno per rivendicarne il possesso. Nei pressi di Stilo (anche se molti storici avanzano altre alternative, sembra la localizzazione più certa) giunge a battaglia con l'esercito arabo e ne viene sconfitto; salva a stento la vita, grazie all'ebreo Kalonymos, che faceva parte del suo seguito, il quale scambia con lui il cavallo e viene quindi inseguito e ucciso dall'esercito avversario, che lo ha scambiato per l'imperatore, il quale a sua volta riesce ad imbarcarsi su una nave bizantina, ma, riconosciuto, nei pressi di Rossano dove aveva posto la sua base, si getta in mare e salva di nuovo avventurosamente la vita.
La presenza di un influente ebreo (era infatti un finanziatore del sovrano) a fianco dell'imperatore, può farci pensare che lo abbia portato al suo seguito in queste zone proprio per avere contatti con gli ebrei presenti, e farseli alleati contro ai bizantini, ai quali, peraltro, gli ebrei erano storicamente avversi, viste le loro propensioni antisemitiche; ma, ancora una volta, siamo nel campo delle ipotesi, legittime, ma semplicemente ipotesi.

Per avere la prima certezza di presenze ebraiche in questa zona dobbiamo aspettare circa 70 anni: vediamo ora i singoli luoghi indicati nella cartina a fianco (in rosso quelli trattati in questo post): come potete vedere, si tratta di una zona estremamente limitata (i paesi più distanti tra di loro distano in linea d'aria 15 chilometri), a conferma di una presenza ebraica molto diffusa, sebbene non in tutti i luoghi citati la presenza è stata contemporanea.



JUDARI
Si tratta di una contrada di campagna situata tra i paesini di Stignano e Camini. In Francesco Cuteri, Maria Teresa Iannelli Da Stilida a Stilo. Prime annotazioni su forme e sequenze insediative in un'area campione calabrese. Atti del II Congresso nazionale di archeologia medievale (Edizioni del Giglio, Firenze, 2001) è da identificare nella Έβραϊκή (Ebraikè) citata in André Guillou, Le Brébion de la metropole byzantine de Région, vers 1050 (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1974), che potrebbe a sua volta essere nei pressi dell'insediamento antico di Sumpesa; nel passaggio dalla lingua greca (parlata all'epoca nelle nostre zone) a quella latina, Ebraikè sarebbe diventata Judari. Non si sa se indicasse un insediamento ebraico o semplicemente un terreno di proprietà di ebrei: viene fatta anche l'ipotesi di una sinagoga, ma credo che gli indizi siano troppo labili per poterne ricavare notizie più certe. Quello che resta sicuro è che sia il termine greco che quello latino rimandano a presenze ebraiche molto antiche, che rendono credibile l'ipotesi a cui accennavo prima, di Kalonymos che accompagnava Ottone II proprio per prendere contatti con gli ebrei che abitavano la zona.
Non è da escludere che in seguito, scomparsa la città di Sumpesa e sorta Stilo, provenissero da qui i primi ebrei di quella che diventerà una importante sede ebraica.

PLACANICA
Di questo paesino, l'unica informazione circa una possibile presenza ebraica la abbiamo dal catasto onciario del 1745 (censimento generale dei bene e delle persone del Regno di Napoli, ordinato da Carlo III di Borbone), nel volume della professoressa Maria Pia Divino, Il catasto onciario di Placanica, Ardore, Arti grafiche, 2002 che riferisce la parrocchia del paese paghi una certa somma ad "ebrei fatti cristiani".
Avremmo quindi una presenza (o una persistenza?) di ebrei oltre 200 anni dopo la loro cacciata; probabilmente si tratta di anusim ("marrani") che fino ad allora avevano mantenuto segreta la loro appartenenza all'ebraismo, fino a giungere alla decisione di convertirsi, sia perché ridotti in miseria, sia perché ormai avevano perso la speranza (per il loro numero ridotto o per le disperate condizioni politico-religiose) di poter più a lungo conservare la loro vita religiosa. Ma naturalmente non è escluso che nonostante la "conversione" abbiano continuato ancora per un certo tempo (almeno alcuni di loro) a praticare nascostamente l'ebraismo.
Chi possano essere questi "ebrei fatti cristiani" cercheremo di vederlo in un prossimo post.


BIVONGI
Viuzza della Judeca di Bivongi
Sebbene non ci siano documenti che ne parlino, e non possiamo quindi collocarla cronologicamente, la presenza ebraica a Bivongi è generalmente riconosciuta dagli studiosi, sia grazie alla tradizione popolare, sia, soprattutto, per l'esistenza del borgo della Judeca.
Anche nei paesi circostanti si fa risalire a questa presenza lo spirito di iniziativa culturale ed economica che animano tuttora i bivongesi.
Bisogna annotare che nel catasto onciario del 1745 viene respinta con sdegno questa presenza, e la denominazione "Judeca" viene imputata all'ignoranza del popolino, ma possiamo supporre che si tratti di un tentativo di cancellare la "vergogna" di un'antica presenza ebraica nel paese.