Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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mercoledì 10 aprile 2013

Yom haAtzmau'ut 2013



Dal numero 110 di Sullam, notiziario della Comunità di Napoli,una riflessione di rav Bahbout su Yom haAtzma’ut,
la festa dell’indipendenza di Israele,
che ricorre quest’anno lunedì 15 aprile
Quando il tempo delle lacrime incontra quello della gioia

Ogni Stato stabilisce le sue feste nazionali e Israele ha stabilito il 5 di Iyar come Giorno dell’Indipendenza, così come l’Italia ha fissato come giorni festivi il 25 aprile e il 2 giugno, feste della Liberazione e della Repubblica.
La festa della Liberazione e quella dell’Indipendenza cadono sempre nello stesso periodo dell’anno e hanno in comune elementi simili, ma sono tra loro profondamente diverse. Uno degli aspetti che fanno la differenza tra questi due giorni è il fatto che Yom ‘Azmaùt viene festeggiato tanto in Israele (cosa del tutto naturale) quanto nei paesi della Diaspora. È questo un fatto anomalo: infatti è come se gli americani di origine italiana, oltre a festeggiare il 4 Luglio, volessero celebrare anche il 2 giugno e il 25 aprile, un giorno quest’ultimo che ha certo segnato una svolta, ma solo per gli italiani che vivevano in Italia durante il Fascismo o che vi hanno fatto ritorno dopo essere andati in esilio. Questa dicotomia dell’ebreo che afferma di essere interamente italiano, ma anche completamente ebreo, ha dato adito in passato all’accusa della doppia lealtà ebraica.
La diversità del modo con cui gli ebrei - ovunque essi si trovino - hanno vissuto e vivono gli eventi impone una domanda: Yom ‘Azmaùt è una festa “nazionale”, “laica” o “religiosa”? Anche se l’esperienza ebraica non può essere limitata a un fatto meramente “religioso” o “nazionale”, non si può negare che nel mondo moderno, e in quello occidentale in particolare in cui la “fede” nazionale è così labile, festeggiare, e per di più “religiosamente”, una festa “nazionale” di un altro Stato è un fatto estremamente contraddittorio.
Qual è quindi il significato che l’ebreo contemporaneo e le generazioni future dovranno dare a questa giornata? In altre parole, Yom ‘Azmaùt non ha niente a che fare con le altre feste dell’anno ebraico, oppure si alimenta della medesima loro linfa e contiene qualcosa che lo lega intimamente a esse? Qualcosa possiamo imparare dalla storia di Israele, dove non sono mancate polemiche tra i Maestri circa l’opportunità di istituire nuove feste, come nel caso di Purim e Chanukkà. Nonostante siano trascorsi sessantacinque anni, il processo di accettazione di Yom ‘Azmaùt non è ancora ultimato, anzi in certi ambienti “ortodossi” esso non è mai iniziato. Ora, comunque si voglia guardare all’evento della nascita del terzo Stato ebraico, è innegabile che si tratta di un fatto di per sé rivoluzionario, prodotto forse dall’unica rivoluzione veramente riuscita nel nostro secolo, quella sionista.
Ma quali saranno gli strumenti che faranno sì che la festa potrà essere trasmessa e accettata anche dalle future generazioni? Come per il passato, lo strumento sarà sempre quello di riempirla di contenuti riconducibili alla Halakhà e alla Aggadà, alla legge ebraica e al pensiero che la sottende. Per quanto riguarda la Legge, si dovrà rispondere alle molte domande che impone l’istituzione di una festa: Chi ha il potere di istituirla? Quali sono le norme che la caratterizzeranno? Si devono dire, come per Chanukkà e Purim, le benedizioni Shehecheyanu , “che ci ha mantenuto in vita fino a questo tempo” e She’asà nissìm “che ha operato miracoli”. E ancora: è opportuno dire l’Hallèl come a Chanukkà per un “miracolo” accaduto in terra d’Israele, apportare le modifiche alla preghiera (per esempio “Al hanissìm, per i miracoli), scegliere un brano appropriato per la lettura pubblica della Torà o dei Profeti (haftarà), interrompere il periodo di “lutto” dell’òmer etc? L’introduzione di Yom ‘Azmaùt come festa comporta quindi da una parte dei cambiamenti nella sfera del Beth hakeneseth, ma dall’altra dei cambiamenti in quella che è la vita pubblica e politica che trova la sua espressione nella Keneseth, il parlamento israeliano.

Yom Azmaut e le altre feste ebraiche
Per quanto riguarda l’elaborazione filosofica, non mancano certamente gli agganci per “dimostrare” come l’avvento di questa giornata non sia un fatto casuale.
Intanto, i Maestri avevano rilevato fin da tempi immemorabili che, una volta noto il giorno in cui cadeva Pesach, esisteva un sistema semplice per poter individuare il giorno della settimana in cui cadono le altre feste: infatti bastava applicare il sistema mnemotecnico dell’Atbash (l’alfabeto ebraico al contrario) ai giorni di Pesach. Il giorno in cui cade il primo giorno (alef) di Pesach, corrisponde al giorno della settimana in cui cade Tishà beav (tav); il secondo (bet) quello in cui cade Shavuoth (shin); etc. In questo schema mancava una qualche corrispondenza tra il settimo giorno (zain) e la ‘ain. Con l’introduzione di Yom Atzmaùt anche il settimo giorno di Pesach ha un suo partner, appunto ‘Atzmauth che inizia con la ‘ain.
Ma v’è molto di più.
Le feste date dalla Torà (Pèsach, Shavu’òt e Sukkòt) sono un’espressione di quello che secondo la mistica ebraica è chiamato “il risveglio dall’alto” (hit’arutà del’èla); mentre Chanukkà e Purim sono un’espressione del “risveglio dal basso” (hit’arutà diltatà).
Come è scritto nel libro dei Maccabei, Chanukkà fu istituita in corrispondenza di Sukkòt (“fecero otto giorni di festa come a Sukkòt”); Purìm completa Shavu’òt, perché è scritto che “a Purim gli ebrei accettarono volontariamente la Torà che avevano accettato sotto costrizione a Shavuòt”; per completare il quadro, mancava una festa che corrispondesse a Pèsach.
In effetti “la festa della Liberazione ” e “la festa dell’Indipendenza” sono tra loro simili. La differenza sta proprio nel fatto che la seconda è una conseguenza del “risveglio dal basso” e richiede una partecipazione attiva del popolo.
Uno degli elementi basilari del pensiero della Torà, infatti, resta quello secondo cui non è tanto importante la teoria o l’interpretazione, quanto l’azione.
La libertà - come ogni altra grande idea - non può quindi essere un’affermazione astratta, ma qualcosa che viene accompagnato da atti concreti da compiere, sia individualmente che nell’ambito della società.
Ogni cinquanta anni, nel Giubileo, accadevano due fatti importanti strettamente collegati tra loro: da una parte, la Liberazione di tutti gli schiavi, dall’altra il ritorno della terra al padrone originario, cioè a colui che l’aveva ricevuta al tempo della conquista di èretz Israèl da parte di Giosuè, ma l’aveva poi venduta in seguito a difficoltà di natura economica.
Se con la festa di Pésach l’ebreo raggiunge la libertà dalla schiavitù, solo l’ingresso in èretz Israèl e il possesso dei mezzi di produzione sono la garanzia dell’indipendenza.

La redenzione delle osse secche

Per capire appieno l’importanza di questa festa dobbiamo però fare ancora un passo.
La vita ebraica si è svolta tra due poli: quello della Diaspora (Golà ) e quello della Redenzione (Gheullà). La differenza tra le due parole sta solo nell’aggiunta di una Àlef, che è la prima lettera di El-okìm (Dio), l’unità irraggiungibile nel mondo della dualità, rappresentato dalla lettera bet con cui comincia la Torà.
La Àlef è anche quella lettera che ha trasformato le ‘Atzamòt, (le ossa secche della visione di Ezechiele), in ‘Atzmaùt: quando oramai “la speranza era persa” - avdà tikvatènu, proprio così dicevano le ossa secche di Ezechiele e questo facevano pensare le ossa secche degli ebrei assassinati nei Campi - lo Spirito ha soffiato nelle ossa e queste ossa sono tornate a rivivere, trasformando la golà in gheullà e le ‘atzamòt in ‘atzmaùt.
Nonostante i tentativi di “rianimazione”, tutte le feste nazionali corrono il rischio di perdere il loro significato con il passare del tempo e si trasformano in una semplice giornata di vacanza. Gli eventi che hanno caratterizzato la storia ebraica dalla Shoà in poi, vanno visti come un processo che non può terminare con Yom Azmaut. Secondo la definizione che noi troviamo nella preghiera per “la pace dello Stato”, Yom ‘Atzmaùt è “l’inizio della fioritura della nostra redenzione”, inizio che dovrà portare al cambiamento vero e proprio e che è tuttora in corso.
Tuttavia, come per ogni cosa o evento nuovo, rav Maimon - tra i firmatari della Carta d’Indipendenza - ha riyenuto giusto pronunciare la benedizione di Sheecheyànu. Così fin dall’inizio della fondazione Yom ‘Atzmaùt ha assunto un significato in cui è difficile distinguere il momento “laico” da quello “religioso”.
La partecipazione degli ebrei della Diaspora (ma anche di molti amici non ebrei) non può essere ricondotta alla volontà di esprimere uno spirito nazionalistico di mera identificazione con lo Stato d’Israele; essa rappresenta piuttosto un momento di sintesi religiosa, che come tale viene intesa, magari solo sul piano dell’inconscio, anche dai “laici”.
Yom ‘Atzmaut rappresenta dunque un punto di incontro del destino del popolo ebraico, dove la storia incrocia lo spirito, l’immanente il trascendente, e il “tempo delle lacrime”, “il tempo delle risa”.
Con i miei migliori auguri di una redenzione completa, presto ai nostri giorni.

lunedì 8 aprile 2013

Al Salone del libro di Torino una copia del Rashi di Reggio



Una copia del Pentateuco del 1475 esposto alla Fiera del libro di Torino nello stand della Calabria

 E noi vi abbiamo rivelato...
L’Assessore regionale alla Cultura Mario Caligiuri ha incontrato il Presidente delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna con il quale ha concordato che una copia del volume “Pentateuco”, stampato nel 1475 a Reggio Calabria, sarà al centro delle iniziative nello stand della Regione al Salone del Libro di Torino. Il “Pentateuco” è il primo libro al mondo in ebraico. La copia del prezioso volume, in prestito dalla Biblioteca Palatina di Parma, sarà “ospite d’onore” al Salone, che si terrà dal 16 al 20 nel prossimo mese di maggio.
L’esposizione del “Pentateuco” - informa una nota dell’Ufficio stampa della Giunta - sarà l’occasione per riscoprire e ribadire le radici ebraiche in Calabria e in tutto il Meridione d’Italia, ancora vive dopo secoli. Si allestirà un programma di iniziative per costruire rapporti culturali, economici, scientifici, commerciali e turistici e che verrà presentato il tre maggio a Torino.





Riproduco qui di seguito il post già pubblicato qualche anno fa su questa opera.


Tonino Nocera

Il 18 febbraio 1475 Avraham Garthon stampò a Reggio di Calabria con caratteri corsivi sefarditi il commento al Pentateuco di Shelomh ben Yshaq. Il nome e la data sono impressi nel colophon. Questo lo fa ritenere il primo libro ebraico stampato in Italia. Secondo Giuliano Tamani furono tirati circa trecento esemplari; uno solo è sopravvissuto, mancante di 2 o 3 carte all’inizio, ed è conservato nella Biblioteca Palatina a Parma. Un frammento di due carte è conservato a New York nella biblioteca del Jewish Theological Seminary.
Il possessore dell’esemplare conservato a Parma, G. B. De Rossi, ne possedeva un altro che però cadde nel Po e andò perso.
Quindi non esistono altre copie di questo incunabolo.
Però è opportuno ricordare che a Roma, l’11 ottobre 1943, i nazisti saccheggiarono la biblioteca della Comunità e parte di quella del Collegio Rabbinico. Riempirono tre carri ferroviari con decine di casse colme di libri disposti con cura perché non si deteriorassero. La biblioteca della Comunità era composta di settemila volumi. Si trattava di libri, manoscritti, incunaboli, molti esemplari unici. A Roma erano giunti gli ebrei espulsi dalla Spagna, dalla Sicilia e dalla Calabria che avevano contribuito a incrementare la biblioteca.
C’erano opere cinquecentesche stampate a Costantinopoli; testi seicenteschi e settecenteschi stampati a Livorno e Venezia.
Era un patrimonio librario di inestimabile valore: un unicum sia per la quantità sia per la qualità del materiale che si era sedimentato nel corso dei secoli. La commissione ministeriale presieduta da Tina Anselmi (Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati) ha svolto accurate indagini e secondo un componente - l’avvocato Dario Tedeschi, che fu, vicepresidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane - sono stati trovati indizi che farebbero ben sperare. Ma della biblioteca ancora nessuna traccia. Di recente Giulio Busi in un articolo pubblicato da Il Sole 24 ore ha scritto di aver trovato su una bancarella di libri usati a Londra uno dei libri rubati a Roma.
Ignoro se tra essi possa trovarsi qualche altra copia del Commentario. A Reggio furono prodotti anche alcuni manoscritti ebraici che ora si trovano in varie biblioteche come la Biblioteca Ambrosiana a Milano.
La vicenda del libro si inquadra nell’ambito della storia delle comunità ebraiche nel Mediterraneo. Una storia ancora per molti aspetti poco nota e da approfondire. I paesi rivieraschi del Mediterraneo ospitavano comunità ebraiche da tempo immemorabile. Le loro vicende stanno lentamente riemergendo. Un contributo notevole è stato fornito dai manoscritti della Geniza de Il Cairo, che hanno ispirato il romanzo di Amitav Gosh, Lo schiavo del manoscritto. Una parte degli ebrei dell’Italia meridionale si diresse, dopo l’espulsione, anche verso l’Impero Ottomano. A Salonicco sorsero sinagoghe i cui nomi sono indicativi: Italia, Sicilia, Puglia, Calabria, Otranto. Lo stesso accadde a Costantinopoli: Sicilia, Messina, Puglia e Calabria.

Questo è il primo libro stampato in ebraico a portare una data, (10 adar 235 = 17/18 febbraio1475).
Queste immagini provengono dal facsimile della sola copia quasi completa conosciuta, attualmente custodita alla Biblioteca Palatina di Parma (edita da J. Joseph Cohen, National and University Library, Jerusalem, [1969]). La copia di Parma manca dei primi fogli, e il fol. [1a] comincia con il commento a Genesi 3.4, “Tu sicuramente non morrai”, la risposta del serpente ad Eva.
Sebbene sia la prima edizione stampata con data, l’opera non è né la prima edizione del commento di Rashi, né il primo libro stampato in ebraico.
Tra il 1469 e il 1472 tre fratelli, Obadiah, Menasseh, e Beniamino di Roma, furono attivi come primi tipografi in ebraico. Sono note sicuramente sei opere uscite dalla loro stamperia, tra cui vi era la prima edizione, benché priva di data, del commentario di Rashi.
Inoltre, nell’edizione del 1475 Abraham Garton creò ed usò, per la prima volta, un carattere basato su un semicorsivo manuale di tipo sefarditico. È questo stesso tipo di carattere che pochi anni dopo, quando il commentario e il testo furono incorporati in una pagina, sarebbe stato usato per distinguere il commentario rabbinico dal testo biblico. In seguito, questo tipo di carattere sarebbe stato conosciuto come “corsivo Rashi”.

In basso, l'ingrandimento delle linee 9-11 della prima pagina (in alto a destra)



Il colophon del volume
(la pagina finale dove sono riportate le indicazioni tipografiche:

editore, data e luogo di stampa
Ricordo che di questo volume esistono due copie anastatiche, custodite a disposizione degli studiosi, una a Reggio e una a Gerusalemme.

Lecce: Settimana del cinema israeliano



Nell’ambito del Festival del cinema europeo, si svolge a Lecce, dall’8 al 13 aprile, la Settimana del cinema israeliano.
Verranno proiettati dieci film che riguardano svariati temi dell’attualità politica e sociale israeliana, mostrando la grande vivacità e l’enorme varietà di questo paese antichissimo e nuovissimo.

Poesia e crudezza, sogno e realismo caratterizzano insieme ogni film di questa ricca cinematografia, che affronta temi scabrosi quali l’immigrazione, l’omosessualità nell’esercito, i rapporti con i palestinesi e con i paesi confinanti, i problemi economici e sociali, i kibbutz, la vecchiaia; fino a temi più leggeri come l’obesità e la dieta, manifestando sempre una libertà davvero unica, spesso venata di ironia ed autoironia, nel panorama mediorientale.
Particolarmente interessante per noi il film Zefat, San Nicandro. Il viaggio di Eti, (una coproduzione italo-franco-israeliana) che verrà proiettato giovedì 11 alle 18.00.

Poco prima che Mussolini decidesse di inaugurare una politica ufficiale di antisemitismo, una comunità di San Nicandro Garganico, benché non avesse mai avuto alcun precedente contatto con l’ebraismo, si proclamò “di fede ebraica”, guidata da Donato Manduzio, bracciante semi-analfabeta, una sorta di “ultimo profeta”, l’uomo cui si deve questa singolare vicenda di conversione di massa, un caso unico nella storia mondiale dell’ebraismo moderno. La giovane Eti, laureanda alla scuola di cinema di Tel Hai, sta lavorando al suo film di laurea dedicato ai suoi nonni che vivono nella città di Zefat e che emigrarono poco più che bambini con il gruppo sannicandrese partito per la Palestina, alla nascita di Israele.

Un documentario di Vincenzo Condorelli su due comunità separate dal Mediterraneo
Alessandra Pennello
Dalla straordinaria vicenda umana e storica di Donato Manduzio, bracciante di Sannicandro Garganico, invalido con doti di guaritore e cantastorie popolare che, leggendo la Bibbia e ispirato da una visione profetica nel 1930, si convertì all’ebraismo e convinse molti suoi paesani a seguire il "Dio d'Israele" e la legge di Mosé, prende spunto il bel documentario “Zefat, San Nicandro. Il viaggio di Eti” di Vincenzo Condorelli. Le vicissitudini di questo gruppo di auto-convertiti, che per lungo tempo pensarono di essere gli ultimi ebrei rimasti al mondo, che continuarono a dichiarare la propria fede nonostante l’introduzione delle Leggi razziali nel 1938 e che tra il 1948 e il 1950 emigrarono in Palestina – oggi Israele, soprattutto nella zona di Biria-Safed, sono narrati attraverso le voci differenti delle testimonianze dirette dei protagonisti, un’esposizione storica e l’utilizzo di materiali d’archivio inediti.
Lungometraggio sulla memoria, sull’identità e sul viaggio, il film ripercorre la storia della comunità sannicandrese attraverso gli occhi e il cuore di Eti, discendente di quel gruppo di seguaci di Manduzio che emigrò in Israele. La protagonista, laureanda all’Istituto di Cinematografia di
Gerusalemme sta preparando il suo film di laurea, dedicato ai suoi nonni Eliezer e Esther Tritto che emigrarono poco più che bambini, e parte alla ricerca delle proprie radici; ci trasporta da Zefat a San Nicandro, attraverso le strade della Galilea, Tel Aviv, Gerusalemme, Roma, le strade dell’Appennino, il Gargano, San Nicandro, le isole Tremiti in un viaggio fisico, psicologico e storico.
Gli incontri che farà la metteranno a confronto con la propria storia e personalità e soprattutto le permetteranno di condividere un percorso comune di ricerca attraverso lo scambio reciproco, alimentato dal costante confronto tra le proprie aspettative e le memorie che emergono. L’incontro con Grazia Gualano, sannicandrese, ricercatrice di Storia dell'Ebraismo e che ha ereditato e custodisce il diario originale di Donato Manduzio, aiuterà Eti a ricostruire la sua storia familiare.

Rosenstrasse, un percorso multimediale



In Rosenstrasse a Berlino si svolse un minuscolo ma enorme evento, in cui un gruppo di donne “ariane” disarmate riuscì a far liberare i propri mariti ebrei (ma vi erano anche degli uomini sposati con donne ebree) dalla deportazione.
Un episodio che dimostra che, con l’amore, il coraggio e la fermezza, sarebbe stato possibile, se non impedire la shoah, almeno diminuirne le spaventose dimensioni; non parlo, ovviamente, dell'impegno degno di onore dei singoli e di gruppi che segretamente salvarono tantissimi ebrei, ma di quegli Stati e di quelle masse che si trinceravano e si trincerano dietro il "noi non sapevamo e se anche avessimo saputo non avremmo potuto fare niente..
Questo si è verificato in Bulgaria, in Danimarca, e a Berlino, capitale e cuore della Germania nazista.



Martedì 9 aprile alle 16,30
Università degli studi di Palermo
LE DONNE DI ROSENSTRASSE
Un percorso multimediale
Rosenstrasse è il nome di una strada di Berlino dove, nel 1943,
centinaia di donne manifestarono protestando
contro la deportazione dei loro propri mariti,
riuscendo a farli liberare

Rosenstrasse è anche il titolo del film di Margarethe von Trotta, che rievoca quei fatti attraverso la memoria di chi li ha vissuti direttamente.

La Banalità del Bene: Rosenstrasse febbraio-marzo 1943
La Rosenstrasse è una viuzza sparente, schiacciata tra i palazzoni che danno sulla Karl Liebknecht Strasse, poco più di una scorciatoia per raggiungere Hackesher Markt da Alex. C’è una atmosfera da “cortile sul retro”, uno di quegli spazi di servizio dove non ti senti realmente autorizzato a stare e quindi ci passi in fretta, quasi per non farti vedere. E di conseguenza non ti guardi intorno. Quasi ci si dimentica che esista questa “via delle rose”. E se qualcuno vuole cercare a Berlino luoghi dove si respiri forte il puzzo della rimozione collettiva Rosenstrasse ne è un esempio eccellente. Perché, certo, ai tempi la conformazione della città era ben diversa, i palazzoni anni ’60 non c’erano, né svettava la Torre alla Tv che ruba tutti gli sguardi, né le lusinghe delle boutique che aspettano in fondo alla via, ma qui, proprio su questa via, nel febbraio e nel marzo 1943 si svolse l’unica protesta pubblica contro la deportazione degli ebrei. Qui, nel 1943, si trovava l’ufficio amministrativo della comunità ebraica di Berlino, e qui il 27 febbraio 1943 le SS rinchiusero un gruppo di uomini catturati sul posto di lavoro durante la cosiddetta “Fabrik Aktion”: i Nazisti avevano fino ad allora tollerato la presenza di ebrei condannati ai lavori forzati nelle fabbriche di armamenti tedeschi, ma già nel settembre 1942 Hitler aveva ordinato la loro eliminazione, li avrebbero sostituiti altri prigionieri di guerra, razzialmente puri. Il 27 febbraio di 69 anni fa le SS portarono a termine quello che secondo loro sarebbe stato l’ultimo definitivo carico di carne umana per i forni di Auschwitz. A Berlino però un gruppo di ebrei venne separato dagli altri e rinchiuso a Rosenstrasse. Erano ebrei imparentati con “ariani”. Ora, ci sono molte pagine di eminenti storiografi che raccontano per bene come gli ordini di Eichmann e compagni fossero eccezionalmente “clementi” nei confronti di queste persone e che nessun nazista li avrebbe portati ai treni. Ma lasciamo da parte questa storiografia ex-post e pensiamo alle persone che quel mattino del 27 febbraio ricevono la notizia che i loro mariti, padri, figli (qualche figlia, qualche madre) erano stati catturati sul posto di lavoro e portati a Rosenstrasse. Degli ordini “clementi” di Eichmann non sanno niente. Sanno senz’altro che chi va a Est col treno non torna più. Sanno benissimo che chi osa alzare la testa contro il partito quella testa la perderà (la decapitazione era una delle pene più scontate per i dissidenti politici). Hanno paura, non serve uno storiografo per dirlo. Ma sono anche innamorate. Sono le mogli, le madri, le figlie di quei prigionieri. Sono anni che resistono al loro fianco subendo ogni sorta di ingiuria, violenze fisiche e verbali, perché loro, ariane, condividono il tetto con un sub-umano. Hanno sempre saputo che potevano perderlo. Ma ora, quando la possibilità diventa concretezza, cosa fare? Chissà quante volte ci hanno pensato, di giorno e di notte, in quei due anni, vissuti sempre come se ogni giorno fosse l’ultimo, l’ultimo non prima della morte, ma prima della deportazione, del campo, del gas. Della morte amministrata burocraticamente ed efficientemente dallo Stato sovrano.
A una a una, come “galline spaventate” (dice una delle testimoni) cominciano a comparire sulla Rosenstrasse: non si conoscono affatto, ma si prendono subito a braccetto e cominciano a camminare insieme avanti e indietro, fissando quelle finestre buie, quella porta chiusa. A volte una urla “ridatemi mio marito”, “ridatemi mio figlio”. Ma soprattutto aspettano in silenzio, e sono sempre di più. Donne (e qualche uomo) di ogni estrazione sociale, baronesse ed operaie, intellettuali ed analfabete. Alla fine erano circa 6000. Non sollevano striscioni, non espongono cartelli. La loro è non è una resistenza politica, ma una resistenza del cuore. Non si sentono eroine, men che meno coraggiose: si sentono mogli e madri e figlie normali che sono venute semplicemente a riprendersi la loro famiglia. Sono terrorizzate dalle SS. Ma ancora di più dall’idea di tornare a casa da sole.
Dopo due settimane il portone di Rosenstrasse si apre e gli uomini che vi erano rinchiusi vengono liberati (25 per errore erano già stati mandati ad Auschwitz, ma in virtù del loro status particolare erano stati tenuti separati dagli altri ebrei e poi rimandati sani e salvi a Berlino, purtroppo la precisione tedesca funzionava benissimo anche al lager).
Nessuno saprà mai se a salvarli fu la banalità del bene. Se fu il coraggio di quelle donne tedesche che sfidavano la macchina omicida del partito. Gli storiografi dicono che quegli uomini, essendo sposati o parenti di donne ariane sarebbero stati comunque risparmiati ed erano trattenuti a Rosenstrasse solo per scegliere fra loro nuove figure amministrative che avrebbero sostituito quelle che stavano andando a morire ai campi. Sarà certo vero. Vero è anche però che le donne che camminavano in silenzio, a braccetto, nella Rosenstrasse non vennero né fermate né arrestate. Il partito, che stava subendo le conseguenze delle sconfitte militari, era sempre più debole, ma proprio per questo aggressivo, come un cane rabbioso. Per qualche giorno può sottovalutare la protesta di quelle “femmine” (sappiamo che per i Nazisti le donne erano poco più che macchine – sforna – soldati), ma nel tempo la loro resistenza – silenziosa  e non violenta – si fa intollerabile. Goebbels nei suoi diari la liquida con la parola “spiacevole”. La soluzione più semplice, per evitare uno “spiacevole” contagio, è senz’altro liberare i mariti, i padri, i figli. Eppure rimane il sospetto che il bruto non lo si sconfigge con le botte e con le urla (che sono le sue armi naturali) ma con il silenzio e la gentilezza del cuore. Se non altro le donne di Rosenstrasse hanno dimostrato che il partito non aveva ancora lavato il cervello di tutti i tedeschi.
Eppure la loro resistenza è stata per molto tempo sottaciuta, relegata a uno degli episodi minori della storia della seconda guerra mondiale. Forse perché gli ebrei che vennero salvati erano solo pochi privilegiati e ben più tragica fu la sorte di chi non aveva parenti ariani dietro cui proteggersi. Forse perché, come suggerisce arguto Gad Beck, testimone diretto di quegli eventi, “nessuno si è occupato di quella vicenda perché la stessa possibilità di una protesta avrebbe finito per privare i tedeschi della loro pace interiore”. Forse non era vero che protestare non era possibile. Forse era solo pericoloso, scomodo, “non – preferibile”.
Oggi a ricordare gli eventi di quei giorni rimangono un pilastro rosa – del tutto simile a quelli per le affissioni teatrali/cinematografiche/pubblicitarie – che segna il luogo fisico dove si trovava l’edificio utilizzato come prigione temporanea dalle SS. E una scultura, un po’ lugubre a dire il vero, che Honecker fece collocare in un parchetto da lì poco distante. La scultrice, Ingeborg Hunziger, ci presenta il “Blocco delle Donne” con toni marziali, volti guerreschi, corpi massicci, perché, ancora una volta, non è semplice ammettere che delle “galline spaventate” riuscirono a strappare una piccola vittoria contro il Reich. Dietro però una incisione: “la forza della disobbedienza civile, il vigore dell’amore sconfigge la violenza della dittatura”.
In occasione dei 69 anni dagli eventi di Rosenstrasse, domani, 28 febbraio 2012, a partire dalle 17:00, si svolgeranno presso il “Blocco delle Donne” e il Museo “Blinderwerkstatt Otto Weidt” cerimonie di ricordo, con canti, preghiere e testimonianze dirette di chi vide – con i suoi occhi di bambino – le donne di Rosenstrasse. Perché le rimozioni non fanno quasi mai bene. E prima o poi vanno curate. Che significa, letteralmente, prestarci un po’ più di attenzione. Perché chi “se ne frega” alla fine non vince mai.

Da FilmUp 
Valerio Salvi


Rosenstrasse, il nome della via in cui nel '43, quando le sorti della guerra erano ormai segnate, furono rinchiusi centinaia di ebrei provenienti dai matrimoni misti con ariani. Di fronte all'edificio, trasformato in prigione, i loro coniugi hanno dimostrato finché non sono riusciti ad ottenere la scarcerazione dei loro cari, o almeno dei sopravvissuti (incredibile!). Per rivivere questa drammatica pagina della storia, la regista, ci presenta Ruth Weinstein (Jutta Lampe) ormai settantenne che a New York, dove si è trasferita al termine della guerra, ha appena seppellito il marito. L'evento la riavvicina in maniera traumatica alla sua religione e per prima cosa decide di opporsi alle nozze della figlia, Hannah (Maria Schrader), con un uomo di religione non ebraica.
Questo improvviso cambiamento della madre preoccupa Hannah che inizia ad indagare sul suo passato scoprendo come la nonna fosse stata una delle vittime della Rosenstrasse e di come sua madre fosse stata adottata da Lena (Katja Riemann) una delle tante anime disperate che lottava per la liberazione del marito.
Lena, di estrazione nobiliare, vive con ancor maggior orrore gli eventi del nazismo. Ripudiata dal padre, fervente portabandiera degli ideali del Fuehrer, allontanata da una società che fino a pochi anni prima l'aveva idolatrata come una delle più promettenti pianiste della Germania, si trova a patire la fame e le umiliazioni di migliaia di altri disperati.

'Rosenstrasse', le donne di Margarethe Von Trotta contro il nazismo

Margarethe Von Trotta, la storia vista dalle donne

Il film racconta come l'eroismo femminile ha salvato il mondo. L'uscita nelle sale è fissata per il 27 gennaio, giorno dedicato alla memoria della Shoah. Parla la regista
Berlino 1943: un centinaio di donne tedesche, pure ariane, staziona silenziosa davanti un palazzo della Rosenstrasse, dove i loro mariti ebrei sono in attesa di essere deportati nei campi di concentramento.
Urlano 'voglio mio marito' e non smettono mai di protestare con la loro minacciosa presenza. Alla fine, arriva il miracolo: gli ebrei vengono liberati.
Questo episodio di piccola resistenza tedesca al nazismo, è lo spunto di 'Rosenstrasse' di Margarethe Von Trotta, in concorso lo scorso anno a Venezia '60 dove una delle protagoniste, Katja Riemann, si è aggiudicata la Coppa Volpi come miglior attrice.
Von Trotta: ''Fare questo film non e' stato facile: volevano solo commedie''
"Di quello che è successo a Rosenstrasse me ne parlò per primo mio marito Volker Schlondorff molti anni fa dicendomi che era un soggetto adatto a me - spiega la regista a Roma per presentare il film -, poi c'è stato un documentario in tv su questo tema. Ma riuscire a fare il film non è stato facile perchè in Germania quando l'ho proposto, negli anni Novanta, volevano solo commedie".
" 'Rosenstrasse' - racconta la regista - parla di una storia dimenticata, che nessuno conosceva. Per questo ho pensato di tirarla fuori dagli archivi storici. Mi è piaciuto raccontare il coraggio di un gruppo di donne che con le loro proteste hanno salvato i loro uomini".
" Erano donne cosidette ariane che avevano sposato uomini ebrei. Il film racconta di una sorta di "miracolo nazista"
" Nei giorni dell'ultima razzia - spiega la Von Trotta -, nel febbraio del '43, anche questi uomini - che fino ad allora erano rimasti sotto protezione per essere sposati con donne non ebree - sono stati portati nell'edificio di Rosenstrasse e avevano paura di essere deportati. Le loro donne, una a una, sono andate sotto le finestre di quell'edificio, prima in silenzio, poi hanno cominciato a gridare: Io rivoglio il mio uomo".
"E ogni giorno che passava aumentavano. E con loro il resto della famiglia. A quel punto Gobbels, che era uno molto intelligente, ministro anche della propaganda, ha pensato che potesse essere uno scandalo e ha liberato tutti quegli uomini".
Come hanno reagito al film in Germania?
"Anche quelli che vivono a Berlino, dove esiste una lapide dedicata a Rosenstrasse, non sapevano di questa storia. Anche perché la strada dov'è l'edificio è fuori dal traffico generale. La reazione vera in Germania non la conosco, ma al botteghino il film è andato molto bene. La gente ha accettato di vedere questo film, anche gli intellettuali più scettici. Uno storico ha provato a dire che era tutto falso, ma evidentemente non ha capito nulla".
"Mio figlio ha partecipato alle ricerche storiche ma anche altri hanno confermato che è tutto vero. Il coraggio delle donne ha liberato quegli uomini. Questo era il punto di partenza per fare questo film. Perché dopo la guerra nessuno ha portuto fare film così pericolosi. Dopo un lungo tempo di rimozione, i tedeschi hano accettato di essere colpevoli".
"Sapere che il film esce in Italia nel giorno della memoria - conclude la regista - è un'ottima scelta. Mi sarebbe piaciuto che uscisse quel giorno anche in Germania, ma lì è uscito dopo Venezia. Anche se per me il giorno della memoria è sempre un po' complicato, perché ogni giorno è un giorno della memoria".

giovedì 4 aprile 2013

Lech lechà 2013

Presentazione della seconda edizione della manifestazione "Lech Lechà", che si svolgerà in Puglia a fine agosto, e che quest'anno vedrà anche lo svolgersi un evento in ognuna delle seguenti regioni meridionali: Calabria, Sicilia, Campania.
Per poter seguire l'evento, conoscerne in anticipo i programmi e avere qualsiasi tipo di informazione, è stato anche creato il sito Settimana Lech Lechà.



“Lech Lechà”, Settimana di arte e cultura ebraica: a Napoli la presentazione dell’evento
(4 aprile 2013) Il prossimo venerdì 5 aprile 2013, a Napoli, alle ore 10,00 nell’ambito della BMT Borsa Mediterranea del Turismo 2013 (5-7 aprile, Mostra d’Oltremare, V.le Kennedy, 54 – Napoli) si terrà la conferenza stampa di presentazione di“Lech Lechà” Settimana di arte, cultura e letteratura ebraica, in programma dal 25 agosto al 1 settembre 2013 (ossia dal 19 al 26 Elul 5773 del calendario ebraico).

La manifestazione, giunta quest’anno alla sua IIa edizione, avrà luogo in numerose città della Puglia e, per la prima volta, si articolerà anche in 3 città di Campania, Calabria e Sicilia: un viaggio della mente e del cuore alla scoperta di aspetti fondamentali dell’ebraismo, spaziando fra antiche radici e prospettive per il futuro ma senza perdere di vista la contemporaneità. Alla conferenza stampa interverranno Rav Shalom Bahbout, Rabbino Capo di Napoli e Italia Meridionale, Francesco Lotoro, pianista edirettore artistico della manifestazione, Marco Mansueto, giornalista, direttore responsabile del Magazine Il10.it
Lech Lechà è una manifestazione promossa da: Regione Puglia; Unione Comunità Ebraiche Italiane; Comunità ebraica di Napoli; Comunità ebraica di Trani (sezione di Napoli); Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia; Provincia di Barletta–Andria–Trani; Comune di Trani. Con la collaborazione di Agenzia Puglia Imperiale, Trani Associazione Musicale Suoni del Sud, Foggia E.T.A. Puglia s.r.l.
LECH LECHÀ in ebraico (ךל ךל) significa “Va’ verso te stesso”, un’espressione che – afferma Silvia Godelli, assessore al Mediterraneo, Cultura e Turismo della Regione Puglia, fra i soggetti promotori della manifestazione – “richiama simbolicamente la dimensione dell’interiorità, i valori del dialogo spirituale, le ragioni più profonde della relazione con sé stessi e con l’alterità. Dono, quest’ultimo, che ha impreziosito per millenni le vicende umane di una minoranza religiosa e culturale, quella ebraica, che si è insediata nel cuore del nostro Paese disseminando di sé e del proprio vitale apporto le popolazioni autoctone.”
“Lech Lechà – aggiunge il pianista Francesco Lotoro, condirettore artistico della manifestazione – ovviamente non esaurisce l’approfondimento di quelli che sono i molteplici aspetti di una cultura millenaria e complessa come quella ebraica, ma vuole essere un importante input per quanti ancora poco conoscono di essa, uno strumento utile per vincere luoghi comuni e pregiudizi, e soprattutto un mezzo per riappropriarsi dell’importantissimo segmento di una storia che è anche la nostra storia”.
Da queste dichiarazioni emerge in sintesi l’anima di una manifestazione che ancora una volta avrà Trani come città capofila; è infatti proprio dalla rinata sinagoga della città pugliese che l’ebraismo ha ripreso nuova linfa, dando il via a un nuovo confronto che arricchisce la comunità pugliese e con essa tutta la comunità del sud Italia. Trani – in passato già faro dell’ebraismo della Diaspora e sede di quattro sinagoghe – si fa dunque ancora una volta simbolo della rinascita dell’ebraismo nel Mezzogiorno: qui gli ebrei sono tornati 463 anni dopo la cacciata, ripristinando culto e vita ebraica presso la Sinagoga Scolanova; questa rinascita è una delle più interessanti realtà nel bacino mediterraneo, che fa da forte stimolo alla rinascita dell’ebraismo anche in Calabria e in Sicilia, regioni non a caso presenti nell’edizione 2013 di Lech Lechà insieme alla Campania, a sua volta sede di una comunità ebraica molto attiva.

venerdì 8 marzo 2013

Convegno sulla Scuola medica salernitana



Il 15 Aprile 2013, h. 9,00 - 17,00 a Salerno, presso la Sala Convegni dell’Ordine dei Medici di Salerno
Via Santi Martiri Salernitani, 31
si terrà il convegno sul tema

 La Scuola Medica Salernitana
come punto di incontro tra culture:
passato e presente

Il professor Giancarlo Lacerenza, Direttore del Centro studi ebraici dell’università L’Orientale di Napoli, terrà una relazione sul tema “Gli ebrei e Salerno: fonti, documenti, tradizioni”

Il professor Gabriele Mancuso svolgerà una relazione su “Medico, astrologo, filosofo, rabbino: l’immagine di Donnolo nella tradizione e nell’immaginario ebraico, dall’Italia al Nord Europa”

Alla tavola rotonda che si avrà luogo nel pomeriggio, sul tema “Testamento biologico e accanimento terapeutico: confronto di opinioni”, parteciperà rav Scialom Bahbout, Rabbino capo di Napoli e del Meridione

Da SynergieComunicazione 


La leggenda della Scuola Medica Salernitana racconta che la sua fondazione sia dovuta a quattro saggi: l’ebreo Helinus, il bizantino Pontus, il musulmano Adela e il latino Salernus.
L’evidenza storica dimostra che Salerno è stata un centro dove molteplici culture si sono incontrate ed il loro sincretismo ha fatto sì che questa antica scuola di medicina fosse rinomata in tutto il mondo.
In particolare, nell’alto medioevo la presenza di una comunità ebraica nella città di Salerno è ampiamente documentata, così come la sua influenza sulla cultura medica locale.
Argomento dell’incontro della prima sessione sarà la riscoperta del contributo nel campo della medicina e negli usi della vita quotidiana degli Ebrei salernitani.
La seconda sessione, invece, tratterà un argomento di natura etica attualmente controverso, il testamento biologico e l’accanimento terapeutico, che si vuole affrontare, in un’ottica multiculturale nel rispetto del diverso sentimento e valore religioso o laico, in una tavola rotonda di confronto tra le diverse visioni in un’ epoca in cui il medico non ha più un rapporto paternalistico con il paziente.

venerdì 1 marzo 2013

Ki Tissà: La santità non risiede negli oggetti



Immagini da Wikipedia

Riflessione di rav Scialom Bahbout, Rabbino capo di Napoli e del Meridione, sulla parashah del prossimo shabbat

Quando Mosè si avvicinò all'accampamento, vide il vitello e le danze. L'ira di Mosè si accese, lanciò via dalle sue mani le tavole e le frantumò ai piedi del monte
(Esodo 32: 19)

"A cosa assomiglia la cosa? A quel principe che inviò un intermediario per sposare una donna; questi andò, ma lei si era corrotta andando con un altro uomo. Cosa fece? Prese il contratto matrimoniale che gli aveva dato il principe per sposarla e lo strappò. Disse: "E' preferibile che venga giudicata come donna libera, piuttosto che come donna sposata!". Così fece Mosè: quando Israele fece il vitello d'oro, prese le tavole e le ruppe. Mosè disse: "E' preferibile che vengano giudicati per aver commesso una trasgressione involontariamente, piuttosto che volontariamente: infatti se avessero conosciuto la pena che sarebbe toccata loro, non avrebbero peccato".
Shemoth rabbà 43: 1

"Vidi ed ecco che avevate peccato verso il Signore Dio vostro": vide che Israele non aveva possibilità di sopravvivere dopo ciò che aveva fatto, congiunse a esso la propria persona e ruppe le tavole. Egli disse al Signore: "Loro hanno peccato, ma anche io ho peccato perché ho rotto le tavole; se tu perdonerai il loro peccato, perdonerai anche il mio, com'è detto: (Esodo 32: 32) Ora se sopporterai il loro peccato, allora perdonerai anche il mio peccato; ma se tu non perdonerai il loro peccato, non perdonerai il mio: allora, cancellami dal tuo libro che tu hai scritto".
Shemoth rabbà 46: 1

La rottura delle tavole della legge da parte di Mosè è uno degli episodi più drammatici della sua vita e del suo rapporto con il popolo. Il verso dell'Esodo che narra il momento clou in cui ciò avvenne può essere diviso in due parti: nella prima, la Torà descrive il progressivo avvicinamento di Mosè all'accampamento e l'istante in cui poté rendersi conto de visu di quanto Dio stesso gli aveva detto; nella seconda, la reazione di Mosè.
Di fronte all'informazione datagli da Dio stesso, Mosè avrebbe potuto decidere di rompere subito le tavole oppure di lasciarle sul monte. Egli decise invece di portarle con sé fino all'accampamento, sperando, forse, che nel frattempo il popolo si fosse ravveduto o che la colpa non fosse così grave. Lo spettacolo che gli si parò davanti fu peggiore di quanto si aspettasse. Il popolo aveva fatto un vitello di metallo fuso, ma lungi dall'avere rimorso per l'azione idolatrica compiuta, in aperto contrasto con il comandamento appena ricevuto, danzava e cantava con gioia. Riportarlo alla ragione con mezzi normali sarebbe stato difficile, se non impossibile: era necessaria una reazione forte. Forse ci saremmo aspettati che Mosè – il massimo profeta – assumesse un atteggiamento più riflessivo e meno emotivo: la Torà insegna invece che anche Mosè, per quanto dotato di alta spiritualità, è un essere umano che, in circostanze particolari, può essere travolto dai propri sensi. D'altra parte, l'informazione, quasi asettica, che aveva ricevuto da Dio, non poteva avere lo stesso effetto che ebbe invece quando vide il popolo che trasgrediva un comandamento così rilevante in quanto espressione proprio del patto che lega Israele al Signore.
Nella seconda parte del verso viene narrata la rottura delle tavole. I commentatori si chiedono perché mai Mosè le ruppe: infatti l'uomo non deve farsi trascinare dall'ira e non deve distruggere neanche l'oggetto più semplice e tanto più un oggetto così sacro come erano le tavole che avevano una santità particolare, secondo quanto dice il testo, "le tavole erano opera del Signore e la scrittura era la scrittura del Signore, incisa sulle tavole" (32: 16).
Il primo midrash paragona il rapporto tra Dio e Israele a una relazione tra marito e moglie e l'idolatria all'adulterio: dato che una pena può essere comminata solo nel caso in cui chi compie un azione proibita ne conosca anche le conseguenze legali, Mosè ruppe le tavole per far sì che la colpa commessa dal popolo potesse essere considerata involontaria e quindi non punibile con la pena di morte.
Il secondo midrash afferma che Mosè volle condividere la stessa sorte che sarebbe toccata a Israele: quando Dio gli propose di distruggere il popolo per crearne uno nuovo che avesse lui come capostipite, Mosè preferì rompere le tavole e stracciare il contratto che unisce Israele a Dio, compiendo così una colpa grave che lo avrebbe accomunato al popolo: o con Israele o la morte.
Rashbam, le cui interpretazioni sono note per essere spesso vicine al significato letterale del testo, sostiene che, quando vide il vitello, Mosè perse le sue forze e gettò le tavole a una breve distanza per non farsi male ai piedi. Questa opinione contrasta con quanto narrato da Mosè stesso in Deuternomio (9: 17): "afferrai con forza le due tavole, le gettai dalle mie mani e le ruppi davanti ai vostri occhi".
Secondo Rashi, con la rottura delle tavole Mosè voleva punire il popolo, dimostrando che non era degno di ricevere la Torà: infatti gli ebrei avevano di fatto già rotto le tavole, trasgredendo il comandamento fondamentale che simboleggia l'unione tra Israele e Dio.
A questa opinione, Abarbanel aggiunge che Mosè ruppe le tavole nell'accampamento e non quando era sul monte, perché solo vedendo frantumare quella grandiosa opera divina che erano le tavole, gli ebrei sarebbero rimasti profondamente colpiti.
Rabbi Izhak Aramà sostiene che, oltre allo scopo di punire il popolo, la rottura delle tavole vuole avere anche una funzione educativa: lasciarsi trascinare dall'ira è considerata cosa assai grave, paragonabile all'idolatria, ma può essere giustificabile quando serve a shoccare coloro che osservano un'azione generata dall'ira: quindi Mosè ruppe le tavole non perché fosse uscito di senno, ma perché intendeva sollecitare il popolo a capire quale azione terribile avessero compiuto: per spezzare, assieme alle tavole, anche il loro cuore (per usare l'espressione del Natziv).
Più vicino al significato letterale del testo è il Ramban: non ci fu nessuna intenzione educativa o punitiva o partecipativa nell'azione di Mosè: egli, di fronte alla visione del vitello e degli ebrei che vi danzavano intorno al suono dei tamburi e dei flauti, non riuscì a trattenersi: non ci fu "premeditazione" nella rottura delle tavole, ma solo il dolore nel vedere la caduta del popolo dalle vette raggiunte nella rivelazione del Monte Sinai ("faremo e ascolteremo") allo stato di degrado in cui erano scesi creando il vitello d'oro.
Un'interpretazione originale esprime rabbi Meir Simcha Dvinsk nel suo commento (Meshech chochmà): assieme all'ira e al dolore, Mosè volle dare un grande insegnamento per tutte le generazioni. Il popolo ebraico poteva credere che le tavole avessero una santità intrinseca, mentre la vera santità non è nei luoghi, negli oggetti, nelle case e neanche in un uomo dalla più grande personalità: Mosè in fondo era soltanto una "mediatore" che aveva il compito di trasferire la Torà per portarla dal cielo alla terra. Rompendo le tavole, Mosè dimostrò che esse non possedevano alcuna santità: la santità stava (e sta) nelle parole e nell'osservanza della legge cui l'uomo è tenuto.
Secondo i Maestri, questa fu una delle tre azioni per le quali Mosè ricevette la piena approvazione da parte di Dio, ed è interessante notare che Rashi chiude il proprio commento citando l'interpretazione che forniscono i Maestri alle ultime parole della Torà ("Per la notevole forza e per le cose grandi e potenti che Mosè aveva operato agli occhi di tutto Israele"). La grandezza di Mosè non fu quella di aver portato la Torà al popolo, ma piuttosto di aver insegnato che ci sono momenti in cui è preferibile romperla, per poter poi riprenderla al momento opportuno, piuttosto che vederne il messaggio umiliato e travisato nelle azioni dell'uomo. Infatti, la santità divina risiede solo nella Torà e nell'uomo che la applica nella sua vita.
E' scritto (Berakhot 8b) che "nell'arca c'erano i frammenti delle prime tavole e le seconde tavole": il paradosso è che le prime - che erano opera divina - erano rotte, mentre le seconde - che erano opera umana - erano integre: la santità non risiede negli oggetti, ma nell'osservanza delle leggi che sono incise nelle tavole del cuore dell'uomo.