Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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lunedì 26 novembre 2012

Gli ebrei di nuovo a Trani



Un articolo del Jerusalem Post.
Sebbene sul sito riporti la data di oggi, si riferisce chiaramente alla situazione di alcuni anni fa

Ari Z. Zivotofsky e Ari Greenspan
Questo mini-miracolo della resurrezione è iniziata con il professor Francesco Lotoro, pianista e direttore d'orchestra, ricercatore per oltre 15 anni della musica dei campi di concentramento

La festa di Tu Bishvat di solito è celebrata con un pasto di frutti della Terra Santa, che indica l'avvento della stagione primaverile e il rinnovamento della natura. Lo scorso Tu Bishvat ci ha portato a un antico edificio di pietra grigia che fino a quest'anno era ufficialmente una chiesa cattolica. Lì abbiamo mangiato uva, arance e banane, con un gruppo di 25 persone in un edificio sinagogale riconsacrato costruito quasi 800 anni fa (ca. 1240), e non aveva visto una celebrazione Tu Bishvat in oltre 500 anni. Appena un mese prima, Rav Shalom Bahbout, aveva fatto quello che sarebbe stato impensabile per secoli: ha pubblicamente accese una menorah di Chanukah. Tutto questo è successo nella rinata comunità ebraica italiana di Trani, che prega oggi in quella che è forse la più antica sinagoga funzionante in Europa. Eravamo in Italia in un '"avventura halachica", ricercando l'industria dell’etrog [cedro] e la sua storia, sulla costa sud-orientale d'Italia. Per Shabbat abbiamo saputo degli sviluppi in corso a Trani abbiamo fatto le quattro ore di attraversamento per testimoniarli in prima persona. Questa è stata l’occasione di fare due cose insolite. In primo luogo, osservare la storia in divenire di come un’antica comunità si è rinnovata, e in secondo luogo connetterci alla storia pregando nella stessa città di due dei più grandi rabbini medievali d'Italia. I due studiosi, il Mabit (Moshe di Trani), uno studioso di fama, e Rav Isaia di Trani, un commentatore prolifico e importante e autorità halachica, nato a Trani nel 1180. Trani è un porto di mare sulla costa sud-occidentale d'Italia che nel 12° secolo ebbe una fiorente comunità ebraica. Per la maggior parte 12° e nella prima metà del 13° secolo, gli ebrei godettero di una certo autogoverno e di protezione governativa in un fiorente quartiere ebraico. Entro la fine del 13 ° secolo la situazione peggiorò, portando a confische, battesimi forzati, e libelli di sangue. Molti ebrei fuggirono nel corso degli anni, anche se per molti secoli ci fu una forte comunità di neofiti (il nome con cui erano conosciuti italiane "marrani") accanto alle vestigia della comunità ebraica. Nel 1510 gli ebrei furono espulsi da tutta la Puglia, in Italia meridionale ,"tacco dello stivale" che comprende Trani, e gli ebrei lasciato Trani definitivamente nel 1541 a causa di un decreto che li obbliga a scegliere tra il battesimo o l'esilio. La maggior parte degli ebrei scelse l'esilio, in fuga verso luoghi come Salonicco e Corfù. Nelle prime fasi della persecuzione nel 1290, quattro sinagoghe furono confiscate e trasformate in chiese. Due di queste, Scolagrande e Scolanova, ancora esistono. Per quasi 700 anni, questi due edifici maestosi riflettevano la difficoltà della vita ebraica in un contesto cattolico. Lo spazio per il Mezuza rimase nel telaio della porta. Il rientro nel muro per il rotolo della Torah è ancora lì, e resti di un mikveh si trovano nel seminterrato.
Tutta l'Italia fu liberata dalle catene della Chiesa nel 1861, ma nessun ebreo praticava apertamente, nel Sud Italia da oltre 300 anni, e nessuna comunità fu ricostituita a Trani o nei comuni limitrofi.
All'insaputa degli estranei, tuttavia, gli ebrei neofiti continuarono a praticare nella regione la loro fede nascostamente. Questo mini-miracolo della resurrezione è iniziata con il professor Francesco Lotoro, pianista e direttore d'orchestra, ricercatore per oltre 15 anni della musica dei campi di concentramento. Due anni fa, lui e sua moglie si convertirono ufficialmente all’ebraismo attraverso il Tribunale rabbinico di Roma. Oggi vivono una vita pienamente ebraica a Trani e abbiamo avuto il privilegio di incontrarli. Dopo la conversione, i Lotoro contattarono il Comune di Trani per richiedere l'uso della sinagoga Scolanova, che non era più utilizzata come chiesa ed era rimasto vuota negli ultimi 50 anni. Quando la loro richiesta è stata accolta nel novembre 2005: hanno immediatamente riunito il gruppo di ebrei sparso nell’area per pregare e hanno organizzato una comunità e sinagoga. Entrando nell'antico edificio per la prima volta, erano sbalorditi nel vedere che un dipinto ad olio medievale di Maria era stato appeso nella nicchia in cui in origine c’era l'arca. La chiesa cattolica ha rifiutato di rimuoverla, anche se sarebbe stata conservata ed esposta in un museo. Inoltre, come sito storico protetto, è stato vietato alla nascente comunità ebraica di toccare la pittura. Gli ebrei si rivolsero a Rav Bahbout, che a sua volta ha posto la domanda akl'ex rabbino capo di Israele, Mordechai Eliyahu, che ha stabilito che potrebbero coprire l'immagine con un quadro più appropriato. La soluzione è stata un poster di una menorah, che ora copre la pittura e decora la nicchia. Bahbout è nato a Tripoli nel 1944 ed è stato ordinato dal Collegio rabbinico italiano nel 1965. Egli è il fondatore e decano di Beit Midrash Tifereth Yerushalayim - l'Accademia italiana di studi ebraici di Gerusalemme, aperta nel 2003, ed inoltre, è il rabbino della Sinagoga Panzieri Fatucci a Roma. Bahbout ha anche lavorato come direttore-coordinatore del Beit Din di Roma e tiene lezioni di fisica presso la Facoltà di Medicina di Roma La Sapienza. L'esistenza della sinagoga di Trani ha risvegliato l'ebraismo nella regione. Nella prima metà del 20° secolo a Sannicandro Garganico, una cittadina a nord di Trani, un relativamente ignorante non ebreo veterano disabile della prima guerra mondiale, ricevette una Bibbia da un cappellano protestante. Questo dono gli fece partire un cammino di osservanza dei comandamenti come scritto nella Torah. Attrasse un seguito e poi affermò di aver avuto una visione della menorah, come descritto nel libro di Zaccaria. Il gruppo di 40 o 50 poi convertiti all’ebraismo, dopo la seconda guerra mondiale per la maggior parte si trasferì in Israele e si stabilì a Birya, nei pressi di Safed. I discendenti di alcuni di quelli rimasti, un nuovo gruppo di 30 a 40, hanno iniziato a osservare i comandamenti e si sono uniti con la riemergente sinagoga di Trani.
Alcuni dei neofitis hanno anche loro iniziato ad entrare. Un membro, Avraham Zecchillo, ricorda la nonna lasciare la chiesa prima dell'Eucaristia, e baciare il punto in cui avrebbe dovuto essere la mezuzah. Si ricorda anche una forma di pidyon haben (riscatto del primogenito), fatta con un prete. Ci ha detto che il 30° giorno dopo la nascita di un primogenito maschio, sarebbero andati in chiesa e sedersi sul lato opposto a dove era la porta con la mezuzah per ricevere una benedizione speciale segreta dal sacerdote marrano. Egli si è formalmente convertito all’ebraismo ed è un membro attivo della comunità nascente. Tutti e quattro i suoi figli risiedono in Israele. (L’insolito sacerdote marrano, a quanto pare, non è così insolito. Siamo andati a Portogallo in questo stesso "avventura halachica", seguendo le orme dell'Inquisizione portoghese per cercare di mappare i loro costumi sulla cottura della matzah. Lì abbiamo incontrato un prete di 65-anni che è venuto da noi nella sinagoga, e ci ha detto come si sentiva vicino al giudaismo. Ciò che non ha detto a noi, ma aveva già detto al rabbino locale, era che lui era uno dei 10 bambini in quella che pensa che essere stata una famiglia marrana e fu inviato a studiare per il sacerdozio. Le famiglie marrane ritenevano che un figlio un serviva da "copertura" eccellente per la loro ebraicità. Dopo tutto, quale famiglia ebrea avrebbe mandato il figlio a studiare per il sacerdozio?) La comunità nascente di Trani ha ricevuto assistenza dal Consiglio italiano rabbinica e dall'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI). La comunità è anche riuscita a pubblicare un calendario ebraico per il 5766, basato sulla latitudine e longitudine di Trani. Sono impegnati nella creazione di una vasta rete educativa che includerà una yeshiva, scuola ebraica per ragazzi, archivio, biblioteca, centro per lo studio della musica ebraica, e un bed and breakfast. Con l'eccezione del secondo piano della sinagoga, che la comunità ha ricevuto da parte del Comune, manca ogni altra infrastruttura. Il rabbino viene da Roma ogni due settimane per insegnare e istruire bambini in età di bar e bat mitzvà. Eventi speciali attirano oggi circa 40 persone su base regolare. Queste persone vedono molto spazio per la crescita dato che ci sono 1000 individui nel Sud Italia che danno la loro "tassa religiosa" alla Comunità ebraica italiana. Stanno cercando di acquisire l’edificio adiacente, che un tempo conteneva il matroneo, e il mikve (di cui scala e piscina sono ancora evidenti) nel seminterrato. C'è la speranza che l'antisemitismo del passato sia finito - l'arcivescovo di Trani è giunto alla Sinagoga Scolanova a salutare Rav Shalom Bahbout - e che una comunità rivitalizzata possa prosperare a Trani.

"Lech Lechà" 2012: Momento di preghiera della Comunità ebraica di Trani

 

Presenza ebraica nel Reggino dalla diaspora alla cacciata



Venerdì scorso si è svolto un incontro sulla storia degli ebrei reggini, il secondo che si è tenuto in poco tempo a Reggio. Pubblichiamo ampi stralci della relazione tenuta sul tema dal professor Felice Delfino.

Felice Delfino

Certamente molti reggini saranno a conoscenza della presenza nella nostra città e nei suoi dintorni di Greci, Romani, Bizantini, Normanni, Svevi, Angioini ed Aragonesi, tuttavia non tutti sapranno che oltre queste etnie, fin dall’epoca tardo-antica, fu presente nel Reggino anche un popolo proveniente dall’Oriente, che diede un contributo non tanto dal punto di vista sociale e culturale, quanto piuttosto dalla prospettiva prettamente economica: si tratta degli Ebrei.
Esamineremo dunque le cause che spinsero gli ebrei ad abbandonare la loro terra d’origine, la Palestina, per collocare la loro vita religiosa, sociale, culturale ed economica nel Reggino.
Alla base di questo stanziamento ebraico sta quel particolare fenomeno migratorio meglio noto col nome di diaspora, che tradotto dal greco significa propriamente dispersione, disseminazione.
Bisogna precisare che la diaspora non fu univoca in quanto in lassi cronologici assai diversi si verificarono svariati flussi migratori, ma per quel che ci riguarda, ci riferiamo all’ultima, quando nel 70 d.C. il Tempio di Gerusalemme fu distrutto definitivamente dal generale romano Tito, figlio di Vespasiano, il quale era a comando di diverse legioni: V Macedonica, X Fretensis, XII Fluminata, XV Apollinaris.
È Interessante sottolineare che la X legio Fretensis fu costituita dal primo Imperatore romano Ottaviano Augusto in riva allo Stretto di Messina in occasione della battaglia contro Sesto Pompeo. Questa legione arruolava tra le sue fila soldati reggini e bruzi. Dunque questo significa che anche soldati reggini parteciparono alla distruzione di Gerusalemme e del Tempio.
Una volta rasa al suolo la Città Santa ed il suo luogo di culto, gli ebrei furono deportati in schiavitù a Roma. Per giungere dall’Oriente all’Occidente le navi romane cariche di schiavi ebrei seguirono la rotta commerciale, quella stessa percorsa da San Paolo nel 64, che aveva come scalo obbligato Reggio Calabria. Alcuni ebrei liberi scelsero di fermarsi nella città in riva allo Stretto, una piccola parte di schiavi fu portata a lavorare le terre del Bruzio e dell’Italìa, mentre la maggior parte di essi fu condotta a Roma. Alcuni di questi schiavi ebrei giunti nella capitale dell’Impero Romano, dopo aver riscattato il loro status socialis da servus in libertus mediante corrispettivo pagamento in denaro versato dai fratelli ebrei più ricchi, nei pressi di Roma costruirono la prima comunità ebraica: quella di Ostia, la cui sinagoga è stata ritrovata e datata dagli archeologi al II sec., dunque la più antica della penisola italiana. Anche nel Reggino è stata ritrovata una sinagoga quella di San Pasquale di Bova Marina, l’antica Delia in epoca romana. Questa sinagoga è stata invece datata IV sec.
Non tutti gli ebrei liberti vollero però restare nel Lazio, e muovendosi attraverso le vie romane si spostarono lungo la penisola. Attraversando la via consolare Popilia, che collegava Capua con Catona, provincia Di Reggio Calabria, scesero nel Meridione e qui costruirono numerose giudecche.
Ebrei furono anche a Catona, ultima statio della via Popilia attestata dal Lapis Pollae, il Marmo di Polla, che consacrò il borgo di Catona “Ad Fretum Ad Statuam” (Dallo Stretto alla statua). Il marmo di Polla fa infatti riferimento allo Stretto di Messina, meglio conosciuto all’epoca come Passo di Scilla o Ad Portum, e alla statua del dio Nettuno, dio dei mari a cui tutti i catonesi erano devoti in quanto abili pescatori e al quale officiavano doni per una pesca propizia.
A Catona, che si chiamava a quel tempo Columna Reggina (anche se alcuni studiosi affermano che fu Cannitello), esisteva un porto, il secondo d’importanza dopo quello di Reggio, collegato da un torrente navigabile al porto di Fiumara di Muro, conosciuta al tempo dei Romani come Cenicolo.
Altro elemento che fa protendere verso la tesi secondo cui ci fu una presenza ebraica anche a Catona, è individuabile dal toponimo Cannameli (il cui significato etimologico è canna da miele, e non canna inteso come mezzo di misura e miele nel senso di fortezza come sostiene erroneamente Mons. Pensabene). La località Cannameli, che si trova nelle vicinanze dell’attuale Kalura, fa presupporre che qui gli Ebrei vi producessero le canne da zucchero, altra attività agli ebrei congeniale.
Certamente ebrei furono presenti già in epoca antica e prima dell’età imperiale. Sappiamo con esattezza che alcune famiglie ebraiche si erano stabilite in terra reggina nel IV secolo come testimoniano tre reperti: il titulus della Sinagoga di Reggio, la lucerna di Leucopetra, la Sinagoga di Bova Marina, scoperte archeologiche tutte datate dagli esperti al IV secolo.
Il titulus, custodito all’interno del “Museo della Magna Grecia di Reggio Calabria” riporta impressa una scritta in greco: “TON IOUDAION” tradotta in italiano “dei Giudei”, che gli archeologi hanno ricostruito come “SYNAGOGE TON IOUDAION” (Sinagoga dei Giudei). Il fatto che fosse scritta in greco è un dato interessante perché sta ad indicare che gli ebrei reggini parlavano il greco, che però utilizzavano solo per motivazioni prettamente commerciali, in quanto all’interno della loro giudecca parlavano tra essi soltanto l’ebraico.
L’altro reperto del IV secolo è stato trovato a Lazzaro (l’antica Leucopetra). È una lucerna ad olio con inciso il bollo della menorah (il candelabro a sette braccia) trovata all’interno di una necropoli. Eminente è il rinvenimento avvenuto a San Pasquale di Bova Marina,  (l’antica Delia) di una sinagoga.
Certamente comunità ebraiche furono presenti nel Reggino come in tutto il Meridione, anche nel Medioevo fino al XVI secolo: abbiamo presenze ebraiche documentate a Grotteria, Gerace, Torre di Bruzzano, Bruzzano, Condoianni, Motta Bovalina, Brancaleone, Bianco, Pizzo, Rocca Angitola, Castelmonardo, Sant’Eufemia, Nicastro , Belcastro, Stilo, S. Lorenzo, Motta S. Giovanni, Bova, Sant’Agata, Bagnara, Oppido, Gioia, Melicuccà , San Giorgio, Terranova, Borrello, Rosarno, Pentidattilo, Seminara, Fiumara di Muro, Mesuraca, Crotone, Isola, Reggio Calabria, Polistena, Tropea, Vibo, Briatico, Mileto, Nicotera, Sinopoli, Calanna, Polia, Monterosso, Castelvetere, Squillace, Catanzaro, Le Castella, Cutro, Amndolea.
Durante la permanenza di queste famiglie ebraiche nel territorio calabrese, i loro rapporti con i sovrani furono differenti a seconda del Casato al potere, divenendo oggetto ora di persecuzioni, in altre occasioni invece di lusinghe, destinatari di particolari privilegi e concessioni e, richiestissimi dalle universitas (nome medioevale dei comuni), che per i benefici da essi apportati, sapevano di non poter fare a meno di essi.
Gli ebrei scelsero il Reggino, sia nell’antichità che nel Medioevo in quanto la zona si presentava come punto logistico di grande validità per immettersi facilmente all’interno del circuito commerciale non solo con la Sicilia, ma anche con l’intera area mediterranea. Gli ebrei infatti erano abilissimi commercianti, espertissimi anche in ogni altro settore dell’economia.

GLI EBREI DEL REGGINO E LA SETA
Tra le tante attività svolte dagli ebrei che dimoravano nell’area reggina, le più importanti, oltre il commercio, furono la produzione della seta strettamente legata all’allevamento dei bachi e la coltivazione dei gelsi, le cui foglie sono il nutrimento dei bachi; il prestito, la tipografia, la medicina.
Nella provincia di Reggio Calabria, furono gli Ebrei a dare un tangibile impulso nella diffusione e nell’incremento dell’industria della seta e nel suo commercio. Ben presto essi furono però accusati dai mercanti Genovesi e dai Lucchesi di monopolizzare il mercato. In effetti, essi detenevano il monopolio del commercio della seta, cosa che si evince chiaramente, dal fatto che “il giorno della Maddalena” era loro consentito dai regnanti, di fissare il prezzo della seta da immettere sul mercato. Le proteste della popolazione calabrese indirizzate ai regnanti, che volevano l’allontanamento degli ebrei dal Regno di Napoli, si fecero sempre più pressanti, e nel 1511 un’ordinanza del re Ferdinando di Aragona, li costrinse ad abbandonare il nostro paese. Quest’editto di cacciata non fu in realtà l’unico, in quanto gli ebrei furono reintegrati più tardi nel Regno di Napoli, dal sovrano Aragonese, quando ci si rese conto che il loro allontanamento aveva provocato un terribile crollo economico a causa dell’incapacità dei produttori locali improvvisatisi commercianti.
Gli ebrei erano commercianti oltre che di seta e di altri pregiati tessuti, anche di altri prodotti. Essi si distinsero anche nel commercio del vino reggino.

IL COMMERCIO DEL VINO REGGINO
Gli ebrei commerciavano anche il vino reggino, vino che come afferma nei Depno Sofistai Ateneo di Naucrati era uno dei vini principi dell’antichità insieme al vino Sorrentino e al vino Priverno. Si trattava di un vino di altissima qualità il cui segreto è riscontrabile  non solo per le viti pregiate, ma anche grazie all’utilizzo della pece Aspromontana con cui venivano rivestite le anfore vinarie. Il vino reggino era tanto rinomato che addirittura furono costruiti contenitori appositi denominati KEAY LII. Alcune di queste anfore sono state ritrovate aventi il bollo della Menorah e pertanto appartenenti agli ebrei reggini che commerciavano questo vino o lo utilizzavano per la sua purezza come prodotto Kasher durante le loro celebrazioni liturgiche.

Tra le principali attività dagli ebrei svolte nel reggino è bene ricordare anche l’usura.
Quando col Concilio Lateranense IV, Papa Innocenzo III, vietò ai cristiani di prestare denaro, escluse da questo veto gli ebrei, a patto che i tassi d’interesse dei prestiti non fossero elevati. In realtà la Mishnà vietava anche agli ebrei di prestare denaro se non per ragioni di sustentamento.
Oltre al commercio, alla produzione della seta e all’usura, gli ebrei reggini si dedicarono anche ad altri settori: medicina, stamperia (ricordiamo a tal proposito che proprio a Reggio Calabria fu realizzata la prima opera stampata della regione, mediante la stampante a carattere mobili. Si tratta del Commentario al Pentateuco del Rabbino Rashi, copia realizzata da Abram ben Garton) ed a tantissime altre attività, che portarono ricchezza ad essi stessi, ma anche al territorio in cui erano stanziati. Per questo si accattivarono l’invidia dei locali e questa fu la vera  motivazione della richiesta della loro scacciata.
Agli atti notarili invece la causa del loro allontanamento appare di carattere prettamente religioso, motivata dall’accusa che gli ebrei disturbavano chiassosamente con i loro riti la celebrazione liturgica cristiana svolta all’interno della Chiesa di Santa Barbara.
Questo è un dato assai interessante perché chi di storia e di archeologia s’intende sa benissimo che le sinagoghe oltre ad essere costruite rivolte verso Oriente, cioè verso la città Santa di Gerusalemme, erano normalmente collocate all’interno delle loro Giudecche.
All’interno dell’area circoscritta della Giudecca, gli ebrei svolgevano la loro vita sociale distaccata da quella degli abitanti locali coi quali avevano rapporti esclusivamente di tipo commerciale ed economico.
La Giudecca di Reggio Calabria, così come le restanti Giudecche, vennero evacuate definitivamente in seguito all’ultimo Editto di espulsione di Ferdinando I detto “il Cattolico”, e questo sancì la fine della presenza ebraica nel Regno di Napoli. La loro permanenza sarebbe sicuramente stata positiva per il mantenimento e l’incremento dell’economia meridionale, purtroppo questo documento emanato dal re Aragonese con così troppa ingenuità, avrà così dirompenti ripercussioni che peseranno come un grossissimo macigno, provocando conseguenze di degrado, gravi ferite sul piano economico-sociale, che saranno risanate solo parzialmente parecchio tempo dopo con ingenti sforzi dei locali. L’alto livello di floridezza e di benessere raggiunto in Calabria, durante la presenza ebraica, resterà solo un triste ricordo, che comunque non deve essere mai dimenticato.

martedì 20 novembre 2012

Sul convegno in memoria del professor Colafemmina


Riprendiamo dall’ultimo numero di Sullam (newsletter della Comunità ebraica di Napoli) l’intervento di uno dei relatori e organizzatori del Convegno di studi in memoria del professore Cesare Colafemmina, di cui avevamo parlato in precedenza.

Iniziative in memoria di Cesare Colafemmina
Giancarlo Lacerenza
Docente di Lingua e letteratura ebraica biblica e medievale presso il Centro di studi ebraici dell’Università Orientale di Napoli
Vicepresidente del Cerdem, Centro di ricerche e documentazione sull'ebraismo nel Mediterraneo "Cesare Colafemmina"

Dal 15 al 18 ottobre 2012 si è svolto fra Bari, Trani e Venosa un convegno internazionale di studi in memoria di Cesare Colafemmina, il grande studioso dell’ebraismo dell’Italia meridionale recentemente scomparso (vedi Sullam n. 98). Il convegno, intitolato “Gli Ebrei nell’Italia meridionale e nel Mediterra­neo dall’Età romana all’Alto Medioevo” e patrocinato dall’Università di Bari e dai Comuni di Trani e Venosa, ha visto la collaborazione delle Soprintendenze pugliesi e della Soprintendenza per i Beni archeologici della Basilicata, dell’ANAI-Sezione Puglia, del Centro di studi ebraici (L’Orientale, Napoli), dell’Associazione italiana per lo studio del giudaismo, e del Diaspora Research Institute (Tel Aviv).
Nel corso di una lunga e suggestiva cerimonia svoltasi il primo giorno nell’Aula Magna del Palazzo di Ateneo, a Bari, la figura e l’opera di Colafemmina sono state rievocate da testimonianze di docenti, storici e autorità accademiche. Quattro giorni d’intenso lavoro, con numerosi studiosi giunti appositamente da Italia, Israele, Germania, Stati Uniti, per presentare con generosità ed entusiasmo i risultati delle più recenti ricerche sulle testimonianze storiche, letterarie, archeologiche ed epigrafiche non solo dell’ebraismo meridionale, ma anche del suo contesto mediterraneo: fra gli altri, Steven Bowman (University of Cincinnati), Andrea Colella (Hochschule für Jüdische Studien, Heidelberg), Cosimo D’Angela (Università di Bari), Gideon Foerster (Hebrew University of Jerusalem), Joseph Geiger (Hebrew University of Jerusalem), Giorgio Gramegna (Sezione Ebraica Museo Diocesano, Trani), Oded Irshai (Hebrew University of Jerusalem), Giancarlo Lacerenza (Università L’Orientale, Napoli), Fabrizio Lelli (Università del Salento), Ariel Lewin (Università della Basilicata), Mariapina Mascolo (Soprintendenza archivistica per la Puglia), Samuel Rocca (Ariel University Center of Samaria), Eliodoro Savino (Università “Federico II”, Napoli), Lucio Troiani (Università di Pavia), Enrico Tromba (Università di Bologna - EPHE, Parigi). Hanno inoltre introdotto e coordinato le sessioni Albert Baumgarten (Bar Ilan University), Cosimo Damiano Fonseca (Accademia nazionale dei Lincei), Silvia Godelli (Assessorato al Mediterraneo, Regione Puglia), Maria Nardella (Soprintendenza Archivistica per la Puglia), Joseph Sievers (Pontificio istituto biblico, Roma).
A questa manifestazione internazionale, di cui è in preparazione il volume degli Atti, ha fatto seguito un altro importante riconoscimento all’opera di Colafemmina, con l’intitolazione a suo nome della sala conferenze del Palazzo De Mari, sede del Comune di Acquaviva delle Fonti. La cerimonia di dedicazione si è tenuta il 12 novembre 2012.

domenica 18 novembre 2012

Storia degli ebrei nel Reggino



Prosegue l'attività del professore Felix,
che già il mese scorso aveva partecipato ad un incontro
sulla storia degli ebrei in Calabria

L'UNLA (Unione nazionale lotta contro l'analfabetismo) - Sezione di Arghillà, per l'iniziativa fortemente voluta dal preside Antonino Sammarco, organizza "Radici", una serie di incontri culturali che hanno la finalità di promuovere e valorizzare la cultura reggina, riscoprendo alcuni importanti aspetti della nostra storia.
Durante questo secondo incontro, il Dott. Felice Delfino, docente di religione,
tratterà la tematica inerente la presenza ebraica a Reggio Calabria e nella zone della sua attuale Provincia, dall'antichità al Medioevo.
Si parlerà delle attività dagli ebrei svolte nel territorio e dell'importanza della loro presenza per l'economia locale.

Durante la serata saranno proiettati anche alcuni brevi ed interessantissimi video.


CONVEGNO - DIBATTITO
“La storia degli ebrei nel Reggino”

L’incontro si terra presso la sede dell’UNLA
(Arghillà sud di fronte alla Chiesa)
venerdì 23 novembre ore 18:00

Programma

Saluti
Presidente Antonino Sammarco

Relatore
Dott. Felice Delfino

martedì 13 novembre 2012

Uno chef calabro a Tel Aviv



In un post precedente avevamo fatto cenno allo chef Luigi Quintieri,
che si sarebbe recato a Tel Aviv per una manifestazione di promozione della gastronomia calabrese
presso il ristorante "King Solomon" all'interno dell' Hilton Tel Aviv.
Riportiamo qui l’articolo (purtroppo in inglese) pubblicato sul Jerusalem Post.
Ci auguriamo che presto si moltiplichino le iniziative e i contatti culturali ed economici tra la Calabria e Israele

Il ristorante dello chef Quintieri, “La tavola di Melisunda”,
si trova a Soverato, in Via della Vittoria 1/3

Dal Jerusalem Post del 7 novembre
Calabria at the Hilton in Tel Aviv
By Gloria Deutsch

The flavorful cuisine of southern Italy is highlighted this month at the hotel’s King Solomon restaurant.

Calabria is the southernmost part of Italy – the toe – and its cuisine is less well known than that of Rome and the north. To introduce Israelis to the gastronomy of the region, the Tel Aviv Hilton is holding a Calabrian month during November in its prestigious King Solomon restaurant.
Under the auspices of the Academia Italiana della Cucina, and with the blessing of the new ambassador from Italy, Francesco Maria Talo, the hotel imported chef Luigi Quintieri to create a Calabrian feast and invited food writers from Israel to sample the offerings.
One of the aims of the promotion is to increase tourism to the region, said Motti Verses, the genial public relations guru of the Tel Aviv Hilton, as he introduced several speakers from the Italian Embassy in Tel Aviv before the lunch.
“You are going to be served a six-course meal,” he announced, “so take your time and enjoy every minute.”
The first of the six courses was risotto with locus. This consisted of a mound of long-grain rice in a creamy sauce, decorated with red pepper and green herbs. It was tasty with overtones of garlic and saffron; and the pieces of fish, when one could find one, were very fresh and flavorsome. As this was the first of six courses, it was more than enough.
Next up was cavatello crotonese, which was, we were told, pasta served with red tuna, olives, capers and tomatoes. The sauce was delicious, but it was actually served on gnocchi, which to my mind are just lumps of dough, so the dish was somewhat of a disappointment for me.
By the time the third course arrived, it had become clear that fish was going to be the predominant item in the meal. This course consisted of a piece of denis (sea bream) lightly sautéed and served with a puree of potatoes and olive cream. It was aesthetically presented with a tomato rose held in place with a bamboo stick and tasted wonderful.

Menu per il ristorante "King Solomon" all'interno dell' Hilton Tel Aviv
(dalla pagina Facebook di Luigi Quintieri)

However, by the time the soup course was served, one had had quite enough of fish. But this turned out to be fish soup – pieces of locus floating in a thin spicy sauce with black olives and red pepper for garnish. Needless to say, the fish was very fresh and tasty, but the dish was not particularly aesthetic.
After four fish-based dishes, one was more than ready for the dessert. In fact, there were two, and both were very good. The first was a pastry filled with a delicious orange cream. We were told that this particular dough is a Calabrian speciality that is used to prepare delicacies for festive occasions. While the fat content is higher than usual for shortcrust, it was a fairly routine pie crust. The chef had managed to make the dough and the orange cream taste pretty good, even within the constraints of kashrut and keeping everything parve.
Finally there was a round nut-encrusted chocolate dessert, which we were told contained eggplant, though you could never guess from the taste. It was excellent, not cloyingly sweet but just sweet enough to satisfy the need for something “dolce” after the meal.
Calabria in Tel Aviv will run throughout November in the King Solomon restaurant. The regular menu, presided over by veteran executive chef Avigdor Brueh, will also be available.

Da YouTube, un momento della serata a Tel Aviv

Ebrei erranti



Ebrei che si ritrovano dopo secoli
di Filomena Tosi

Ricevo questa “spigolatura” sul recente viaggio in Calabria di Rav Scialom Bahbout, Rabbino capo di Napoli e del Meridione, di cui ho scritto di recente.
Commovente e significativo: ogni giorno ormai emergono nuove evidenze e nuove presenze dell’ebraismo in Calabria, dai secoli passati ad oggi.

( il quartiere ebraico di Cosenza, il Cafarone)
Le giornate calabresi di Rav Scialom Bahbout sono state dense e piene di soddisfazioni e conferme (ove ve ne fosse bisogno) del forte legame che unisce Calabria ed ebraismo.
Dall'incontro in piazza XV marzo a Cosenza con il signor Convertito [nome di fantasia, ma che rende bene l’idea della vicenda dei suoi antenati] ad una storia familiare affascinante come quella raccontata dal signor Diego Sarti [altro nome rigorosamente di fantasia].
Durante il fascismo la famiglia Sarti calabrese ebbe notevoli difficoltà con il Regime a causa del cognome chiaramente ebraico [il nome qui indicato è di fantasia, ricordo] e spesso fu necessario presentare i documenti che attestavano la "purezza della razza"; malgrado ciò il signor Sarti ricorda con affetto il nonno paterno, militante fascista "duro e puro", dirigente alle Poste, che però aiutava i dissidenti politici suoi sottoposti, grazie alle informazioni che riceveva da un complice alla Questura, nascondendoli e depistando i miliziani.
Qualche tempo fa il Sig.Sarti conobbe per lavoro un ebreo con il suo stesso nome e cognome; come spesso accade in questi casi, esauriti gli argomenti professionali, la conversazione iniziò a vertere sulle storie familiari e più si parlava maggiori erano le coincidenze: nomi, soprattutto femminili, che ricorrevano nelle rispettive famiglie, storie e luoghi... i due rami della famiglia, il cattolico e l'ebraico, si erano ritrovati dopo svariati secoli!

giovedì 8 novembre 2012

Rav Bahbout con Justin Peyser a Cosenza

Da Calabria Judaica


Alla vigilia dell’inaugurazione della mostra, che si svolgerà a Cosenza da novembre 2012 a gennaio 2013, di Justin Peyser, Diaspore e stanzialità nella terra dei Bruzi, a cura di Francesca Pietracci e Roberto Bilotti, con la partecipazione e la consulenza di Scialom Bahbout, si terranno due conferenze:


Domenica  11 nov ore 18 (Sala Gullo - Casa delle culture)
Feste insieme:
Chanukkà e Natale
Relatore: Scialom Bahbout, Rabbino capo della Comunità ebraica di Napoli e del Sud Italia


Lunedì 12 nov ore 9,30 (Liceo classico Telesio)
Diaspore e stanzialità nella terra dei Bruzi
Relatori:
Scialom Bahbout, Rabbino capo delle Comunità Ebraica di Napoli e del Sud Italia
Roberto Bilotti, Com. scient. Sovrintendenza Roma Capitale - pubblico e privato per la promozione della cultura
Francesca Pietracci, Storica dell’arte
Justin Peyser, Artista


  
 Rav Bahbout insieme a Justin Peyser
(Foto da ilPopolareNews)