Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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martedì 8 settembre 2015

Rosh haShanah 5776

 Rosh haShanah
13-15 settembre 2015




Domenica
13 settembre 29 Elul
Si recitano le selichòt, preghiere di supplica, la mattina presto; dopo shachrìt - la tefillà del mattino - si recita l’hataràt nedarìm, l’annullamento dei voti.
Siccome l'anno uscente è un anno Sabbatico, dopo l'annullamento dei voti si fa un pruzbul, un procedimento che rende i debiti privati in pubblici trasferendoli al Bet Din, la Corte Rabbinica.
Donne e ragazze accendono le candele prima del tramonto e recitano due benedizioni, clicca qui per il testo e qui per gli orari di Moed nella tua città. Se si accende dopo il tramonto, è necessario farlo da una fiamma che è stata accesa prima dell'entrata della festa.
Dopo le preghiere serali ci si augura a vicenda "Leshanà tovà tekatev v'etachetem - Che tu sia scritto e sigillato per un buon anno!"
Si recita il kiddùsh, su un bicchiere di vino o di succo d'uva, per santificare la festa. Si lavano le mani (netilàt yadaim) e si recita la benedizione di ‘motzì’ su due challòt intere. Molti usano preparare challòt rotonde per simboleggiare il ciclo della vita. Dopo aver recitato il ‘motzì’, s'intinge la challà nel miele e successivamente s'intinge nel miele anche un pezzo di mela dolce, pronunciando la benedizione "boré perì haetz" e dicendo, prima di mangiarlo, "Yehì ratzon shetechadesh aleinu shanà tovà umetuka" (possa la Tua volontà rinnovarci un anno buono e felice).
Si prosegue con il Sèder di Rosh Hashanà, che consiste nel mangiare diverse pietanze, alcuni tipi di frutta e verdura che sono di buon augurio per l'anno a venire. I cibi che si mangiano durante questo sèder cambiano a seconda delle usanze.
Lunedì
14 settembre 1 Tishrei 1° giorno di Rosh haShanah
Lettura del Sefer: Genesi 21,1-34; Numeri 29,1-6 - Haftarà: Samuele I 1,1-2,10
Preghiera del mattino (shachrít). Dopo la lettura del Sefer Torà si suona lo Shofàr: ciò rappresenta l’incoronazione del Sig-re come nostro Re. È questa la mitzvà del giorno: ogni ebreo, uomo, donna, bambino, adulto, deve ascoltare il suono dello Shofàr, è proibito parlare dall'inizio delle benedizioni dello Shofar fino ai suoni finali di Mussaf, incluse.
I kohanìm, sacerdoti, benedicono i presenti con la benedizione sacerdotale durante la preghiera di musàf.
Si mangia un pranzo festivo e si intinge la challà nel miele.
Nel pomeriggio, dopo minchà, ci si reca in riva ad un fiume o ad un lago, presso una sorgente o in riva all'oceano e si recita il tashlìch. Dicendo la preghiera di tashlìch, si gettano via simbolicamente i propri peccati e ci si purifica da essi. L'acqua è il simbolo della Misericordia Divina che fluisce dall'alto verso il basso. L'occhio aperto del pesce ci ricorda un altro Occhio sempre aperto. Al termine di questo rituale, che ha un'origine mistica, gli uomini scuotono i bordi del tallìt katàn.
Donne e ragazze accendono le candele e recitano due benedizioni, clicca qui per il testo e qui per gli orari di Moèd nella tua città. Se si accende dopo il tramonto, è necessario farlo da una fiamma che è stata accesa prima dell'entrata della festa. Sul tavolo dovrebbero essere presenti il frutto nuovo che si mangerà dopo kiddùsh, mentre si recita la berachà di Shehecheyanu, è necessario tenere in mente il nuovo frutto. Ciò concerne anche la recitazione di Shehecheyanu durante il kiddùsh, quando si dovrà avere la stessa intenzione.
Si recita il kiddùsh, si fa il ‘motzì’ e si mangia una delle primizie di stagione su cui poter recitare la benedizione di ‘shehecheianù’.
Si intinge la challà nel miele.
Martedì
14 settembre 2 Tishrei 2° giorno di Rosh
haShanah
Lettura del Sefer: Genesi 22,1-24; Numeri 29,1-6 - Haftarà: Geremia 31,1-20.
Dopo la lettura del Sefer si suona lo Shofàr, che ha lo stesso significato del primo giorno ed è la stessa mitzvà con la stessa importanza del primo giorno. È questa la mitzvà del giorno: ogni ebreo, uomo, donna, bambino, adulto, deve ascoltare il suono dello Shofàr, è proibito parlare dall'inizio delle benedizioni dello Shofar fino agli suoni, tekiòt, finali di Mussaf, incluse.
I kohanìm, sacerdoti, benedicono i presenti con la benedizione sacerdotale durante la preghiera di musàf.
Si mangia un pranzo festivo e si intinge la challà nel miele.
Mercoledì
16 settembre
3 Tishrei
Digiuno di Gedalià
Il digiuno inizia all’alba e termina all'uscita delle tre stelle. Ricorda l’uccisione di Ghedalià, l’ultimo governatore di Israele. Uomini e donne dal età di bar/bat mitzvà digiunano in questo giorno.
Donne in gravidanza o che allattano non devono digiunare, chi non si sente bene dovrebbe consultarsi con un rabbino.
Durante la preghiera del mattino si recitano le selichòt.
Si legge il Sefer sia nelle preghiere del mattino che in quelle del pomeriggio. Si legge Esodo 32,11-14; 34,1-10). Dopo la lettura del pomeriggio si legge anche una haftarà che si legge in giorni di digiuno, Isaia 55,6-56,8).
Durante l'amidà di Minchà chi digiuna aggiunge una breve preghiera intitolata "Anenu", alla benedizione di Shemà Kolenu.
 Link utili:



 Da Torah.it

Le Selichot
Le Selichot secondo l’uso della Comunità di Roma
tradotte da Elio Piattelli e rav Alberto Avraham Piattelli
Le Selichot dal vivo al Tempio Maggiore di Roma, audio
Le Selichot, una preghiera individuale e collettiva
per meditare prima dell’alba.
lezione audio di rav Elio Toaff z”l
Selichot italiane
lezione (in ebraico) del M° Jacov Di Segni, video

Commenti
Yamim Noraim
Riti, usanze, leggende, racconti
ebook del Rabbinato di Roma
Augusto Segre
Fede ed Azione
ebook su Rosh haShanà e Kippur
Yarkei Kallah 5770
10 giorni per salvare il mondo
Una serie di lezioni audio sui Iamim Noraim
Yarkei Kallah 5774
Le porte della Teshuvà
Una serie di lezioni audio sulla Teshuvà
Discorsi sullo Shemà
(con approfondimenti sulle feste di Tishrì)
Jonathan Pacifici, testo
La legatura di Isacco: sogno o realtà?
Lezione di Rav Gianfranco Di Segni, testo
Discorso per Rosh haShanà 1950
di rav David Prato z”l, audio
Discorsi su Rosh haShanà
Jonathan Pacifici, testo
Derashot per Rosh haShanà 5774
Rav Riccardo di Segni, testo





Il Seder di Rosh haShanà

lettura di rav Elio Toaff z”l
rav Elio Toaff, rav Riccardo Di Segni, rav Alberto Piattelli
Il Seder di Rosh haShanà
rav Ariel Di Porto, video
Antico testo per il Seder
di origine veneziana, immagine

Il Kiddush

Lo Shofar

rav Riccardo Di Segni, tokean rav Alberto Funaro
I suoni dello Shofar, video
La struttura dei suoni 1, video
La struttura dei suoni 2, video
Il suono dello Shofar
secondo il rito italiano di Roma
un libretto di rav Nello Pavoncello

Jonathan Pacifici, derashà sullo Shofar, testo
Jacov Di Segni, fonti sul suono nel minhag italiano, testo
rav Gianfranco Di Segni: L’aspro scambio di lettere tra
Shadal e Benamozegh sul significato del suono dello Shofar, testo
L’artigiano dello Shofar
Come si produce uno Shofar
video della TV Aruz1 (in ebraico)
Iom Teruà
lezione audio del M° Cesare Efrati
Appunti su Rosh haShanà
Jonathan Pacifici, 5760, 5763, 5770

Il Tashlich
Il Tashlikh di Rosh ha Shanà, ebook
a cura del rav Benedetto Carucci Viterbi


L’uso del Tashlikh a Rosh ha Shanà
rav Ariel Di Porto, testo
Il Tashlich di Rosh haShanà
rav Cesare Moscati, video

Le Tefillot al Bet haKeneset

Il Machazor per Rosh haShanà
edizione curata da rav Hillel Sermoneta ed Angelo Piattelli
rito italiano secondo l’uso di Gerusalemme

Il giorno di Rosh haShanà e la tefillà
Jonathan Pacifici, testo
Le tefillot di Rosh haShanà
rav Ariel Di Porto, video

Le Parashot per i due giorni
il testo,
primo Sefer, primo giorno, audio, Mario Sonnino
primo Sefer, secondo giorno, audio
secondo Sefer per entrambi i giorni, audio

Le Haftarot per i due giorni
il testo,
Haftarà del primo giorno, audio
Haftarà del secondo giorno, audio

Untanè Tokef
rav Ariel Di Porto, video
rav Elia Enrico Richetti, testo, audio

Joseph Taché
U-Netané Tokef
Un poema per i Giorni Terribili, ebook
La Tefillà al Parnasà
la preghiera per gli alimenti
Piutim per Shachrit
Shefal Ruah
inno mattutino per Rosh haShanà e Kippur di rito romano-spagnolo
Rav Nello Pavoncello, audio
Iozer del secondo giorno
Introduzione allo Shofar
il testo, l’audio
Ripetizione della Amidà di Shachrit
Ripetizione della Amidà di Musaf



Nitzavim 5775





שבת שלום!
SHABBAT SHALOM!


Shabbat 28 Elul 5775
(12 settembre 2015)

Parashat Nitzavim: Devarim (Deuteronomio) 29,9-30,20
Haftarah: Yeshayahu (Isaia) 61,10-63,9 (sefarditi)
Yehoshua (Giosuè) 24,1-11 (italiani)





La parashà di Nitzavìm include alcuni dei principi fondamentali della religione Ebraica.
L’unità d’Israele: Oggi voi comparite tutti davanti all'Eterno, al vostro D-o, i vostri capi, le vostre tribù, i vostri anziani, i vostri ufficiali, e ogni Israelita, i vostri bambini, le vostre mogli, lo straniero ch'è in mezzo al tuo campo, da colui che ti spacca le legna a colui che ti attinge l'acqua”.
La Redenzione Finale: Moshe avverte il popolo dell’esilio e la desolazione della Terra che accadranno se Israele abbandonerà le leggi del Sign-re, tuttavia egli poi profetizza che infine, “Ritornerai al Sign-re tuo D-o…se i tuoi esuli saranno all’estremità dei cieli, da lì il Sign-re tuo D-o ti raccoglierà…e ti porterà nella Terra che I tuoi avi hanno posseduto”.
La praticità della Torà: “Poiché la mitzvà che Io ti commando in questo giorno, non è oltre, ne è lontano da te. Non è in cielo…non è attraverso il mare…piuttosto è molto vicino a te, nella tua bocca, nel tuo cuore affinché tu lo possa fare”.
Il Libero arbitrio: “Ho posto oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male; poiché io ti comando oggi di amare D-o, di camminare nelle Sue vie, di osservare i Suoi comandamenti… La vita e la morte Ho posto dinanzi a te, la benedizione e la maledizione; e sceglierai dunque la vita”.

La haftarà di questa settimana è la sesta di una serie di sette haftaròt di consolazione che iniziano lo Shabbat dopo il digiuno del Nove di Av.
Il popolo ebraico, gioiosamente unito a D-o, dopo averlo pregato con insistenza ed aver lavorato con zelo tornando a Lui durante i 10 giorni di pentimento, otterrà la salvezza e si ristabilirà a Zion e a Gerusalemme; tornerà ad essere una luce per tutte le genti che il Sign-re indurrà a lodarlo.

La Legge non è nei cieli, bensì nella tua bocca e nel tuo cuore, affinché tu la esegua

Se si accetta che la Torà è stata data da D-o non si può dire, allora, che “i tempi sono cambiati” e che la Torà non può venire applicata nella sua forma originaria

Meditiamo sul fatto che a Rosh Hashanà, pur essendo una piccola creatura, stringeremo un patto con l'infinito D-o Onnipotente




Teshuvà permanente
“E tornerai fino al Signore tuo D. ed ascolterai la Sua Voce come tutto ciò che io ti comando oggi, tu e tuo figlio, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima” (Deuteronomio 29,2)

Esiste una nota disputa tra il Rambam (Maimonide) ed il Ramban (Nachmanide) circa la Teshuvà. Mentre il Nachmanide ritiene che la Teshuvà sia una delle seicentotredici mizvot, la cui fonte è proprio nel verso appena citato, Maimonide non inserisce la Teshuvà nel proprio computo dei seicentotredici precetti.
Senza entrare nel merito della loro disputa diremo che il Maimonide esclude numerosi ‘grandi principi’ dell’ebraismo dal computo delle mizvot ritenendoli una sorta di linee guida, ad esempio l’invito ‘Siate Santi’.
Questa divergenza di opinione, e soprattutto l’opinione del Nachmanide, ci dà la possibilità di approfondire il concetto della Teshuvà.
Rav Mordechai Elon shlita espone un interessante quesito che pone il Chidà e la relativa risposta del Rav Kook. Il Chidà, Rabbi Chajm Josef David Azulai z’l, grande Maestro livornese, si interroga a fondo su una particolarità halachica. La trasgressione di molti precetti negativi della Torà comporta la pena della fustigazione che viene imposta dal Tribunale. Non la trasgressione di ogni precetto negativo però: per grandi linee ci sono due categorie di precetti negativi la cui trasgressione non comporta fustigazione: 1. Precetti la cui trasgressione non è tangibile, ad esempio ‘Non desiderare’. Nessun tribunale può misurare i sentimenti. 2. Precetti negativi per la cui trasgressione la Torà prevede una mizvà positiva riparatrice. Ad esempio il furto. È proibito il furto, ma una volta commessa la trasgressione il ladro ha la mizvà di restituire la refurtiva. Non è prevista fustigazione di sorta. C’è una chiara mizvà riparatrice.
Se allora la Teshuvà è una mizvà positiva come sostiene il Nachmanide, allora per ogni trasgressione di un precetto negativo esiste una mizvà positiva riparatrice (la Teshuvà) e non c’è spazio per la fustigazione, in nessun caso.
Non è evidentemente così, lo sappiamo, ma come mai? Rav Elon espone la risposta che da il grande Rav Kook e che ci fa luce sul concetto di Teshuvà.
La spiegazione del quesito del Chidà è che la Teshuvà, anche per il Nachmanide, non è una mizvà legata alla trasgressione. Non è conseguenziale. Se uno ruba ha la mizvà di restituire la refurtiva. Una persona onesta che non ruba non ha modo di mettere in pratica la mizvà ed il suo merito è ovviamente incluso nel rispetto del divieto del furto. Non così è per la Teshuvà. Essa non è riparazione del torto ma è piuttosto condizione esistenziale.
Abbiamo già affrontato il principio esposto in Yomà (86b) secondo il quale: ‘Grande è la Teshuvà che giunge sino al Trono della Gloria’, ma vale la pena di tornarci su.
L’espressione classica di Teshuvà è quella di tornare sino al Signore. Lo si impara dal verso del Profeta Hoshea (14,1) che caratterizza lo Shabbat tra Rosh Hashanà e Kippur che dedichiamo alla Teshuvà, ma anche e soprattutto dal verso del Deuteronomio con il quale abbiamo aperto e che secondo il Ramban è la fonte per il precetto positivodella Teshuvà.
Come abbiamo detto l’anima dell’uomo viene prelevata dal basamento del Trono della Gloria Divina, e quando il suo portatore decide di seguire la Via del Signore sta nella realtà tornando alla natura (pura) della sua anima ed allo scopo per il quale l’anima è stata creata. Si tratta del ritorno al punto in cui l’anima proviene, la base del Trono.
Il Trono della Gloria rappresenta il Regno di D. sul mondo. Esso poggia sulle anime d’Israel, il cui scopo esistenziale è operare la Volontà di D. e di ingrandire il Suo dominio in questo mondo.
Ci siamo già occupati di un famosissimo passo Talmudico (TB Niddà 30) nel quale viene descritta la formazione del feto nel ventre materno ed il modo in cui prima studia tutta la Torà intera e poi la dimentica. Rav Friedlander spiega che questa è anche una importante fonte per capire la Teshuvà.
La natura della nostra anima è quella di conoscere e rispettare la Torà. Ma è una natura che noi crediamo di dimenticare completamente e che rimane però inconsciamente scolpita in ognuno di noi.
Tornare a D. significa dunque tornare alla nostra condizione ideale e primordiale. Si tratta di tornare a noi stessi ed a D. allo stesso tempo. Non c’è grossa differenza tra le due cose. Non esiste un ritorno a se stessi che non sia un ritorno a D., solo tornando alla Torà riscopriamo noi stessi.
Dunque non ha senso pensare la Teshuvà come una riparazione una tantum ad un torto specifico, essa va piuttosto inquadrata come un’attività continua. Sia che essa sia una mizvà o che non lo sia, è un qualche cosa che abbraccia tutta la nostra esistenza. È un principio enorme che dà un indirizzo alle nostre esistenze.
Si deve aver chiaro l’obbiettivo. L’obbiettivo dell’esistenza umana deve essere quello di giungere sino al Signore, ossia di giungere ad un’osservanza completa. Per questo motivo la Teshuvà precede la creazione, giacché la creazione ha come scopo il fatto che Israele osservi la Torà e c’è assoluta coincidenza tra le due cose.
Possiamo allora capire anche perché uno dei principali elementi della Teshuvà è la Tefillà, la preghiera. Pregare significa riversare dinanzi a D. i desideri della propria anima e così i Maestri ci hanno didatticamente fissato un formulario preciso per pregare.
Noi non dobbiamo imparare a desiderare. L’ultimo modello della Ferrari o il primo premio della lotteria non sono desideri ma illusioni. Quello che l’anima deve desiderare è di compiere al meglio il proprio compito. Dunque nella Tefillà noi asseriamo dinanzi a D. quello che vogliamo ed il nostro formulario è impostato per metterci sulla buona strada. Riscoprire la preghiera nei ‘giorni terribili’ che ci apprestiamo ad affrontare significa riscoprire ciò che dobbiamo volere da noi e la nostra vita ed è un elemento indispensabile per ritrovarela corretta rotta.
È qui un altro elemento fondamentale del nostro puzzle. La Teshuvà non si riferisce al passato. Per questo non traduciamo Teshuvà come pentimento: pentimento è per il passato, La Teshuvà è per il futuro. Il giudizio che sosterremo nei prossimi giorni non è infatti come spesso si pensa erroneamente un giudizio per l’anno passato. Si tratta piuttosto di un giudizio per l’anno a venire. Quello che Iddio deve stabilire è quali prospettive ci sono per noi nel prossimo anno e di quali mezzi potremo disporre. Questo dipende evidentemente da noi.
Il giudizio è legato al passato nel senso che nessun anno è totalmente scollegato dal precedente. Ossia, non possiamo sperare in un giudizio favorevole se nell’anno trascorso non ci siamo comportati correttamente.
Quello che conta è però la direzione. Il giudizio dell’anno passato non è un esame punitivo delle trasgressioni commesse ma piuttosto un esame esplorativo per capire l’anno che ci apprestiamo ad affrontare. Il Rav Dessler paragona ciò ad un inventario di magazzino il cui scopo non è mai un mero esame della stagione passata ma piuttosto uno strumento per programmare il futuro.
Dunque la Tefillà è un po’ la bussola in direzione del ritorno. Essa ci insegna a riversare la nostra anima al Signore, a capire ciò che è giusto desiderare. La Teshuvà, lo abbiamo appena detto, precede la creazione e ne è un po’ il motivo.
C’è un precetto di cui abbiamo parlato molte volte (l’ultima, la scorsa settimana), che è anche considerato il motivo della creazione: la presentazione delle primizie al Santuario. Non ci deve stupire allora che secondo un midrash poco noto (Tanchumà su KiTavò) la fonte del precetto rabbinico della preghiera è proprio il precetto delle primizie e non le offerte quotidiane come in genere pensiamo.
Secondo il Midrash, Moshè ha previsto la distruzione del Tempio e l’interruzione della presentazione delle primizie ed ha stabilito per Israele le tre Tefillot giornaliere in sostituzione. Dunque i tempi delle preghiere sono corrispondenti agli olocausti quotidiani, ma il motivo delle preghiere sono le primizie.
Vediamo di capire meglio. Due sono essenzialmente le mizvot collegate alla presentazione delle primizie. La prima, in Levitico, è il precetto di presentare le primizie al Santuario, la seconda, in Deuteronomio - Ki Tavò, è il precetto di narrare l’apposito passo previsto per l’occasione. Ci sono quaranta anni di distanza tra le due regole, come mai?
Rav Mordechai Elon ne spiega il motivo. Chi riceve il precetto di narrare l’Esodo nel portare le primizie non è mai stato fisicamente in Egitto, (tranne Moshè, Jeoshua e Calev). Il precetto di narrare quanto è accaduto in Egitto è inerente proprio per chi in Egitto non c’è stato mai. Il reduce non ha il minimo problema a narrare la schiavitù egiziana e anzi può condire il racconto con gli inevitabili ricordi personali. Ma non è questo che conta.
È chi in Egitto non ha mai messo piede che deve imparare la grande lezione racchiusa nel passo della presentazione delle primizie. Si tratta della comprensione del fatto che l’uomo è limitato, che i beni materiali possono essere un’illusione e che ‘Non c’è altro all’infuori di Lui’.
È la differenza sostanziale che esiste tra Evel e Kain. Evel offriva a D. ‘dai primogeniti del suo bestiame’, Kain ‘portò anch’egli dai frutti della terra’. Evel è allevatore, è un nomade senza terra,che capisce che a D. si dàda ciò che si possiede ed il meglio di quanto si possiede. Kain è un agricoltore che porta a D. prodotti non necessariamente suoi (non c’è scritto ‘la sua terra’) e certamente non le primizie. Evel ha capito tutto, Kain non ha capito nulla. Kain ha una concezione sballata del Signore e pensa di dover placare la Divinità con un contentino. Evel capisce il nocciolo della questione.
Rav Elon spiega provocatoriamente che è possibile che Kain abbia portato vagoni di frutti e che Evel abbia invece offerto un solo pezzo di carne. Ciononostante l’offerta di Evel è una sottomissione totale, quella di Kain no. Questa è la sfida del contadino ebreo, non perdere mai di vista le proporzioni e il senso storico che ci deve accompagnare. E quando noi vogliamo ricordare l’Esodo la sera di Pesach lo dobbiamo fare attraverso gli occhi di quello stesso contadino.
Il brano che si recita portando le primizie è dunque la fonte prima del precetto di pregare. Pregare significa imparare. Significa capire il proprio ruolo e così come si dovrebbe essere costantemente in uno stato di Teshuvà, allo stesso modo si dovrebbe essere costantemente in preghiera.
I giorni che ci aspettano sono giorni nei quali la preghiera occuperà gran parte delle nostre giornate e le musiche tradizionali ci accompagneranno nei vari momenti di questi giorni.
Viene alla mente il fatto che la Parashà di Vajelech contiene l’ultimo (cronologicamente) dei precetti: quello di scriversi un Sefer Torà. Si impara dal fatto che Iddio comanda a Moshè di scrivere la cantica di Hazinu. I Maestri interpretano la parola Shirà, canto, cantica, come un riferimento alla Torà intera. Dunque in qualche modo il canto della preghiera e la Torà coincidono.
E viene alla mente il Midrash che racconta di come un uomo ignorante non sapeva pregare e conosceva solamente l’alfabeto. Egli pronunziava le lettere una ad una con una tale concentrazione che era il Signore a comporre con esse le parole delle preghiere.
Pregare, tornare a D. e presentare le primizie, così pure come lo studio della Torà, sono concetti che coincidono e che poggiano su un solo pilastro: decidere di dare un senso alla nostra vita. Armarsi di buoni propositi per l’anno a venire e dimostrare da oggi (!!!) al Signore che vogliamo seguire la giusta via.
Si dice che c’è più di un modo di essere ebrei. Nulla di più falso. Ognuno di noi ha il suo, e questo è evidente, ma ognuno di noi ha un solo modo per essere ebreo: quello di trovare la sua personale strada che porta sino al Signore. Ognuno di noi ha tante strade tra cui scegliere ed una sola che porta al Trono:è la strada pavimentata da seicentotredici precetti e delimitata dalla segnaletica dei Saggi.
Seicentomila strade per seicentomila anime di Israele, seicentomila lettere delle Torà per seicentomila anime che sono uscite dall’Egitto.
‘Le Sue Vie sono vie di delizia e tutti i Suoi sentieri sono la Pace’



lunedì 7 settembre 2015

Ebrei a Belcastro

La Giudecca di Belcastro

di Andrea Pesavento
da Archivio Storico Crotone

Nella cartina: Belcastro e le località in cui vi furono
(più o meno certe) presenze ebraiche
Secondo il Fiore (I, 218) la città era abitata nel Medioevo “da tre Popoli, Latini, Greci, e Giudei, de quali n’è rimasta la memoria in alcune scritture antiche: de primi due in una carta di numerazione, nella quale i Ministri di quell’impiego scrissero; Audita missa Graeca, accessimus ad Latina; e degli ultimi, in istrumento, nel quale l’anno mille quattrocento novanta tre, Rabi Soledo vendè un suo Fondo ad un Cristiano; onde poi partiti, la lor Sinagoga venne tramutata in una Chiesa, e consacrata à S. Cataldo”.
Il vescovo di Belcastro Giovanni Emblaviti all’inizio del Settecento ci fornisce altre informazioni per individuare il luogo dove era situata la giudecca; egli così si esprimeva: “Quondam haec Civitas trium Populorum erat Communitas scilicet Hebrei, Greci et Latini, priorum verum solum remansit nomen in amplis regionibus obruptis rupibus, et dirutis domibus deformatum” (Rel. Lim. Bellicastren., 1703). Unendo le due fonti, possiamo affermare che gli Ebrei in Belcastro, come anche in Santa Severina, sono stati presenti fin dal Medioevo. Nel Cinquecento dopo la loro espulsione la chiesa dedicata a Santo Cataldo aveva preso il posto della sinagoga. I ruderi della giudecca era visibili ancora alla fine del Seicento; essa era situata alle falde delle rupi con grotte, in un’area ai margini della città, che col tempo era andata in abbandono e dove all’inizio del Settecento si osservavano alcune case in rovina.
L’analisi degli atti del notaio belcastrese Francesco Mazzaccaro della prima metà del Seicento (1631 – 1648) aggiunge ulteriori elementi per situare la Giudecca nel contesto urbano della città.
In essi troviamo numerosi riferimenti al luogo detto “La Sala”. Lo stesso toponimo che si ritrova nella città di Santa Severina (Sala Verde) nel rione Judea. In Belcastro il luogo “La Sala” è descritto situato vicino a “li Grutti”. Esso è nel quartiere Castellaci ma appena fuori del Borgo presso “li Grutti di sotto S(an)to Catando”(Cataldo).



di Raffaele Piccolo
da BelcastroWeb

Evidenziata in rosso, l'area vicino alla quale
probabilmente sorgeva la Judeca
Questa chiesa, come dice chiaramente il nome, fu il tempio della colonia (sic) ebrea (sic!), abbastanza numerosa a Belcastro.
Gli ebrei, secondo diverse testimonianze, vennero in Calabria sin dall’epoca romana, come afferma O. Dito, facendo riferimento ad un passo di Strabone.
Nelle nostre zone si trovavano certamente prima dell’anno 1000, come si rileva da alcuni documenti risalenti a quell’epoca. Infatti, in una bolla apocrifa del papa Eugenio III, diretta a Luca vescovo di Isola C. R. e datata 30 luglio 1149, ma coeva all’anno di riferimento, è menzionata la chiesa di s. Giovanni ubicata nella parte superiore dei “palacii de Iudeis”. A Santa Severina esisteva il quartiere della “Iudea”, adiacente quello della “Grecìa”; ciò fa pensare ad una loro presenza anteriore al periodo bizantino[1].
A Belcastro esiste tuttora la via Grecìa, ma non vi è la “Iudea” o “Iudecca” - come veniva chiamato generalmente il quartiere giudaico - anche se è accertato che vi fu; certamente esistevano nel 1149, giacché Belcastro e Santa Severina, dopo Crotone, erano i due centri più importanti dell’epoca e, quindi, offrivano più possibilità economiche rispetto a Isola C. R..
Non sappiamo però con precisione quando si stabilirono a Belcastro, che fu - secondo il Fiore - uno dei primi centri calabresi dove essi si stanziarono.
Comunque, un’ondata massiccia di immigrati ebrei in Calabria si verificò con l’avvento al Regno di Sicilia dell’imperatore Enrico VI di Svevia (1191), padre di Federico II, e di questa immigrazione ne riferisce anche il Fiore che così scrive: “vennero quelli [gli ebrei] la prima volta circa il mille e duecento[2], ed abitarono Corogliano, da dove poi allargati si stabilirono in Cosenza, Belcastro, Taverna Montana, Simmari, Tropea, Crotone, Squillace, Reggio; singolarmente in Catanzaro et in sì gran numero che bastarono a popolare contrade intiere”.
Era usuale che, in un centro abitato, il quartiere degli ebrei fosse separato dagli altri e, generalmente, sorgesse proprio vicino a quello dei “greci” che ormai costituivano una minoranza, come il caso di Santa Severina. Perciò, il quartiere ebreo di Belcastro doveva essere vicino la via Grecìa o, meglio ancora, attiguo ad essa.
Non siamo in grado, però, di localizzare la chiesa di s. Cataldo che nell’Elenco del Fragale è anche detta “ex sinagoga degli ebrei”. Nulla ci vieta però di ipotizzare una sua ubicazione, tenendo ovviamente presente alcuni particolari fondati sulla struttura edilizia del paese. Sappiamo che la chiesa della Madonna greca era quasi al centro della via Grecìa, la quale non si estendeva in tutta la sua attuale lunghezza[3], ma i suoi limiti erano determinati a nord dall’asperità rocciosa del colle sul quale sorgeva l’abbazia di s. Michele e a sud pressappoco dove attualmente la strada si incrocia con il vicolo di via Murate che immette verso la vecchia abitazione di Aurelia Brescia. Il quartiere giudaico, quindi doveva occupare necessariamente lo spazio che va da questo vicolo all’inizio della via Murate, cioè vicino la casa dei Moraca. Conseguentemente la sua sinagoga doveva trovarsi entro tale limite.
Come i “greci”, anche gli ebrei, riuniti nel loro “ghetto”, costituivano una comunità a parte, regolata da propri ordinamenti che rispecchiavano le loro tradizioni e, quindi diverse da quelli cristiani, come l’osservanza del sabato, la celebrazione della Pasqua in maniera diversa da quella cattolica, una istruzione propria, spesso impartita nella sinagoga.
Questa diversità e separazione delle due comunità da quella locale non deve far pensare che sia i greci sia gli ebrei fossero dei segregati, ma godevano di attività preminenti sia in campo economico sia in quello commerciale e anzi furono anche favoriti dalle case regnanti, malgrado l’istintiva ostilità dei Cristiani che di tanto in tanto si verificava con atti di violenza, originata più che da motivi religiosi da quelli economici per via dell’esosa pratica dell’usura o del monopolio delle industrie più redditizie che essi detenevano, come la produzione e il commercio della seta, della carta, la pratica della tintoria, e così via.
Gli ebrei dimorarono a Belcastro per lungo tempo, tanto che la Taxatio o Cedula subventionis del 1276 riporta anche la comunità ebraica di Belcastro[4].
Nel 1510 gli ebrei furono espulsi da tutte le parti del Regno, quindi anche da Belcastro, e dobbiamo supporre che la sinagoga fu trasformata in chiesa dedicata a s. Cataldo, come risulta nell’Elenco del Fragale”.
Ma la chiesa non dovette avere vita lunga perché il suo nome non figura in nessuna relazione vescovile, per cui dobbiamo supporne la sua chiusura al culto e l’utilizzazione come abitazione civile o demolita per fare posto ad altre costruzioni.

[1] Quasi sempre ai vocaboli Grecìa e Iudecca è stato dato il significato di quartiere degli ebrei; però, la contemporaneità a Santa Severina e a Catanzaro dei rioni Grecìa e Iudecca indica chiaramente due zone nettamente separate: probabilmente con il termine Grecìa veniva indicata la zona abitata dagli ultimi o dai discendenti bizantini, mentre con il termine Iudecca si intendeva il rione abitato dai Iudei o Ebrei
[2] Si è visto, però, che l’immigrazione della quale parla il Fiore non fu la prima
[3] Sarebbe stato un rione molto grande per la popolazione di allora e quindi non avrebbe costituito una minoranza abitativa

[4] La taxatio elenca le principali comunità giudaiche presenti nella Calabria, fra cui anche Belcastro

Reggio: Giornata europea della cultura ebraica contro i germi del razzismo

Anche a Reggio iniziative per la Giornata europea della cultura ebraica:
“contro i germi del razzismo”
Da Strettoweb - 7 settembre 2015, Tatiana Muraca
Ieri, domenica 6 settembre 2015, si è celebrata la Giornata Europea della Cultura Ebraica, arrivata alla 16esima edizione. Reggio Calabria quest’anno partecipa alle iniziative dell’importante evento, il cui tema è “Ponti e attraversamenti”

Qui trovate il video con l'intervento del sindaco, Giuseppe Falcomatà

Reggio Calabria inserita nel cartellone di eventi della Giornata Europea della Cultura Ebraica, che si è festeggiata ieri, domenica 6 settembre. Un ricco e articolato programma prevede in Calabria incontri, convegni, visite, proiezioni filmiche in varie località, come Santa Maria del Cedro, Vibo Valentia, Cosenza, Bova Marina.
“Ponti e attraversamenti” è il tema di questa 16esima edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica; un “ponte” che unisce oltre 70 località italiane all’Europa, e su cui “cammina” anche il comune di Reggio Calabria.
Degustazioni, assaggi kasher, concerti, spettacoli, mostre, visite alle sinagoghe di tutta Italia: il tutto ha come capofila Firenze, città in cui risiede una folta Comunità ebraica. Da Firenze a Reggio Calabria, dove stamane si sono dati appuntamento Roque Pugliese, delegato UCEI per la Giornata della Cultura, Enrico Molinaro, presidente dell’Associazione Prospettive Mediterranee, l’editore Franco Arcidiaco ed il sindaco Giuseppe Falcomatà.
“Siamo onorati di avere inserito la Giornata nell’ambito di 32 Paesi - ha esordito Roque Pugliese - Reggio adesso è sotto i riflettori europei, vista come città multiculturale e multietnica. Il tema comune di quest’anno è il ponte, inteso dal punto di vista sociale, culturale e religioso. Portiamo avanti la cultura e la sapienza - prosegue Pugliese - Soltanto stimolando le menti possiamo costruire un ponte solido, teso a risolvere i problemi”.
Come si evince, dunque, le comunità ebraiche italiane ed europee propongono la cultura come mezzo per risolvere le problematiche dei nostri tempi. “Reggio città dell’accoglienza”, è ciò che emerso oggi e che sta emergendo da parecchio tempo ormai in riferimento ad altre tematiche sociali: l’immigrazione prima fra tutte.
Un’accoglienza, si continua, che si manifesta anche in occasione della già citata Giornata della Cultura Ebraica: in Italia, si è ricordato, gli ebrei sono presenti da oltre ventidue secoli. Una vera e propria eredità culturale che si sente il bisogno di preservare e trasmettere. Non per niente, nella Sala dei Lampadari di Palazzo San Giorgio, si è assistito poco fa ad un gesto significativo: è stata donata alla città una Chanukkia da parte degli ebrei di Calabria; un candelabro a otto braccia su cui si posa “la pianta della vita”, simbolo laico di libertà individuale e culturale.
Un oggetto, un simbolo, per l’appunto, che racchiude una fetta importante di storia, che trae origini da una festa laica celebrata dagli ebrei a dicembre, in prossimità del Natale cattolico. Il significato del candelabro è stato ampiamente illustrato ai presenti alla conferenza odierna da Roque Pugliese: “quando Mosè era nel deserto - ha spiegato - ebbe ordini da Dio di costruire un candelabro più o meno di queste dimensioni, con sette braccia. Lo stesso, doveva ardere sempre nel tempio di Gerusalemme. Quando l’impero greco volle espandersi nella terra ebraica, però il tempio di Dio venne profanato, ed il popolo ebraico costretto a convertisti. A seguito della ribellione messa in atto dai macabei, però, il candelabro venne riacceso con il solo olio che era rimasto: delle candele che arsero incessantemente per otto giorni, il tempo necessario per preparare altro olio”.
Il significato di quanto illustrato risulta chiaro: nessun uomo può costringere un altro a credere in qualcosa a cui non crede; un uomo non può essere sottomesso ad un altro uomo.
“Reggio vorrebbe essere l’esempio di quanto fatto in Portogallo e in Spagna - chiosa Pugliese - Questo candelabro vorrebbe essere simbolo di unione con gli ebrei di Reggio cacciati nel passato e la nuova generazione: un modo per dare di nuovo patria a quegli stessi cittadini di Reggio”.
Nel 1511, infatti, si attesta la fine della presenza degli ebrei nella nostra città, un popolo, che come testimoniato dall’editore Franco Arcidiaco, “ha apportato un importante contributo culturale, anche in campo editoriale”.
“Si sta recuperando quel senso di umanità collettiva antica - dichiara Enrico Molinaro - Questo gap che si vuole recuperare non è un caso che avvenga a Reggio, città aperta al contatto con le altre popolazioni. Reggio Calabria è un terra con un radicato senso di identità, per cui invito a trasformare le sue caratteristiche tipiche in una carta vincente, che dimostri come il rapporto delle comunità collettive possa essere costruito sulla base del rispetto e della conoscenza reciproca”.

A chiudere i lavori della mattinata, l’intervento del sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà, che ha ricordato la volontà, più volte espressa, da parte dell’amministrazione comunale, di recuperare la memoria storica della nostra città.
“Reggio aveva un quartiere ebraico importante - parole di Falcomatà - che coincide con la vecchia zona commerciale intorno a cui si è sviluppato il centro storico. Questa giornata, oltre a far risaltare il valore del recupero storico, mi spinge ad una considerazione ancora di stretta attualità: io appartengo ad una generazione - continua il sindaco - che ha visto crollare i muri fisici e mentali, che si è formata conoscendo l’Europa senza barriere; e per chi oggi, come me, ha l’onore di rappresentare una comunità, non è possibile assistere indifferenti alla costruzione di nuovi muri che l’Europa sta facendo crescere, dei muri che rappresentano oggi il trionfo dell’individualismo e dell’egoismo. Rispetto a questo, noi non vogliamo e non possiamo restare indifferenti. Noi vogliamo fare in modo che Reggio Calabria, anche sotto tale punto di vista, possa essere da esempio per le altre città e per le altre Regioni, e in qualche modo anche per il Paese. Iniziative come questa - conclude Giuseppe Falcomatà - alimentano gli anticorpi conto i germi del razzismo. Continueremo a restare vicino a chi promuove il nostro stesso modo di far crescere la comunità”.

La libertà è la ricetta di tutto, ed il ponte il simbolo che unisce il passato ed il presente: un “modello”, come lo ha definito Roque Pugliese, che si propone alla Calabria e alla città di Reggio.

Un candelabro simbolo di dialogo tra Reggio e la comunità ebraica

Reggio: Giornata europea della cultura ebraica 2015

Da Strilli.it Lunedì 7 Settembre 2015
Foto di Gianfranco Fragomeni
Un ponte per celebrare la vicinanza tra Reggio e la comunità ebraica. In occasione della giornata europea della cultura ebraica è il Sindaco Falcomatà ad accogliere a Palazzo San Giorgio la Chanukkiah, un candelabro a otto bracci, simbolo laico di libertà individuale e culturale, donato dall’Unione delle comunità ebraiche italiane. Nel Salone dei lampadari del Municipio cittadino questa mattina insieme al Sindaco c’erano il delegato Ucei per la giornata della Cultura europea della Comunità ebraica Roque Pugliese, il presidente dell’Associazione Prospettive mediterranee Enrico Molinaro e l’editore Franco Arcidiaco.
Il tema della giornata di quest’anno è ”Ponti e attraversaMenti”, un modo per riaffermare il dialogo tra le comunità, non solo religiose, ma anche nel mondo politico e sociale in Italia e nel mondo. ”Siamo fortemente convinti che la cultura sia lo strumento più virtuoso per superare le divisioni - ha commentato Roque Pugliese - e pensiamo sia il modo migliore per risolvere i conflitti, dalla politica alla religione”.
Reggio è da sempre un luogo fortemente legato alla comunità ebraica italiana. Prima del ‘500 era sede di una fiorente attività commerciale costruita attorno alla presenza degli ebrei in città. A ricordarlo è l’editore Franco Arcidiaco che ha ricostruito dal punto di vista storico le vicende della comunità ebraica reggina, cacciata intorno ai primi del 500. ”Il dono del candelabro - ha spiegato Pugliese - mira a ricostruire questo rapporto, quasi a titolo risarcitorio verso i discendenti degli ebrei cacciati da Reggio”.
“È un onore per noi ricevere questo omaggio - ha commentato il sindaco Falcomatà - è un simbolo di accoglienza e di fratellanza. L’opera della nostra amministrazione tra l’altro è orientata al recupero della memoria storica della città. E l’antico quartiere ebraico ne è una parte importante. Io appartengo ad una generazione che ha vissuto il crollo dei muri e delle divisioni in Europa. È questa la cultura che vogliamo alimentare. Quella del dialogo e dalla condivisione. Non possiamo assistere oggi alla creazione di nuovi muri, che sono il trionfo della divisione e dell’egoismo. Contro il germe del razzismo noi continuiamo ad essere vicini a chi sostiene il dialogo tra le comunità”.


venerdì 4 settembre 2015

Ponti e attraversaMenti calabresi

Non voglio qui riprendere le polemiche sul tema della Giornata europea della cultura ebraica di quest’anno (Ponti e attraversaMenti) che si svolgerà il 6 settembre e in alcune localintà anche nei giorni seguent: un tema per tanti aspetti discutibile e infatti discusso; ma tant’è questa è stata la scelta e a questo mi atterrò, delineando brevemente alcuni “ponti” e “attraversamenti” nella storia ebraica della Calabria.

Di attraversamenti è fatta tutta la vicenda ebraica in Calabria, in entrata e in uscita, attraversamenti per lo più (ma non esclusivamente: ricordiamo per tutti Avraham Garthon, editore a Reggio del commento di Rashì alla Torah, e prima ancora quel Kalonymos che accompagnò nella sua campagna militare l’imperatore Ottone II, provenienti entrambi dalla Germania), di quella grande strada di comunicazione che da sempre, nel bene e nel male, nella cultura e nel commercio, nelle fughe dei profughi e nelle invasioni, è il Mediterraneo.
Da questa via d’acqua arrivarono i primi ebrei, ed è discusso se arrivassero direttamente con Tito già subito dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel I secolo e.v., oppure nei secoli immediatamente successivi, provenendo dalla Terra d’Israele, o dalle coste africane o dai Balcani; altri ne arriveranno per i secoli successivi, fino al 1492, quando giungeranno quelli scacciati dalla Sicilia, attraversando un tratto di mare minore, quello dello Stretto; in misura minore ne arriveranno in tale frangente anche dalla Spagna e dalla Sardegna.
Rav Chaim Vital, dal sito Aish.com
E come nel dolore della distruzione del Tempio o del Gerush di Spagna vi arrivarono, nel dolore se ne andranno nel XVI secolo, quando anche il Meridione continentale cadrà sotto il dominio dei Cattolicissimi Sovrani iberici, attraversando in senso inverso il Mediterraneo, per recarsi in Africa, in misura minore, ma soprattutto nella penisola balcanica, come abbiamo visto, o nella Terra Santa, dove si svolgerà la vicenda del grande kabbalista Chaim Vital (Rachu, detto HaQalavrezì, il calabrese) e della sua famiglia, perfettamente esemplare nel suo percorso: Grecia, Siria ed Israele, Egitto.
Ma se dolorosa è la storia di questi attraversamenti, non mancano però i ponti che si stabilirono tra i calabresi e gli ebrei, divenuti calabresi essi stessi, come ci fanno vedere vari esempi: calabrese sarà la lingua che adotteranno anche nei contratti matrimoniali (spero di scrivere presto un post su un bellissimo articolo pubblicato su Sefer Yuhasin dal professore Giancarlo Lacerenza) o anche in altri contesti, e calabresi si dimostreranno conservando fino al secolo scorso il nome di Calabria a qualche sinagoga di Salonicco.
Esercitando in Calabria una vasta gamma di professioni (pastori e contadini, medici e farmacisti, artigiani e prestatori, sebbene in questo campo fossero meno presenti che in altre zone) prendevano pienamente parte alla vita economica calabrese, il cui progresso alimentarono soprattutto nel commercio e nell’industria della seta e della tintoria, di cui detenevano per taluni aspetti il monopolio.
Di questa loro integrazione ho citato in post passati due esempi particolari, a Castrovillari e a Montalto Uffugo.
A Castrovillari, i rapporti tra ebrei e cristiani erano particolarmente buoni, nonostante l’infame leggenda legata alla morte del francescano Pietro Catin.
Come ricorda Cesare Colafemmina nel suo “Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti“, nel 1512, costretti ad abbandonare una prima volta la città, gli ebrei cederanno al Comune la loro sinagoga, con la promessa che, se fossero tornati entro un certo numero di anni, il Comune l’avrebbe loro ridata; impegno che fu mantenuto, quando alcuni anni dopo poterono tornare, e rinnovato alla seconda cacciata del 1541, in seguito alla quale però non tornarono più.
A Montalto Uffugo abbiamo un bell’episodio di dialogo “interreligioso” ante litteram (Domenico Martire, La Calabria sacra e profana, Cosenza, 1876-78). Nel 1452 fra Simone dell’Alimena dava agli ebrei di Montalto delle elemosine, in particolare dava l’olio per le 60 lampade che continuamente ardevano nelle loro sinagoghe; denunciandolo un notabile locale presso san Francesco di Paola (secondo alcune tradizioni la madre era una ebrea convertita), questi gli rispose di doversi giudicare la bontà dalle azioni dal loro fine, e quella era azione finalizzata alla conversione delle anime, ed infatti due intere famiglie si convertirono, e i loro discendenti erano ancora vivi all’epoca del Martire. Vediamo che nella nostra terra amicizia (sebbene finalizzata a conversioni, ma non con i metodi violenti o costrittivi che verranno usati in seguito) e antisemitismo convivono.
Un “costruttore di ponti” con gli ebrei fu il grande Tommaso Campanella (inutile dire che anche di lui si sia ventilata un’origine marrana), la cui vita fu costellata di rapporti con l’ebraismo.
Il suo primo processo ad opera dell’inquisizione fu dovuto proprio ad una disputa con un ebreo, già convertito al cristianesimo e poi tornato alla propria fede, di cui omise la denuncia al Santo Uffizio; inoltre nella sua formazione culturale fu importante il rapporto, nel suo noviziato a Cosenza, con il misterioso rabbino Abramo, che forse lo istruì sul Talmud; infine un altro ebreo convertito (ma questi non tornato più alla sua fede, tradita come tradirà il suo amico), Giovan Battista Biblia, causò la detenzione definitiva di Campanella, svelando i suoi piani per la prevista insurrezione contro la Spagna.
In tempi più recenti torniamo ancora a Castrovillari, dove Paolo Furgiuele, fascista ed omosessuale, ospitò a casa un ebreo e lo nascose per un anno facendolo sfuggire all'internamento nel lager di Ferramonti.

Insieme a lui, a simboli degli anonimi calabresi che aiutarono gli ebrei e a loro furono vicini nelle sofferenze, voglio ricordare anche Serafina Mauro, recentemente scomparsa, che insieme al marito tentò di alleviare la fame dei detenuti del campo di Ferramonti, presso il quale abitava.