Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

c

c

lunedì 28 gennaio 2013

Ebrei a Pazzano?




A) Pazzano in Calabria
Ricevo dall’amico Elia Fiorenza, di Stilo, che ringrazio, la segnalazione relativa ad una località sita nel comune di Pazzano, quasi a metà strada tra questo centro e l’abitato di Stilo:


“A Pazzano nella zona detta Cona c'è ‘nu stabili’ [nelle nostre parlate si intende un appezzamento di terreno] che si chiama Juderiu.
Grosso modo quella parte di costa tra le miniere e la strada interpoderale prima di Farciali/Garciali.
È possibile ipotizzare la presenza di un piccolo insediamento ebraico, legato ai piccoli traffici con i lavoratori delle miniere e le forniture dei prodotti necessari?”


 A) L'area di Juderìu (in blu),
tra Pazzano a est e Stilo ad ovest,
segnate in rosso
Il nome sembrerebbe poter derivare dallo spagnolo Juderìa, che è il corrispondente del nostrano Judeca, che, come già detto altre volte, si differenzia da quello che altrove (da noi non avverrà, perché all’epoca gli ebrei saranno già stati scacciati) diventerà il Ghetto, in quanto non si tratterà, nella maggior parte dei casi, di un’area in cui gli ebrei venivano rinchiusi e costretti ad abitare, ma di un congregarsi naturale e spontaneo da parte degli stessi, che trovavano più agevole abitare in una stessa zona, dove potessero condividere i rapporti di vicinato tra di loro, magari intorno ad un bet knesset (sinagoga) o comunque un luogo di culto, al riparo anche dall’ostilità della circostante popolazione cristiana.
Nessuna fonte documentaria né alcuna evidenza archeologica (almeno a quanto risulta, dal momento che non so di indagini scientifiche nell’area) o tradizione orale riporta ad una presenza ebraica a Pazzano, se non questo toponimo, riportato anche da Gerhard Rohlfs nel suo Dizionario onomastico e toponomastico della Calabria.
Bisogna però dire che la presenza ebraica è invece ben documentata a Stilo (che come si può vedere dalla cartina B è a brevissima distanza dalla contrada di cui si parla) e che fino a tempi recenti Pazzano non era un “comune” autonomo, ma faceva parte del cosiddetto Regio Demanio di Stilo, e quindi molto spesso quello che si riferisce ad uno dei paesi che facevano parte del suddetto territorio viene attribuito a Stilo, così il celebre cardinale Guglielmo Sirleto, di Guardavalle, a volte viene detto nativo di Stilo, come anche Tommaso Campanella, che secondo molti nacque invece a Stignano, altri due cosiddetti “casali” di Stilo.
È ben possibile che l’area costituisse una sorta di area industriale, come si può vedere dai nomi delle aree che a nord fanno corona a Juderìu: Mànganu (in comune di Stilo), che probabilmente si riferisce ad una manifattura o lavorazione di tessuti, in particolare al lino; Mulineda, zona di mulini, in cui si macinavano cereali e forse anche le olive, a cui riporta la contrada Livareda.

C) Possibili aree "industriali"
intorno a Juderìu
Meno indicative in tal senso le aree poste immediatamente a sud (come si può vedere dalla cartina su Open Street Map): Garciale, nella pronuncia locale anche Farciali, che potrebbe riferirsi ad un luogo di fabbricazione o riparazione di falci e attrezzi agricoli in genere, e la sorgente Carcareda, il cui nome non so se rimanda ad una fonte di acqua calcarea o, come credo anche probabile, ad una calcara, luogo di produzione di calce.


A favore di una possibile presenza ebraica in zona, gioca il fatto che finora non si trova nel territorio di Stilo una Judeca o comunque una località dove sia attestato l’insediamento ebraico stilese; di contro, bisogna notare che in genere (anche se non sempre) sia gli ebrei stessi che le autorità civili e religiose preferivano collocare la Judeca all’interno della città: gli uni per agevolare quella che era la propria attività prevalente, cioè il commercio, e le altre per avere maggiormente sotto controllo questi “perfidi giudei”.

Il nome del luogo potrebbe quindi riferirsi, più che ad un insediamento, ad un luogo dove gli ebrei esercitassero una qualche attività (forse legata, come suggeriva Elia Fiorenza) alle vicine miniere, oppure ad un luogo di sepoltura o ad una proprietà posseduta da una o più famiglie ebree.
Naturalmente, come già detto altre volte, non bisogna dimenticare che a volte il termine Judeca o altri analoghi non hanno nessuna relazione con gli ebrei, ma, in senso traslato, grazie ai pregiudizi antisemiti, sono venuti ad indicare luoghi malfamati, sporchi o abitati da gente di poco conto.
In assenza di documentazioni scritte o resti archeologici, purtroppo non è possibile trarre nessuna conclusione, ma soltanto fare delle ipotesi.

domenica 27 gennaio 2013

Donne siciliane nella shoah

Spesso si pensa all'ebraismo siciliano come a qualcosa che appartenga ad un passato più o meno remoto, dimenticando (o meglio, ignorando) che si tratta invece di qualcosa molto più vicino a noi di quanto si possa immaginare.
Una notizia dell'Ansa ci ricorda questo passato più recente di quanto sospettiamo, e riguarda in particolare le ebree siciliane nella shoah, sulle quali un bel libro è stato scritto da Lucia Vincenti.
Esiste anche un bel gruppo Facebook su cui si possono trovare altre notizie e vedere delle bellissime foto.

LIBRI: LE DONNE EBREE IN SICILIA E LA PERSECUZIONE RAZZIALE
IL CASO DI EGLE SEGRE DEPORTATA E UCCISA
(ANSA) - Palermo, 25 gennaio
Nella vita erano medici, imprenditrici, intellettuali, casalinghe. Erano donne affermate. La loro storia improvvisamente cambio' con le leggi razziali del 1938. Anche per le donne ebree siciliane cominciarono persecuzioni, limitazioni dei diritti civili, vessazioni. Tre di loro, che si erano trasferite al Nord, furono deportate nei lager e non tornarono piu'. Storie individuali si intrecciano a una grande tragedia collettiva nel racconto che ne fa Lucia Vincenti nel volume ''Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah'' (108 pagine, 12 euro, Marlin editore).
Il caso piu' sconvolgente e' quello di Egle Segre che si era trasferita a Varese dopo avere sposato un altro ebreo veneziano, Edgardo Levy. Il 12 dicembre 1943 a Tradate un commando tedesco appoggiato da fascisti italiani arresto' la donna, che all'epoca aveva 44 anni, e i suoi due figli: Eva, 22 anni, ed Enzo, 21. Il marito si salvo' perche' era al lavoro. Madre e figli furono deportati ad Auschwitz. Egle fu uccisa all'arrivo. Eva si tolse la vita nel giugno 1944. E anche Enzo si uccidera' vita al ritorno a casa, sopraffatto da una immane tragedia familiare.
 
Dal sito dell'editore Marlin
Lucia Vincenti
Le donne ebree in Sicilia al tempo della Shoah
Dalle leggi razziali alla liberazione (1938-1943)
Introduzione di Mario Avagliano e Marco Palmieri




IL LIBRO
Cosa cambiò nella vita delle donne ebree o sposate con ebrei al tempo del fascismo in Sicilia, in particolare dopo il varo delle leggi razziali del 1938? Attraverso testimonianze e interviste, questo libro ricostruisce gli stati d’animo e la reazione delle donne perseguitate, all’interno della vicenda più complessa che riguarda gli ebrei presenti nell’isola durante il Ventennio. La loro fu una storia di coraggio, di amore e di resistenza. Appartenevano per lo più alla classe borghese medio-alta; erano donne colte, che frequentavano i salotti bene delle città. Alcune di esse erano impegnate in attività lavorative, altre avevano preferito occuparsi esclusivamente della gestione familiare. Erano medici, imprenditrici, scrittrici, maestre di danza, madri, casalinghe. Tutte indistintamente da un giorno all’altro si trovarono a subire gravi limitazioni nei loro diritti civili, in un crescendo di tragedie ed angosce, che ebbe termine con l’arrivo degli Alleati nel luglio 1943. Per tre ebree siciliane, che si trovavano nell’Italia del centro-nord, il destino fu quello della deportazione nei lager. E nessuna di loro tornò a raccontare l’orrore che aveva vissuto.
L’AUTRICE
Lucia Vincenti è nata a Palermo. Laureata in Scienze politiche, da oltre un quindicennio conduce ricerche relative alla storia contemporanea siciliana durante il fascismo. Le sue pubblicazioni sull’argomento sono: Comunità ebraica palermitana in “Rassegna Siciliana di Storia e Cultura” (1998); Storia degli Ebrei a Palermo durante il fascismo (1998); Ieri e oggi, la Sicilia e l’ebraismo. Un mancato ritorno, in “Nuove Effemeridi” (2001); Persecuzioni antisemite in Sicilia durante il fascismo. Oblio di un recente passato, nel catalogo della mostra “Ebrei e Sicilia” (2003); Non mi vedrai più. Persecuzione, internamento e deportazione dei siciliani nei lager (1938-1945) (2004); Il silenzio e le urla. Vittime siciliane del fascismo (2007). Ha rivestito numerosi incarichi e dal gennaio 2003 fa parte del comitato scientifico dell’Istituto Mediterraneo di Studi Universitari, Parco Culturale Raul Wallenberg, Dipartimento di Studi Ebraici. Nel novembre 2000 è stata nominata membro del Comitato Scientifico della Mostra “Ebrei e Sicilia”. Ha tenuto decine di convegni, seminari e incontri presso le scuole e le istituzioni siciliane.

Dal gruppo Facebook prendo anche la foto e la notizia su Giulia Florio,
della grande famiglia siciliana, che a Roma, con suo marito,
protesse e salvò 16 ebrei di quattro diverse famiglie durante il periodo della shoah.



Giulia Florio è figlia di Don Ignazio e Donna Franca Florio, dinastia che fece grande la Sicilia.
La coppia Giulia Florio e Achille Afan De Rivera Costaguti  [chi conosce Roma sa che Piazza e Palazzo Costaguti si trovano proprio a ridosso dell'ex Ghetto] salvarono quattro famiglie ebariche: i Fiorentino, i Di Segni, i Pavoncello e i Sermoneta, in totale sedici persone.
Secondo la testimonianza di Settimio e Clelia Pavoncello la sua famiglia fu nascosta nel palazzo di Giulia e Achille. Un giorno tre tedeschi entrarono nel palazzo minacciando di arrestare gli ebrei nascosti. Giulia li corruppe con del denaro, salvò gli ebrei e li trasferì nell’abitazione di uno dei suoi dipendenti per poi trovare un altro ricovero presso le suore del Buon Pastore in via della Lungara. La figlia di Giulia e Achille, Costanza, ha raccontato che la casa dei genitori si trovava accanto a un edificio del vecchio ghetto in via della Reginella 27, abitato da ebrei. Per tutto il periodo della deportazione Achille e Giulia appoggiarono passerelle di legno tra la loro terrazza e la vicina finestra di quello stabile, in modo che in caso di rastrellamento, i vicini potessero passare nella loro casa attraverso una finestra che rimaneva sempre aperta.
Il 6 maggio 2002, Yad Vascem ha riconosciuto Giulia e Achille come Giusti tra le nazioni (Dossier 380), in I Giusti D’Italia, Mondadori, 2006, Milano

venerdì 25 gennaio 2013

Saluto di rav Punturello alla Comunità di Napoli



Con l’autorizzazione di rav Pierpaolo Pinhas Punturello, pubblico la sua lettera a Pier Luigi Campagnano, Presidente della Comunità ebraica di Napoli, in occasione della cessazione ufficiale dalsuo ruolo nella Comunità, della quale per sette anni era stato il rabbino, fino alla sua aspettativa per paternità divenuta poi Aliyah

Personalmente mi auguro che comunque il suo rapporto reale e personale con la Comunità di Napoli e con gli ebrei e gerim di Calabria e del Sud continui e si accresca

MAZAL TOV!


Nella foto, Rav Punturello (a sinistra)
a Gerusalemme con Rav Shlomo Riskin
lla fine del corso di studio
per la semichah di chacham


Caro Pier Luigi,
Ho ricevuto insieme agli altri iscritti la tua comunicazione circa il mio rapporto di lavoro con la Comunità della quale faccio parte e che tu presiedi.
Le dimissioni non danno però il senso di quello che invece la Comunità Ebraica di Napoli mi ha dato e per questo ti invio queste righe che spero tu diffonda tra tutti i nostri iscritti perché è di fatto a tutti che io sto scrivendo.
Napoli, la sua Sinagoga, la porzione di popolo ebraico che in essa vive ed ha vissuto mi hanno dato tanto: in termini formativi, educativi, spirituali, personali. Nel bene e nel male, come insegnamento di altissimo livello morale in senso diretto e come esempio di ciò che andava e va compiuto e di ciò che non dovrebbe essere mai fatto.
Sono costretto, tra emozione e commozione, a ricordare ed a ricordarvi i momenti del mio essere un ebreo napoletano.
In casa di A.S. zl sin da quando avevo sedici anni ho imparato cosa significasse vivere con ineguagliabile signorilità, nel mondo ebraico come in quello non ebraico.
A. zl mi ha insegnato la Musica, mi indicato la strada di una sana identità ebraica, di una cultura inclusiva e rispettosa, mi ha fatto comprendere l’importanza della morale dei nostri Padri come elemento necessario per una socialità comunitaria.
Ho avuto l’onore di rompere tanti digiuni dello Yom Kippur suonando lo Shofar in casa di Nini, la “mia” N.G.C., che mi parlava in francese, splendido francese d’Egitto e che mi aspettava, con la radio accesa, il capo velato, pronta a sentire la birkat cohanim dalla radio ma lo Shofar dal suo giovane, giovanissimo rabbino! N. e le sue mani che benedivano A., A., E., mentre io conservavo l’ultimo fiato del lungo Kippur per darle un suono decente di Shofar, ci sarò riuscito Ninì?
Ho passato tanti pomeriggi in dolce compagnia di M.L.F. zl e di L., tante ore a chiacchierare ed a respirare storia ed eleganza. Ricordo M. mentre accendeva le candele dello Shabbat con L., un venerdì che mi avevano invitato a cena, vestita in maniera impeccabile con una splendida collana di perle. Un Shabbat che non dimenticherò.
Non potrò mai dimenticar le visite a T.P. zl e L.P.i zl, i sorrisi, la dolcezza dell’accoglienza, il buon tè bevuto con G. e con R., i caffè a casa di A. ed i suoi insegnamenti, a volte anche duri, ma pieni di affetto. Ieri come oggi. Solo che oggi aspetto l’estate per bere il caffè con A. in casa di S. a Kfar Saba.
Come potrei dimenticare i sedarim con E.U. zl e L.R. zl? Con E. ed il sig. R. zl, sedarim dove l’unico sefardita ero io con la complicità di D.C. e V.D.C., oggi colonne della nostra realtà ebraica di Napoli.
Porto via con me, perché le dimissioni sono solo un dato tecnico e non identitario, l’affetto di L.S., il suo sostegno impagabile, le cene a casa di S. e G., le cene che ho organizzato per anni con e per “i ragazzi” della Comunità, ovvero per i miei amici: iscritti come non iscritti o figli di iscritti, compagni di iscritti, compagni di figli di iscritti… Prima da solo, quando abitavo con mio padre e poi con la benedizione di una moglie come Giulia, indiscussa rabbanit napoletana, perché i rabbini sono facili a trovare, ma una rabbanit si trova molto difficilmente.
Una rabbanit che ha saputo accogliere come solo una padrona di casa sa fare, una rabbanit di grande valore come possono confermare i sedarim privati nei quali abbiamo avuto l’onore di ospitare A.T. e la sua signora, dove con G.A. eravamo una sola famiglia insieme con R.D.V. e tanti, tanti amici. Senza menzionare i sedarim pubblici organizzati nella cucina di quella che era casa nostra con l’aiuto fondamentale di E.S.C. e tutte le altre volenterose signore dell’Adei che ogni anno, a mia memoria, hanno permesso a più di settanta persone di festeggiare Pesach e di osservarne i precetti.
Nelle stanze della Comunità ho mosso i primi passi da insegnante, ma non solo in quei luoghi, anche nelle case private: ho portato al bat mitzvà S.T., S. e W. G. ed al bar mitzva F.S., U.S., D.S., D.C., Y.C.
Con molti di loro sono ancora in contatto, giovani uomini e donne e per me a volte, una loro mail che mi racconta di uno shabbat passato con amici o dei tefillin messi al tempio vale più di ogni titolo rabbinico raggiunto in questi anni.
Ho seguito percorsi di conversione e percorsi di ritorno a casa di alcuni iscritti che oggi sono parte integrante della vita comunitaria. Percorsi compiuti sempre sotto la guida attenta del mio maestro rav prof. Giuseppe Laras, percorsi la cui limpidezza di intenti e trasparenza ebraica non ha ostacoli alcuni.
Ho fatto in modo che grazie al mio legame fraterno con Giacomo Kahn la nostra comunità avesse sempre il “suo” coen a benedirla per Yom Kippur, con la melodia antica del nostro rito livornese.
E mentre Giacomo intonava la benedizione avevo sulla mia testa il talled e la simpatia dirompente di T.F…
Ho gironzolato ridendo per i banchi della vendita Adei di Channukkà, ho pianto al Cimitero con tante famiglie, ho cercato come potevo di lenire i dolori della perdita dei propri cari.
Ho visitato tante case, tante famiglie, ho incontrato tante persone, tante vite diverse.
Ho gioito e mi sono emozionato con tanti padri e tante madri che seguivano le tappe della vita ebraica dei loro figli, ho acceso candele di Channukkà, facendo sempre in modo che le mie mani non fossero sole, ma fossero circondate da tante teste di bimbi in festa, i bimbi della scuoletta tenacemente voluta da Giulia e da D.C.
Ho letto la Meghillà con tanti bimbi mascherati e con forza e caparbietà ho cercato di armonizzare la giusta kasherut con le necessità, giuste anch’esse, di una socialità comunitaria.
Quanti volti, quanti nomi, quanti insegnamenti ho ricevuto, da persone che grazie a Dio sono tra noi e da persone che non ci sono più.
Se chiudo gli occhi e penso al Tempio rivedo il posto di T.P. di A.S., di M.L., di S.L. che lavava le mani a Giulio Kahn, risento il tedesco del sig. R. che parla con il sig. H. e salutano insieme la signora G. che anziana non saliva più sul matroneo.
Saprei dirvi a memoria dove si sono sedute tante persone per anni, ricordo i sorrisi di tante signore amiche che non vivono più a Napoli come S.S., come R.K.
Conosco il cassetto dove si trova il siddur di A.T., ricordo i nomi che R.P. porta con sé a Sefer, con una certa precisione saprei anche dire le date degli anniversari di molti antenati della Comunità ed i nomi ebraici di molti ebrei passati per Napoli o con discendenti a Napoli.
Se chiudo gli occhi rivedo le tappe della mia vita ebraica nata a Napoli, dal primo colloquio con rav Kahn zl in visita da Livorno, ai primi passi nello Shabbat, alla prima salita a Sefer, al nostro matrimonio, alle nascite che Dio ci ha donato, al naturale e doloroso kaddish per mio padre, circondato dagli amici che mi sostenevano, come U.F. venuto apposta da Roma.
Nessuno si senta offeso se alcuni nomi non appaiono in questa riflessione: alcuni nomi non ci sono perché sono poi divenuti famiglia, nomi come quello di zio V. e di zia L., delle visite e delle chiacchierate con loro che non rientravano nel mio ruolo di rabbino, ma erano parte della mia vita di “nipote” e quindi eredità di un lessico divenuto familiare che se raccontato perde la magia del ricordo di zia L. che sorride alla nascita dei nostri gemelli o zio V. e le foto di tutti gli antenati Gallichi, Modiano… da Siena a Salonicco. Una piccola mensola densa nella sua stanza da letto.
Stesso valga per le amicizie, per le serate amicali, le risate, il tempo libero e le belle riflessioni come quelle che mi hanno sempre sollecitato G.S. e R.M.
In sostanza, caro Pier Lugi e cari tutti, le dimissioni comunicatevi via mail e pubblicate su Sullam dicono che non ho più un ruolo per la Comunità, ma non potranno mai dirvi che non sono parte della Comunità.
In questo momento che il piccolo ebraismo napoletano sembra votato ad una espansione in termini di confini e di persone, essere coscienti di quello che Napoli ebraicamente rappresenta significa tanto e significa tutto, altrimenti non sapremmo dove far tornare coloro che tornano.
Ho avuto la grande fortuna di tornare ebraicamente a casa a Napoli, in questa Napoli meravigliosa che passa per tutti i nomi che avete letto in queste pagine.
Per chi porterà avanti la Comunità resta il dovere di domandarsi chi siano stati e chi siano costoro, per poter comprendere con profondità nomi come quello di rav Cammeo, rav Levi,  rav Sonnino, rav Raddenger, prof. Gategno, prof. Susani, rav Laide Tedesco, rav Coen, rav Kahn, morè Eliseo… che i loro nomi siano in benedizione e che ci sia benedizione per la Comunità Napoletana.

Shalom


Rav Dott. Pierpaolo Pinhas Punturello

Beshallach 5773

שבת שלום!
SHABBAT SHALOM!

Shabbat 15 Shevat 5773
(26 gennaio 2013)



Gouache di Helene Fischman
D
a Judaica Journal




Parashat Beshallach: Shemot (Esodo) 13,17 - 17,16
Haftarah : Giudici 5,1-31 (rito sefardita)
Altri riti: 4,4-5,31
 
Per il commento alla parashah settimanale rinviamo principalmente al commento pubblicato su questo stesso blog, di Rav Scialom Bahbout, Rabbino Capo di Napoli e del meridione:
 
BeshallachLa fiducia nel giorno dopo

 
Da Torah.it


Il commento alla parashah settimanale di rav Riccardo Di Segni,
Rabbino capo di Roma


Altri commenti sulla parashah settimanale sul sito ChabadRoma,
da cui traiamo questa sintesi della parashah e della haftarah



Riassunto della Parashà

Marc Chagall: La danza di Miriam
Immagine dal sito WikiPainintings

Capitolo 13, 17-22. La via che gli ebrei presero per uscire dall’Egitto non fu la più breve, perché quella li avrebbe posti a contatto con i filistei che li avrebbero certo attaccati. Il popolo deviò attraverso il deserto verso il Mar rosso. Una nube durante il giorno e una di fuoco durante la notte procedeva con loro.
Capitolo 14, 1-31. Poi il Signore fece retrocedere Israele che si accampò sulle rive del Mar Rosso. Là fu raggiunto dall’esercito del faraone che finì, però, con l’essere sommerso dalle onde del mare che si richiuse su di loro, dopo che gli ebrei passarono all’asciutto in mezzo alle acque apertesi per miracolo quando Mosè, seguendo l’ordine del Signore, alzò la sua verga. Tale evento fu riconosciuto miracoloso dal popolo, che ripose piena fede nel Signore e in Mosè, suo servo.
Capitolo 15, 1-27. Il prodigioso passaggio del Mar Rosso suscitò un canto da parte di Mosè. Dopo anche Miriam, la profetessa, intonò un canto seguita da tutte le altre donne. Poi il popolo partì e si accampò nel deserto, ma ben presto mormorò contro Mosè a causa della sete, ancora una volta Mosè, su comando del Signore, pose rimedio alla situazione.
Capitolo 16, 1-36. Gli ebrei si accamparono nel deserto, dove mancò loro il cibo. Per calmare le lamentele del popolo, D-o fece scendere la manna dal cielo, mandò un esercito di quaglie, essi potevano raccoglierne in proporzione alle proprie necessità. La manna cadeva sull’accampamento durante sei giorni della settimana, il sesto giorno il popolo ne riceveva una doppia razione, perché durante il settimo, il santo Shabbat, non se ne trovava. Gli ebrei si nutrirono con la manna per quarant’anni, fino a che non giunsero ai confini della terra di Canaan. Il Signore comandò a Mosè di tenere un ‘omer (misura corrispondente a circa 3-4 litri) in deposito, affinché le generazioni seguenti potessero conoscere il pane con cui Egli aveva nutrito gli ebrei nel deserto. E comandò che un’urna contente tale quantità fosse posta dinanzi all’Arca della Testimonianza, quando sarebbe stata edificata.
Capitolo 17, 1-16. Quando Israel si accampo, durante la su avanzata, a Refidim, mancò l’acqua e ancora una volta il popolo insorse contro Mosè che, seguendo il comando del Signore, si recò con gli anziani presso e alla presenza di tutto il popolo batté con la verga sulla rupe da cui scaturì acqua.
Un fiera battaglia fu poi sostenuta e vinta da Israel contro gli amaleciti, che però non furono annientati. Il Signore comandò allora a Mosè di lasciare memoria scritta di quell’avvenimento e di trasmetterlo oralmente a Yehoshua, poiché Egli aveva stabilito di cancellare la memoria di ‘Amalec e perciò era necessario che di generazione in generazione gli ebrei ricordassero di combattere il malvagio ‘Amalec e i suoi discendenti fino ad annientarne la stirpe crudele.

Riassunto della haftarah



Giudici 4, 4-5,3 (rito italiano);
Giudici 5,1-31 (rito sefardita);
Giudici 4,4/5, 31 (rito ashkenazita).

La Haftarà narra i prodigi della vittoria sui cananei e il canto di Debora, la profetessa che esercitava la funzione di giudice in quel tempo in Israele. Questo si collega al miracoloso passaggio del Mar Rosso, al tempo dell’esodo dall’Egitto, e alla successiva cantica che Mosè intonò per rendere grazie al Signore.




Dal sito Morasha.it
Una derashah di rav Shlomo Rishkin
sulla parashah di questa settimana


Gli ebrei attraversano il Mar Rosso
Affresco dell'antica sinagoga di Dura Europos
Immagine dal sito StudyBlue
La parashà di questa settimana include un passo molto difficile - quasi surreale. Se lo interpretiamo simbolicamente, in termini allegorici - come in effetti fa il midrash - otteniamo non solo un significato più profondo del testo, ma capiamo anche il significato nascosto delle letture della Torà di lunedì, giovedì e sabato pomeriggio, importante e necessario aspetto del nostro servizio istituzionale di preghiera in pubblico.
Subito dopo la miracolosa apertura del mar Rosso e la gioia, manifestata dalla canzone di Mosè e dei figli di Israele, di Miriam e delle figlie di Israele, la Bibbia afferma che il popolo ebraico "andò per tre giorni nel deserto e non trovò acqua. E arrivarono a Marah (il nome di un accampamento in un'oasi), ma non furono in grado di bere le acque di Marah perché erano amare. E si lamentarono con Mosè. E (Mosè) invocò D-o, e D-o lo diresse (yorah) verso un albero (eitz, una corteccia di un albero). Lanciò (la corteccia dell'albero) sulle acque e le acque diventarono dolci; là (D-o) dispose (per Mosè) le istituzioni e le leggi e là Egli lo innalzò (o lo mise alla prova - nisahu)"(Esodo 15:22-24).
I saggi rabbinici del Midrash stabiliscono innanzitutto che Marah precede di sei settimane il monte Sinai e che rappresenta una rivelazione Divina che anticipa - e forse fornisce - l'essenza della rivelazione più completa che sarebbe arrivata poco dopo. Effettivamente, anche se marah significa letteralmente amaro, la parola contiene sicuramente un'eco di Moriah, la montagna sulla quale, secondo l'insegnamento della Torà, si insedierà per l'Israele ed il mondo, il Beit Hamikdash.
Questo collegamento inoltre è ulteriormente enfatizzato dalle parole del testo insolite e complesse:
  • "e D-o lo diresse" - vayorehu, dove yrh è la forma verbale ebraica da cui proviene il nome Torà, una direzione (Divina),
  • "la corteccia dell'albero", o eitz, che riecheggia l'eitz hayim il quale indica tre oggetti: l'albero della vita nel giardino dell'Eden, laTorà, che "è l'albero della vita per tutti quelli che la sostengono, "e i legni consacrati intorno ai quali viene arrolotolata la pergamena della Torà.
  • "Gli statuti e le leggi (mishpat) che sono stati disposti (sam)", là a Marah, anticipano "queste sono le leggi (hamishpatim) che dovete collocare (sim) davanti a voi", introducendo le leggi e gli statuti che saranno una continuazione del Decalogo e parte della Rivelazione al Sinai (Esodo 21,1)
Il nostro Saggi vanno oltre in modo molto significativo. Il Midrash insegna che i lamenti degli Ebrei per la sete e le richieste d'acqua erano in realtà comprensibili, dato che gli Ebrei avevano viaggiato per tre giorni dopo l'attravesamento del mar Rosso - ed è molto difficile se non impossibile vivere per tre giorni senza acqua. E come un individuo non può vivere per tre giorni senza acqua, cosi la Comunità ebraica non può vivere per tre giorni senza Torà. (Hekhilta, Beshalach 2, B.T. Baba Kamma 82a). Mosè ha pertanto legiferato che almeno una parte di Torà venisse letta pubblicamente durante il minian di preghiera in pubblico ogni lunedì, giovedì e Sabbath - in modo da eliminare la possibilità di tre giorni consecutivi senza una lettura pubblica di Torà. Ezra lo Scriba (approssimativamente un migliaio di anni più tardi) ha aumentato le parti di Torà portandole a tre ed infine gli uomini della Grande Assemblea hanno reso le parti di Torà tre, il lunedì e il giovedì, e sette la mattina di Sabbath (con sei parti di Torah che vengono lette pubblicamente a Yom Kippur, cinque parti di Torà nelle feste normali, quattro a Rosh Hodesh e nei giorni di Hol Hamoed e tre nei pomeriggi di Sabbath e il lunedì e giovedì feriali).
È affascinante - ed unico dell'Ebraismo rispetto a tutte le altre religioni - il fatto che una lettura testuale biblica venga incorporata nel minian di preghiera in pubblico. Credo che il messaggio di ciò sia profondo: sia la Preghiera che la Torà sono forme di comunicazione tra D-o e Israele, virtualmente due facce della stessa moneta, anche se con una differenza sostanziale: nella preghiera noi invochiamo in alto verso D-o mentre nella Torà, è Dio che chiama in basso verso di noi (Kriyah è letteralmente chiamata (Divina)).
Il contesto di questa interpretazione della nostra parashà di Beshalach aggiunge una dimensione perfino più profonda. L'acqua è simbolo sia di vita - "e lo spirito del Signore si è librato sopra la superficie delle acque" proprio all'alba della creazione (Genesi 1:2) - sia della distruzione della vita, come vediamo nella storia biblica del diluvio ai tempi di Noè. Ricordiamo inoltre che Jonà viene quasi distrutto dalle acque furiose del mare - ed è salvato dalla balena, pesce che è l'abitante del mare. Le acque eccitanti e potenti della vita, le onde di emozione e di forza che palpitano all'interno ed all'esterno delle attività umane, possono spesso essere amaramente distruttive se nelle mani del male; sono soltanto lo zucchero e le goccioline di rugiada rassicuranti di Torà a poter trattenere la distruzione e a poterci innalzare di nuovo all'Eden eterno.
Il Midrash inoltre ci precisa quali delle nostre molteplici leggi possano servire a raddolcire le acque amare: lo Shabbat, (le sette) leggi universali della morale (dinim) e il rispetto dei propri genitori. Lo Shabbat colloca D-o come creatore e gli esseri umani come creature - e la paternità di D-o assicura la fratellanza dell'umanità. Chiunque interiorizzi il messaggio dello Sabbath ha rispetto per ogni forma di vita e non potrebbe mai giustificare nessuna forma di schiavismo o di degrado umano. ("Osserva il giorno dello Shabbat per santificarlo, affinché il tuo servo si riposi come te" (Deuteronomio 5:14). Rispettare i propri genitori assicura la continuità fra le generazioni ed un tipo di vita familiare estesa - con i relativi vantaggi così come con i relativi obblighi - che fornisce una rete di supporto determinante quando ci si confronta con le tumultuose onde di avversità. E le sette leggi della morale di Noè sono essenziali per l'istituzione di una società giusta e vivibile. Questa è l'essenza della Torà che un tempio - la voce pubblica di Yisrael Sabba in ogni Comunità ed in ogni periodo - deve comunicare quando le acque furiose distruttrici devono essere raddolcite nell'acqua dell'eternità generatrice di vita.
E così il nostro passo più caratteristico e più complesso conclude: "ed ha detto, se voi interiorizzerete veramente la voce del Signore vostro D-o, se farete ciò che è giusto ai suoi occhi, se ascolterete i suoi ordini ed osserverete tutti i suoi statuti, tutte le piaghe (l'alienazione, la schiavitù e l'afflizione che la società egiziana impose ai suoi 'stranieri' e le concomitanti punizioni di cui l'Egitto di conseguenza ha sofferto) che ho disposto sull'Egitto non disporrò su voi, dato che sono il Signore, il vostro redentore. Ed essi arrivarono a Elim; c'erano lì dodici pozzi di acqua e settanta alberi da dattero e si accamparono lì presso l'acqua" (Esodo 15:26, 27).
Elim significa forza; coloro che vivono nelle leggi dello Sabbath, nelle sette leggi della morale di Noè e nel principio di rispetto dei genitori non potranno mai essere sopraffatti dalle onde amare dell'oblio. Queste leggi sono una premessa necessaria per le dodici tribù dell'Israele, paragonabili ai dodici pozzi fornitori di acqua, fonte di vita e sono anche una condizione necessaria per le settanta nazioni del mondo - simbolizzate dai 70 alberi di dattero - per procedere nel loro cammino verso la redenzione. Finché tutte le nazioni del mondo - compresi i nostri vicini nel Medio Oriente, nella Corea del Nord ed Al Qida - non capiranno l'indicazione di D-o di raddolcire le acque, non esisterà a mai un'umanità libera.