Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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venerdì 14 dicembre 2012

Channukà.Un candelabro davanti al Mondo



Rav Scialom Bahbout, Rabbino Capo di Napoli e del Meridione
Da Sullam, Il bollettino della comunità ebraica di Napoli.
Anno IV, n°103. 14 dicembre 2012 - 1 teveth 5773
 

La civiltà greca era già riuscita a imporsi in tutto il bacino mediterraneo: comunque si voglia intendere questa storia, è chiaro che si trattò della vittoria di una piccola truppa, pronta a ogni sacrificio pur di non svendere la propria identità culturale di fronte a un nemico molto più numeroso e agguerrito.
Questa “globalizzazione” culturale non incontrò alcuna resistenza in tutto il mondo dell’epoca, anzi fu accolta come portatrice di nuova luce: gli unici a opporsi a questa colonizzazione furono i Maccabei.
Il debito che il mondo e le religioni devono ai Maccabei è enorme: scrive il grande filosofo e matematico Bertrand Russel che se non fosse stato per la resistenza opposta dai Maccabei non ci sarebbero stati né il Cristianesimo né l’Islamismo.
Ci chiediamo però se il messaggio che i Maccabei volevano trasmettere è stato davvero recepito dal mondo; i popoli hanno fatto propria l’idea che l’identità spirituale, culturale e storica di un popolo è la cosa più preziosa che detiene e che non deve essere violentata da altri? L’idea che la verità dell’altro è rispettabile quanto la propria è diventata veramente retaggio di tutti? La risposta a queste domande purtroppo non può che essere negativa e la perdurante crisi in Medio Oriente ne è una prova.
La negazione di eventi storici rilevanti e fondanti del popolo ebraico da parte del mondo arabo e islamico è una delle affermazioni più incredibili e fantasiose cui abbiamo assistito negli ultimi anni: il Tempio costruito dal re Salomone (là dove i Musulmani molti secoli dopo costruirono la Moschea di Al Akza e di Omar) non sarebbe mai esistito, Gerusalemme (città che non viene mai ricordata nel Corano) non sarebbe mai stata capitale del popolo ebraico.
Si tratta non solo di una “ricostruzione fantasiosa” della Storia, ma anche un segno evidente della mancanza di riconoscenza di quanto il popolo ebraico ha dato al mondo, negando così il debito religioso e culturale che questi popoli hanno nei confronti del popolo ebraico.
Questo negazionismo (che si associa a quello della negazione della Shoah) è alla base di quanto è avvenuto nella recente guerra scatenata dai palestinesi a Gaza (evacuata da anni spontaneamente da Israele e con la quale Israele non ha nessun contenzioso territoriale), dopo che Hamas per mesi e mesi ha aggredito con razzi lanciati da Gaza la popolazione civile israeliana.
Il rifiuto e la negazione di Israele, iniziata con i massacri del 1929 di Hevron (città in cui gli ebrei risiedono da oltre 3.000 anni), continuò con la guerra lanciata contro lo Stato d’Israele dopo la proclamazione dell’Indipendenza nel 1948: l’emigrazione forzata di 1.000.000 di ebrei dai Paesi arabi hanno completato il rifiuto arabo e musulmano nei confronti del popolo del Libro, cui le altre due religioni monoteiste si sono ispirate.
La lezione di Chanukkà deve essere ancora recepita da quella parte del mondo che continua ad aggredire verbalmente Israele negandone la storia, le persecuzioni e le discriminazioni subite.
Oggi come allora gli ebrei in terra d’Israele sono rimasti gli unici ad accendere la lampada della libertà e della democrazia, del riconoscimento del diritto degli altri ad esprimere la propria identità, tanto che nel suo Parlamento siede una folta rappresentanza della minoranza araba.
Ancora una volta “i pochi contro i molti” sono stati costretti a far uso delle armi, rinunciando all’uso della parola che ha sempre caratterizzato la cultura ebraica.
Non è un caso che lo Stato d’Israele abbia assunto come suo simbolo la Menorà, il Candelabro affiancato da due rami d’ulivo.
Il candelabro è il simbolo della luce primordiale che il Creatore stesso ha dato al mondo nel momento della Genesi (“Dio disse sia la luce e la luce fu”); l’ulivo è il simbolo della pace e della fine di ogni guerra e ricorda l’ulivo che la colomba portò a Noè alla fine del Diluvio universale.
Chanukkà è sempre attuale: la resistenza di Israele per circa quattromila anni è una testimonianza del fatto che l’insegnamento dei Maccabei non è stato vano e che Israele vuole preservare intatta la propria cultura, basata sulla luce e sulla pace.
Quest’ultima sarà raggiunta solo quando i palestinesi capiranno che i loro veri alleati sono gli ebrei che abitano in Israele.
Nonostante gli eventi tragici di questi ultimi mesi, nonostante le aggressioni cui sono stati soggetti, anche quest’anno gli ebrei accenderanno il Candelabro nella Diaspora e in Israele.
E l’accensione verrà ancora una volta fatta pubblicamente, nella speranza che i suoi detrattori e nemici riconoscano l’insegnamento che è celato nella luce che da esso emana: come gli ebrei, così ogni popolo potrà accendere la propria Chanukkià, senza negare e spegnere quella degli altri.

Mikketz 5773

שבת שלום!
SHABBAT SHALOM!
Shabbat 2 Tevet 5773
(15 dicembre 2012)





Immagine da Judaica Art





Parashat Mikketz
: Bereshit (Genesi) 41,1 -44,17
Haftarah: Zaccaria 2,14-4,7


Da Torah.it



Il commento alla parashah settimanale di Rav Scialom Bahbout, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Napoli e del Meridione


Altri commenti sulla parashah settimanale sul sito ChabadRoma, da cui traiamo queste sintesi della parashah e della haftarah





Rashì ha commentato

I sogni di Faraone

Immagine da Scuola Beit Sefer

Ora era là con noi un ragazzo, un ebreo, uno schiavo del capo delle guardie; noi gli raccontammo i nostri sogni ed egli ce li interpretò. A ciascuno secondo il suo sogno interpretò (Bereshìt 41, 12).
…un ragazzo, un ebreo, uno schiavo… Siano maledetti gli empi, perché anche il bene che fanno non è mai intero! Il capo dei coppieri menziona Yosef in termini ingiuriosi: un ragazzo, ovvero uno sciocco non adatto a occupare un alto incarico; un ebreo, uno che non conosce neppure la nostra lingua; uno schiavo, secondo le usanze egizie, uno schiavo non può né regnare né rivestirsi di abiti principeschi (Bereshìt Raba 89, 6; Tanchuma Mikètz, 3).
E Yosef rispose al faraone dicendo: Non io, ma D-o risponderà per la salute del faraone (Bereshìt 41, 16). La sapienza non proviene da me, ma D-o risponderà mettendo una risposta sulle mie labbra, per la salute del faraone.
Le sette vacche belle sono sette anni e le sette spighe belle sono sette anni… (Bereshìt 41, 26). In tutto sono soltanto sette anni. Il sogno si è ripetuto due volte perché la cosa è prossima a realizzarsi. È così infatti che Yosef spiegherà al faraone: Quanto al fatto che il sogno si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da D-o e che D-o si affretta ad eseguirla (II Shmuel, 13, 4). In riferimento ai sette anni buoni sta scritto: Quello che D-o sta per fare lo ha indicato al faraone (cf Bereshìt 41, 25)., perché essi erano vicinissimi. In riferimento invece ai sette anni di carestia sta scritto: Quanto D-o sta per fare, lo ha manifestato al faraone (cf Bereshìt 41, 28). Siccome tale avvertimento era remoto e lontano, occorreva usare il verbo manifestare.
Il faraone si tolse di mano l’anello (Bereshìt 41, 42). Quando un re dà il suo anello a qualcuno significa che la persona che lo riceve diviene seconda solo a lui in grandezza.
Sono io il faraone… (Bereshìt 41, 44). Sono io quello che ha il potere di emettere decreti per il mio regno, e io decreto che nessuno potrà alzare la mano senza di te, cioè senza il tuo permesso. Altra interpretazione: io continuerò a esser re, ma senza di te nessuno potrà alzare una mano…
Fate quello che vi dirà… (Bereshìt 41, 55). Yosef diceva loro di farsi circoncidere Quando essi vennero dal faraone e dissero : «Ecco quello che egli ci dice!», il faraone rispose loro: «Ma perché voi non avete ammassato del grano? Non vi aveva egli annunciato che sarebbero venuti gli anni di carestia?». Essi replicarono: «Noi ne avevamo accumulato molto, ma è marcito!». Allora il faraone concluse: «Se è così, fate quello che vi dirà! Ecco egli ha emesso un decreto contro il grano, ed è marcito. Se dunque emetterà un decreto contro di noi moriremo!» (Bereshìt Raba 91, 5).
Ya’aqov vide che in Egitto vi era del grano… (Bereshìt 42, 1). Che cosa ha potuto vedere? Certamente non ha veduto, ma ne ha sentito parlare, come è scritto: Ecco ho sentito dire che vi è grano in Egitto (cf Bereshìt 42, 2). Che significa allora: Ya’aqov vide? Egli vide, per mezzo di una visione ispirata, che vi era ancora per lui una speranza in Egitto (Bereshìt Raba 91, 1; gioco di parole tra shever, grano e sever speranza). Tuttavia tale visione non era realmente profetica, perché non gli rivelò che la sua speranza era riposta in Yosef.
Discendete laggiù… (Bereshìt 42, 2). Ya’aqov non disse andate, ma discendete. Questa è un’allusione ai duecentodieci anni durante i quali i figli di Israele dovettero essere schiavi degli egizi: duecentodieci è infatti il valore numerico del termine redu (discendete) (Bereshìt Raba 91, 2; Tanchuma Mikketz 8).
Allora i dieci fratelli di Yosef scesero per acquistare grano in Egitto (Bereshìt 42, 3).
I dieci fratelli di Yosef scesero… (Bereshìt 42, 3). Non sta scritto: i dieci figli di Ya’aqov. Questo ci insegna che essi si erano pentiti di averlo venduto e avevano preso la decisione di comportarsi fraternamente verso di lui e di riscattarlo, qualunque fosse stato il prezzo fissato a tal fine (Tanchuma Mikketz 8).
Dieci (Bereshìt 42, 3). Cosa ci vuole insegnare questo? Non sta forse già scritto Quanto a Beniamino, fratello di Yosef, Ya’aqov non lo mandò con i fratelli (cf Bereshìt 43, 4). Ma il fatto che essi erano divisi in dieci per quanto riguarda i loro sentimenti di fraternità verso Yosef. Infatti l’amore o l’odio per lui non era in tutti uguale; al contrario, per quanto riguardava andare a comperare del pane essi erano tutti un cuore solo (Bereshìt Raba 91, 2).
Si ricordò allora Yosef dei sogni che aveva fatto su di loro… (Bereshìt 42, 9). A loro riguardo Yosef seppe che i suoi sogni si erano realizzati, perché i suoi fratelli si erano prostrati dinanzi a lui (cf Bereshìt 37, 5-9).
Noi siamo tutti figli di un solo uomo… (Bereshìt 42, 11). Illuminati dallo spirito Divino, essi inclusero anche Yosef tra loro, dichiarando che lui pure era figlio del padre loro (Bereshìt Raba 91, 7).
Allora egli si ritirò da loro e pianse. Poi tornò e parlò con loro. Scelse tra loro Shim’on e lo fece incatenare sotto i loro occhi (Bereshìt 42, 24).
Allora egli si ritirò da loro… (Bereshìt 42, 24). Egli si allontanò da loro affinché non lo vedessero piangere.
E pianse (Bereshìt 42, 24). Perché apprese che essi si erano pentiti della loro condotta.
Shim’on… (Bereshìt 42, 24). Era stato lui che aveva gettato Yosef nella cisterna e che aveva detto a Levi: Ecco arriva il sognatore (cf Bereshìt 37, 19). Altra interpretazione: l’intenzione di Yosef era quella di separare Shim’on da Levi, in modo che non potessero complottare contro di lui (Bereshìt Raba 91, 6).
lo fece incatenare sotto i loro occhi (Bereshìt 42, 24)… ma una volta che essi furono partiti lo liberò e gli diede da mangiare e da bere (Bereshìt Raba 91, 8).
D-o vi faccia trovare misericordia presso quell’uomo, così che vi rilasci vostro fratello, l’altro, e Beniamino. Quanto a me, una volta che sarò privato dei miei figli, ne sarò privato (Bereshìt 43, 14).
D-o… (Bereshìt 43, 14). Kel Shakkay. Ya’aqov disse ai figli: «Ora voi non mancate di nulla ad eccezione della preghiera, perciò io prego per voi (Bereshìt Raba 91, 11)».
D-o vi faccia trovare misericordia… (Bereshìt 43, 14). Colui dal quale è sufficiente ricevere il dono della misericordia e che ha nella sua mano potere sufficiente per concedere un tale dono, vi faccia trovare misericordia. Questo è il senso letterale. Un midrash dice: Ya’aqov pregò così: «Colui che disse al mondo “Abbastanza (day)” possa dire abbastanza anche alle mie sofferenze Io non ho mai avuto un attimo di quiete fino dalla mia giovinezza, ma ho sofferto a motivo di Lavan, di ‘Esav, di Rachel, di Dina, di Yosef di Shim’on e di Beniamino Tanchuma Mikketz 10)».
vostro fratello… (Bereshìt 43, 14). (Bereshìt Raba 91, 8). Si riferisce a Shim’on.
l’altro… (Bereshìt 43, 14). Si riferisce a Yosef Lo Spirito Divino fu in Ya’aqov, che incluse anche Yosef.
Noi scendemmo qui… (Bereshìt 43, 20). Ciò costituisce una degradazione per noi: un tempo avevamo l’abitudine di nutrire gli altri, mentre ora siamo noi a dover ricorrere a te (Bereshìt Raba 92, 4).
Perché si era mosso a compassione alla presenza di suo fratello… (Bereshìt 43, 30). Yosef chiese a Beniamino: «Hai tu un fratello della tua stessa madre?». Gli rispose: «Io avevo un fratello, ma non so dove sia ora». Gli chiese: «Hai dei figli?». Gli rispose: «Ne ho dieci». «Come si chiamano?». «Bela’, Beker… » Allora Yosef chiese: «Cosa significano questi nomi?». Beniamino rispose: «Tutti i nomi ricordano mio fratello Yosef e le disgrazie che gli sono accadute. Bela’ si chiama così perché Yosef fu inghiottito (nivla’) tra le nazioni; Beker perché egli fu il primogenito (bekor) di sua madre; ‘Ashbeel perché D-o lo mandò in schiavitù; Gera perché dovette vivere come uno straniero (ger) in terra straniera; Na’aman perché egli era estremamente amabile (na’im); ‘Achi e Rosh perché egli era mio fratello (‘achi) e capo (rosh); Muppim perché egli imparò dalla bocca (mi pi) di mio padre; Chuppim perché egli non partecipò al mio matrimonio (chuppa) e io non presenziai al suo e ‘Ard perché egli discese (yarad) tra le nazioni». Tutto questo è riferito nel Talmud Sota 36b. Yosef udendo queste cose subito si mosse a compassione.
Il primogenito secondo la sua primogenitura… (Bereshìt 43, 33). Yosef batté il suo calice e chiamò: «Ruben, Shim’on, Levi, Yehuda, Issachar e Zevulun, figli della stessa madre, prendete posto in quest’ordine, che è l’ordine nel quale siete nati». Lo stesso fece per tutti gli altri fratelli. Quando giunse a Beniamino, disse: «Questi non ha madre, come io sono senza madre: prenda dunque posto presso di me».
Ecco il denaro che abbiamo trovato… (Bereshìt 44, 8). Questo è uno dei dieci procedimenti a minore ad maius che si trovano nella Torà. Essi sono enumerati in Bereshìt Raba 92, 7.
D-o ha trovato la colpa dei tuoi servi… (Bereshìt 44, 16). «Noi sappiamo di non aver commesso questa colpa, ma è D-o la causa di quanto ci è avvenuto. Il creditore ha trovato l’occasione per riscuotere il suo credito».




Haftarà in Pillole Mikètz

La seguente haftarà viene letta di Shabbat Chanukkà, poiché parla di una visione della menorà del Tempio a Gerusalemme.

Giuseppe riconosciuto dai fratelli
di Peter von Cornelius, da Wikipedia
Il profeta Zecharia disse questa profezia poco prima dell’inizio della costruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme. La haftarà inizia con una descrizione nitida della gioia che si proverà quando il Sign-re tornerà a Gerusalemme. “Canta e gioisci o figlia di Sion, poiché ecco, Io verrò e dimorerò in mezzo a te, dice il Sign-re”.
Zecharia continua a descrivere una scena nella Corte Celeste: Il Satan stava cercando di incriminare Giosuè (Yehoshua), il primo Sommo Sacerdote che ha prestato servizio nel Secondo Tempio, a causa delle vesti sporche, ovvero i peccati, che egli indossava. Il Sign-re rimprovera il Satan e difende il Sommo Sacerdote, “Ed Egli also la sua Voce e disse a coloro che stavano in piedi dinanzi a lui dicendo, ‘togliete le vesti sporche da lui’. Ed Egli disse a lui, ‘vedi, Ho tolto la malvagità da te e ti ho vestito con vesti pulite’”.
Il Sign-re delinea I miracoli che aspettano Yehoshua se egli e I suoi discendenti seguiranno le vie del Sign-re, alludendo all’arrivo del Mashiach.
In seguito il profeta descrive una visione di una menorah d’oro a sette braccia. Un angelo interpret ail significato della visione: “Questa è la parola del Sign-re di Zerubavel, un discendente del re Davide e attivo nella costruzione del Secondo Tempio, non tramite la forza militare né tramite la forza fisica ma tramite il Mio spirito’”…In altre parole, il Mashiach, un discendente di Zerubavel, non avrà nessuna difficoltà ad assolvere il suo compito, sarà semplice come l’accensione di una menorà.

giovedì 13 dicembre 2012

Ebrei a Palermo nel secolo XX



Fausta Finzi
Da Sullam, Il bollettino della comunità ebraica di Napoli - n° 86, 15 gennaio 2012 - 20 teveth 5772



La presenza ebraica a Palermo nel 1900 è scarsamente documentata, ma non dev’essere stata del tutto sporadica se la legge che regolava le comunità israelitiche del 30/10/1930 prevede la costituzione di una comunità in città.
Di certo agli inizi del secolo alcune cattedre universitarie erano ricoperte da ebrei, sia nel campo della scienza che delle lettere. Un detto popolare suggerisce come complimento da rivolgere ad una bella ragazza la similitudine “bedda quantu n’a pupa ‘i Zabban”, cioè quanto un manichino esposto nella vetrina di una famosa ditta di abbigliamento.
Numerose le sepolture ebraiche nel cosiddetto cimitero degli inglesi, voluto dalla famiglia Withaker, protestante, scesa in Sicilia per impiantarvi l’industria del marsala. In mancanza di cimitero ebraico, si preferiva comunque non mescolarsi con i cattolici e tale prassi è tuttora in essere.
La mia famiglia è approdata a Palermo per ragioni di lavoro nel 1948. Non si aveva notizia di residenti ebrei, ma il caso volle che sul posto di lavoro, l’Assemblea Regionale Siciliana, mia madre incontrasse un deputato della sinistra indipendente ex partigiano piemontese ed un giornalista di origini tunisine-livornesi, entrambi ebrei. Narrano le cronache che se osservati a conversare, si supponesse in corso “una riunione di sinagoga”, ma ciò non aveva connotazioni di antisemitismo.
Peraltro, l’assenza di un punto di riferimento qual è un comunità costituita, rendeva difficile l’aggregazione degli ebrei, salvo in circostanze fortuite.
In una riunione di genitori presso il liceo frequentato da mio fratello, nostra madre incontrò una signora dall’accento straniero, non so come avvenne il dialogo, ma la madre del compagno di classe si rivelò una ebrea di Praga sposata ad un siciliano. Fu lei ad introdurci in quel gruppo di signore anch’esse giunte a Palermo per matrimonio, molto affiatate per comune ideologia. C’erano due medichesse, la titolare di un grande emporio di casalinghi, la moglie di un professore di fisica, il cui figlio fondò più tardi una famosa casa editrice, che in catalogo ha numerosi titoli ebraici, una commerciante di articoli da neonato, con parenti ebrei a Napoli. Tutte avevano incontrato i rispettivi coniugi in stazioni di villeggiatura, quali Merano, Baden Baden, che una ristretta borghesia palermitana frequentava tra le due guerre, al pari delle famiglie della mitteleuropa. Nessuna di loro osservava le mitzvot, vuoi per non guastare l’atmosfera familiare o piuttosto per aver portato seco l’assimilazione galoppante dei loro paesi d’origine. Così noi, le rare volte in cui non potevamo recarci a Firenze dagli zii per Kippur, trascorrevamo la giornata di digiuno con gli ebrei di Tunisi. Si trattava di una famiglia affettuosa quanto prolifica. All’assenza di madre o suocera, era mia madre a supplire in occasione delle nascite. In totale 6 quasi tutti ancora risiedono a Palermo. I maschi vennero circoncisi a Tunisi.
A parte Kippur, l’ebraismo era relegato in cucina: il polpettone di tacchino prima del digiuno, le orecchie di Aman, le scodelline di Pesach. Capitavano però incontri fortuiti: un semplice acquisto di stoffa poteva concludersi con l’abbraccio tra venditore e compratrice, dopo un singolare interrogatorio, un’attenta osservazione reciproca e la dichiarazione dei rispettivi cognomi. Soccorreva anche il passaparola: l’arrivo da Napoli del direttore ebreo della Sisal, ci portò a conoscere un geologo milanese, oggi residente a Gerusalemme. Se interrogato, tiene a precisare che non avrebbe resistito alcuni anni a Palermo se non ci fosse stata la “sciura Fiorenza”, ossia mia madre.
L’approdo occasionale della motonave “Moledet” della ZIM ci vide tutti in visita ed invitati a pranzo dall’equipaggio. Qualcuna spolverò, commossa, il suo yiddish.
Altrettanto totalitaria fu la partecipazione al concerto dell’orchestra di Ramat Gan che segnò anche un punto di svolta. Nell’intervallo andando a complimentarci con il direttore, conoscemmo la prima viola del locale teatro Massimo, un israeliano residente con la moglie a Palermo.


Vasca con iscrizione in giudeo arabo
(arabo siciliano scritto con caratteri ebraici)
Da GuidePalermo

Se i giovani scapoli per Kippur e Pesach fuggivano per raggiungere le famiglie, gli israeliani restavano in loco ed erano lieti di trovare a casa nostra un po’ di atmosfera ebraica oltre che familiare. Da loro avemmo lezioni di ebraico, notizie su Israele e costituivano il tramite con altri musicisti e cantanti scritturati dal teatro.
Intanto io avevo iniziato a frequentare campeggi e seminari estivi, dove avevo conosciuto il mio maestro, Rav Emanuele M. Artom. Tra i tanti insegnamenti, quello fondamentale in quell’epoca fu l’osservanza delle mitzvot nella loro essenza. E’ meritorio abbellirle, ma l’importante è metterle in pratica. Per allestire il Seder di Pesach sono necessari: vino kasher, matzot e Haggadà che si può leggere anche nella lingua materna. Tutti gli altri ingredienti sono reperibili sul mercato locale. Lo zampino d’agnello può essere sostituito da un secondo uovo sodo. La mancanza di un Beth Hakneset non impedisce di leggere le tefillot in casa. Gli ebrei possono fare a meno della sinagoga, tutte le cerimonie si svolgono in famiglia, tra le mura domestiche.
La presenza di israeliani e di altri ebrei di passaggio ci consentì comunque di organizzare Sedarim secondo le migliori tradizioni. Capitava che all’ultimo momento qualcuno telefonasse per aver notizia di eventuali Sedarim pubblici e venivano ovviamente invitati da noi. Si apparecchiava magari con un servizio eterogeneo, con qualche piatto acquistato all’ultimo momento, ma kasher lePesach. In compenso gli invitati si esibivano spesso nei loro canti tradizionali.
Era ormai risaputo che condizione necessaria e sufficiente per ottenere un invito, non solo per Pesach, era una telefonata a casa nostra, presentandosi con un cognome ebraico. Ai giovani veniva offerto anche alloggio e servizio di lavanderia. Mio fratello ed io non sempre eravamo entusiasti di cedere il letto o la stanza, ma nostra madre era inflessibile, nella convinzione incrollabile che qualche famiglia ebraica avrebbe all’occasione ricambiato l’ospitalità ai suoi figli. La profezia si è puntualmente avverata durante i miei soggiorni all’estero per conto della Banca d’Italia. A Londra, Basilea, Bruxelles non ho trascorso una sola festa in solitudine e numerose sono state le lettere di ringraziamento che ho dovuto tradurre dal linguaggio un po’ ampolloso carico di gratitudine, di mia madre.
La mia partenza da Palermo all’inizio della carriera in Banca d’Italia ha segnato, mi si perdoni l’immodestia, un assopimento della vita ebraica palermitana. Ma essa si è d’improvviso riaccesa sul finire del secolo. Di ciò altri possono meglio di me raccontare.


Per saperne di più sulla Palermo (e la Sicilia in generale) ebraica, propongo un link e un libro.

Il link è a Italia Judaica - Gli ebrei in Sicilia sino all'espulsione del 1492 Atti del V convegno internazionale - Palermo, 15-19 giugno 1992


Il libro è di Aldo SaccaroGli ebrei a Palermo. Dalle origini al 1492
La Giuntina, Firenze, 2008

Leggiamone la presentazione 
Non tutta la storia del popolo ebraico è nota a tutti, specialmente quella legata ai luoghi lontani del circuito tradizionale di osservazione. E' il caso della storia degli ebrei di Palermo.
Questo è uno dei tanti libri di memoria, un tema ricorrente nella storia del popolo ebraico, costellata da continue diaspore, che hanno alimentato il mito dell'ebreo errante.
Anche la storia della comunità ebraica di Palermo, che si racconta in questo libro, si conclude con una diaspora; una storia millenaria le cui origini si perdono nella notte dei tempi e la cui fine, per una fatalità storica (allora la Sicilia apparteneva alla corona spagnola), fu la stessa degli ebrei spagnoli, segnata dall'editto di espulsione dei re cattolici, promulgato a Granada il 31 marzo 1492.
Questo saggio si propone di far conoscere questa antica comunità ebraica, la cui storia non è molto dissimile da quella delle altre comunità ebraiche siciliane, che presenta delle peculiaretà che la distinguono, trovandosi a vivere in una grande città come Palermo, centro del potere politico e religioso.
Il racconto si snoda lungo sette secoli, di cui alcuni più corposi di altri, perché sostenuti da una maggiore quantità di documenti, molti dei quali costituiscono il Codice diplomatico dei Giudei di Sicilia dei fratelli Lagumina, un'opera monumentale e indispensabile per la conoscenza dell'ebraismo siciliano. Da questo racconto si potranno cogliere gli aspetti sociali, culturali ed economici di una comunità multietnica che sopravvive nell'arco di molti secoli, adeguandosi alla tolleranza del governante di turno.
Oggi della comunità ebraica di Palermo, a parte i documenti cartacei conservati nell'Archivio di Stato e qualche lapide tombale, non rimane più nulla e questo  libro ne vuole rinnovare la memoria.

Vasca con iscrizione in giudeo arabo
(arabo siciliano scritto con caratteri ebraici)



Chanukkah a Reggio




 
Ieri pomeriggio, alle 17,30 si è svolta a Reggio l’accensione dei cinque lumi della chanukkiah.


Lumi che ricordano agli ebrei e ai non ebrei non tanto la vittoria militare contro i greci, quanto il miracolo dell’olio e della luce, che rimanda alla luce spirituale che di giorno in giorno ogni ebreo è chiamato a far crescere dentro di sé e far risplendere intorno a sé.


Nell’affollato scenario della Via Marina all’incrocio con Via Giudecca, sono stati accesi, nel quinto giorno di Chanukkah, queste luci: per la prima volta i reggini hanno assistito a questo rito di gioia, guidato da Rav Scialom Bahbout, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Napoli e del Meridione d’Italia, con tefillot e berachot (preghiere e benedizioni), accompagnato dai canti e dalle danze degli ebrei e dei “giudaizzanti” di Calabria e Sicilia.
In mattinata, Rav Bahbout si è anche recato a Bova Marina, dove ha avuto modo di visitare la nostra bellissima e antichissima sinagoga, con l'annesso Museo.
E' stato accolto da Giovanni Iiriti, responsabile dell'Antiquarium, che lo ha accompagnato nella visita dell'area archeologica insieme a Emilia Andronico,
Direttore archeologa e Coordinatrice della Soprintendenza ai Beni archeologici della Calabria.

(foto di Raffaella Turano e Pietro Calabrese)

lunedì 10 dicembre 2012

Rav Bahbout in Calabria



In occasione del viaggio a Cosenza, in cui ha inaugurato la mostra di Justin Peyser, di cui avevo scritto tempo fa, Rav Scialom Bahbotu, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Napoli e del Meridione, aveva incontrato, sempre a Cosenza, gli studenti del Liceo Bernardino Telesio e in seguito, a Reggio, il Presidente della Regione, Giuseppe Scopelliti, insieme ad alcuni assessori 

Scopelliti incontra il Rabbino capo del Mezzogiorno Scialom Bahbout
Il lungomare di Reggio Calabria
(foto di Filomena Tosi)
Il Presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti ha incontrato in visita ufficiale questa mattina [12 novembre] a Reggio Calabria, presso Palazzo Campanella, il Rabbino capo del Mezzogiorno d’Italia Scialom Bahbout. La riunione – informa una nota dell’ufficio stampa della Giunta - ha riguardato il prosieguo della collaborazione tra la Regione Calabria e la comunità ebraica. In particolare, sono stati affrontati i temi dell'istituzione di una sede per un centro della diffusione della cultura ebraica, la creazione di prodotti alimentari per l'esportazione e la promozione di un convegno nel corso della “settimana di cultura ebraica” in Calabria. Insieme al Presidente Scopelliti erano presenti, tra gli altri, gli Assessori regionali Luigi Fedele, Michele Trematerra, Antonio Caridi e Mario Caligiuri.
La riunione è stata introdotta da Attilio Funaro, del Consiglio di Amministrazione di Fincalabra che ha promosso il progetto “JoMeda Job for Mediterranean Actions”, teso ad agevolare l’incontro domanda/offerta tra le comunità ebraiche del bacino del mediterraneo e le imprese della Calabria. Tra i diversi temi trattati, inoltre, una prossima visita dell'Ambasciatore israeliano in Italia, le collaborazioni culturali e universitarie, il ricordo della cacciata degli ebrei dal Regno di Napoli, la creazione di un centro studi gemmologici.
“La Calabria è una regione – ha dichiarato il Presidente Scopelliti - dove le testimonianze ebraiche sono ancora vive, e grazie a queste stiamo creando una collaborazione concreta per uno sviluppo economico, civile e culturale”.


Le opere di Justin Peyser, un artista newyorkese, sbarcano a Cosenza
Esposizioni al Mab, su Corso Mazzini, e a Palazzo dei Bruzi
Inaugurazione martedì 13 novembre, alle 17
Una delle opere di Justin Peyser esposte a Cosenza
(foto allegata alla nota stampa ufficiale)

L’arte newyorchese sbarca da martedì 13 novembre a Cosenza, grazie alle opere di Justin Peyser, artista di cultura ebraica, tra i principali propugnatori del ruolo dell’arte nella città. La mostra di Peyser è suddivisa in due sezioni: la prima prevede una serie di opere che saranno esposte su Corso Mazzini alla fine del Mab, come prosecuzione naturale del Museo all’aperto; la seconda include altre opere che saranno esposte a Palazzo dei Bruzi. E' quanto si legge in una nota stampa ufficiale diramata dal Comune di Cosenza il 12 novembre 2012, e che riportiamo qui di seguito integralmente. L’inaugurazione della prima sezione, alla presenza del sindaco Mario Occhiuto, è prevista per le ore 17.00 di martedì 13 novembre, su Corso Mazzini (alla fine del percorso pedonale). L’altra sezione sarà inaugurata, subito dopo, alle ore 17.45, a Palazzo dei Bruzi, sempre alla presenza del sindaco Occhiuto. La mostra, dal titolo “Diaspora e stanzialità nella terra dei Bruzi”, è curata da Francesca Pietracci, storica dell’arte, e da Roberto Bilotti, membro del Comitato Scientifico della Sovrintendenza di Roma Capitale, con la consulenza e la partecipazione di rav Scialom Bahbout, rabbino capo della Comunità Ebraica di Napoli e del Sud Italia. Con l’esposizione delle opere di Justin Peyser, l’amministrazione comunale inaugura il programma di mostre temporanee auspicate dal fondatore del Mab Carlo Bilotti come strumento rivitalizzante in grado di coinvolgere la città e i giovani. Sono in tutto 17 le opere dell’artista newyorchese, figure danzanti di metallo, che rivelano una ricerca etica ed estetica - precisa la nota stampa ufficiale - in continuo divenire, ispirata ai principi di Pietro Consagra, uno degli scultori più radicali e innovativi dell’arte plastica della seconda metà del Novecento che Peyser ha conosciuto e frequentato a New York e che è presente nel Mab con i suoi “Paracarri”, collocati in Piazza Bilotti e con “Ferro Rosso”, collocata sull’isola pedonale. Laureato ad Harvard presso il Department of Visual and Environmental Studies, Peyser si è concentrato sin dall’inizio della sua attività sul concetto di spazio in relazione all'architettura, in particolare alle periferie e alle aree urbane in disuso. Tuttora è impegnato con una banca etica in progetti di restauro e riqualificazione delle aree neglette della città di New York (Bronx, Brooklyn, Newark). L’aver approfondito da sempre il ruolo dell’arte nella città è uno dei motivi per cui la sua presenza risulta particolarmente appropriata al contesto progettuale di Cosenza.

La sua mostra a Cosenza, dove resterà fino al prossimo 27 gennaio (giornata della memoria per ricordare le vittime dell’Olocausto) darà modo di approfondire la conoscenza di una minoranza etnica presente nella città sicuramente fin dal XIII sec., come testimoniato ancora oggi dal nome del quartiere Cafarune (da Cafarnao [in realtà si tratta di una etimologia errata]) centro dell’antica Giudecca. La mostra di Peyser fa parte di un progetto work-in-progress le cui fasi precedenti sono state presentate a Ca’ Zenobio di Venezia, al Palazzo delle Arti e a Castel Nuovo di Napoli e che successivamente verrà accolto dal Museo Carlo Bilotti di Roma.

Vedere l'Altro, vedere la Shoah



Dal Blog di Paolo Coen, Ricercatore in Storia dell'arte moderna presso l'Università della Calabria, Esperto di didattica della Shoah


Intervento di Paolo Coen alla presentazione del Corso in Storia e didattica della Shoah, presso la Camera dei deputati, 15 ottobre 2012 (i primi secondi sono di pessima qualità, ma il resto dell’intervento si vede e si ascolta bene)


Rassegna e premio di fotografia “Vedere l'Altro, vedere la Shoah” II Edizione Motivazioni e regolamento
Nel ricorrere del 27 gennaio, Giorno della Memoria, l’Università della Calabria istituisce la seconda edizione della rassegna di fotografia “Vedere l’Altro, vedere la Shoah” (Rassegna).
La Rassegna si svolge con il sostegno della SPI CGILCalabria e in collaborazione con la Rete Universitaria per il Giorno della Memoria e la Fondazione Museo della Memoria “Ferramonti di Tarsia”.
In linea con il significato del Giorno della Memoria, la Rassegna intende sviluppare e diffondere attraverso la fotografia una più ampia sensibilità verso la memoria della Shoah e, in stretta conseguenza, verso i moderni concetti di educazione civile sottesi alla Shoah: rispetto per le minoranze, indipendenza di pensiero, comprensione reciproca, responsabilità individuale, riflessione politica.
Il Comitato scientifico e organizzatore della rassegna (Comitato) è formato interamente da giovani studiosi di storia dell’arte e di comunicazione: Cesira Bellucci, Isabella Calidonna, Alessandra Carelli, Alberto Dattilo, Alice Gaudioso e Giusy Meister.
Il Comitato opera una selezione preliminare delle fotografie ricevute e ne organizza l’esposizione temporanea in occasione del Giorno della Memoria 2013.
Il Comitato seleziona contestualmente la fotografia più significativa e in accordo con gli organizzatori del Giorno della Memoria dell’Università della Calabria conferisce un premio al rispettivo autore.
Il premio ammonta a 500 (cinquecento) euro.
Il giudizio del Comitato è insindacabile.
Ogni componente del Comitato si riserva la facoltà di cooptare fotografie che non siano state presentate nei termini stabiliti.
Il Comitato si riserva la facoltà di non assegnare il premio.
Il Comitato può conferire menzioni speciali a opere che si distinguano in particolare modo.
La cerimonia di premiazione si tiene all’interno delle manifestazioni organizzate presso l’Università della Calabria per lo stesso Giorno della Memoria 2013.
Il premio verrà assegnato unicamente in presenza dell’autore durante la cerimonia all’Università della Calabria.
Alla rassegna possono partecipare autori italiani e stranieri.
Ogni autore può presentare al massimo due opere.
Le fotografie possono essere in bianco/nero o a colori.
Le fotografie debbono essere consegnate in doppia copia, digitale e su stampa fotografica.
La copia digitale deve spedirsi in allegato presso il seguente indirizzo telematico vederelaltro@gmail.com
La mail di accompagnamento deve contenere: nome e cognome dell’autore della foto; nome e cognome del proprietario della foto; titolo della foto; anno di realizzazione della foto.
La copia cartacea deve essere montata su di un cartoncino di colore bianco.
Il lato maggiore della foto, cartoncino escluso, deve avere un formato compreso fra i cm.
18 e i cm 29,50.
Sul retro del cartoncino ogni foto deve riportare con chiarezza e in stampatello, pena l’esclusione automatica dalla rassegna: nome e cognome dell’autore della foto; nome e cognome del proprietario della foto; titolo della foto; anno di realizzazione della foto.
Ogni foto deve essere accompagnata da una liberatoria firmata dal proprietario e/o dall’autore che ne autorizzi l’uso per tutta la durata della rassegna e la divulgazione in formato multimediale (stampa, internet, proiezione, dvd o altro).
Foto e liberatoria vanno inserite in un plico sigillato.
Il plico deve spedirsi a mezzo raccomandata al seguente indirizzo: Dott.ssa Maria Filosa, Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti, Cubo 21, ultimo piano, Ponte Pietro Bucci, Università della Calabria, 87036 Arcavacata di Rende (CS) La consegna del materiale completo deve avvenire entro il 31 Dicembre 2012.
Il Comitato si riserva il diritto insindacabile di escludere dalla Rassegna materiali giunti dopo questo termine, a prescindere da quanto riportato sul timbro postale.
I proprietari sono tenuti a ritirare le foto entro 15 giorni dalla conclusione della Rassegna.
Il Comitato, pur assicurando la massima cura nel trattamento delle foto, declina ogni responsabilità per eventuali smarrimenti, furti e danneggiamenti.
Scaduti i 15 giorni il Comitato declina ogni responsabilità sulla conservazione del materiale.
Arcavacata di Rende, 4 dicembre 2012 .