Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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lunedì 10 dicembre 2012

Kesherut al Sud: primi passi?



Pubblico due agenzie stampa su un recente incontro del Rabbino Capo di Napoli e del Meridione d'Italia, Scialom Bahbout, presso la Commissione Agricoltura della Camera dei deputati

Foto dal sito KosherItaly
Agricoltura: Progetto Kosher, Russo incontra Rabbino Sud
(ANSA) - Roma, 7 dicembre.
Promuovere le eccellenze enogastronomiche del Sud attraverso il 'progetto Kosher', ossia attraverso la certificazione di idoneità alle regole alimentari ebraiche. È stato questo il tema al centro dell'incontro tra il rabbino capo della comunità di Napoli e del Mezzogiorno, Scialom Bahbout, e il presidente della commissione Agricoltura della Camera, Paolo Russo.
A Montecitorio è attualmente esposto un percorso di selezione di prodotti delle regioni del Sud Italia da certificare come kosher, in modo che possano essere consumati dalle comunità ebraiche presenti nel mondo. “Un passo importante - ha detto il rabbino capo - che darà maggiore prestigio ai prodotti italiani e offrirà nuovi sbocchi di mercato e nuove possibilità lavorative”. Per Paolo Russo il progetto “aggiunge ulteriori garanzie alle eccellenze agroalimentari del Sud. Alla genuinità ed alla qualità dei prodotti italiani - ha concluso - si somma un altro sigillo che rassicura tutti i consumatori e non solo quelli delle comunità ebraiche”.

Agricoltura: Russo, il Sud punta anche a prodotti kosher
Roma, 9 dicembre (Adnkronos)
Le potenzialità del progetto Kosher, vale a dire dell'iniziativa tesa a promuovere le eccellenze del Mezzogiorno d'Italia attraverso la speciale certificazione che rende i prodotti idonei al consumo da parte delle comunità ebraiche, sono state il tema dell'incontro, che si è svolto nei giorni scorsi tra il rabbino capo della comunità di Napoli e del Mezzogiorno, Scialom Bahbout ed il presidente della commissione Agricoltura della Camera Paolo Russo.
A Montecitorio è stato, difatti, esposto un percorso di inclusione che punta a selezionare prodotti delle regioni del Sud come la Campania, la Sicilia, la Calabria, il Molise, la Puglia e la Basilicata che, ottenendo la certificazione Kosher, potranno essere consumati dalle comunità ebraiche presenti nel mondo. "È un passo importante - ha sottolineato il rabbino capo della comunità di Napoli e del Mezzogiorno - che darà maggiore prestigio ai prodotti italiani e soprattutto offrirà nuovi sbocchi di mercato oltre a nuove possibilità lavorative".
"Progetto di valore - ha commentato Russo - che aggiunge ulteriori garanzie alle eccellenze agroalimentari del Sud come la mozzarella di bufala Dop, le castagne, il vino e l'olio. Alla genuinità ed alla qualità dei prodotti italiani si somma un altro sigillo che rassicura tutti i consumatori e non solo quelli delle comunità ebraiche".

Maggiori notizie sul Progetto Kosher, sul sito KosherItaly, da cui traiamo questa notizia interessante, che speriamo sia l’inizio di uno sviluppo economico e culturale, oltre che gastronomico, ovviamente!

Nasce a Napoli l’Associazione Italo-Israeliana per il Mediterraneo
L’Associazione ha lo scopo di promuovere e favorire lo sviluppo dei rapporti economico-commerciali, culturali, turistici e sociali fra l’Italia ed i Paesi di cui sopra purché compresi in aree aventi omogenee caratteristiche geo-economiche.

Dall’ottimo blog di cucina e gastronomia kasher, Labna - Amore in cucina, un esempio di cucina mediterranea kasher

Ingredienti
(per due persone):

1 scatoletta (120 g) di sardine sotto olio Parodi
150 g di pasta, spaghetti o formati simili
1 peperoncino piccante fresco
1 spicchio d’aglio
prezzemolo
una manciata di uvetta
una manciata di pinoli


Per prima cosa scaldate l’acqua per la pasta e mettete a bagno l’uvetta in una ciotolina con dell’acqua.
Versate dell’olio extravergine d’oliva in una padellina e scaldatelo insieme all’aglio e al peperoncino, che provvederete a rimuovere quando l’olio avrà preso un po’ di profumo.
Scolate le sardine in scatola, privatele della lisca, togliete la pelle e mettetele in padella insieme all’uvetta (che avrete precedentemente asciugato, mi raccomando) a fuoco bassissimo per 5-6 minuti.
In una padella a parte tostate senza olio i pinoli: ovviamente potreste metterli in padella con l’uvetta e le sardine, ma così facendo diventerebbero molli, mentre se li tostate a parte si cuociono ma restano croccanti.
Buttate la pasta e aspettate fiduciosi, poi quando la pasta è perfettamente al dente scolatela e fatela saltare in pentola (o padella) insieme al condimento e abbondante prezzemolo.
Servite subito la pasta con un filo di olio crudo.

domenica 9 dicembre 2012

Ebraismo e traduzione: Freud, Benjamin, Derrida



Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”
Centro di Studi Ebraici

Mercoledì 12 dicembre 2012, Ore 16
Palazzo Corigliano, Aula 1
Lezione conclusiva del seminario su ebraismo e traduzione

CÉDRIC COHEN SKALLI
Università di Haifa
Ebraismo e traduzione:
Freud, Benjamin, Derrida

La partecipazione all’incontro è limitata al numero di posti disponibili ed è valutabile in CFU come Altre attività del Centro di Studi Ebraici

www.cse.unior.it
cse@unior.it

Rav Bahbout: Messaggio di Chanukkah


In occasione di Chanukkah e dell’accensione pubblica della Chanukkiah in alcune città del Meridione, Rav Scialom Bahbout, Rabbino capo di Napoli e dell’Italia meridionale, ha diffuso un suo messaggio, in cui parla della spiritualità di questa festa nel particolare contesto attuale, e cioè subito dopo l’ennesima guerra in cui Israele si è trovata coinvolta

Channukkà 5773 accensione luci a Trani

Lunedi 10 dicembre il Rav Shalom Bahbout accenderà le luci di Chanukkà presso la Sinagoga Scolanova di Trani.
Festa della riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme ad opera dei Maccabei, Chanukkà simboleggia l'orgoglio culturale e nazionale del popolo ebraico, sia nella Diaspora che nello Stato d'Israele.
Lunedì 10 dicembre alle ore 17,15  presso la Sinagoga Scolanova di Trani avrà luogo la celebrazione della festa di Chanukkà dell'anno ebraico 5773.
La festa di Chanukkà dura otto giorni (quest'anno comincia al tramonto di sabato 8 dicembre) e venne istituita 2.200 anni or sono per ricordare la riconsacrazione del Tempio di Gerusalemme ad opera dei Maccabei dopo che gli ellenisti di Siria avevano conquistato la città santa, profanandone l’altare con culto idolatrico. La prima azione dei Maccabei (la famiglia sacerdotale che aveva guidato la rivolta) fu quella di accendere la Menorà, il candelabro a sette braccia; ma per fare questa operazione era necessario disporre di olio incontaminato.
La tradizione afferma che dopo meticolose e affannose ricerche fu trovata una piccola ampolla contenente olio puro, che per quanto fosse sufficiente per un solo giorno, durò ben otto giorni.
E’ questa l’origine dell’uso di accendere nelle case e nelle sinagoghe lumi dopo l’uscita delle stelle di sabato 8 dicembre per otto giorni consecutivi, ponendo i lumi all’esterno o alla finestra, in modo che i passanti possano vederli.
Negli ultimi anni è invalso l’uso di accendere questi lumi anche in una delle piazze principali della città, quest’anno l’accensione avverrà pubblicamente in quattro città del Meridione: Napoli, Reggio Calabria, Palermo e Trani, unica città in tutta la Puglia.
Dopo la preghiera della sera si procederà all'accensione del terzo lume di Chanukkà.
Quest'anno Chanukkà è la prima festa religiosa ebraica che cade dopo il recente conflitto in Medio Oriente; per l'occasione numerosi ebrei di Puglia saliranno a Trani per partecipare a quella che è considerata una delle più belle ricorrenze religiose e nazionali del popolo d'Israele.
Dopo l'accensione delle luci Rav Shalom Bahbout, rabbino capo di Napoli e Italia meridionale, terrà una lezione sul tema: "Chanukkà: ognuno accenderà il proprio Candelabro senza negare quello dell'altro".
 
In vista di una migliore preparazione alla festa di Channukkà, il Rav Shalom Bahbout ha diffuso il seguente scritto:

Un candelabro davanti al Mondo

"La civiltà greca era già riuscita a imporsi in tutto il bacino mediterraneo: comunque si voglia intendere questa storia, è chiaro che si trattò della vittoria di una piccola truppa, pronta a ogni sacrificio pur di non svendere la propria identità culturale di fronte a un nemico molto più numeroso e agguerrito.
Questa “globalizzazione” culturale non incontrò alcuna resistenza in tutto il mondo dell’epoca, anzi fu accolta come portatrice di nuova luce: gli unici a opporsi a questa colonizzazione furono i Maccabei.
Il debito che il mondo e le religioni devono ai Maccabei è enorme: scrive il grande filosofo e matematico Bertrand Russel che se non fosse stato per la resistenza opposta dai Maccabei non ci sarebbero stati né il Cristianesimo né l’Islamismo.
Ci chiediamo però se il messaggio che i Maccabei volevano trasmettere è stato davvero recepito dal mondo; i popoli hanno fatto propria l’idea che l’identità spirituale, culturale e storica di un popolo è la cosa più preziosa che detiene e che non deve essere violentata da altri? L’idea che la verità dell’altro è rispettabile quanto la propria è diventata veramente retaggio di tutti?
La risposta a queste domande purtroppo non può che essere negativa e la perdurante crisi in Medio Oriente ne è una prova.
La negazione di eventi storici rilevanti e fondanti del popolo ebraico da parte del mondo arabo e islamico è una delle affermazioni più incredibili e fantasiose cui abbiamo assistito negli ultimi anni: il Tempio costruito dal re Salomone (là dove i Musulmani molti secoli dopo costruirono la Moschea di Al Akza e di Omar) non sarebbe mai esistito, Gerusalemme (città che non viene mai ricordata nel Corano) non sarebbe mai stata capitale del popolo ebraico.
Si tratta non solo di una “ricostruzione fantasiosa” della Storia, ma anche un segno evidente della mancanza di riconoscenza di quanto il popolo ebraico ha dato al mondo, negando così il debito religioso e culturale che questi popoli hanno nei confronti del popolo ebraico.
Questo negazionismo (che si associa a quello della negazione della Shoah) è alla base di quanto è avvenuto nella recente guerra scatenata dai palestinesi a Gaza (evacuata da anni spontaneamente da Israele e con la quale Israele non ha nessun contenzioso territoriale), dopo che Hamas per mesi e mesi ha aggredito con razzi lanciati da Gaza la popolazione civile israeliana . 
Il rifiuto e la negazione di Israele, iniziata con i massacri del 1929 di Hevron (città in cui gli ebrei risiedono da oltre 3.000 anni), continuò con la guerra lanciata contro lo Stato d’Israele dopo la proclamazione dell’Indipendenza nel 1948: l’emigrazione forzata di 1.000.000 di ebrei dai Paesi arabi hanno completato il rifiuto arabo e musulmano nei confronti del popolo del Libro, cui le altre due religioni monoteiste si sono ispirate.
La lezione di Chanukkà deve essere ancora recepita da quella parte del mondo che continua ad aggredire verbalmente Israele negandone la storia, le persecuzioni e le discriminazioni subite.
Oggi come allora gli ebrei in terra d’Israele sono rimasti gli unici ad accendere la lampada della libertà e della democrazia, del riconoscimento del diritto degli altri ad esprimere la propria identità, tanto che nel suo Parlamento siede una folta rappresentanza della minoranza araba.
Ancora una volta “i pochi contro i molti” sono stati costretti a far uso delle armi, rinunciando all’uso della parola che ha sempre caratterizzato la cultura ebraica.
Non è un caso che lo Stato d’Israele abbia assunto come suo simbolo la Menorà, il Candelabro affiancato da due rami d’ulivo. Il candelabro è il simbolo della luce primordiale che il Creatore stesso ha dato al mondo nel momento della Genesi (“Dio disse sia la luce e la luce fu”); l’ulivo è il simbolo della pace e della fine di ogni guerra e ricorda l’ulivo che la colomba portò a Noè alla fine del Diluvio universale. 
Chanukkà è sempre attuale: la resistenza di Israele per circa quattromila anni è una testimonianza del fatto che l’insegnamento dei Maccabei non è stato vano e che Israele vuole preservare intatta la propria cultura, basata sulla luce e sulla pace.
Quest’ultima sarà raggiunta solo quando i palestinesi capiranno che i loro veri alleati sono gli ebrei che abitano in Israele.
Nonostante gli eventi tragici di questi ultimi mesi, nonostante le aggressioni cui sono stati soggetti, anche quest’anno gli ebrei accenderanno il Candelabro nella Diaspora e in Israele. E l’accensione verrà ancora una volta fatta pubblicamente, nella la speranza che i suoi detrattori e nemici riconoscano l’insegnamento che è celato nella luce che da esso emana: come gli ebrei, così ogni popolo potrà così accendere la propria Chanukkà, senza spegnere quella degli altri."
Scialom Bahbout
Rabbino Capo di Napoli e Italia Meridionale

Chanukkah a Napoli

Quest'anno numerose sono le città del Meridione che vedono per almeno una sera accendersi pubblicamente le luci di Chanukkah:
Catania, Palermo, Reggio Calabria (presumibilmente mercoledì 12 dicembre), Trani (lunedì 10 dicembre alle 17,15 presso la sinagoga di Scolanova) e naturalmente Napoli, sede della Comunità ebraica che raccoglie tutti gli ebrei del Sud.
In attesa di poter dare notizie sulle altre località, pubblico l'invito alla partecipazione all'evento di Napoli.

venerdì 7 dicembre 2012

Sullo Shabbaton a Brindisi



(17-19 Cheshvàn 5773)

Raffaella Turano
Dalla rivista della Comunità ebraica di Napoli, Sullam 

La città di Brindisi ci accoglie luminosa, con strade linde e ben curate. Il nostro albergo è nel cuore del centro storico, proprio al confine della zona in cui sorgeva il quartiere ebraico, compreso tra la chiesa dell’Annunziata e l’attuale corso Garibaldi.
Stele ebraica a Brindisi
Da BrindisiWeb
A breve distanza, solo lo spazio di pochi passi, c’è via Giudea, la Ruga Lame Judayce della toponomastica del Trecento. Ma gli Ebrei si erano stabiliti in città molto prima, almeno dal IX secolo dell’e.v., come attesta il più antico reperto rinvenuto, un’epigrafe sepolcrale con un lungo e bellissimo epitaffio in lingua ebraica. Nel Rione Giudea gli ebrei avevano anche una scuola e, quasi certamente, la sinagoga, forse in quella che fu poi la chiesa di Simone e Giuda, semidistrutta già nel 1565 e infine rasa al suolo dai numerosi terremoti verificatisi soprattutto nel XVIII secolo. Quella ebraica, pur tra alterne vicende, episodi di persecuzione, conversioni forzate, politiche vessatorie e antigiudaiche, era qui una comunità operosa e fiorente, presente in tutte le attività economiche fino alla cacciata, tra il 1492, anno in cui Isabella la cattolica promulgò l’editto con cui venivano allontan­ati gli ebrei dal regno di Spagna, e il 1541, anno dell’espulsione definitiva dal Regno di Napoli sancita dall’editto di Carlo V.
Questo incontro di inizio novembre, nel clima mite di un autunno che sembra ancora estate, o primavera matura, segna un passaggio denso di significato, non solo per la città di Brindisi, e per gli ebrei suoi ospiti, ma per la storia stessa usurpata di un diritto: quello di esistere come popolo, conservando con orgoglio un’identità sottratta spesso insieme alla stessa vita.
Un evento importante, come si evince dallo stesso titolo: “Stati generali degli ebrei dell’Italia Meridionale”. Eloquente la nota di Shalom Bahbout, Rabbino Capo della Comunità di Napoli e del Meridione d’Italia, in cui si legge che quella degli ebrei del Meridione e dei loro discendenti è una delle storie più gloriose dell’ebraismo e che nessuno può, una volta ancora, sottrarre loro il diritto di determinare la propria identità e di tornare a far parte di Am Israel chai. L’evento di Brindisi, continua Rav Bahbout, è dunque un’occasione importante per iniziare a discutere su strategie e sfide dell’ebraismo nel Meridione affinché “… al suono del grande shofàr (Isaia 27,13) i dispersi in terra d’Assiria e i respinti in terra d’Egitto possano finalmente tornare a casa”.
E in molti rispondono all’appello: da diversi altri luoghi della Puglia, dalla Calabria e dalla Sicilia e, naturalmente, dalla Campania, dove da quasi due secoli esiste una Comunità Ebraica aderente all’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane), si incontrano le realtà ebraiche sparse sull’ampio territorio di quello che fu un tempo il Regno delle Due Sicilie. Oltre alle significativa presenza di Rav Bahbout e del Dott. Pier Luigi Campagnano, Presidente della Comunità di Napoli, si ritrovano a Brindisi anche membri di altre comunità italiane e diversi ospiti provenienti anche da Israele.
Sono più di cinquanta, tra ebrei e gherim, i partecipanti all’evento, che è, al di là di ogni altra considerazione, soprattutto un incontro di carattere religioso. Ed è di nuovo minyan, in città, dopo circa 5 secoli: si levano i canti dello Shabbat, si prega e si mangia insieme. E si passeggia anche per le vie cittadine, ammirando le bellezze del centro storico.
La sera di sabato, infine, a Palazzo Granafei-Nervegna si tiene la presentazione del libro di Roy Doliner “Il disegno segreto. Il messaggio della Kabbalah nell’arte d’Italia”. L’autore, studioso newyorkese esperto di Talmud e di storia dell’arte, illustra al nutrito pubblico intervenuto aspetti inediti e sconosciuti di molte celebri opere d’arte del Rinascimento italiano, rilette alla luce delle relazioni con il mondo della mistica ebraica da cui i loro artefici avevano tratto profonda ispirazione.
Un’organizzazione perfetta, grazie al lavoro dell’avv. Cosimo Yehuda Pagliara e della moglie, dott.ssa Maria Ruth Perrino, che hanno preparato con cura e con amore questo Shabbaton che nessuno di noi potrà non ricordare.

Sulla storia degli ebrei nel Salento, può essere interessante leggere questo articolo della rivista Rinascenza Salentina, del 1933.
Un altro articolo del 1935 racconta le disavventure di un gruppo di ebrei greci che nel 1547 si trovarono incolpevolmente sbattuti in vari porti italiani (tra cui la nostra calabrese Brancaleone), finendo addirittura in carcere a Napoli per aver contravvenuto all'editto di espulsione degli ebrei dal Regno, pubblicato nel 1540 e portato a compimento nel 1541.

giovedì 6 dicembre 2012

Vayeshev 5773

              
שבת שלום!
SHABBAT SHALOM!
Shabbat 24 Kislev 5773
(8 dicembre 2012)


Immagine da Aschkel









Parashat Vayeshev: Bereshit (Genesi) 37,1 -40,23
Haftarah: Amos 2,6-3,8


Da Torah.it


Il commento alla parashah settimanale di Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Roma


Altri commenti sulla parashah settimanale sul sito ChabadRoma, da cui traiamo queste sintesi della parashah e della haftarah



Vayeshev in Breve

Marc Chagall: Ya'akov parte per l'Egitto

Immagine da ArtBible

Ya'acòv si stabilisce in Israele. Egli prova un sentimento speciale nei confronti del figlio Yossef causando una forte gelosia da parte degli altri figli. Ya’acòv regala una tunica rigata a Yossef. Yossef fa due sogni che racconta ai fratelli provocando ancora più invidia: nel primo vede se stesso assieme ai fratelli fare dei covoni in un campo e le spighe dei fratelli si inchinano davanti alla spiga di Yossef. Nel secondo vede il sole, la luna e undici stelle gli si inchinavano. Ya’acòv manda Yossef dai fratelli che stavano pascolando il gregge, quando i fratelli vedono Yossef che si avvicinava minacciano di ucciderlo, Reuven, il primogenito cerca di salvarlo. I fratelli tolgono la tunica da Yossef e lo gettano in un pozzo. Yehudà e i fratelli vendono Yossef agli Yishmaeliti, prendono la tunica e la riempiono di sangue di una capra, e fanno credere a loro padre che Yossef è stato sbranato. Yossef viene venduto in Egitto a Potifar, ministro del Faraone. Yehuda ha tre figli. Fa sposare quello grande, Er, con Tamar, Er muore. Tamar si sposa allora con il fratello Onan e muore anche lui, Yehuda promette a Tamar di farla sposare con l’ultimo figlio Shelà ma non mantiene la promessa. La moglie di Yehuda muore. Tamar copre il proprio viso e Yehuda ha una relazione con lei convinto che fosse un’altra donna, e le lascia come pegno un anello un vestito ed un bastone. Yehuda, vedendo che Tamar è rimasta incinta crede che Tamar abbia avuto una relazione proibita e la condanna a morte. Prima dell’- esecuzione Tamar manda a Yehuda gli oggetti che le lasciò in pegno facendogli capire che era rimasta incinta da lui e la risparmia. Tamar partorisce due gemelli, Peretz e Zarach. La moglie di Potifar si innamora di Yossef e cerca di persuaderlo, egli rifiuta, ed essa per vendicarsi lo accusa di aver voluto violentarla. Yossef viene messo in prigione dove viene nominato responsabile di tutti i prigionieri. Tra i prigionieri Yossef incontra l’addetto ai pani e l’addetto ai vini del Faraone che fanno un sogno. Yossef risolve i sogni annunciando all’addetto
al vino la libertà dalla prigionia ed all’addetto ai pani la morte. Le interpretazioni di Yossef si avverano. Yossef chiede all’addetto dei vini di ricordarlo davanti al Faraone ma questi si dimentica di Yossef.




Sono con lui nell'avversità

"Ed ecco una carovana di ismaeliti viene da Gil'ad
e i loro cammelli trasportano spezie, balsamo e loto.
"
[Parashà di Vayeshev - Bereshit 37, 25]

Commento di Rashi: "Perché il testo rivela il contenuto del loro carico? Per far conoscere la ricompensa dei giusti, poiché in genere gli arabi trasportano solo nafta e catrame, il cui odore è sgradevole; invece per lui il Cielo ha fatto in modo che non venisse importunato dal cattivo odore."

Marc Chagall: Yoseph venduto dai fratelli
Da Fingerhurt Gallery



Vediamo di ricostruire la situazione: Yossef, il figlio preferito di Yaakov, venne inviato da suo padre a visitare i suoi fratelli che pascolavano il gregge per verificare che tutto andasse bene. Malgrado l'astio che essi provavano per lui, Yossef obbedì a suo padre e seguì la traccia dei fratelli finché li trovò nei presi di Dotan. Quelli, lungi dall'apprezzare la visita, complottarono per sopprimerlo e fu grazie all'intervento di Reuven, il primogenito, che Yossef ebbe la vita salva. Imprigionato in una cisterna vuota (ma il Midrash racconta che vi si trovavano comunque serpenti e scorpioni), ne fu tratto solo per essere venduto come schiavo a una carovana che passava di lì, in direzione dell'Egitto.

Dunque, un ragazzo di diciassette anni, orfano di sua madre Rachel e odiato dai propri fratelli maggiori, vede sparire ogni traccia della sua vita precedente, senza apparentemente alcuna speranza di ritrovarla. Privo di qualsiasi possibilità di contatto con il padre Yaakov, con il nonno Yitzchak e con il fratellino Binyamin, Yossef è ora schiavo, proprietà di questi commercianti diretti in Egitto, la superpotenza dell'epoca. Non è difficile immaginare come nel mondo di 35 secoli fa fosse impensabile sperare di sottrarsi all'amarissimo destino di una vita da schiavo. Come fu il caso per milioni di altri individui nella storia dell'umanità, la caduta in schiavitù significava una tragedia immane dalla quale non c'era ritorno: è noto che in diverse regioni del mondo e malgrado le comunicazioni moderne, questa realtà esiste ancora.

Perciò, tra le domande che il versetto che abbiamo citato può suscitare, Rashi sceglie proprio di insegnarci che il Cielo ricompensò Yossef di essere un giusto mandandogli una carovana di commercianti di spezie profumate anziché di nafta maleodorante. Eppure un ragazzo rapito e ridotto in schiavitù vive una disgrazia indescrivibile. Non è difficile immaginare quale terribile angoscia aggredisca il ragazzo prigioniero, precipitandolo nella più profonda disperazione. Che ricompensa è quella di prendersi cura del suo olfatto e assicurarsi che le merci trasportate insieme al povero schiavo ebreo olezzino di spezie aromatiche? Chi è veramente disperato non pensa ai profumi: i suoi unici pensieri sono il dolore per la separazione dai propri cari, il terrore per il futuro che lo aspetta e probabilmente tanta rabbia per essere costretto a subire suo malgrado un così terribile destino. Si chiede quindi uno dei grandi Maestri della Yeshivà di Telz, Rav Mordechai Pogremonsky, come capire il significato e l'insegnamento di questo commento di Rashi: che ricompensa sono queste spezie, che consolazione possono offrire a Yossef di fronte al buio pesto di un futuro nero?

Rav Pogremonsky offre una straordinaria risposta al quesito che egli stesso ha posto: il Santo, benedetto Egli sia, non getta mai un giusto in una situazione di oscurità totale, senza nessun aspetto positivo. Anzi, Egli lascia sempre, anche nelle peggiori avversità, un lumicino che serve a far capire all'uomo di non essere solo. È vero quindi che l'odore delle spezie non rappresentava in sé un grandissimo vantaggio; tuttavia esso offriva a Yossef un segnale sicuro che Hashem era con lui. Per questo motivo Rashi precisa che il trasporto di spezie non rientrava nelle abitudini di quei commercianti arabi. L'eccezionalità del trasporto poteva spiegarsi solo come un messaggio destinato al giusto per dirgli che il Santo, benedetto Egli sia, è con lui, come dicono i salmi (Tehillim 91, 15): "Sono con lui nell'avversità". Yossef capisce quindi che ciò che gli capita non è un durissimo scherzo di un destino infido e gramo, bensì un programma preciso della Provvidenza Divina, anche se non se ne conosce ancora il lieto fine.

La storia di Yossef infatti non finisce qui: anche durante il periodo di servitù in casa del ministro Potifar, Yossef meritò di percepire la presenza del Santo, benedetto Egli sia, accanto a lui (Bereshit 39, 2): "E Hashem fu con lui" e (Bereshit 39, 3) "che Hashem era con lui"; e di conseguenza (ibid.) "Hashem era con lui e lo faceva riuscire in tutti i sui intenti". Più avanti, imprigionato nelle carceri di Faraone (Bereshit 39, 21): "Hashem fu con Yossef e attirò su di lui la benevolenza" e (Bereshit 39, 23) 'Perché Hashem era con lui e lo faceva riuscire nei sui intenti". Nella sua disgrazia, Yossef percepiva sempre un dettaglio positivo e perciò sapeva di non essere abbandonato e di essere sempre con Hashem. E stando così le cose, era più facile sopportare lo stato di servitù e capire che al contrario delle apparenze la sua situazione non era disperata. Così dicono i salmi (Tehillim 34, 9): "Felice è l'uomo che si rifugia in Lui". Infatti, come tutti sappiamo, dopo anni di servitù e di prigione in Egitto Yossef fu elevato da Faraone alla più alta carica del regno, ciò che gli permise di salvare la sua famiglia, con cui si ricongiunse dopo ventidue anni, perdonando i fratelli e riabbracciando Yaakov e Binyamin.

Il re David dice (Tehillim 23, 4): "Anche se dovessi camminare nella valle dell'ombra della morte, non temerò alcun male, perché Tu sei con me! Il Tuo bastone e il Tuo appoggio mi consolano." Da una parte il Santo, benedetto Egli sia, punisce col Suo bastone e dall'altra offre il Suo appoggio: in questo modo l'uomo sa che anche le avversità provengono da Lui. Infatti, le punizioni inflitte ai malvagi per i loro peccati sono complete e definitive; invece, le avversità che affliggono i giusti hanno come unico scopo il loro bene e perciò non conducono alla loro perdita. Anzi, il fatto che esse siano sempre accompagnate da un qualsiasi aspetto positivo conforta il giusto provandogli di non essere solo e che Hashem è accanto a lui per guidarlo verso la salvezza.

La Torà non ha la vocazione di raccontarci delle belle storie fini a sé stesse; piuttosto insegna a ognuno di noi come vivere durante tutti i nostri giorni terreni. Perfino nel commento di un versetto apparentemente anodino, Rashi coglie nel segno e ci trasmette un insegnamento straordinario: finanche un dettaglio dall'apparenza insignificante, come il contenuto del carico di un'anonima carovana partita millenni fa verso una terra lontana, ci insegna come affrontare ognuna delle mille avversità della vita e come riuscire a percepire la presenza di Hashem accanto a noi. Anche in questo lunghissimo esilio e nei suoi tanti dolori dobbiamo vedere la mano di Hashem che ci conduce fino alla piena e totale Gheulà, presto e nei nostri giorni.

Chiunque volesse citare, riprodurre o comunicare al pubblico in ogni forma e con qualunque mezzo (siti Internet, forum, pubblicazioni varie ecc.) parti del materiale di questo sito, nei limiti previsti dalla legge, è tenuto a riportare integralmente una dicitura, che per questa pagina è:
Tratto dal sito www.anzarouth.com: Commento alla Parashà di Vayeshev
È richiesto di aggiungere anche un link valido verso:
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