Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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venerdì 10 ottobre 2008

Antisemitismo in Calabria?

Temo che questa immagine che pubblico possa offendere sia i cristiani (come se dessi a Gesù dello "sporco ebreo") sia agli ebrei (che non riconoscono in Gesù un ebreo).
Chiedo scusa a chi possa eventualmente offendersi, ma ho scelto volutamente un'immagine provocatoria: dal momento che Paolo dice "Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre", vorrei ricordare ai cristiani che, di conseguenza "Gesù è un ebreo, ieri, oggi e sempre", e chi avversa gli ebrei in quanto tali, è anche (la Chiesa cattolica ormai ha questa stessa posizione, almeno a livello teologico) contro Gesù.



Affrontare il tema dell'antisemitismo è sempre un discorso a rischio, tali e tante sono le implicazioni politiche, sociologiche, psicologiche, oltre che, naturalmente, quelle religiose.
Oltretutto (per fortuna!), ben pochi sono oggi quelli che si dichiarano apertamente antisemiti, mentre sono più numerosi quelli che si dichiarano antiisraeliani, antisionisti, antigiudei o simili, senza accorgersi (o a volte ben sapendo?) che i loro discorsi coprono o incoraggiano l'antisemitismo.
Naturalmente non voglio generalizzare: a tutti è lecito criticare un qualsiasi Stato o Governo, e quindi anche quello di Israele; a tutti è lecito non condividere una qualsiasi ideologia, e quindi neanche il sionismo; a tutti è lecito, essendo di una certa religione, non condividere le idee di un'altra religione.

Quello che non è ammissibile è (come fa attivamente un signore in un blog che non cito perché non voglio fargli pubblicità) fare affermazioni come "l'ebreo è, è sempre stato e sempre sarà bugiardo": non vogliamo chiamarlo antisemitismo? e chiamiamolo razzismo. Ma dal momento che gli ebrei non sono una razza (del resto lo stesso concetto di razza tra la specie umana non ha più un valore scientifico) vogliamo dargli un altro nome? E sia, ma resta il fatto che scrivere certe cose quanto meno incoraggia razzismo e antisemitismo e si ricollega a fenomeni che hanno causato milioni di morti, e non solo ebrei...

Lo stesso signore si dichiara, in quanto cristiano, non antisemita, ma antigiudeo; posizione anche ammissibile (a parte che, mi pare, il messaggio di Gesù non era un messaggio "anti" ma un messaggio "pro"), purché si dichiari anche antibuddista, antiinduista, antianimista e antimusulmano... cosa che invece non è.

Ma andando a fare le pulci, non si finirebbe più, e quindi mi fermo qui, sul soggetto.

Mentre le posizioni di un singolo individuo non hanno grossa rilevanza, più grave è la posizione della Chiesa, che continua ancora a riconoscere il culto di san Pietro Cathin, che sarebbe stato ucciso da alcuni ebrei perché stava tentando di convertire la moglie di uno di questi; credo che bisognerebbe fare opera di revisione storica (visto che il revisionismo va tanto di moda...) e verificare lo svolgimento dei fatti, visto che già Oreste Dito portava testimonianze quanto meno di dubbio su come si siano svolti gli eventi, e considerando che un modo così macchinoso di uccidere qualcuno (con un elmo arroventato in testa!) pare poco credibile.
Come è stato fatto con il culto di san Simonino (venerato in quanto sarebbe stato ucciso da ebrei per usarne il sangue per impastare le azime), abolito qualche anno fa, è a mio parere necessario procedere anche in questo caso.

Non mancano siti e blog che ripropongono libri, interviste, articoli e interventi di soggetti noti per la diffamazione degli ebrei, e sostenitori di complotti ad opera di ebrei contro il resto del mondo (circolano ancora i Protocolli dei Savi di Sion, o il mito degli ebrei e israeliani che l'11 ottobre del 2001 sarebbero stati avvisati di non andare a lavorare alle Twin Towers!).

C'è poi una forma di avversione agli ebrei più diffusa, più popolare, e dovuta per lo più a diverse forme di ignoranza; come il sito su un comune calabrese che, parlando della leggenda dell'ebreo errante (il famigerato Ahasvero, che, avendo partecipato all'uccisione di Gesù o avendolo insultato sulla croce) viene condannato a non morire mai, e vagare ramingo per tutto il mondo: la leggenda viene fatta passare come leggenda ebraica!
Personalmente non riesco a vedere come pericoloso l'antisemitismo "popolaresco": forse è un mio limite, dovuto al fatto che da questo è nato il mio rapporto con l'ebraismo.
Una vecchietta che mi accudiva quando ero bambino, mi parlava ogni tanto di questi "Giudei chiì ammazzaru u Signuri"... Colpito da questa espressione, ho chiesto a mio padre chi fossero costoro, e lui mi parlò della Shoah, e così la mia curiosità, divenne interesse e, con il tempo, una vera passione per l'ebraismo.

Per fortuna, in questo panorama deprimente, non mancano le luci, e non mancano anche in Calabria gli amici degli ebrei, e con l'avanzare della cultura, delle ricerche storiche e teologiche, della comunicazione e dell'informazione, sono sicuro che ce ne saranno sempre di più, e sempre di più sapranno farsi ascoltare.

giovedì 9 ottobre 2008

Un Giusto tedesco

Facendo seguito al post precedente, pubblico qui il bell'intervento a Cittanova, il 22 giugno 2008, del Console generale di Germania, che ha ricordato l'azione di un diplomatico tedesco, Georg Ferdinand Duckwitz (e non fu il solo), nel salvataggio degli ebrei.


Autorità,
è con grande piacere che sono venuta qui a Cittanova in Calabria. Purtroppo, fuori dell'Italia l'importante ruolo svolto dalla Calabria nella storia della nostra Europa è praticamente sconosciuto. La Magna Graecia era qui in Calabria, qui giunsero i greci portandovi la loro cultura. Si tratta però anche di un territorio con una presenza troppo poco conosciuta della religione e cultura ebraiche, dall'epoca antica fino ai giorni nostri.
Oggi siamo qui riuniti per inaugurare il Giardino dei Giusti. Come rappresentante della Germania sono ovviamente particolarmente lieta che fra i "Giusti" vi sia anche un diplomatico tedesco e che gli venga dedicato un albero a futura memoria.
L'olocausto, l'assassinio di oltre 6 milioni di ebrei, rappresenta un'estrema vergogna per la Germania, … to say the least.
Noi tedeschi abbiamo fatto uno sforzo per superare questo passato di barbarie. Proviamo gratitudine per il fatto che questo sforzo trovi un qualche riconoscimento in Israele, un qualche riconoscimento, lo sottolineo; noi siamo consapevoli che molti ebrei non sono ancora in grado di perdonare. È troppo pesante e presente la loro sofferenza.
Considerando questo nostro passato, noi tedeschi siamo sempre felici quando si accende una luce in questa spaventosa oscurità.
Luci ve ne erano pochissime, ma per fortuna alcune c'erano.
Una di queste luci fu il diplomatico Georg Ferdinand Duckwitz oppure la sua azione di salvataggio degli ebrei della Danimarca.
Georg Ferdinand Duckwitz nacque nel 1904 a Brema, un'importante città portuaria nel Nord della Germania. Negli anni trenta era il rappresentante a New York della grande compagnia marittima tedesca Hapag e durante la seconda guerra mondiale diventò consigliere navale a Copenaghen.
Duckwitz è considerato il salvatore degli ebrei della Danimarca e per questi suoi meriti è stato nominato "Giusto" a Yad Vashem, un onore reso solamente a pochi tedeschi – non c'è da meravigliarsi – ma per questo il merito è ancora maggiore.
Grazie al suo intervento la maggior parte degli ebrei della Danimarca si sottrasse alla deportazione e alla morte sicura.
Che cosa fece Duckwitz? Tradì, tra virgolette, i piani di deportazione che i nazisti stavano preparando per il primo ottobre del 1943 (mille nove cento quaranta tre). Il 28 settembre avvisò i maggiori rappresentanti della Resistenza danese. Il 29 settembre il rabbino di Copenaghen comunicò alla comunità ebrea questa spaventosa notizia e la esortò a nascondersi. I danesi dimostrano grande solidarietà nascondendo gli ebrei. A Copenaghen non si vedevano più ebrei. Il primo ottobre i rappresentanti tedeschi dei nazisti comunicarono che la Danimarca era "libera da ebrei". "Libera da ebrei" significava che la deportazione era avvenuta.
In realtà gran parte degli ebrei aveva attraversato il mare, a bordo di pescherecci, e aveva raggiunto la costa svedese.
Il 22 settembre Duckwitz si era recato in aereo a Stoccolma e aveva contattato il Primo Ministro svedese Hansson, che gli aveva garantito che la Svezia non avrebbe respinto gli ebrei danesi.
Vennero deportati approssimativamente 500 dei circa 7000 ebrei danesi. Di questi 500 circa 450 fecero ritorno in Danimarca dopo la guerra. Più o meno 50 ebrei danesi vennero uccisi dai nazisti, 50 di troppo. Tuttavia la maggior parte degli ebrei danesi venne salvata. Questa circostanza viene definita il miracolo danese.
Le informazioni che Duckwitz fece pervenire tempestivamente alla Resistenza danese rappresentarono sicuramente solo uno dei tanti elementi. Ma fu l'elemento decisivo. Il suo "tradimento" rese possibile una catena di altre azioni.
Georg Ferdinand Duckwitz dimostrò grande coraggio. Agendo in quel modo mise a rischio la propria vita. Prestò ascolto solo alla sua coscienza. Così Duckwitz è divenuto un esempio per tante situazioni dove la coscienza deve avere il sopravvento su ordini impartiti nel disprezzo dell'uomo. Egli operò nello spirito dell'imperativo categorico del grande filosofo Immanuel Kant: "Agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare in qualsiasi momento legge universale".
In questa occasione desidero tuttavia esprimere il mio rispetto e la mia massima considerazione anche agli altri diplomatici che durante la seconda guerra mondiale hanno rischiato la propria vita per salvare quella degli ebrei. È importante che non vengano dimenticati. È quindi un'idea straordinaria commemorarli in questo Giardino dei Giusti.

I Giusti diplomatici

Il viale dei Giusti diplomatici a Cittanova











Un momento di spiritualità:
il suono dello shofar


















Tempo fa, avevo parlato di Cittanova; ci ritorno ora per parlare (ehm... con un tantino di ritardo!) di un evento che vi si è svolto lo scorso 22 giugno: la dedicazione di un viale della Villa comunale ai Giusti delle nazioni che, nella loro azione come diplomatici, salvarono la vita ad ebrei durante la Shoah. Il viale è fiancheggiato da palme, su ognuna delle quali è affissa una targa che ricorda il nome del Giusto e la bandiera (o le bandiere: alcuni agirono a nome di una nazione diversa di quella di cui erano cittadini; come il nostro Perlasca, che agì come diplomatico della Spagna, o monsignor Angelo Rotta, italiano ma diplomatico pontificio).
L'evento (organizzato da istituzioni civili e religiose, sotto la spinta del vulcanico studioso Antonio Sorrenti), è stato preceduto da un convegno dal titolo "I sentieri dell'Eden. Dal Giardino dell'Eden al Giardino dei Giusti", ed ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Rav Ariel di Porto, da Roma, di Rashel Feinmesser, Capo ufficio stampa dell'Ambasciata israeliana, R.G. Vitetta, console onorario svizzero, don Antonino Pangallo, responsabile della Diocesi di Reggio per il dialogo interreligioso, e Angelica Volkel, Console generale di Germania, al cui bell'intervento dedicherò un post a parte.
Di Cittanova, oltre quanto già detto nel post precedente, posso aggiungere alcune usanze che ci fanno intravedere una antica presenza ebraica: in alcune famiglie la sera di Pasqua si lascia una sedia vuota a tavola, come accade nel rito del Pesach ebraico; il venerdì si usa fare o comprare il pane a treccia, come la challah del sabato tra gli ebrei; sempre la sera di Pasqua, il piatto tipico è lo stocco cu l'amareddi (stoccafisso con le erbe amare!)...

Ferramonti e Punta Stilo

Un progetto che risale a quasi un anno fa: come si vede dalla consulenza affidata dalla Regione Calabria, entro la fine di quest'anno dovremmo saperne qualcosa di più...


Cosenza, 19 nov 2007 - Al via il convegno internazionale del progetto Landscapes of war (Scenari di guerra), promosso dalla Regione Calabria, sotto l’egida dell’Ue, nella Casa delle Culture di Catanzaro.
Il tema ha coinvolto studiosi di storia militare per il recupero dal fondo marino di reperti della seconda guerra mondiale.
I lavori sono stati introdotti dal responsabile del progetto Pasquale Parisi, funzionario della Regione Calabria, e moderati dalla giornalista e manager communication del progetto Alessandra Tuzza. Tra gli altri , hanno dato il loro contributo gli studiosi Christian Muehldorfer Voght, direttrice del Museo storico-tecnologico di Peemünde, Alexandre Klausmeier, dell’università del Brandemburgo (Germania), Joseph Magro Conti, authority all’Ambiente e programmazione di Malta; Linda Klups, presidente del Comitato scientifico internazionale per il patrimonio militare di Varsavia.
“Landscapes of war” - ha affermato il sottosegretario agli Affari della Presidenza della Regione Calabria, Vincenzo Falcone - è un progetto transnazionale, cofinanziato direttamente dalla Commissione europea nell’ambito del programma “Cultura 2000”, che si prefigge il compito di valorizzare il patrimonio storico riconducibile alla seconda guerra mondiale. Ferma restando la consapevolezza della delicatezza - ha rimarcato Falcone - che un evento ancora relativamente vicino a noi riveste, per tutte le lacerazioni e i lutti che esso ha provocato nel territorio europeo, questo programma dovrà essere occasione per trasformare siti e residuati bellici del passato in simboli di pace e di convivenza civile per i popoli di oggi e di domani”.
L’attenzione degli interventi è stata prevalentemente assorbita da due elementi storici che hanno coinvolto la regione nella prima metà del XX secolo. E vale a dire il Campo di concentramento fascista di Ferramonti di Tarsia e la battaglia navale di Punta Stilo del 9 luglio del 1940.

Dal sito della "Rivista marittima"

Sul primo, è attiva una fondazione, promossa dallo storico Carlo Spartaco Capogreco, uno dei massimi esperti nazionali in materia di internamento civile nel ventennio fascista, i cui intenti sono quelli di far sì che la memoria di quanto è qui accaduto non vada dispersa. E al tempo stesso affinché la visita a questo sito serva alle giovani generazioni quale occasione di riflessione sui valori di pace e solidarietà fra i popoli.
Ancora in fase di valutazione è la proposta che lo stesso Capogreco lanciò nel 2003 che mira a istituire un Museo-archivio-laboratorio nazionale del confino e dell’internamento, “una sorta di Casa della memoria - precisa il promotore - per ricordare - sono le parole di Capogreco - la solidarietà e la fratellanza di lotta contro il fascismo realizzatisi tra gli individui deportati e le popolazioni civili”.
Lo scontro al largo di Punta Stilo vide contrapporsi la Royal Navy britannica, comandata dall’ammiraglio Cunningham, contro la Regia Marina italiana, sotto le direttive dell’ammiraglio Campioni.
Come è stato rimarcato nel convegno, esso “fu l’evento che registrò la più grande concentrazione di mezzi navali in tutto il Mediterraneo”. Il bilancio finale, limitato alle sole perdite, parla di un cacciatorpediniere (il Pancaldo, che ebbe sedici morti) e di un sommergibile, per la Marina italiana; di un cacciatorpediniere, un piroscafo e di diciotto aerei, per quella inglese.
Al di là di quello che sia stato l’epilogo (la storiografia offre pareri discordanti a riguardo), resta aperto il discorso di una ripresa del lavoro di recupero di reperti e cimeli di quello che è passato alla storia come “il primo scontro navale nel Mediterraneo” nella seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda l’intero territorio europeo, il progetto “Landscapes of war” si prefigge di “dare accesso fisico e intellettuale a una vasta gamma di siti e di testimonianze del conflitto del 1939-’40 per mantenerne vivo l’orrore” nell’Europa allargata e pacificata di oggi.

Sardegna ebraica: convegno e libro

Se esiste una storia ebraica nelle regioni d'Italia che, rispetto alla sua rilevanza, è più ignorata di quella calabrese, probabilmente è quella della Sardegna.
In questo blog, che pur incentrato sulla Calabria, cerco di raccogliere notizie sugli ebrei di tutto il Sud e le Isole, sono lieto di presentare un convegno che si terrà a Cagliari nella seconda metà di novembre, in occasione del quale sarà anche presentato un interessante volume, il cui testo della quarta di copertina pubblico di seguito al programma del convegno
. Le immagini sono tratte da Eretzblog, purtroppo inattivo da ormai più di un anno...

Regione Autonoma della Sardegna-Provincia di Cagliari
Università degli Studi di Cagliari
Fondazione Banco di Sardegna

Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo-Italia Judaica
Centro interdipartimentale di Studi Ebraici, Università di Pisa

XXII Convegno Internazionale dell’Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo
X Convegno Internazionale “Italia Judaica”

“Gli ebrei in Sardegna nel contesto Mediterraneo.
La riflessione storiografica da Giovanni Spano ad oggi”

In occasione del settantesimo anniversario delle Leggi Razziali

Cagliari, 17- 20 novembre 2008

Prima sessione: lunedì 17 ore 10,00-Palazzo Regio, Cagliari

Indirizzi di saluto:
Graziano Milia, Presidente della Provincia di Cagliari
Maria Antonietta Mongiu, Assessore Regionale alla Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport
Pasquale Mistretta, Rettore dell’Università di Cagliari
Renato Soru, Presidente della Regione
Gideon Meir, Ambasciatore di Israele in Italia

Ore 11, 00 Presiede: Simonetta Angiolillo (Università di Cagliari)
Luciano Carta
, Liceo “G. Brotzu”, Quartu S. Elena, Un intellettuale sardo dell’Ottocento in dimensione europea: Giovanni Spano (1803-1878)
Mauro Perani, Università di Bologna, Giovanni Spano e gli ebrei in Sardegna. I manoscritti ebraici della Biblioteca Universitaria di Cagliari
Michele Luzzati (Università di Pisa), Gabriella Olla Repetto (Ministero per i Beni e le Attività Culturali), presentazione del volume Ebrei e società in Sardegna nel XV secolo. Fonti archivistiche e nuovi spunti di ricerca di Cecilia Tasca

Seconda sessione: lunedì 17 ore 15,30-19,00 T-Hotel, Cagliari

Ore 15,30 Presiede: Attilio Mastino (Università di Sassari)
Silvia Castelli
, Università di Pavia, I quattromila ebrei espulsi in Sardegna da Tiberio nelle fonti storiche romane
Cesare Colafemmina, Associazione Italiana per lo Studio del Giudaismo, Rilettura delle epigrafi sarde nel contesto della coeva epigrafia ebraica mediterranea
Olivetta Schena, Università di Cagliari, Tracce di presenze ebraiche in Sardegna fra VI e XIII secolo

Ore 17,00 Pausa
Ore 17,30 Presiede: Roberto Bonfil (Università ebraica di Gerusalemme)
Shlomo Simonsohn
, Università di Tel Aviv, I rapporti fra la Sardegna e la Sicilia nel contesto del mondo ebraico
David Abulafia, Gonville and Caius College, Cambridge, I rapporti fra la Sardegna e le Isole Baleari
Giuseppe Veltri, Università di Halle-Wittenberg, Samuel Ben Yitzhaq il Sardo e Bonjudas Bondavin, Rabbino di Cagliari

Ore 19,00 Discussione

Terza sessione: martedì 18 ore 9,00-13,00

Ore 9,00 Presiede: Pier Cesare Ioly Zorattini (Università di Udine)
Meritxell Blasco Orellana
, Università di Barcellona, Elogio en prosa rimada a rabí Bonjudàh Bondaví de Cagliari, en un “responsum” de rabí Yishaq bar Shéshet de Barcelona
Ramon Magdalena Nom de Deu, Università di Barcellona Un judío ludópata entre tahúres cristianos de Cagliari, según los “responsa” de rabí Yishaq bar Shéshet de Barcelona
Amira Meir, Hebrew Union College-Jewish Institute of Religion, La ketubbah di Shelomoh ben Zarch Carcassona ebreo sardo di origine provenzale

Ore 10,30 Pausa
Ore 11,00 Presiede: Micaela Procaccia (Ministero per i Beni e le Attività Culturali)
Rossana Rubiu
, Cagliari, Scambi commerciali fra la Sardegna e Marsiglia alla fine del XIV secolo: il ruolo dei mercanti ebrei
Danièle Iancu, Gallia Judaica, Montpellier, Portrait des juifs marseillais embarqués vers la Sardaigne en 1486
Claude Denjean, Università di Toulouse-le-Mirail, Les biens des juifs de l'Alguer et la fiscalité aragonaise

Ore 12,30 Discussione

Quarta sessione: martedì 18 ore 15,30-19,00

Ore 15,30 Presiede: Franco Masala (Università di Cagliari)
Marco Milanese
, Università di Sassari, Il quartiere ebraico di Alghero: indagini archeologiche 1997/2008
Carmen Locci, Cagliari, Gli scavi archeologici nel sito dell’antica sinagoga del Castello di Cagliari

Ore 17,00 Pausa
Ore 17,30 Presiede: Luisa d’Arienzo (Università di Cagliari)
Lucia Siddi,
Ministero per i Beni e le Attività culturali, Il restauro della Chiesa di Santa Croce di Cagliari
Michele Luzzati, Università di Pisa, “Nomadismo” ebraico: il medico ebreo Genatano da Volterra “pendolare” fra Toscana e Sardegna

Ore 18,30 Discussione

Quinta sessione: mercoledì 19 ore 9,00-13,00

Ore 9,00 Presiede: Fausto Parente (Università di Roma)
Viviana Mulè
, Università di Palermo, Ebrei sardi in Sicilia ed ebrei siciliani in Sardegna
Cecilia Tasca, Università di Cagliari, Conversos in Sardegna prima e dopo l’Editto di espulsione
Anna Esposito, Università di Roma La Sapienza, L’emigrazione, a Roma e in Italia, degli ebrei sardi dopo il 1492

Ore 10,30 Pausa
Ore 11,00 Presiede: Francesco Atzeni (Università di Cagliari)
Carlo Pillai
, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Schiavi ebrei e schiavi di ebrei in Sardegna
Carla Marongiu, Archivio di Stato di Cagliari, Fonti archivistiche sui conversos a Cagliari nel XVI secolo
Filippo Petrucci, Università di Cagliari, Rapporti economici tra Ebrei del Maghreb e la Sardegna

Ore 12,30 Discussione

Mercoledì 19, ore 15,00 Escursione

Sesta sessione: giovedì 20 ore 9,00- 13,00

Ore 9,00 Presiede: Antonello Mattone (Università di Sassari)
Claudio Natoli
, Università di Cagliari, Il fascismo e la persecuzione degli ebrei: nuove prospettive di ricerca
Angela Multinu, Archivio di Stato di Cagliari, Le Leggi Razziali in Sardegna nei documenti dell’Archivio di Stato di Cagliari
Simonetta Angiolillo, Università di Cagliari, Un ricordo di Doro Levi nel settantesimo anniversario della promulgazione delle Leggi Razziali
Fausto Zevi, Università di Roma (titolo da definire)

Ore 11 Pausa
Ore 11,30 Tavola rotonda: “Il Mediterraneo e la Sardegna nei processi di costruzione delle identità plurali e tolleranti
Coordina: Pasquale Chessa (Panorama)


Cecilia Tasca
Ebrei e società in Sardegna nel XV secolo.
Fonti archivistiche e nuovi spunti di ricerca
che sarà pubblicato nei "Quaderni di Materia giudaica" per i tipi della Giuntina.

Frutto di una lunga ricerca archivistica, il volume costituisce il completamento di una precedente monografia sulla storia degli ebrei in Sardegna nel XIV secolo, pubblicata dall’autrice nel 1992. L’edizione di 1.047 documenti in gran parte inediti relativi alla presenza ebraica in terra sarda negli anni 1407-1536, costituisce la parte preponderante di questo lavoro che si apre con un breve saggio che illustra le fasi della ricerca, compiuta negli anni in diversi archivi italiani e stranieri, soffermandosi, in particolare, sulle varie tipologie e le differenti modalità di conservazione delle fonti documentarie indagate. L’indagine archivistica ha infatti interessato gli stessi istituti in cui era stata precedentemente svolta la ricerca relativa al XIV secolo, ma la creazione di nuove magistrature locali e i differenti sistemi di conservazione archivistica hanno influito notevolmente sui risultati di questo nuovo lavoro, dandogli connotati diversi in relazione, soprattutto, alla differente tipologia dei documenti e, di conseguenza, ai loro contenuti. La documentazione trecentesca, costituita nella quasi totalità da atti pubblici, aveva a suo tempo restituito, quasi esclusivamente, informazioni di àmbito socio-istituzionale. La documentazione successiva si presenta, invece, più varia perché gli archivi locali, in particolar modo l’Archivio di Stato di Cagliari, nel conservare la memoria dell’attività politica, amministrativa e giudiziaria di numerose magistrature create nei primi anni del ‘400, ha arricchito la nuova ricerca in nuovi àmbiti, maggiormente in quelli demografico, economico e sociale sui quali l’autrice si sofferma nella seconda parte dell’introduzione. Un buon numero di atti notarili rappresentano, infine, un ulteriore elemento di novità grazie, soprattutto, alla presenza di contratti commerciali e di praticantato, di procure, di obbligazioni e costituzioni di censo dietro cui, molto abilmente, si nascondeva il prestito ad usura. Ancor più preziosi si rivelano i testamenti, le costituzioni di dote e i contratti di matrimonio, attraverso i quali si potranno approfondire quegli aspetti, solo abbozzati per il periodo precedente, maggiormente legati alla sfera familiare e per i quali l’autrice indica nuovi percorsi di approfondimento. Numerose tabelle e ben nove indici guidano il lettore con perizia e lo conducono verso un approccio immediato alla molteplicità dei dati racchiusi nella ricca raccolta documentaria.

Cecilia Tasca si è laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Cagliari. Nella stessa Università ha conseguito il diploma di specializzazione in Archeologia e Storia dell’Arte e il Dottorato di ricerca in Storia Medioevale (discutendo una tesi dal titolo La presenza ebraica in Sardegna nel XIV secolo, comprendente l’edizione di 827 documenti inediti, pubblicata dalla Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Cagliari 1992), cui è seguito un biennio di post Dottorato. Diplomata in Archivistica, Paleografia e Diplomatica presso l’Archivio di Stato di Cagliari, ricercatore di Archivistica, Bibliografia e Biblioteconomia presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari dal 1° marzo 2002, dal 1° luglio 2006 è professore associato di Archivistica presso la stessa Facoltà. Autrice di numerose edizioni di fonti e di alcuni inventari archivistici, svolge da lungo tempo ricerche sulle comunità ebraiche della Sardegna medioevale negli archivi italiani e stranieri. E’ socia ordinaria dell’Associazione italiana per lo studio del giudaismo (AISG) dal 2004.

martedì 7 ottobre 2008

Nicastro: Ebrei al Timpone?

In uno dei primi post di questo blog, avevo riproposto il bel sito del professor Vincenzo Villella, che nel suo libro "La Judeca di Nicastro e la storia degli ebrei in Calabria" identificava il rione Timpone (conosciuto anche come Judeca) come stanziamento di ebrei, e nella chiesa di sant'Agazio riconosceva l'antica sinagoga.
Queste sue ipotesi non trovano tutti d'accordo, e quindi (per quanto ne condivida in linea di massima le conclusioni) mi sembra onesto riportare anche le tesi discordanti.

Dal sito Aguleo

La questione è emersa quando, per la prima volta in forma scritta, nella Guida del Museo archeologico lametino, è apparsa la dizione del rione Timpone come sede di ebrei. Ciò non faceva altro che riprendere il contenuto del pannello "La comunità ebraica di Nicastro", esposto fin dal 1997 nello stesso Museo archeologico.
I motivi che hanno spinto ad avanzare questa ipotesi sono chiariti nel libro dello storico professor Vincenzo Villella "La Judeca di Nicastro e la storia degli ebrei in Calabria", in cui ritiene che nel territorio di Nicastro sia avvenuto un processo analogo a quelli degli altri centri calabresi in cui vissero sicuramente delle comunità ebraiche a partire dal V secolo d.C. fino al XVI secolo, per poi subire una forma di emarginazione e di graduale rimozione, dovute allo spirito di intolleranza religiosa. Egli fa riferimento soprattutto all'opera di Oreste Dito "la storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI", in cui è citata quella di Nicastro tra le comunità calabresi del XIII secolo.
L'asserzione è avvalorata dal persistere nella cultura popolare del termine "Judeca”accanto a quello di Timpone e dal riscontro documentario dei registri della Cancelleria Angioina, in cui risulta che gli ebrei di Nicastro, insieme ad altre comunità pugliesi, campane e calabresi pagavano nel 1276 l'imposta per la distribuzione della nuova moneta della zecca di Brindisi, detta “gabella judaica".
La scelta del sito, secondo la tesi di Villlella, fu dovuta a ragioni di sicurezza (era un luogo difficilmente accessibile) e soprattutto a precise esigenze rituali, in quanto gli ebrei consideravano le fonti di acqua dolce come luoghi di epifania, collegate com'erano alla purificazione.
La Judeca di Nicastro, oltre ad essere circondata da due torrenti, poteva anche sfruttare alcune sorgenti naturali. Per queste particolari condizioni fu possibile, secondo questa tesi, creare il miqweh, ossia la vasca per il bagno di purificazione rituale. Egli inoltre identifica nell'attuale Chiesa di S. Agazio il suolo su cui insisteva precedentemente una moschea.
Questa teoria è stata fortemente contrastata da altre ricerche storico-linguistiche-archeologiche dell'architetto Giuliana De Fazio, che ha effettuato gli studi preliminari per il restauro della chiesa di Agazio compresi nel saggio "La Chiesa di S. Agazio al Timpone di Nicastro cronaca di un restauro", a cui poi è stata aggiunta una nota del professor Antonio Milano “Ebrei a perdere ?".
Questi due ultimi studiosi sostengono che la ricca tradizione storica locale non fa nessuna menzione dell'esistenza di una comunità ebraica al Timpone di Nicastro, che nessun cenno è contenuto nemmeno nella tradizione orale dei canti e poesie popolari, nei quali si può notare soltanto l'allusione che un giovane pretendente ironicamente fa al fatto che egli possiede "tri migghiara 'i viti e 'na casa allu Timpuni", oppure la descrizione di una lavandaia che "scindi a tia di lu Timpuni". In nessuna parte della tradizione scritta si fa riferimento alla condizione di ghetto ebraico del rione.
La sterilità delle ricerche archeologiche sul sito della chiesa di S. Agazio induce a non ritenere plausibile l'esistenza precedente di una sinagoga ebraica, né si può dire che il luogo indicato come vasca per la purificazione abbia le caratteristiche che si ritrovano in tali circostanze, piuttosto potrebbe essere una semplice punto di raccolta delle acque piovane.
Vittorio Pandolfo nei suoi scritti su “Storicittà”, condivide la non esistenza nella tradizione familiare e in quella popolare dell'origine ebraica della comunità del Timpone. Il termine Judeca potrebbe avere avuto, e solo per gli abitanti della Via Grande ora Via Garibaldi, il significato di separazione sociale nei confronti del Timpone.

Aggiungo una mia piccola annotazione:
Sul fatto che il Timpone sia l'antico quartiere ebraico di Nicastro, possono non esserci certezze, ma la sua natura di luogo chiuso, la sua vicinanza a corsi d'acqua, il nome che porta (pur ricordando che non sempre la Judeca indica luogo abitato da ebrei, ma a Nicastro, dove vi abitarono sicuramente, lo vedo molto più probabile) mi induce a credere che proprio questo fosse, nonostante la "damnatio memoriae" che ne ha cancellato il ricordo nella tradizione popolare. Credo stia agli storici che non condividano l'ipotesi, dimostrare (o quantomeno proporre) dove possa essere collocata la vera Judeca (o, in alternativa, che gli ebrei di Nicastro non avessero un solo luogo circoscritto di insediamento).
Sono invece più propenso a credere che non necessariamente la chiesa di sant'Agazio fosse l'antica sinagoga, dal momento che non ne esistono tracce archeologiche (pur tenendo che possa essere stata saccheggiata e depredata da subito dopo la cacciata degli ebrei dal Sud).
Non ho elementi (data la mia ignoranza nel campo archeologico) per dire nulla a proposito del supposto miqweh.

“Luigi di Catanzaro”: racconto sul’antisemitismo

In attesa di predisporre un post sull'antisemitismo in Calabria, e uno sugli ebrei a Catanzaro, pubblico questa recensione su un curioso romanzetto, trovata su un sito di tifosi del Catanzaro: complimenti all'autore!

“
Luigi di Catanzaro”
L’antisemitismo in un racconto semiserio
ambientato tra Catanzaro, il Vaticano ed il Paradiso

di Francesco Vallone

E’ uscita da alcune settimane un’interessante pubblicazione a cura di Aldo Ventrici, instancabile e appassionato cultore della storia catanzarese. Si tratta della prima traduzione italiana - edita da Calabria Letteraria Editrice - del breve racconto “Luigi di Catanzaro” che porta la firma dello scrittore inglese Louis Golding il quale, nella sua quarantennale carriera a cavallo tra le due grandi guerre del ‘900, portò alla luce una serie di romanzi incentrati sulla vita degli ebrei in Inghilterra e sull’ideale dell’armonia razziale approdando al successo di pubblico con il celebre “Magnolia Street” da cui fu tratto anche un adattamento teatrale.
Da grande collezionista e ricercatore di opere riguardanti la storia della città di Catanzaro, Ventrici - venuto a conoscenza dell’esistenza di questo libretto di Golding pubblicato nel 1926 - è riuscito ad impossessarsi dell’opera dopo una serie di difficoltose ricerche presso le librerie antiquarie di tutto il mondo. Il lavoro aveva una tiratura di sole 100 copie, firmate di proprio pugno dall’autore: una vera e propria rarità libraria di assoluto pregio che giustificava il prezzo altissimo dei pochi esemplari sopravvissuti all’usura del tempo. Con costanza ed un briciolo di fortuna, Ventrici è riuscito a procurarsi, con poche decine di dollari, una copia informatizzata dell’opera a cura della Jewish National & University Library di Gerusalemme. La difficile attività di traduzione di un linguaggio risalente al primo Novecento, reso volutamente aspro dalla volontà dell’autore, ha portato alla scoperta di importanti considerazioni di carattere religioso, politico e sociale che si celavano dietro la fantasiosa e sarcastica vicenda raccontata da Golding.
La storia immaginaria, incentrata su una negata canonizzazione di un altrettanto fantastico beato Luigi di Catanzaro, ha inizio con il rifiuto espresso del Vaticano, allora guidato da Papa Pio XI che, secondo l’autore, era stato grande propulsore dell’attività missionaria quanto cinico e abile diplomatico. Il dibattito vede protagonista anche una folta schiera di Santi, direttamente dal Paradiso, impegnati in un divertente diverbio sull’argomento che vedrà coinvolti persino Gesù Cristo e Dio e sarà risolto dall’intervento dello Spirito Santo. Tutto questo rappresenta il pretesto per montare una lunga serie di battute goliardiche e dissacranti su personaggi e luoghi che caratterizzano il dogma della religione cristiana. Sicuramente destinato ad una ristretta cerchia di lettori appartenenti all’ampia comunità di ebrei sparsa per il mondo, l’esile volume - per ciò che ci interessa da vicino - contiene anche degli interessanti contributi sulla storia locale. Da appassionato viaggiatore, Golding infatti attraversò la Calabria prima di approdare in Sicilia e rimase affascinato dalle “strette vie” e dal suggestivo corso post-ottocentesco di una Catanzaro d’altri tempi. Nel testo ritroviamo, così, alcune citazioni relative al tenore di vita benestante della città capoluogo - che secondo lo scrittore inglese sarebbe diventato motivo di “dissolutezza” - e alla conservazione delle reliquie del beato Luigi nella chiesa di Santo Stefano, una volta eretta sulle fondamenta dell’antica Sinagoga del quartiere ebraico, sulla cui area oggi sorge Palazzo Fazzari.
In realtà nel volume ritroviamo tutta una serie di suggestioni ideologiche che, da lì a poco, avrebbero trovato conferma nella dilagante ondata antisemita del preciso disegno nazista di epurazione della razza. Non mancano, perciò, gli sfoghi rabbiosi di uno scrittore che era una icona della cultura ebraica del suo tempo e portatore sano dell’idea di convivenza multietnica e tolleranza religiosa. Catanzaro, a differenza del clima di tensione antisemita vissuto a Manchester ed al pari di quella Via Della Magnolia creata da Golding nell’omonimo romanzo, aveva ospitato gli ebrei per più di quattro secoli: un fatto, questo, che segnò in maniera decisiva l’andamento dell’economia calabrese. Affollando il centro del borgo medievale, le famiglie ebree entrarono a far parte attivamente di un tessuto sociale che faceva della libertà di circolazione e di soggiorno di tutti i popoli il connotato di una precisa identità mercantile ispirata all’ideale di una sana convivenza democratica. Come descritto da Corrado Jannino nella prefazione, gli ebrei erano i proprietari delle botteghe più tassate e titolari di miniere, fonderie e tintorie. L’attività più redditizia era legata al commercio della seta che non di rado vedeva la partecipazione di mercanti ebrei nelle fiere di tutta la regione. E ogni volta, al loro ritorno, tutta la città li aspettava per festeggiare a suon di balli e canti i loro buoni affari. Gli ebrei - gli unici che sapevano tutti leggere e scrivere - riuscirono per molto tempo a mantenere la loro autonomia di culto e di pensiero fino a quando, nel 1496, il patto di reciproca utilità e prosperità collettiva fu spezzato con la distruzione della Sinagoga e la cacciata della comunità giudaica dalla città. Oggi a Catanzaro non si rinviene alcun simbolo attestante la lunga permanenza degli ebrei in città che contribuì a comporre i tasselli dell’identità locale sulla base della pari dignità sociale e solidarietà tra cristiani e giudei.
Aldo Ventrici con la sua minuziosa traduzione, brillantemente impreziosita da un adattamento letterario di notevole spessore, ha voluto arricchire la storia e la cultura locale traducendo e presentando un autore di chiara fama nel panorama letterario anglosassone e consegnando all’attenzione dei lettori, non solo catanzaresi, una pagina sconosciuta ed inedita di letteratura internazionale.

lunedì 6 ottobre 2008

Kol Nidrè

Nel video, la famosa versione del per violoncello e orchestra del Kol Nidrè composta da Max Bruch, in una esecuzione della Kleines Symphonischer Orchester des Collegium Musicum TU/FU Berlin.

Alla sera della vigilia di Yom Kippur ci si reca al Bet Haknésset prima del tramonto; la prima preghiera che si recita è il Kol Nidré, detta anche Kal Nidré o Kol Hanedarìm. È un passo con il quale noi chiediamo che tutte le promesse e i voti espressi nel corso dell'anno e non mantenuti siano annullati e siano considerati come mai pronunciati. Secondo i saggi, infatti, Yom Kippùr non ha in sé il potere di perdonare i voti non mantenuti, trasgressione estremamente grave in quanto il peccato commesso con le parole sarebbe ancor peggiore di quello commesso con le azioni.
Il Kol Nidré viene quindi recitato in maniera estremamente solenne facendo uscire, secondo le varie usanze, tutti o alcuni sifré Torà dall'Aròn Hakòdesh e portandoli alla tevà; il khazàn quindi recita la preghiera a voce alta, per tre volte.

Questa preghiera viene utilizzata dagli antisemiti per dire che gli ebrei non sono affidabili, e che con questo rito si ritengono esenti dall’osservare qualsiasi promessa o impegno abbiano assunto.
In realtà, quello di cui si chiede perdono non sono tutti gli impegni, ma solo quelli a cui si sia contravvenuto “contro volontà o per errore”, oltre al fatto che lo stesso vale per il “forestiero che dimora in mezzo a loro”, e la spiegazione è (di nuovo) “perché tutto il popolo commise la cosa per errore”: non vale quindi per ciò che è stato commesso volontariamente, e quindi anche in previsione di un perdono che invece Yom Kippur non assicura automaticamente.

"Tutti i voti, o impegni o consacrazioni
o scomuniche o giuramenti o obbligazioni
he pronunziammo dal giorno del digiuno di Espiazione che sta per iniziarsi,
cui avessimo contro volontà o per errore contravvenuto,
noi vi ritrattiamo con la presente dichiarazione dinanzi al nostro Padre celeste,
se pronunziammo voto si consideri come non emesso,
altrettanto dicasi per qualsiasi impegno, consacrazione, scomunica, giuramento, obbligazione;
sia annullato totalmente il voto, l'impegno, la consacrazione,
la scomunica, il giuramento, l'obbligazione.
nnullati i voti gl'impegni, le consacrazioni,
le scomuniche, i giuramenti, le obbligazioni,
invochiamo remissione, perdono espiazione per tutti i nostri peccati.
Conforme a quanto è scritto:
sarà perdonato a tutta la congregazione dei figli d'Israele,
e al forestiero che dimora in mezzo a loro
perché tutto il popolo commise la cosa per errore."

Yom Kippur 5769

Tra pochi giorni, giovedì 9 ottobre sarà Yom Kippur, il Giorno dell'Espiazione, se non la più importante delle feste ebraiche, sicuramente la più sentita, anche da quelli che per il resto dell'anno non sono praticanti. Si tratta di una festa dal carattere assolutamente penitenziale, che comporta 25 ore di digiuno dal cibo e dalle bevande, oltre a tutta un'altra serie di obblighi e di divieti.
La festa è ricchissima di significati ed accompagnata da numerosi riti ed eventi; per maggiori notizie, rinvio al sito di
Chabad, dal quale traggo qui alcune informazioni.
Vi sono molti termini di non facile comprensione, spero di poterle pian piano spiegare.


Yom Kippur
Il giorno di Kippùr, chiamato comunemente Yom Kippùr o Yom Hakippurìm, è il giorno destinato dalla Torà per espiare i peccati commessi nel corso dell'anno sia nei confronti di Dio che nei confronti degli uomini. La data in cui cade Yom Kippùr, il 10 di tishrì, non è ovviamente casuale.
Dopo aver rotto le Tavole della Legge a causa del peccato del vitello d'oro, Moshé ascese al monte Sinai per riprendere delle nuove tavole mentre il popolo ebraico si dedicava alla preghiera e al pentimento. Dopo quaranta giorni Hashèm accettò la teshuvà (penitenza) del popolo ebraico e permise a Moshé di portare ai figli di Israèl i precetti appresi e poi trascritti sul Sinai. Moshé scese dal monte proprio il 10 di tishrì; per questo motivo questa data fu scelta da Hashèm come il giorno della teshuvà, cioè il giorno in cui Egli accetta il pentimento del popolo ebraico.
A questo proposito il Midràsh racconta: «Rabbi Eli'ezer ben Beterà disse: "Quaranta giorni rimase Moshé Rabbenù sul monte Sinai. Questi quaranta giorni gli servirono per commentare e spiegare ogni passo della Torà. Poi, Moshé prese ciò che aveva scritto, cioè i Dieci Comandamenti e scese il 10 del settimo mese, ossia il giorno di Kippùr, e portò le Tavole della Legge al popolo ebraico"».
La mitzvà principale di Yom Kippùr è quella della teshuvà che ha il potere di annullare le colpe dell'uomo in quanto annulla le pene divine e cancella le trasgressioni commesse.
Una forza particolare risiede nella teshuvà dei bambini. Si racconta che il Maghìd di Dubna dicesse ai bambini: «Da voi che siete giovani dipende la vita del popolo ebraico, così come quella dei vostri genitori. I genitori hanno il dovere di educare i figli, ma poi saranno questi ultimi a portare la vita ai genitori grazie all'educazione ricevuta». Se nel giorno di Kippùr i figli riescono a pregare con sentimento, se i bambini riescono anche loro a fare un po' di teshuvà per le cose che hanno fatto, se sanno recitare un po' di tefillà, significa che hanno ricevuto una buona educazione ebraica dai genitori, per i quali si apriranno le porte della misericordia divina. È come se Hashèm osservasse questi bambini e dicesse: «Se i figli riescono a pregare significa che veramente i genitori hanno dato loro qualcosa di positivo».
Per cui, anche se i bambini sono esentati dall'osservare le mitzvòt fino a tredici anni, i maschi, e dodici anni, le femmine, è bene che anch'essi imparino a fare teshuvà fin da piccoli e a pentirsi per le azioni negative commesse. È importante, soprattutto, insegnare loro a pentirsi di una cosa: della loro mancanza di rispetto nei confronti dei genitori.
Secondo un'opinione presente nel Midràsh e nella Qabbalà, quando arriverà Mashìakh tutte le feste ebraiche scompariranno e non verranno più rispettate; solo Yom Kippùr (secondo alcuni anche Purìm) rimarrà in eterno. È infatti scritto: e questa sarà per voi come regola eterna (ibid. 31).
Sempre secondo il Midràsh, un'altra particolarità di questa ricorrenza è che essa è l'unico giorno dell'anno in cui il Satàn (l'angelo del male) non può nuocere al popolo ebraico. Infatti, il valore numerico (ghematrìa) della parola Satàn è 364, come i giorni dell'anno solare meno uno - appunto Yom Kippùr.
Il Midràsh racconta che Dio disse al Satàn: «"Tu non sei autorizzato a toccare il popolo ebraico, ma ciononostante va' a vedere in che cosa è impegnato". Il Satàn quindi andò e trovò che tutto il popolo ebraico era a digiuno e pregava. Vide che tutti erano vestiti di colore bianco ed erano avvolti nel tallìt come sono avvolti gli angeli serafini. Subito il Satàn tornò pieno di vergogna alla Presenza Divina. Hashèm gli disse: "Cosa hai visto?" ed egli rispose: "Ho visto che tutti loro sono come degli angeli serafini e io non posso fare nulla". Allora, immediatamente, Hashèm lo annullò e annunciò al popolo ebraico: "Vi ho perdonato"».

La Vigilia di Yom Kippur e Yom Kippur
Al mattino presto della vigilia di Yom Kippur si fa il servizio delle Kapparot. Si consuma un pasto festivo per dimostrare la nostra fede e fiducia nella grazia Divina.
Un'altra buona usanza di tale giorno è la benedizione dei genitori ai figli con la formula della Benedizione Sacerdotale
«Ti benedica D-o e ti custodisca. Faccia D-o risplendere il suo volto su di te e ti conceda grazia. Rivolga D-o a te il suo volto e ti dia pace».
Di Yom Kippur si fa ammenda per i peccati verso D-o, ma non per le cattive azioni contro gli uomini. È perciò importante il giorno precedente lo Yom Kippur chiedere scusa e ricevere il perdono da parte degli amici, parenti e conoscenti per allontanare qualsiasi sentimento cattivo che possa essere nato durante l’anno appena trascorso.
Pasto festivo
La vigilia di Yom Kippur, bisogna mangiare un pasto festivo completo in modo da non provare fame più tardi.
La Torà vieta mangiare e bere nel giorno di Kippùr; in seguito i saggi proibirono qualsiasi forma di godimento e di piacere. In pratica a Kippùr sono vietate cinque cose, oltre a tutti i divieti vigenti di Shabbàt:
- mangiare e bere (già vietato dalla Torà);
- spalmare creme;
- lavarsi;
- calzare scarpe di cuoio o di pelle;
- avere rapporti intimi.
Accensione delle candele
Le ragazze e le loro madri accendono le candele 18 minuti prima del tramonto nella propria città (per gli orari precisi vedete il sito www.chabadroma.org/6226). Ogni ragazza accenda una candela, poi agiti le mani tre volte intorno alle candele e reciti le seguenti benedizioni:
Benedetto sei Tu, Signore nostro D-o, Re dell’Universo, che ci ha santificato con i suoi comandamenti e ci ha comandato di accendere le candele di Yom Kippur.
Ba-ruch A-tà Ado-nai E-lo-he-nu Me-lech Ha-olam Asher Kiddeshanu Bemitzvotav Vetzivanu Lehadlik Ner Shel Yom Hakippurim.
Benedetto sei Tu, Signore nostro D-o, Re dell’Universo che ci hai fatto vivere e ci hai mantenuto e ci hai fatto giungere a questo momento.
Ba-ruch A-tà Ado-nai E-lo-he-nu Me-lech Ha-olam She-heche-yanu Veki-yi-ma-nu Ve-higi-a-nu Liz-man Ha-zé.

Uno sguardo alle preghiere del giorno

Kol Nidré

In breve: Il servizio di Kol Nidré consiste nell’apertura della Arca e, dopo averne estratto i rotoli della Torà, recitare la preghiera (Kol Nidré) e quindi riporre la Torà nell’Arca.
Kol Nidré, la preghiera che apre in santo giorno di Kipur, probabilmente è la più famosa della liturgia. Per ironia, non si tratta realmente di una preghiera, quanto piuttosto di una dichiarazione.
Kol Nidré con promesse, voti e altri impegni verbali comunemente presi nel corso dell’anno. La Torà chiede di riflettere seriamente sulle parole che si pronunciano e non tenere fede a un voto è considerata una colpa grave.
Kol Nidré, che significa Tutti i voti, annulla in precedenza ogni possibile impegno, di qualsiasi natura, che una persona prenda. Si dichiara in anticipo che i futuri voti e le promesse non sono valide e ci assicura, così, che i voti siano "assolti, rimessi, cancellati, dichiarati non validi, non aventi valore effettivo".
Nel giorno di Kipur quando l‘essenza dell’anima è completamente rivelata, noi esprimiamo la nostra reale attitudine nei confronti delle imperfezioni in cui può incorrere il nostro cammino nell’anno a venire. Esse sono dichiarate prive di significato.

Preghiera della sera
In breve: La preghiera della sera consiste nella recitazione della Kaddish breve, lo Shema’, la ‘Amida e la preghiera conclusiva.
Il Giorno di Yom Kipur
In breve: la preghiera del mattino consiste nella recitazione di ciò che segue: la preghiera del mattino, lo Shema’, la ‘Amida, la lettura della Torà, Yizkor, Musaf, la benedizione sacerdotale.
La Lettura della Torà
La Lettura della Torà riguarda il solenne servizio svolto nel Santuario durante il giorno di Kipur dal Sommo Sacerdote stesso. Questo era l’unico giorno dell’anno in cui gli era permesso entrare nel Santo dei Santi per offrire l’incenso e pregare in nome di tutto il popolo ebraico.
Yizkor
Il servizio di Yizkor viene recitato da coloro che hanno perso uno o entrambi i genitori. Yizkor è più di un servizio dedicato al ricordo, ma è piuttosto il momento per i parenti di coloro che sono mancati, per unirsi a un livello molto profondo con le anime dei loro amati; la tradizione vuole che durante Yizkor le anime di coloro che sono mancati discendano dai cieli e si ricongiungano con i parenti stretti.

Musaf
In breve: Il servizio di Musaf consiste nella recitazione della ‘Amidà, la ripetizione da parte del chazan della ‘Amidà, la avodà, del servizio di Yom Kipur nel Santuario e la benedizione sacerdotale.
Benedizione Sacerdotale
I cohanim, discendenti di Aharon, il Sommo Sacerdote, hanno ricevuto il comando di benedire il popolo ebraico con una tripla benedizione.
È uso che ciò avvenga durante Musaf nei giorni festivi. Per prepararsi alla benedizione essi si tolgono le scarpe e i Leviim fanno loro il lavaggio rituale delle mani, poi si avviano alla parete orientale della Sinagoga.
Durante la benedizione non si guardano direttamente i Cohanim, su di loro discende direttamente la Presenza Divina. È uso che gli uomini si coprano gli occhi con lo scialle di preghiera, mentre le donne chinino il volto sul libro di preghiere.
Dopo la benedizione è uso ringraziare i Cohanim con la formula: Yishar Koach.

Preghiera del Pomeriggio
In breve: La preghiera del pomeriggio consiste nella lettura della Torà, la ‘Amidà, la ripetizione da parte del chazan della ‘Amidà, la recitazione di Avinu Malkenu (Nostro Padre, Nostro Re).
La lettura della Torà
La lettura della Torà parla della purità della vita ebraica. La Torà mette in guardia dal seguire le vie immorali degli egizi e dei Cananei.
La Haftarà
Si legge l’intero Libro di Giona, che contiene un messaggio senza tempo in merito all’importanza del pentimento e della preghiera. Se il peccato può essere la causa per cui la terra rigetti i suoi abitanti, il pentimento causò in primo luogo che il pesce restituì Giona e sulla terraferma egli ritornò a vivere. Non si deve mai disperare: la preghiera e il pentimento scacciano le tenebre e portano la luce, conducono dalle ombre della morte ad una nuova vita.
Neilà, il servizio conclusivo
In breve: il Servizio Conclusivo consiste in una preghiera di apertura, la ‘Amidà, la ripetizione da parte del chazan della ‘Amidà, Avinu Malkenu (Nostro Padre, Nostro Re), la dichiarazione di fede e il suono dello Shofar e la preghiera conclusiva.
Neilà significa "chiusura delle porte". Come il giorno di Kipur volge al termine e il nostro futuro è stato siglato, noi ci volgiamo a D-o perché accetti i.l nostro sincero pentimento e le nuove risoluzioni e ci iscriva nel Libro della Vota, garantendoci un nuovo anno colmo di gioia e felicità.
L’Arca Santa rimane aperta durante l’intera recitazione della Neila.
Preghiera conclusiva
Il punto culminante del servizio, il momento più carico emotivamente è quando pronunciamo i versetti che proclamano D-o come nostro D-o, tutti insieme.
È scritto che quando recitiamo il primo dei tre versetti, Shema’, ciascun ebreo deve avere l’intenzione di dare la propria anima per la santificazione del nome di D-o, questa intenzione viene considerata al pari di un dato di fatto: come se noi avessimo già retto la prova di santificare il Nome Divino.

venerdì 3 ottobre 2008

Volevo solo vivere

Voglio ricordare, presentandone alcune recensioni, un film che ha ormai più di due anni, presentato a Cannes nel 2006, trasmesso dalla RAI in occasione del Giorno della memoria del 27 gennaio 2007, ed uscito anche in dvd.
Il regista è il calabrese Mimmo Calopresti, di Polistena; il film raccoglie le testimonianze di nove sopravvissuti alla Shoah.

Mimmo Calopresti: Volevo solo vivere
"Sono le immagini in bianco e nero di Benito Mussolini, pronunciate a Trieste il 18 settembre 1938 - nel quale enuncia il principio per il quale "l'ebraismo mondiale è un nemico irriconciliabile" - a dare inizio a Volevo solo vivere. Da qui partono le testimonianze di nove cittadini italiani sopravissuti alla deportazione ad Auschwitz. Nove storie attraverso le quali seguiamo i più significativi eventi di questa tragica esperienza: le leggi razziali, le inutili fughe, le deportazioni, la separazione dai familiari, la miracolosa sopravvivenza fino alla liberazione all'arrivo dei soldati. Parole che forse non vengono sentite per la prima volta, ma che narrano i diversi aspetti di questi tragici fatti, dai più intimi ai più conosciuti e crudeli. Persone che non hanno paura a rivivere i sentimenti di terrore ma anche la tenerezza e la compassione fra i prigionieri. Mimmo Calopresti ha visionato centinaia di testimonianze, custodite negli archivi dello Shoah Foundation Institute for Visual History and Education creato da Steven Spielberg. "Dopo un viaggio ad Auschwitz con alcuni studenti romani ho cominciato a lavorare su questo film: l'impegno maggiore era ascoltare le interviste ai sopravvissuti e credere alle cose che dicevano, perché erano letteralmente incredibili. Non ho trovato risposte a quanto è successo ho solo capito che dobbiamo impegnarci affinché non ricapiti più" (Mimmo Calopresti).

Mimmo Calopresti (1955, Polistena) nel 1985 ha vinto il primo premio al Festival Cinemagiovani di Torino con il video A proposito di sbavature. Dopo aver realizzato, diversi documentari e cortometraggi, negli anni Novanta inizia la sua collaborazione con la Rai, per la quale realizza Paolo ha un lavoro (1991) e Paco e Francesca (1992). Nel 1995 è presente in concorso a Cannes con il film La seconda volta. Due anni più tardi scrive e dirige La parola amore esiste, presentato ancora a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs e con il quale vince un Nastro d'Argento. Nel 2000 firma la regia di Preferisco il rumore del mare e l'anno successivo interpreta Le parole di mio padre di Francesca Comencini e partecipa al progetto collettivo Un altro mondo è possibile. Dopo aver girato nel 2003 La felicità non costa niente, nel 2004 realizza L'ora della lucertola e Una bellissima bambina. Nel 2006 gira L'Invito e Volevo solo vivere. L'abbuffata (2007), che oltre come regista lo vede anche come attore, è stato presentato fuori concorso alla II Edizione della Festa del Cinema di Roma. Del 2008 è il documentario La fabbrica dei tedeschi, sulla strage alla ThyssenKrupp.

La Shoah italiana di Calopresti
"Non è stato certo facile scegliere le nove testimonianze di ebrei italiani sopravvissuti allo sterminio nazista. Davanti a me scorrevano vite complesse, che non si sono fermate neppure quando, entrati bambini nei campi di annientamento, vedevano sparire i loro genitori. Per molti mesi non riuscivo a dormire ascoltando quei racconti così toccanti e forti. Ho così selezionato affidandomi alla simpatia, all'emozione che via via provavo". Mimmo Calopresti spiega così l'improbo compito che gli è toccato durante la lavorazione del documentario Volevo solo vivere realizzato per la Shoah Foundation di Steven Spielberg e presentato Fuori Concorso a Cannes.
Nel documentario di Mimmo Calopresti sono raccolte le testimonianze di nove sopravvissuti italiani ai campi di concentramento nazisti.
L'opera era stata proiettata lo scorso 26 gennaio all'Auditorium di Roma in occasione della Giornata della memoria, e presentata alla Casa del Cinema dal regista, accompagnato dal sindaco di Roma Walter Veltroni e da Mark Edwards, produttore dello Shoah Foundation Institute.
Per il docu-film della durata di 75 minuti sono previste proiezione nelle scuole e, come ha confermato l'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone, ''andrà poi anche in tv e diventerà un Dvd'''. L'uscita nelle sale è prevista solo in poche città. Sulla possibilità di una maggiore diffusione, Leone ha detto: ''ci appelliamo alla sensibilità degli esercenti''.
Si tratta di una produzione Gagè, Wildside Media in coproduzione con Rai Cinema, Ventura Films e RTSI-Televisione Svizzera, e da fine agosto si potrà noleggiare, mentre da metà ottobre sarà messo in vendita il dvd con il commento di Spielberg.
Calopresti spera di tornare presto a girare un nuovo film, il cui titolo provvisorio è L'invito, prodotto dall'Istituto Luce e interpretato da Gerard Depardieue Toni Servillo.
(mag 2006)

Maurizio Cabona da Il Giornale, 22 maggio 2006
Nove testimonianze di deportazione costituiscono il documentario di Volevo solo vivere, in cui Mimmo Calopresti ha riversato le testimonianze di Andra Bucci, Esterina Calò Di Veroli, Nedo Fiano, Luciana Nissim Momigliano, Liliana Segre, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia, Arminio Wachsberger (intanto scomparso), scelte fra quelle di ebrei italiani filmate e depositate presso la Fondazione Shoah degli Stati Uniti.
È un collage al quale Calopresti si limita ad aggiungere immagini dei campi di concentramento riprese nel 1945. Nato come futura memoria, il documentario non ha ambizioni estetiche e forse il Festival di Cannes non era il posto per mostrarlo, anche fuori concorso come il film è. L'esiguità del ruolo del regista ha comunque deluso gli ambienti ebraici italiani.
Se l'intento di Volevo solo vivere è contribuire alla storia, la scelta di Calopresti - non essere vedette rispetto alle vittime - pare più onesta di tante altre che si sono avute su questo tema doloroso.

Gian Luigi Rondi da Il Tempo, 27 gennaio 2006
In occasione della Giornata della Memoria, oggi 27 gennaio, oltre all’importante film ungherese Senza destino, esce nelle nostre sale il bellissimo documentario di Mimmo Calopresti, produttore esecutivo Steven Spielberg, realizzato nell’ambito delle iniziative del Shoh Foundation Institute per ricordare, in tutto il mondo, gli otto milioni di ebrei sterminati dalle barbarie naziste. Si sono registrate finora 52.000 testimonianze di sopravvissuti in 56 Paesi e in 32 lingue. Per l’Italia Calopresti ha scelto, negli archivi della Fondazione, nove lunghe interviste a ebrei italiani che avevano conosciuto l’orrore di Auschwitz, montandole alternativamente secondo le varie tappe del loro tremendo itinerario. Dopo un preambolo, così, che con materiale di repertorio documenta l’infame discorso di Mussolini a Trieste nel ’38 in cui, di fronte a una folla plaudente di camicie nere, annunciava le vergognose «leggi razziali», comincia ad ascoltare via via i nove, ciascuno con esperienze personali diverse, tutti però secondo gli stessi passaggi obbligati. Prima, cioè le retate, poi la deportazione su vagoni blindati, quindi, di seguito la separazione dalle famiglie, l’arrivo ad Auschwitz, la disumanità totale della pseudo vita al suo interno. Fino al quasi miracoloso arrivo dei militari alleati, con l’inattesa e non più sperata liberazione. A questi ricordi, detti con voci sicure da persone ormai anziane che in qualche momento non possono trattenere le lacrime, vengono accompagnate per illustrare via via le testimonianze di ciascuno, delle immagini terrificanti dei forni crematori, delle fosse comuni, delle facce scheletriche di questo o quel gruppo di deportati. Riuscendo a comporre un ritratto intensamente coinvolgente di una realtà patita oltre ogni possibilità di resistenza, senza cedere mai un solo momento alla retorica, anzi con una asciuttezza nei racconti con un preciso alternarsi delle tragiche esperienze comuni che solo ogni tanto alla commozione concede di farvi vibrare note laceranti. Con un senso meditato del cinema, nell’impostazione, negli sconvolgimenti, e contemporaneamente con un profondo, partecipe rispetto della verità. Anche quando è indicibile. Il film, per il Progetto della memoria intitolato «Noi ricordiamo», a cura del sindaco Veltroni è offerto in visione a 1500 studenti delle scuole superiori di Roma. Io mi auguro, però, che grazie alla distribuzione nelle sale ad opera della nostra sempre più benemerita «O1», sia visto da tutti, adulti e giovani. Perché o si impari o non si dimentichi.

Paolo Massa
http://www.mescalina.it/cinema/recensioni-cinema.php?id=215
E’ ancora impellente la necessità di vedere immagini che ci ricordino, a distanza di mezzo secolo, la tragedia dell’Olocausto perpetrato ai danni di milioni di ebrei, ma anche di zingari, rom, comunisti ed omosessuali? A vedere il commovente documentario di Mimmo Calopresti, “Volevo solo vivere”, presentato fuori concorso al 59mo Festival di Cannes nonché candidato al David di Donatello come miglior film documentario, la risposta nasce spontanea: ebbene sì, se ne sente ancora la necessità. L’esperienza provata al buio di una sala cinematografica è di quelle da togliere il fiato. Le emozioni di rabbia e indignazione, di incredulità e dolore, dinanzi a testimonianze vivide (e vere, per chi ancora non credesse a questa tragica pagina della Storia contemporanea), ci danno il senso del lavoro certosino compiuto dal regista nostrano. Dopo aver visionato numerose interviste in lingua italiana, custodite negli archivi dello Shoah Foundation Institute for Visual History and Education creato da Steven Spielberg, Mimmo Calopresti ha selezionato quelle di nove cittadini italiani sopravvissuti alla prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz, che con la scritta “Arbeit Macht Frei” (il lavoro rende liberi) salutava dal cancello d’ingresso l’arrivo dei tantissimi deportati ebrei. Il documentario è confezionato con equilibrio tra testimonianze recenti e materiale d’archivio (quasi a voler dimostrare la veridicità delle affermazioni degli intervistati): ma in realtà non c’è bisogno di dimostrare proprio nulla. Infatti a parlare più di tante immagini di repertorio in bianco e nero sono le parole, ma ancor di più gli occhi lucidi di Andra Bucci, Esterina Calo’ Di Veroli, Nedo Fiano, Liliana Segre, Luciana Momigliano, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia e Arminio Wachsberger. Sono le loro storie che cercano di farci capire, almeno in parte, le tribolazioni che hanno dovuto sopportare per un motivo che non avrà mai una giustificazione plausibile. Sono i saluti fugaci con le madri, i padri, i fratelli, le sorelle e i cugini, mai più rivisti al di fuori di quell’inferno in terra, a riempire i nostri occhi di lacrime. Erano quelli gli attimi della “selezione finale”, quando aguzzini in divisa decidevano della sorte di milioni di vittime, colpevoli magari di essere troppo deboli per poter lavorare, e dunque condannate alle camere a gas e ai forni crematori. Questa era la vita (e la morte) al tempo di Auschwitz. E “Volevo solo vivere” ce l’ha ricordato.