Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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martedì 7 ottobre 2008

Nicastro: Ebrei al Timpone?

In uno dei primi post di questo blog, avevo riproposto il bel sito del professor Vincenzo Villella, che nel suo libro "La Judeca di Nicastro e la storia degli ebrei in Calabria" identificava il rione Timpone (conosciuto anche come Judeca) come stanziamento di ebrei, e nella chiesa di sant'Agazio riconosceva l'antica sinagoga.
Queste sue ipotesi non trovano tutti d'accordo, e quindi (per quanto ne condivida in linea di massima le conclusioni) mi sembra onesto riportare anche le tesi discordanti.

Dal sito Aguleo

La questione è emersa quando, per la prima volta in forma scritta, nella Guida del Museo archeologico lametino, è apparsa la dizione del rione Timpone come sede di ebrei. Ciò non faceva altro che riprendere il contenuto del pannello "La comunità ebraica di Nicastro", esposto fin dal 1997 nello stesso Museo archeologico.
I motivi che hanno spinto ad avanzare questa ipotesi sono chiariti nel libro dello storico professor Vincenzo Villella "La Judeca di Nicastro e la storia degli ebrei in Calabria", in cui ritiene che nel territorio di Nicastro sia avvenuto un processo analogo a quelli degli altri centri calabresi in cui vissero sicuramente delle comunità ebraiche a partire dal V secolo d.C. fino al XVI secolo, per poi subire una forma di emarginazione e di graduale rimozione, dovute allo spirito di intolleranza religiosa. Egli fa riferimento soprattutto all'opera di Oreste Dito "la storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI", in cui è citata quella di Nicastro tra le comunità calabresi del XIII secolo.
L'asserzione è avvalorata dal persistere nella cultura popolare del termine "Judeca”accanto a quello di Timpone e dal riscontro documentario dei registri della Cancelleria Angioina, in cui risulta che gli ebrei di Nicastro, insieme ad altre comunità pugliesi, campane e calabresi pagavano nel 1276 l'imposta per la distribuzione della nuova moneta della zecca di Brindisi, detta “gabella judaica".
La scelta del sito, secondo la tesi di Villlella, fu dovuta a ragioni di sicurezza (era un luogo difficilmente accessibile) e soprattutto a precise esigenze rituali, in quanto gli ebrei consideravano le fonti di acqua dolce come luoghi di epifania, collegate com'erano alla purificazione.
La Judeca di Nicastro, oltre ad essere circondata da due torrenti, poteva anche sfruttare alcune sorgenti naturali. Per queste particolari condizioni fu possibile, secondo questa tesi, creare il miqweh, ossia la vasca per il bagno di purificazione rituale. Egli inoltre identifica nell'attuale Chiesa di S. Agazio il suolo su cui insisteva precedentemente una moschea.
Questa teoria è stata fortemente contrastata da altre ricerche storico-linguistiche-archeologiche dell'architetto Giuliana De Fazio, che ha effettuato gli studi preliminari per il restauro della chiesa di Agazio compresi nel saggio "La Chiesa di S. Agazio al Timpone di Nicastro cronaca di un restauro", a cui poi è stata aggiunta una nota del professor Antonio Milano “Ebrei a perdere ?".
Questi due ultimi studiosi sostengono che la ricca tradizione storica locale non fa nessuna menzione dell'esistenza di una comunità ebraica al Timpone di Nicastro, che nessun cenno è contenuto nemmeno nella tradizione orale dei canti e poesie popolari, nei quali si può notare soltanto l'allusione che un giovane pretendente ironicamente fa al fatto che egli possiede "tri migghiara 'i viti e 'na casa allu Timpuni", oppure la descrizione di una lavandaia che "scindi a tia di lu Timpuni". In nessuna parte della tradizione scritta si fa riferimento alla condizione di ghetto ebraico del rione.
La sterilità delle ricerche archeologiche sul sito della chiesa di S. Agazio induce a non ritenere plausibile l'esistenza precedente di una sinagoga ebraica, né si può dire che il luogo indicato come vasca per la purificazione abbia le caratteristiche che si ritrovano in tali circostanze, piuttosto potrebbe essere una semplice punto di raccolta delle acque piovane.
Vittorio Pandolfo nei suoi scritti su “Storicittà”, condivide la non esistenza nella tradizione familiare e in quella popolare dell'origine ebraica della comunità del Timpone. Il termine Judeca potrebbe avere avuto, e solo per gli abitanti della Via Grande ora Via Garibaldi, il significato di separazione sociale nei confronti del Timpone.

Aggiungo una mia piccola annotazione:
Sul fatto che il Timpone sia l'antico quartiere ebraico di Nicastro, possono non esserci certezze, ma la sua natura di luogo chiuso, la sua vicinanza a corsi d'acqua, il nome che porta (pur ricordando che non sempre la Judeca indica luogo abitato da ebrei, ma a Nicastro, dove vi abitarono sicuramente, lo vedo molto più probabile) mi induce a credere che proprio questo fosse, nonostante la "damnatio memoriae" che ne ha cancellato il ricordo nella tradizione popolare. Credo stia agli storici che non condividano l'ipotesi, dimostrare (o quantomeno proporre) dove possa essere collocata la vera Judeca (o, in alternativa, che gli ebrei di Nicastro non avessero un solo luogo circoscritto di insediamento).
Sono invece più propenso a credere che non necessariamente la chiesa di sant'Agazio fosse l'antica sinagoga, dal momento che non ne esistono tracce archeologiche (pur tenendo che possa essere stata saccheggiata e depredata da subito dopo la cacciata degli ebrei dal Sud).
Non ho elementi (data la mia ignoranza nel campo archeologico) per dire nulla a proposito del supposto miqweh.

“Luigi di Catanzaro”: racconto sul’antisemitismo

In attesa di predisporre un post sull'antisemitismo in Calabria, e uno sugli ebrei a Catanzaro, pubblico questa recensione su un curioso romanzetto, trovata su un sito di tifosi del Catanzaro: complimenti all'autore!

Luigi di Catanzaro
L’antisemitismo in un racconto semiserio
ambientato tra Catanzaro, il Vaticano ed il Paradiso

di Francesco Vallone

E’ uscita da alcune settimane un’interessante pubblicazione a cura di Aldo Ventrici, instancabile e appassionato cultore della storia catanzarese. Si tratta della prima traduzione italiana - edita da Calabria Letteraria Editrice - del breve racconto “Luigi di Catanzaro” che porta la firma dello scrittore inglese Louis Golding il quale, nella sua quarantennale carriera a cavallo tra le due grandi guerre del ‘900, portò alla luce una serie di romanzi incentrati sulla vita degli ebrei in Inghilterra e sull’ideale dell’armonia razziale approdando al successo di pubblico con il celebre “Magnolia Street” da cui fu tratto anche un adattamento teatrale.
Da grande collezionista e ricercatore di opere riguardanti la storia della città di Catanzaro, Ventrici - venuto a conoscenza dell’esistenza di questo libretto di Golding pubblicato nel 1926 - è riuscito ad impossessarsi dell’opera dopo una serie di difficoltose ricerche presso le librerie antiquarie di tutto il mondo. Il lavoro aveva una tiratura di sole 100 copie, firmate di proprio pugno dall’autore: una vera e propria rarità libraria di assoluto pregio che giustificava il prezzo altissimo dei pochi esemplari sopravvissuti all’usura del tempo. Con costanza ed un briciolo di fortuna, Ventrici è riuscito a procurarsi, con poche decine di dollari, una copia informatizzata dell’opera a cura della Jewish National & University Library di Gerusalemme. La difficile attività di traduzione di un linguaggio risalente al primo Novecento, reso volutamente aspro dalla volontà dell’autore, ha portato alla scoperta di importanti considerazioni di carattere religioso, politico e sociale che si celavano dietro la fantasiosa e sarcastica vicenda raccontata da Golding.
La storia immaginaria, incentrata su una negata canonizzazione di un altrettanto fantastico beato Luigi di Catanzaro, ha inizio con il rifiuto espresso del Vaticano, allora guidato da Papa Pio XI che, secondo l’autore, era stato grande propulsore dell’attività missionaria quanto cinico e abile diplomatico. Il dibattito vede protagonista anche una folta schiera di Santi, direttamente dal Paradiso, impegnati in un divertente diverbio sull’argomento che vedrà coinvolti persino Gesù Cristo e Dio e sarà risolto dall’intervento dello Spirito Santo. Tutto questo rappresenta il pretesto per montare una lunga serie di battute goliardiche e dissacranti su personaggi e luoghi che caratterizzano il dogma della religione cristiana. Sicuramente destinato ad una ristretta cerchia di lettori appartenenti all’ampia comunità di ebrei sparsa per il mondo, l’esile volume - per ciò che ci interessa da vicino - contiene anche degli interessanti contributi sulla storia locale. Da appassionato viaggiatore, Golding infatti attraversò la Calabria prima di approdare in Sicilia e rimase affascinato dalle “strette vie” e dal suggestivo corso post-ottocentesco di una Catanzaro d’altri tempi. Nel testo ritroviamo, così, alcune citazioni relative al tenore di vita benestante della città capoluogo - che secondo lo scrittore inglese sarebbe diventato motivo di “dissolutezza” - e alla conservazione delle reliquie del beato Luigi nella chiesa di Santo Stefano, una volta eretta sulle fondamenta dell’antica Sinagoga del quartiere ebraico, sulla cui area oggi sorge Palazzo Fazzari.
In realtà nel volume ritroviamo tutta una serie di suggestioni ideologiche che, da lì a poco, avrebbero trovato conferma nella dilagante ondata antisemita del preciso disegno nazista di epurazione della razza. Non mancano, perciò, gli sfoghi rabbiosi di uno scrittore che era una icona della cultura ebraica del suo tempo e portatore sano dell’idea di convivenza multietnica e tolleranza religiosa. Catanzaro, a differenza del clima di tensione antisemita vissuto a Manchester ed al pari di quella Via Della Magnolia creata da Golding nell’omonimo romanzo, aveva ospitato gli ebrei per più di quattro secoli: un fatto, questo, che segnò in maniera decisiva l’andamento dell’economia calabrese. Affollando il centro del borgo medievale, le famiglie ebree entrarono a far parte attivamente di un tessuto sociale che faceva della libertà di circolazione e di soggiorno di tutti i popoli il connotato di una precisa identità mercantile ispirata all’ideale di una sana convivenza democratica. Come descritto da Corrado Jannino nella prefazione, gli ebrei erano i proprietari delle botteghe più tassate e titolari di miniere, fonderie e tintorie. L’attività più redditizia era legata al commercio della seta che non di rado vedeva la partecipazione di mercanti ebrei nelle fiere di tutta la regione. E ogni volta, al loro ritorno, tutta la città li aspettava per festeggiare a suon di balli e canti i loro buoni affari. Gli ebrei - gli unici che sapevano tutti leggere e scrivere - riuscirono per molto tempo a mantenere la loro autonomia di culto e di pensiero fino a quando, nel 1496, il patto di reciproca utilità e prosperità collettiva fu spezzato con la distruzione della Sinagoga e la cacciata della comunità giudaica dalla città. Oggi a Catanzaro non si rinviene alcun simbolo attestante la lunga permanenza degli ebrei in città che contribuì a comporre i tasselli dell’identità locale sulla base della pari dignità sociale e solidarietà tra cristiani e giudei.
Aldo Ventrici con la sua minuziosa traduzione, brillantemente impreziosita da un adattamento letterario di notevole spessore, ha voluto arricchire la storia e la cultura locale traducendo e presentando un autore di chiara fama nel panorama letterario anglosassone e consegnando all’attenzione dei lettori, non solo catanzaresi, una pagina sconosciuta ed inedita di letteratura internazionale.

lunedì 6 ottobre 2008

Kol Nidrè

Nel video, la famosa versione del per violoncello e orchestra del Kol Nidrè composta da Max Bruch, in una esecuzione della Kleines Symphonischer Orchester des Collegium Musicum TU/FU Berlin.

Alla sera della vigilia di Yom Kippur ci si reca al Bet Haknésset prima del tramonto; la prima preghiera che si recita è il Kol Nidré, detta anche Kal Nidré o Kol Hanedarìm. È un passo con il quale noi chiediamo che tutte le promesse e i voti espressi nel corso dell'anno e non mantenuti siano annullati e siano considerati come mai pronunciati. Secondo i saggi, infatti, Yom Kippùr non ha in sé il potere di perdonare i voti non mantenuti, trasgressione estremamente grave in quanto il peccato commesso con le parole sarebbe ancor peggiore di quello commesso con le azioni.
Il Kol Nidré viene quindi recitato in maniera estremamente solenne facendo uscire, secondo le varie usanze, tutti o alcuni sifré Torà dall'Aròn Hakòdesh e portandoli alla tevà; il khazàn quindi recita la preghiera a voce alta, per tre volte.

Questa preghiera viene utilizzata dagli antisemiti per dire che gli ebrei non sono affidabili, e che con questo rito si ritengono esenti dall’osservare qualsiasi promessa o impegno abbiano assunto.
In realtà, quello di cui si chiede perdono non sono tutti gli impegni, ma solo quelli a cui si sia contravvenuto “contro volontà o per errore”, oltre al fatto che lo stesso vale per il “forestiero che dimora in mezzo a loro”, e la spiegazione è (di nuovo) “perché tutto il popolo commise la cosa per errore”: non vale quindi per ciò che è stato commesso volontariamente, e quindi anche in previsione di un perdono che invece Yom Kippur non assicura automaticamente.

"Tutti i voti, o impegni o consacrazioni
o scomuniche o giuramenti o obbligazioni
he pronunziammo dal giorno del digiuno di Espiazione che sta per iniziarsi,
cui avessimo contro volontà o per errore contravvenuto,
noi vi ritrattiamo con la presente dichiarazione dinanzi al nostro Padre celeste,
se pronunziammo voto si consideri come non emesso,
altrettanto dicasi per qualsiasi impegno, consacrazione, scomunica, giuramento, obbligazione;
sia annullato totalmente il voto, l'impegno, la consacrazione,
la scomunica, il giuramento, l'obbligazione.
nnullati i voti gl'impegni, le consacrazioni,
le scomuniche, i giuramenti, le obbligazioni,
invochiamo remissione, perdono espiazione per tutti i nostri peccati.
Conforme a quanto è scritto:
sarà perdonato a tutta la congregazione dei figli d'Israele,
e al forestiero che dimora in mezzo a loro
perché tutto il popolo commise la cosa per errore."

Yom Kippur 5769

Tra pochi giorni, giovedì 9 ottobre sarà Yom Kippur, il Giorno dell'Espiazione, se non la più importante delle feste ebraiche, sicuramente la più sentita, anche da quelli che per il resto dell'anno non sono praticanti. Si tratta di una festa dal carattere assolutamente penitenziale, che comporta 25 ore di digiuno dal cibo e dalle bevande, oltre a tutta un'altra serie di obblighi e di divieti.
La festa è ricchissima di significati ed accompagnata da numerosi riti ed eventi; per maggiori notizie, rinvio al sito di
Chabad, dal quale traggo qui alcune informazioni.
Vi sono molti termini di non facile comprensione, spero di poterle pian piano spiegare.


Yom Kippur
Il giorno di Kippùr, chiamato comunemente Yom Kippùr o Yom Hakippurìm, è il giorno destinato dalla Torà per espiare i peccati commessi nel corso dell'anno sia nei confronti di Dio che nei confronti degli uomini. La data in cui cade Yom Kippùr, il 10 di tishrì, non è ovviamente casuale.
Dopo aver rotto le Tavole della Legge a causa del peccato del vitello d'oro, Moshé ascese al monte Sinai per riprendere delle nuove tavole mentre il popolo ebraico si dedicava alla preghiera e al pentimento. Dopo quaranta giorni Hashèm accettò la teshuvà (penitenza) del popolo ebraico e permise a Moshé di portare ai figli di Israèl i precetti appresi e poi trascritti sul Sinai. Moshé scese dal monte proprio il 10 di tishrì; per questo motivo questa data fu scelta da Hashèm come il giorno della teshuvà, cioè il giorno in cui Egli accetta il pentimento del popolo ebraico.
A questo proposito il Midràsh racconta: «Rabbi Eli'ezer ben Beterà disse: "Quaranta giorni rimase Moshé Rabbenù sul monte Sinai. Questi quaranta giorni gli servirono per commentare e spiegare ogni passo della Torà. Poi, Moshé prese ciò che aveva scritto, cioè i Dieci Comandamenti e scese il 10 del settimo mese, ossia il giorno di Kippùr, e portò le Tavole della Legge al popolo ebraico"».
La mitzvà principale di Yom Kippùr è quella della teshuvà che ha il potere di annullare le colpe dell'uomo in quanto annulla le pene divine e cancella le trasgressioni commesse.
Una forza particolare risiede nella teshuvà dei bambini. Si racconta che il Maghìd di Dubna dicesse ai bambini: «Da voi che siete giovani dipende la vita del popolo ebraico, così come quella dei vostri genitori. I genitori hanno il dovere di educare i figli, ma poi saranno questi ultimi a portare la vita ai genitori grazie all'educazione ricevuta». Se nel giorno di Kippùr i figli riescono a pregare con sentimento, se i bambini riescono anche loro a fare un po' di teshuvà per le cose che hanno fatto, se sanno recitare un po' di tefillà, significa che hanno ricevuto una buona educazione ebraica dai genitori, per i quali si apriranno le porte della misericordia divina. È come se Hashèm osservasse questi bambini e dicesse: «Se i figli riescono a pregare significa che veramente i genitori hanno dato loro qualcosa di positivo».
Per cui, anche se i bambini sono esentati dall'osservare le mitzvòt fino a tredici anni, i maschi, e dodici anni, le femmine, è bene che anch'essi imparino a fare teshuvà fin da piccoli e a pentirsi per le azioni negative commesse. È importante, soprattutto, insegnare loro a pentirsi di una cosa: della loro mancanza di rispetto nei confronti dei genitori.
Secondo un'opinione presente nel Midràsh e nella Qabbalà, quando arriverà Mashìakh tutte le feste ebraiche scompariranno e non verranno più rispettate; solo Yom Kippùr (secondo alcuni anche Purìm) rimarrà in eterno. È infatti scritto: e questa sarà per voi come regola eterna (ibid. 31).
Sempre secondo il Midràsh, un'altra particolarità di questa ricorrenza è che essa è l'unico giorno dell'anno in cui il Satàn (l'angelo del male) non può nuocere al popolo ebraico. Infatti, il valore numerico (ghematrìa) della parola Satàn è 364, come i giorni dell'anno solare meno uno - appunto Yom Kippùr.
Il Midràsh racconta che Dio disse al Satàn: «"Tu non sei autorizzato a toccare il popolo ebraico, ma ciononostante va' a vedere in che cosa è impegnato". Il Satàn quindi andò e trovò che tutto il popolo ebraico era a digiuno e pregava. Vide che tutti erano vestiti di colore bianco ed erano avvolti nel tallìt come sono avvolti gli angeli serafini. Subito il Satàn tornò pieno di vergogna alla Presenza Divina. Hashèm gli disse: "Cosa hai visto?" ed egli rispose: "Ho visto che tutti loro sono come degli angeli serafini e io non posso fare nulla". Allora, immediatamente, Hashèm lo annullò e annunciò al popolo ebraico: "Vi ho perdonato"».

La Vigilia di Yom Kippur e Yom Kippur
Al mattino presto della vigilia di Yom Kippur si fa il servizio delle Kapparot. Si consuma un pasto festivo per dimostrare la nostra fede e fiducia nella grazia Divina.
Un'altra buona usanza di tale giorno è la benedizione dei genitori ai figli con la formula della Benedizione Sacerdotale
«Ti benedica D-o e ti custodisca. Faccia D-o risplendere il suo volto su di te e ti conceda grazia. Rivolga D-o a te il suo volto e ti dia pace».
Di Yom Kippur si fa ammenda per i peccati verso D-o, ma non per le cattive azioni contro gli uomini. È perciò importante il giorno precedente lo Yom Kippur chiedere scusa e ricevere il perdono da parte degli amici, parenti e conoscenti per allontanare qualsiasi sentimento cattivo che possa essere nato durante l’anno appena trascorso.
Pasto festivo
La vigilia di Yom Kippur, bisogna mangiare un pasto festivo completo in modo da non provare fame più tardi.
La Torà vieta mangiare e bere nel giorno di Kippùr; in seguito i saggi proibirono qualsiasi forma di godimento e di piacere. In pratica a Kippùr sono vietate cinque cose, oltre a tutti i divieti vigenti di Shabbàt:
- mangiare e bere (già vietato dalla Torà);
- spalmare creme;
- lavarsi;
- calzare scarpe di cuoio o di pelle;
- avere rapporti intimi.
Accensione delle candele
Le ragazze e le loro madri accendono le candele 18 minuti prima del tramonto nella propria città (per gli orari precisi vedete il sito www.chabadroma.org/6226). Ogni ragazza accenda una candela, poi agiti le mani tre volte intorno alle candele e reciti le seguenti benedizioni:
Benedetto sei Tu, Signore nostro D-o, Re dell’Universo, che ci ha santificato con i suoi comandamenti e ci ha comandato di accendere le candele di Yom Kippur.
Ba-ruch A-tà Ado-nai E-lo-he-nu Me-lech Ha-olam Asher Kiddeshanu Bemitzvotav Vetzivanu Lehadlik Ner Shel Yom Hakippurim.
Benedetto sei Tu, Signore nostro D-o, Re dell’Universo che ci hai fatto vivere e ci hai mantenuto e ci hai fatto giungere a questo momento.
Ba-ruch A-tà Ado-nai E-lo-he-nu Me-lech Ha-olam She-heche-yanu Veki-yi-ma-nu Ve-higi-a-nu Liz-man Ha-zé.

Uno sguardo alle preghiere del giorno

Kol Nidré

In breve: Il servizio di Kol Nidré consiste nell’apertura della Arca e, dopo averne estratto i rotoli della Torà, recitare la preghiera (Kol Nidré) e quindi riporre la Torà nell’Arca.
Kol Nidré, la preghiera che apre in santo giorno di Kipur, probabilmente è la più famosa della liturgia. Per ironia, non si tratta realmente di una preghiera, quanto piuttosto di una dichiarazione.
Kol Nidré con promesse, voti e altri impegni verbali comunemente presi nel corso dell’anno. La Torà chiede di riflettere seriamente sulle parole che si pronunciano e non tenere fede a un voto è considerata una colpa grave.
Kol Nidré, che significa Tutti i voti, annulla in precedenza ogni possibile impegno, di qualsiasi natura, che una persona prenda. Si dichiara in anticipo che i futuri voti e le promesse non sono valide e ci assicura, così, che i voti siano "assolti, rimessi, cancellati, dichiarati non validi, non aventi valore effettivo".
Nel giorno di Kipur quando l‘essenza dell’anima è completamente rivelata, noi esprimiamo la nostra reale attitudine nei confronti delle imperfezioni in cui può incorrere il nostro cammino nell’anno a venire. Esse sono dichiarate prive di significato.

Preghiera della sera
In breve: La preghiera della sera consiste nella recitazione della Kaddish breve, lo Shema’, la ‘Amida e la preghiera conclusiva.
Il Giorno di Yom Kipur
In breve: la preghiera del mattino consiste nella recitazione di ciò che segue: la preghiera del mattino, lo Shema’, la ‘Amida, la lettura della Torà, Yizkor, Musaf, la benedizione sacerdotale.
La Lettura della Torà
La Lettura della Torà riguarda il solenne servizio svolto nel Santuario durante il giorno di Kipur dal Sommo Sacerdote stesso. Questo era l’unico giorno dell’anno in cui gli era permesso entrare nel Santo dei Santi per offrire l’incenso e pregare in nome di tutto il popolo ebraico.
Yizkor
Il servizio di Yizkor viene recitato da coloro che hanno perso uno o entrambi i genitori. Yizkor è più di un servizio dedicato al ricordo, ma è piuttosto il momento per i parenti di coloro che sono mancati, per unirsi a un livello molto profondo con le anime dei loro amati; la tradizione vuole che durante Yizkor le anime di coloro che sono mancati discendano dai cieli e si ricongiungano con i parenti stretti.

Musaf
In breve: Il servizio di Musaf consiste nella recitazione della ‘Amidà, la ripetizione da parte del chazan della ‘Amidà, la avodà, del servizio di Yom Kipur nel Santuario e la benedizione sacerdotale.
Benedizione Sacerdotale
I cohanim, discendenti di Aharon, il Sommo Sacerdote, hanno ricevuto il comando di benedire il popolo ebraico con una tripla benedizione.
È uso che ciò avvenga durante Musaf nei giorni festivi. Per prepararsi alla benedizione essi si tolgono le scarpe e i Leviim fanno loro il lavaggio rituale delle mani, poi si avviano alla parete orientale della Sinagoga.
Durante la benedizione non si guardano direttamente i Cohanim, su di loro discende direttamente la Presenza Divina. È uso che gli uomini si coprano gli occhi con lo scialle di preghiera, mentre le donne chinino il volto sul libro di preghiere.
Dopo la benedizione è uso ringraziare i Cohanim con la formula: Yishar Koach.

Preghiera del Pomeriggio
In breve: La preghiera del pomeriggio consiste nella lettura della Torà, la ‘Amidà, la ripetizione da parte del chazan della ‘Amidà, la recitazione di Avinu Malkenu (Nostro Padre, Nostro Re).
La lettura della Torà
La lettura della Torà parla della purità della vita ebraica. La Torà mette in guardia dal seguire le vie immorali degli egizi e dei Cananei.
La Haftarà
Si legge l’intero Libro di Giona, che contiene un messaggio senza tempo in merito all’importanza del pentimento e della preghiera. Se il peccato può essere la causa per cui la terra rigetti i suoi abitanti, il pentimento causò in primo luogo che il pesce restituì Giona e sulla terraferma egli ritornò a vivere. Non si deve mai disperare: la preghiera e il pentimento scacciano le tenebre e portano la luce, conducono dalle ombre della morte ad una nuova vita.
Neilà, il servizio conclusivo
In breve: il Servizio Conclusivo consiste in una preghiera di apertura, la ‘Amidà, la ripetizione da parte del chazan della ‘Amidà, Avinu Malkenu (Nostro Padre, Nostro Re), la dichiarazione di fede e il suono dello Shofar e la preghiera conclusiva.
Neilà significa "chiusura delle porte". Come il giorno di Kipur volge al termine e il nostro futuro è stato siglato, noi ci volgiamo a D-o perché accetti i.l nostro sincero pentimento e le nuove risoluzioni e ci iscriva nel Libro della Vota, garantendoci un nuovo anno colmo di gioia e felicità.
L’Arca Santa rimane aperta durante l’intera recitazione della Neila.
Preghiera conclusiva
Il punto culminante del servizio, il momento più carico emotivamente è quando pronunciamo i versetti che proclamano D-o come nostro D-o, tutti insieme.
È scritto che quando recitiamo il primo dei tre versetti, Shema’, ciascun ebreo deve avere l’intenzione di dare la propria anima per la santificazione del nome di D-o, questa intenzione viene considerata al pari di un dato di fatto: come se noi avessimo già retto la prova di santificare il Nome Divino.

venerdì 3 ottobre 2008

Volevo solo vivere

Voglio ricordare, presentandone alcune recensioni, un film che ha ormai più di due anni, presentato a Cannes nel 2006, trasmesso dalla RAI in occasione del Giorno della memoria del 27 gennaio 2007, ed uscito anche in dvd.
Il regista è il calabrese Mimmo Calopresti, di Polistena; il film raccoglie le testimonianze di nove sopravvissuti alla Shoah.

Mimmo Calopresti: Volevo solo vivere
"Sono le immagini in bianco e nero di Benito Mussolini, pronunciate a Trieste il 18 settembre 1938 - nel quale enuncia il principio per il quale "l'ebraismo mondiale è un nemico irriconciliabile" - a dare inizio a Volevo solo vivere. Da qui partono le testimonianze di nove cittadini italiani sopravissuti alla deportazione ad Auschwitz. Nove storie attraverso le quali seguiamo i più significativi eventi di questa tragica esperienza: le leggi razziali, le inutili fughe, le deportazioni, la separazione dai familiari, la miracolosa sopravvivenza fino alla liberazione all'arrivo dei soldati. Parole che forse non vengono sentite per la prima volta, ma che narrano i diversi aspetti di questi tragici fatti, dai più intimi ai più conosciuti e crudeli. Persone che non hanno paura a rivivere i sentimenti di terrore ma anche la tenerezza e la compassione fra i prigionieri. Mimmo Calopresti ha visionato centinaia di testimonianze, custodite negli archivi dello Shoah Foundation Institute for Visual History and Education creato da Steven Spielberg. "Dopo un viaggio ad Auschwitz con alcuni studenti romani ho cominciato a lavorare su questo film: l'impegno maggiore era ascoltare le interviste ai sopravvissuti e credere alle cose che dicevano, perché erano letteralmente incredibili. Non ho trovato risposte a quanto è successo ho solo capito che dobbiamo impegnarci affinché non ricapiti più" (Mimmo Calopresti).

Mimmo Calopresti (1955, Polistena) nel 1985 ha vinto il primo premio al Festival Cinemagiovani di Torino con il video A proposito di sbavature. Dopo aver realizzato, diversi documentari e cortometraggi, negli anni Novanta inizia la sua collaborazione con la Rai, per la quale realizza Paolo ha un lavoro (1991) e Paco e Francesca (1992). Nel 1995 è presente in concorso a Cannes con il film La seconda volta. Due anni più tardi scrive e dirige La parola amore esiste, presentato ancora a Cannes nella Quinzaine des Réalisateurs e con il quale vince un Nastro d'Argento. Nel 2000 firma la regia di Preferisco il rumore del mare e l'anno successivo interpreta Le parole di mio padre di Francesca Comencini e partecipa al progetto collettivo Un altro mondo è possibile. Dopo aver girato nel 2003 La felicità non costa niente, nel 2004 realizza L'ora della lucertola e Una bellissima bambina. Nel 2006 gira L'Invito e Volevo solo vivere. L'abbuffata (2007), che oltre come regista lo vede anche come attore, è stato presentato fuori concorso alla II Edizione della Festa del Cinema di Roma. Del 2008 è il documentario La fabbrica dei tedeschi, sulla strage alla ThyssenKrupp.

La Shoah italiana di Calopresti
"Non è stato certo facile scegliere le nove testimonianze di ebrei italiani sopravvissuti allo sterminio nazista. Davanti a me scorrevano vite complesse, che non si sono fermate neppure quando, entrati bambini nei campi di annientamento, vedevano sparire i loro genitori. Per molti mesi non riuscivo a dormire ascoltando quei racconti così toccanti e forti. Ho così selezionato affidandomi alla simpatia, all'emozione che via via provavo". Mimmo Calopresti spiega così l'improbo compito che gli è toccato durante la lavorazione del documentario Volevo solo vivere realizzato per la Shoah Foundation di Steven Spielberg e presentato Fuori Concorso a Cannes.
Nel documentario di Mimmo Calopresti sono raccolte le testimonianze di nove sopravvissuti italiani ai campi di concentramento nazisti.
L'opera era stata proiettata lo scorso 26 gennaio all'Auditorium di Roma in occasione della Giornata della memoria, e presentata alla Casa del Cinema dal regista, accompagnato dal sindaco di Roma Walter Veltroni e da Mark Edwards, produttore dello Shoah Foundation Institute.
Per il docu-film della durata di 75 minuti sono previste proiezione nelle scuole e, come ha confermato l'amministratore delegato di Rai Cinema Giancarlo Leone, ''andrà poi anche in tv e diventerà un Dvd'''. L'uscita nelle sale è prevista solo in poche città. Sulla possibilità di una maggiore diffusione, Leone ha detto: ''ci appelliamo alla sensibilità degli esercenti''.
Si tratta di una produzione Gagè, Wildside Media in coproduzione con Rai Cinema, Ventura Films e RTSI-Televisione Svizzera, e da fine agosto si potrà noleggiare, mentre da metà ottobre sarà messo in vendita il dvd con il commento di Spielberg.
Calopresti spera di tornare presto a girare un nuovo film, il cui titolo provvisorio è L'invito, prodotto dall'Istituto Luce e interpretato da Gerard Depardieue Toni Servillo.
(mag 2006)

Maurizio Cabona da Il Giornale, 22 maggio 2006
Nove testimonianze di deportazione costituiscono il documentario di Volevo solo vivere, in cui Mimmo Calopresti ha riversato le testimonianze di Andra Bucci, Esterina Calò Di Veroli, Nedo Fiano, Luciana Nissim Momigliano, Liliana Segre, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia, Arminio Wachsberger (intanto scomparso), scelte fra quelle di ebrei italiani filmate e depositate presso la Fondazione Shoah degli Stati Uniti.
È un collage al quale Calopresti si limita ad aggiungere immagini dei campi di concentramento riprese nel 1945. Nato come futura memoria, il documentario non ha ambizioni estetiche e forse il Festival di Cannes non era il posto per mostrarlo, anche fuori concorso come il film è. L'esiguità del ruolo del regista ha comunque deluso gli ambienti ebraici italiani.
Se l'intento di Volevo solo vivere è contribuire alla storia, la scelta di Calopresti - non essere vedette rispetto alle vittime - pare più onesta di tante altre che si sono avute su questo tema doloroso.

Gian Luigi Rondi da Il Tempo, 27 gennaio 2006
In occasione della Giornata della Memoria, oggi 27 gennaio, oltre all’importante film ungherese Senza destino, esce nelle nostre sale il bellissimo documentario di Mimmo Calopresti, produttore esecutivo Steven Spielberg, realizzato nell’ambito delle iniziative del Shoh Foundation Institute per ricordare, in tutto il mondo, gli otto milioni di ebrei sterminati dalle barbarie naziste. Si sono registrate finora 52.000 testimonianze di sopravvissuti in 56 Paesi e in 32 lingue. Per l’Italia Calopresti ha scelto, negli archivi della Fondazione, nove lunghe interviste a ebrei italiani che avevano conosciuto l’orrore di Auschwitz, montandole alternativamente secondo le varie tappe del loro tremendo itinerario. Dopo un preambolo, così, che con materiale di repertorio documenta l’infame discorso di Mussolini a Trieste nel ’38 in cui, di fronte a una folla plaudente di camicie nere, annunciava le vergognose «leggi razziali», comincia ad ascoltare via via i nove, ciascuno con esperienze personali diverse, tutti però secondo gli stessi passaggi obbligati. Prima, cioè le retate, poi la deportazione su vagoni blindati, quindi, di seguito la separazione dalle famiglie, l’arrivo ad Auschwitz, la disumanità totale della pseudo vita al suo interno. Fino al quasi miracoloso arrivo dei militari alleati, con l’inattesa e non più sperata liberazione. A questi ricordi, detti con voci sicure da persone ormai anziane che in qualche momento non possono trattenere le lacrime, vengono accompagnate per illustrare via via le testimonianze di ciascuno, delle immagini terrificanti dei forni crematori, delle fosse comuni, delle facce scheletriche di questo o quel gruppo di deportati. Riuscendo a comporre un ritratto intensamente coinvolgente di una realtà patita oltre ogni possibilità di resistenza, senza cedere mai un solo momento alla retorica, anzi con una asciuttezza nei racconti con un preciso alternarsi delle tragiche esperienze comuni che solo ogni tanto alla commozione concede di farvi vibrare note laceranti. Con un senso meditato del cinema, nell’impostazione, negli sconvolgimenti, e contemporaneamente con un profondo, partecipe rispetto della verità. Anche quando è indicibile. Il film, per il Progetto della memoria intitolato «Noi ricordiamo», a cura del sindaco Veltroni è offerto in visione a 1500 studenti delle scuole superiori di Roma. Io mi auguro, però, che grazie alla distribuzione nelle sale ad opera della nostra sempre più benemerita «O1», sia visto da tutti, adulti e giovani. Perché o si impari o non si dimentichi.

Paolo Massa
http://www.mescalina.it/cinema/recensioni-cinema.php?id=215
E’ ancora impellente la necessità di vedere immagini che ci ricordino, a distanza di mezzo secolo, la tragedia dell’Olocausto perpetrato ai danni di milioni di ebrei, ma anche di zingari, rom, comunisti ed omosessuali? A vedere il commovente documentario di Mimmo Calopresti, “Volevo solo vivere”, presentato fuori concorso al 59mo Festival di Cannes nonché candidato al David di Donatello come miglior film documentario, la risposta nasce spontanea: ebbene sì, se ne sente ancora la necessità. L’esperienza provata al buio di una sala cinematografica è di quelle da togliere il fiato. Le emozioni di rabbia e indignazione, di incredulità e dolore, dinanzi a testimonianze vivide (e vere, per chi ancora non credesse a questa tragica pagina della Storia contemporanea), ci danno il senso del lavoro certosino compiuto dal regista nostrano. Dopo aver visionato numerose interviste in lingua italiana, custodite negli archivi dello Shoah Foundation Institute for Visual History and Education creato da Steven Spielberg, Mimmo Calopresti ha selezionato quelle di nove cittadini italiani sopravvissuti alla prigionia nel campo di sterminio di Auschwitz, che con la scritta “Arbeit Macht Frei” (il lavoro rende liberi) salutava dal cancello d’ingresso l’arrivo dei tantissimi deportati ebrei. Il documentario è confezionato con equilibrio tra testimonianze recenti e materiale d’archivio (quasi a voler dimostrare la veridicità delle affermazioni degli intervistati): ma in realtà non c’è bisogno di dimostrare proprio nulla. Infatti a parlare più di tante immagini di repertorio in bianco e nero sono le parole, ma ancor di più gli occhi lucidi di Andra Bucci, Esterina Calo’ Di Veroli, Nedo Fiano, Liliana Segre, Luciana Momigliano, Settimia Spizzichino, Giuliana Tedeschi, Shlomo Venezia e Arminio Wachsberger. Sono le loro storie che cercano di farci capire, almeno in parte, le tribolazioni che hanno dovuto sopportare per un motivo che non avrà mai una giustificazione plausibile. Sono i saluti fugaci con le madri, i padri, i fratelli, le sorelle e i cugini, mai più rivisti al di fuori di quell’inferno in terra, a riempire i nostri occhi di lacrime. Erano quelli gli attimi della “selezione finale”, quando aguzzini in divisa decidevano della sorte di milioni di vittime, colpevoli magari di essere troppo deboli per poter lavorare, e dunque condannate alle camere a gas e ai forni crematori. Questa era la vita (e la morte) al tempo di Auschwitz. E “Volevo solo vivere” ce l’ha ricordato.

Ancora sull'esorcismo/filastrocca

Precedentemente avevo parlato di un esorcismo tratto probabilmente da una filastrocca del Pesach ebraico, citata da Agostino Pertusi, Scritti sulla Calabria greca medievale (Rubbettino, Soveria Mannelli, 1994), da lui ritrovata in un libro di preghiere del XV secolo, scritta in dialetto calabrese con caratteri greci.
Lo stesso Pertusi non riusciva a interpretare uno dei versi finali, ed io avevo avanzato una mia parziale ipotesi, che adesso provo a completare, chiedendo scusa ai veri studiosi, che auspico vorranno intervenire numerosi nella discussione!


Il verso incriminato è, nella versione in alfabeto greco, il seguente: σού ιγ κουν ιγ νόν λάλτζου καί ουδιτζίρου.
Trascritto dal Pertusi con “su’ 13 cun 13 non lalgiu ke udigiru”, in cui le parole “lalgiu” e “udigiru” non vengono interpretate, essendo le altre chiare: “son 13 con 13: non lalgiu che udigiru”.
In una nota, il Pertusi trascrive la parola “cèuzzu” (gelso), scritta in greco, in un altro testo della stessa epoca, come τζέούτζου.
Abbiamo quindi che il nesso greco τζ può trascrivere almeno tre suoni italocalabresi: c dolce, z oppure g dolce: in base a questo, ipotizzo che il verso possa essere reso (con alcune differenze rispetto alla lectio del Pertusi) come “su’ 13 cun 13 non l’alzu che u diciru”, che, tradotto in italiano, diventerebbe letteralmente “son 13 con 13: non l’alzo che lo dissero”.
Cosa significherebbe questa formula, che sembra restare ancora piuttosto oscura?
A mio parere, una ipotesi possibile è che quel “non l’alzo” significherebbe qualcosa come “il 13 non lo sollevo, non lo spiego, non ne parlo” e “che lo dissero” è qualcosa come “perché dissero, esclamarono”, a cui segue l’intervento del Santo contro il Faraone ed i suoi, riattualizzato nell'intervento attuale, quello di liberazione dell'anima posseduta, per la quale viene recitato questo "esorcismo".
Avremmo quindi due conferme indirette di un riferimento ad un’origine ebraica della filastrocca: uno, come già detto, il verso “schiatta Farauni cu’ ttutti soi cumpaniuni”, salmo detto Grande Hallel e cantato a Pesach, e l’altro, più sottile, con la sostituzione dei 13 attributi dell’Eterno (a cui rimanda la versione originaria ebraica) con l’azione che questi compie in favore del suo popolo: la liberazione dagli Egiziani.

Riconosco che la "spiegazione" può sembrare un po' tirata per i capelli... resto in fiduciosa attesa di delucidazioni in merito!

giovedì 2 ottobre 2008

Ricordo di un bambino

Durante questi Dieci giorni di conversione, molti ebrei usano fare visita ai cimiteri.
Mi unisco idealmente a loro facendo memoria di un piccolo ebreo, calabrese per sbaglio, che sotto il nostro cielo vide la luce, e che la nostra terra (che gli sia lieve) ben presto accolse.


Nella piccola area ebraica del cimitero Ferramonti (qualche anno fa in condizioni veramente pietose, chissà se si è pensato a risistemarla!) una piccola lapide desta particolare commozione, eccone il povero testo:

Leo Wellesz
nato il 2 - 1 - 1943 a Ferramonti
morto il 4 - 4 - 1943
ת נ צ ב ה

Leo (Leopold) Wellesz nacque a Cosenza (non a Ferramonti, in realtà), fu portato a Ferramonti, dove erano internati i genitori (Geza e Charlotte Proskauer) il 12 gennaio, e lì morì il 4 aprile per broncopolmonite.
Le lettere in ebraico sono una benedizione tratta dal primo libro di Samuele 25,29:
T(hy) N(fshw) TZ(rwrh) B(tzrwr) H(yym) = La sua anima sarà conservata nello scrigno della vita.
I nomi dei genitori non risultano nell'archivio dello Yad vaShem: chissà che la sua morte non sia servita a salvarli dalla Shoah, trattenendoli in quel campo vicino alla sua tomba, invece di andar via, come ebbero la possibilità di fare, e fecero, altri, che trovarono la morte ad Auschwitz.

Ancora sulla diaspora

Di recente avevo fatto un post sul destino degli ebrei calabresi quando furono cacciati dagli spagnoli. Oggi, leggendo per l'ennesima volta il pluricitato libro di Cesare Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996;, aggiungo qualche piccola annotazione.

A pagina 62 è riferita un'ordinanza per diminuire il carico fiscale dell'Università (Comune) di Strongoli, in seguito all'esodo di 13 famiglie ebree, di cui si danno i capifamiglia, dopo i disordini provocati dalla discesa di Carlo VIII e il primo decreto di espulsione del 1495: "essendono li dicti iudei in anno 1495 expulsi per ordine dela Regia Corte et quelli foro carricati sopra lo navilio de mastro Morisino veneciano ... sub date 'In triremi contra Tarentum ultimo septembris 1495'".

Ma quasi sicuramente Taranto era solo una tappa intermedia del loro peregrinare: vediamo altre notizie, se ci permettono di individuare mete più precise.


A pagina 149 riporta una relazione da Bisignano, del 121 gennaio 506, con la quale si chiede conferma di uno sgravio fiscale, corrispondente al diminuito numero di fochi (famiglie) ebraici, in seguito alla loro cacciata: "li iudey ... erano fochi trentauno ... tucti dicti iudey foro sacchizati et roynati et si fugero da dicta cità et dissabitaro, et parte andaro in Turchia, in modo che al presente non nce ne habita excepto una casata".
Da 31 a 1 sola famiglia: abbiamo l'immagine del disastro che colpì l'ebraismo calabrese alla fine del XV secolo.

A pagina 53, pur non riportandone il testo, cita, dall'Archivio di Stato di Napoli, Sommaria, il documento Licterarum deductionum foculariorum 1, 53r, secondo il quale da Cirò tra la fine del XV e l'inizio del XVI secolo a partire per la Turchia furono ben 36 famiglie, su 362 totali della città.
Vediamo dunque che la meta preferita di questi nuclei ebraici dispersi sembra essere la Turchia, che non è da intendere come l'attuale, ma probabilmente si riferisce a tutto l'Impero Ottomano, dall'attuale Albania a Eretz Yisrael ed oltre...

Ed infatti, il 9 agosto 1510, alla vigilia della nuova e più grave espulsione, la Corte chiede notizie su alcune famiglie di ebrei che avevano lasciato Rossano, per dirigersi, una a Palermo (probabilmente come tappa intermedia di un nuovo spostamento, visto che dalla Sicilia gli ebrei erano stati espulsi ben prima che dalla Calabria) e altre cinque "insono andati ad habitare in La Vilona [cioè a Valona, in Albania]".

Per questo ripubblico la cartina del vecchio post, aggiungendo una decima meta, Valona, alle nove già indicate.
Non sappiamo se qui rimasero insieme ad altri giunti in altri tempi e da altri luoghi, o se, almeno per alcuni, anche Valona non fu che una tappa nel loro continuo viaggiare.

mercoledì 1 ottobre 2008

Ebrei a Gerace

Gerace ospitò a lungo una importante comunità ebraica, che ebbe (forse) le sue origini fin dall'antica città magnogreca di Locri.
Purtroppo ben poco è rimasto, sia a livello di testimonianze archeologiche che letterarie.
Cercheremo di ricostruire il passato ebraico di questa bella città dello Jonio.
Le notizie sono tratte dai seguenti testi:
Emilio Barillaro, Reliquie paleocristiane nella Locride, Quaderni di cultura 5, Nossis, San Giovanni di Gerace (RC), 1972;
Cesare Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1996;
Enzo D'Agostino, Da Locri a Gerace, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2004;
Oreste Dito, La storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, Reggio Calabria, 1916 (ristampa anastatica: Brenner, Cosenza, 1989).

LOCRI
Per quanto quasi tutti i testi che parlino di ebrei in Calabria nell'età grecoromana diano per scontata la presenza ebraica a Locri, nessuna fonte antica ne parla, e nessun reperto archeologico che lo testimonia.
Soltanto la rilevanza di questa città e del suo porto, con la presenza contemporanea di ebrei in un centro minore come quello di Delia (Bova Marina), ci può far ragionevolmente supporre che non siano mancati da questa città, se non altro come presenza commerciale e temporanea.
In attesa di riscontri più certi, non è però possibile dirne nulla, tanto più che anche le attestazioni a Gerace sono piuttosto tardive, e possiamo solo immaginare che, come da Delia è possibile che siano passati a Bova, fondata all'interno per sfuggire all'impaludamento e alle incursioni saracene, così gli ebrei presenti a Locri siano stati parte del movimento migratorio verso Gerace.

GERACE
Sappiamo che a Gerace gli ebrei furono una presenza piuttosto rilevante, ma purtroppo (a causa della carenza di documenti che è caratteristica della Calabria e in particolare di queste zone) poche e tardive sono le testimonianze che ne abbiamo.
Le citazioni più antiche sono del 1276, nella Taxatio generalis subventionis in Justitiariatu Calabrie, però, essendo la comunità di Gerace tassata insieme al resto della città, non è possibile, come invece accade per altre comunità che ricorrono nello stesso documento, ricavarne la consistenza. Possiamo però supporre, grazie al privilegio di tassazione insieme agli altri cittadini, che la comunità godesse di determinati privilegi e che, probabilmente, fosse insediata ormai da qualche tempo.
Il 10 giugno 1311 Carlo, duca di Calabria, accoglie con un'ordinanza (Archivio storico di Napoli, Registri angioini, 202 f. 235 t.) la richiesta degli ebrei di Gerace al Re di ricostruire o riparare "veterem sinagogam": abbiamo dunque la conferma che la sinagoga esisteva almeno da alcuni decenni; inoltre (visto che non tutti gli insediamenti avevano una sinagoga, ma spesso svolgevano i riti in case private o in locali adibiti ad uso di oratorio in case private) possiamo dedurre che la loro presenza era consistente e di un certo prestigio.
Naturalmente la concessione viene data purché non sia "elevata, ampliata o abbellita, ma quale esisteva precedentemente"...
Il 12 giugno, un'altra ordinanza concede "protezione" dalle persecuzioni che gli ebrei subivano dalla popolazione, in particolare durante la Settimana Santa, senz'altro istigata dalla predicazione ecclesiastica, proibendo atti di aggressione contro gli ebrei, le cui case venivano prese a sassate.
Naturalmente la protezione è del tutto relativa, sapendo bene il Duca che nulla avrebbe potuto contro il fanatismo, per cui la stessa ordinanza impone agli ebrei di chiudere porte e finestre il giorno di Pasqua, e di non uscire per strada durante il periodo di ricordo della Passione di Gesù...
Alla stessa data, altre ordinanze prescrivono ai mastri giurati ed ai baiuli di non costringerli a portare i prigionieri davanti ai giustizieri o a portar lettere, e di non far pagare tasse oltre le loro possibilità: testimonianza di una oppressione piuttosto pressante.
Nel 1335 Guglielmo Ruffo, conte di Sinopoli, compra alcune terre da alcuni ebrei (ed altre persone) di Gerace.
Alla prima metà del XV secolo risalirebbe un'iscrizione di cui parlo in seguito.
Nel 1426 il vescovo Paolo è incaricato di vigilare sugli ebrei che prestano ad usura, che non portano il segno prescritto, sui delitti da loro commessi e sul corretto pagamento di quanto dovevano alla Chiesa, con la raccomandazione di convertire in multe pecuniarie le eventuali condanne penali. Il fatto che proprio il vescovo di Gerace sia incaricato di eseguire questo controllo in tutta la Calabria, ci fa immaginare che fosse rilevante la loro presenza nella diocesi.
Nel 1451 troviamo un Elia di Gerace, proprietario di un gregge di pecore, ma residente a Fiumara di Muro, inquisito per aver sconfinato in territorio di San Lorenzo, dove era proibito il pascolo.
In un registro camerale dei primi del '500 vengono citate (ovviamente a fini fiscali) le famiglie ebree di Gerace: sono 17. Sicuramente prima dei disordini dovuti alla discesa di Carlo VIII dovevano essere molti di più, se teniamo presente che a Stilo (molto meno importante sia come città che come insediamento ebraico), nello stesso periodo risultano fuggite36 famiglie ebree!
Nella Calabria meridionale solo la Judeca di Terranova contava più famiglie: 27; tenendo presente che però la comunità di Reggio non è citata.
Con questa citazione finiscono le testimonianze scritte di ebrei a Gerace: risultano presenti solo per un arco di circa 230 anni, ma non è da dubitare che in realtà la loro presenza rimonta a molto più tempo prima, e che solo nel 1511 verrà a cessare.

I LUOGHI
La sinagoga di Gerace sorgeva presso la chiesa (non più esistente) di San Giovanni Battista, nel rione tuttora detto Judeca, in una casa del quale, verso il 1990, fu ritrovato un frammento di iscrizione in ebraico della prima metà del XV secolo, nel quale si ricorda la "corona di Mosé" (almeno secondo alcune interpretazioni) ed una Anavatya, forse una donna, forse (secondo altre interpretazioni) ricordo del miqweh (il bagno rituale) che sorgeva accanto alla sinagoga (Piperno-Beer, Scaglione: Ristrutturano un'abitazione e trovano 'la corona di Mosé", in Shalom, 27 (1993), n. 1, p. 29).
Secondo altri, invece, la sinagoga (o una seconda sinagoga) era la chiesa di San Giovannello, che sorge in Piazza delle Tre Chiese, ed il cui orientamento è leggermente spostato più a sud rispetto alle altre due.
Nelle campagne di Gerace viene citata una "acqua dello Judeo alias Santa Agati", che dovrebbe essere lo stesso corso d'acqua che altrove è chiamato "Gerace o San Paolo" oppure, come ho letto altrove, Merici, sul quale sorgeva l'antico pagus denominato San Paolo (Quarterium Sancti Pauli): forse un territorio dove erano insediati altri ebrei, oppure (come oralmente mi è stato riferito) l'odierna contrada chiamata Judeu.

UNA CURIOSITÀ E ALTRO
A titolo di curiosità riporto (scusatemi se devo fare una pubblicità, ma è del tutto incidentale!) la cartina, presa da un'impresa di materiali edili, che si trova proprio nella zona di cui ho parlato precedentemente, e che ha come simbolo proprio una Stella di David!

Precedentemente avevo segnalato anche un manoscritto, "Doveri dei cuori", trattato etico di Bahyan ibn Paquda, del quale non si sa se sia stato fatto a Gerace oppure a Geraci in Sicilia; sempre in un altro post, avevo ricordato che nel cimitero ebraico di Salonicco era presente il cognome Geraci, ma anche di questo non si sa di quale delle due città sia originario.

I dieci giorni terribili

I giorni da Rosh haShanah (Capodanno) a Yom Kippur (Giorno dell'Espiazione) sono conosciuti come Yomim Nora'im (Giorni terribili) o Aseret Yeme Teshuvah (Dieci giorni di conversione), nei quali il Santo determina il giudizio sulle azioni degli uomini nell'anno precedente, e ne iscrive il nome nel libro della vita o in quello della morte.
Ognuno è tenuto a fare un bilancio delle proprie azioni, e cercare di partecipare della vita, considerandosi come se nell'anno passato le sue colpe fossero state quanto i suoi meriti, e basterà un'azione buona o un'azione cattiva in più a determinare il suo destino.
In questo periodo vi sono alcune azioni particolari da compiere.

Introduzione
Il periodo di dieci giorni da Rosh Hashanah e Yom Kippur è chiamato Asseret yeme teshuvah (dieci giorni del pentimento).
Il Talmud considera questo periodo particolarmente propizio al pentimento: Cercate l’Eterno quando è vicino (Isaia 55 :6). E quando si può trovare D-o ? Rabba B. Abuha ha detto : durante i dieci giorni da Rosh Hashanah fino a Yom Kippur (B. Rosh Hashanah 18a). A Rosh Hashanah facciamo i primi passi verso l’espiazione. Il riconoscimento iniziale della colpa e il rimorso che lo accompagna non sono tutto. Il Talmud chiede: come possiamo sapere se il pentimento è perfetto e se il perdono è accordato? E la risposta che da' è la seguente: se dopo aver riparato la colpa, aver chiesto perdono e trovandoci in una situazione identica, non ripetiamo lo stesso errore, allora il pentimento è perfetto e il perdono è accordato (B. Yoma 86b). In attesa, dopo aver riparato l’errore e chiesto il perdono di coloro che sono stati feriti e averlo ricevuto, ci si volge verso D-o ne si implora il suo perdono (B. Baba kama 9 :7).
Durante questo periodo deve essere fatto di tutto per riconciliarci con il nostro prossimo e con D-o.la tradizione insegna che Yom Kippur porta il perdono per le colpe commesse verso D-o, ma non per quelle commesse verso gli altri, se prima non abbiamo ottenuto il perdono di coloro che abbiamo offesi (M. Yoma 8 :9).
Lo Shabbat durante gli Asseret yeme teshuvah si chiama Shabbat Shuvah (Shabbat del ritorno) ed è un momento importante che ci porta a volgerci verso gli altri e a considerare il nostro modo di agire. È perche' ci volgiamo verso noi stessi che possiamo poi volgerci verso il nostro prossimo e verso D-o.

L’autocritica
Metterci in discussione e riflettere sui nostri atti dell’anno trascorso in questo periodo che inizia a Rosh Hashanah e termina a Yom Kippur è una Mitzvah. Ed è pure una Mitzvah stabilire come migliorare il nostro comportamento nell’anno a venire.
La concezione talmudica del perdono implica la confessione esplicita della colpa ore (??? Manca qualcosa...) (B. Yoma 36b, 86b). E questo non puo' aver luogo se non dopo aver passato in rassegna atti e pensieri, prendendo come punto di riferimento le Mitzvot nel loro insieme.
Durante questi giorni ci si sforzera' di riservare un momento quotidiano da dedicare alla riflessione e alla introspezione.

La riconciliazione
É una Mitzvah, durante i 10 giorni del pentimento, cercare di riconciliarsi con coloro ai quali abbiamo fatto del male durante l’anno trascorso.
La nostra tradizione insegna che D-o perdona le colpe che abbiamo commesso verso di lui, quanto a quelle commesse verso gli altri, dobbiamo innanzitutto ottenere il loro perdono prima che D-o ci accordi il suo (M. Yoma 8 :9). Dobbiamo avvicinarci a coloro che abbiamo offeso per ottenere il loro perdono e riconciliarci con loro.

Il perdono
Concedere il perdono a chi ce lo chiede è una Mitzvah.
Chiedere il perdono ed essere perdonati fa parte del processo del pentimento (M. Baba Kama 9 :7). Maimonide, citando il Levitico: non vendicarti e non tieni rancore (19 :18) afferma che chi rifiuta di perdonare commette una colpa grave.
La procedura del perdono coinvolge tutti i protagonisti, colui che ha commesso la colpa e colui che è stato leso, ed esige da parte di entrambe un lavoro di ritorno su se stessi e verso gli altri. Afferma il carattere distruttivo per la societa' dei conflitti non risolti e propone di ricostruire le relazioni tra individui sulla base del riconoscere i propri errori e della accettazione del perdono. Il Talmud precisa: quando viene chiesto il nostro perdono, dobbiamo essere flessibili come il giunco e non rigidi come il cedro (B. Taanit 20a). Perdonare è costruttivo per tutti i protagonisti.

Andare sulle tombe degli scomparsi
Sono molti, durante gli Asseret yeme teshuvah, coloro che vanno a far visita alle tombe dei propri defunti (c.a. Orah Hayim 581.4).

Shabbat Shuvah
Lo Shabbat tra Rosh Hashanah e Yom Kippur è chiamato Shabbat Shuvah (Shabbat del ritorno). Questo nome viene dalla haftarah (Osea 14, 2-10) che inizia con queste parole : Shuvah Israel (ritorna Israele). Dobbiamo fare uno sforzo particolare per partecipare all’uffizio di Shabbat Shuvah e ascoltare la Haftarah che ci invita, in vista di Yom Kippur, alla introspezione e a un ritorno verso D-o.