Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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lunedì 22 aprile 2013

Quattro madri: cinema israeliano a Napoli



Nei quattro giovedì dal 9 al 30 maggio il Centro di studi ebraici dell’Università “L’Orientale” di Napoli organizza la consueta rassegna di cinema israeliano.
Le proiezioni in lingua originale con sottotitoli in inglese saranno alle 14,30 presso l’aula 5.1 di Palazzo Mediterraneo, via Nuova Marina 59, Napoli.

È un vero piacere (con anche un pizzico di “orgoglio meridionale”) vedere quante iniziative e di che livello vengano organizzate da questo Centro studi, sicuramente uno dei più attivi in Italia.



Quattro madri è il titolo di un romanzo di Shifra Horn (Arba imahot, tradotto in italiano da Sarah Kaminski per Fazi Editore, 2000) che narra la storia di quattro generazioni di donne sullo sfondo di un secolo di storia di Gerusalemme.
E Quattro madri sono anche le protagoniste di una rassegna che, per il quarto anno consecutivo, porta all’Università L’Orientale di Napoli una serie di film israeliani non distribuiti in Italia.
La rappresentazione di quattro diverse figure di madri - lontane per epoca, origine, condizione sociale e carattere - offre uno sguardo inedito sulla società israeliana nel corso di mezzo secolo, dagli anni immediatamente successivi all’Indipendenza fino agli anni Zero.






Henya (Gila Almagor) proviene da “là”, il vecchio, innominabile mondo est-europeo di cui le rimangono un numero tatuato sull’avambraccio, una serie di disturbi mentali e una figlia di dieci anni, Aviya (Kaipu Cohen).
Con la stessa forza e determinazione che avevano fatto di lei un’eroina della Resistenza polacca, Henya “la partizanke” combatte la sua lotta di madre single in una terra dura, in una delle città di sviluppo costruite negli anni ’50 nelle aree meno popolate di Israele; combatte con vicini ostili o indifferenti, ma soprattutto combatte con sé stessa nel tentativo di sopravvivere psicologicamente alla Shoah, aggrappandosi a un’ossessione per la pulizia e a un atroce rituale quotidiano: ascoltare i nomi di sopravvissuti che la radio ogni giorno elenca come i vincitori di una lotteria della vita.
Perché il suo equilibrio vacilli, basta poco: le note di un valzer e il suono dello yiddish, la lingua ostinatamente sepolta assieme a una memoria che, tra vecchie fotografie e fantasmi più o meno reali, inevitabilmente riaffiora.
La straziante storia della piccola Aviya, condensata in un’estate che fa di lei un’adulta prima del tempo, non è altro che la vera storia dell’infanzia di Gila Almagor, raccontata negli anni ’80 in un libro autobiografico e portata a teatro con un monologo su cui si basa L’estate di Aviya (1988), il film in cui l’attrice presta voce e corpo al ricordo di sua madre.

Miri (Ronit Yudkevitz) è una donna fragile, membro di un kibbutz negli anni ’70 e madre single di due ragazzi, entrambi a un passaggio cruciale della crescita: l’anno del bar mitzva per il minore e la chiamata al servizio militare per il maggiore.
Protagonista in quasi ogni scena è Dvir (Tomer Steinhof), il figlio minore, un dodicenne che ha perso il padre in quello che viene chiamato pudicamente “un incidente” e tenta invano di mantenere un rapporto sano con una madre mentalmente instabile.
Il mondo intorno a loro gioca il ruolo di ingombrante antagonista in questa storia di una famiglia allo sbando: istituzione tipicamente e profondamente israeliana, il kibbutz è un modello di società utopica fondata su ideali socialisti e collettivisti, un mondo apparentemente ideale, che tuttavia in Terra pazza (2006) viene demolito scena dopo scena.
La microsocietà in cui il piccolo Dvir cerca il proprio posto è contagiata dalla stessa ipocrisia e dalle stesse rivalità del mondo di fuori, in aggiunta ai meccanismi schiaccianti di una comunità chiusa che richiede totale dedizione rifiutandosi di ascoltare le grida di aiuto del singolo.
Il mondo in cui Miri si aggira sola e alienata è un mondo in cui l’amore viene rimesso ai voti di una decisione collettiva; è un mondo in cui l’accusa di non contribuire al bene comune, di non essere parte integrante e integrata della collettività, ha il peso di una condanna che si esprime nell’abbandono, sinonimo di un’incapacità di affrontare la fragilità dell’individuo e la complessità dei rapporti.

Aviva (Assi Levy) è decisamente una donna forte: i figli adolescenti, il marito disoccupato, la sorella in crisi matrimoniale, la vecchia e problematica madre, tutti, chi in un modo chi nell’altro, si appoggiano a lei; e lei fa da madre a tutti, cercando di mantenere dignità e ordine in una famiglia povera e complicata della Tiberiade di oggi.
Cuoca in un hotel, non trascura la sua grande e insopprimibile passione: pur non avendo a disposizione nulla di simile a “una stanza tutta per sé”, riesce ogni sera a ritagliarsi un momento da consacrare interamente alla scrittura.
Quando i suoi racconti arrivano sulla scrivania di un famoso scrittore di Tel Aviv, la vita sembra finalmente offrirle una svolta; ma colui che potrebbe aiutarla, e che dovrebbe ammettere di non aver nulla da aggiungere al suo talento di autrice, si rivela un’ennesima figura bisognosa.
Anche lo scrittore famoso, come tutti gli altri, ha bisogno dell’aiuto di Aviva; ma, a differenza di degli altri, si offre di comprarlo.
Aviva amore mio (2007) è un film centrato sulla figura di una madre che resta tale anche quando è sorella, figlia o moglie; mossa dall’amore per la sua famiglia e da un naturale, spontaneo senso di responsabilità, Aviva esercita sempre un sereno controllo sul caos intorno a lei, mentre lotta per emergere senza mai lasciarsi ossessionare da una smania di successo.
Il suo controllo e la sua calma determinazione sembrano cedere soltanto quando viene meno la fiducia nelle persone che la circondano; e lei, forse per la prima volta, si ritrova da sola a interrogasi sul senso del suo ruolo nella famiglia.

La seconda Miri (Mili Avital) vive ai nostri giorni; è una hostess di 37 anni, è due volte vedova di guerra e vive con la sorella Gila (Anat Waxman), appena separata dal marito.
Da un giorno all’altro, nella sua quieta esistenza irrompe una figura inattesa: un bambino cinese la cui madre, domestica di Miri, è stata espulsa all’improvviso dal Paese; col bambino non c’è modo di comunicare, neppure per sapere il suo nome, e così viene chiamato Noodle.
Un po’ alla volta, questa entità aliena piombata all’improvviso nella vita delle due sorelle diventa non solo un essere da amare, ma una sorta di catalizzatore per la soluzione dei problemi intorno a lui; svegliatasi dal letargo dei suoi lutti, Miri è ora disposta a correre dei rischi, assieme ai suoi colleghi, per una missione: riunire il bambino a sua madre.
Con umorismo delicato, questa deliziosa e toccante commedia affronta il tema dell’immigrazione di lavoratori asiatici in Israele, e lo fa mettendo in scena un piccolo incontro di culture che riescono a comunicare solo attraverso il codice condiviso delle emozioni.
Ma Noodle (2007) è anche un film sull’amore e sul rapporto tra un figlio e le sue madri; attraverso una storia singolare, descrive la forza di un legame universale e la guarigione di una donna che, dedicandosi a un piccolo estraneo piombato per caso nella sua vita, si accorge all’improvviso di aver recuperato la capacità di amare.

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