Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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martedì 17 aprile 2012

Yom haShoah 2012


Il 27 Nisàn (quest’anno 19 aprile) è Yom haShoah, il giorno della Shoah; da molti anni fa ormai parte delle ricorrenze religiose dell’ebraismo, a differenza del Giorno della Memoria che si celebra il 27 gennaio.
La data ricorda l’insurrezione del ghetto di Varsavia.
Proponiamo alcune riflessioni e un video su Ferramonti, che rappresentò in Calabria la resistenza religiosa e culturale degli ebrei che vi furono reclusi, sebbene non fossero destinati allo sterminio.

Venerdì 27 Gennaio 2012: Giornata della memoria, gli ebrei di Trani: «Aiutateci a stare insieme a voi»
Francesco Lotoro
Pianista, responsabile culturale della comunità ebraica di Trani

Il 27 gennaio 2000 venne istituito dal Parlamento italiano il Giorno della Memoria in ricordo delle vittime della Shoah e del nazifascismo, in coincidenza con la liberazione di Auschwitz.
Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’U.R.S.S. entravano nel Campo di Oswiecim–Breszinka (Auschwitz Birkenau); quel 27 gennaio era Shabbath, il sabato ebraico.
Esattamente quel giorno, mentre l’esercito sovietico liberava gli ebrei dal famigerato Lager, nelle sinagoghe di tutto il mondo (e in quelle ancora rimaste in piedi in Europa) venivano lette le pagine della Torà che ricordavano la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù d’Egitto.
Il 27 gennaio non è il “nostro” Giorno memoriale; esso è il giorno nel quale le Istituzioni governative, accademiche, scolastiche, ecc. commemorano e riflettono, le comunità ebraiche sono naturalmente ben disposte a collaborare e interagire con esse.
Il Giorno della Memoria del popolo ebraico (in Israele come nella Diaspora) cade il 27 Nissàn (marzo–aprile) allorchè viene celebrato lo Yom haShoah u’mered haGetaot (in breve Yom haShoah), il Giorno della Catastrofe.
Il 27 Nissàn del 1943 (allora corrispondente al 19 aprile) le Waffen–SS (unità d'elìte delle SS tedesche) piegarono la resistenza ebraica nel Ghetto di Varsavia dopo 3 mesi durante i quali gli ebrei riuscirono a tener loro testa con un coraggio che impressionò gli stessi soldati del Reich.
La voce della Resistenza ebraica a Varsavia fece il giro d'Europa, numerosi Ghetti sino ad allora rassegnati alle deportazioni ritrovarono coraggio e combatterono.
La caduta del Ghetto di Varsavia segnò non soltanto la fine di ogni speranza di salvezza per gli ebrei della capitale polacca ma altresì l'inizio delle più spaventose e sistematiche deportazioni.
Pochi giorni dopo, Berlino fu dichiarata Judenfrei (libera da ebrei), il famigerato dottor Mengele arrivò ad Auschwitz dando inizio a orribili esperimenti su cavie umane; il comandante delle SS Himmler, allo scopo di sedare sul nascere ogni ulteriore tentativo di rivolta nei Ghetti della Polonia occupata, li liquidò tutti entro l’11 giugno.
Lo Yom haShoah si impose subito in Israele come Giorno della Memoria; dopo il 1945, la Shoah consumatasi in Europa giungeva nella Palestina Mandataria attraverso le ferite del corpo e dell'anima dei sopravvissuti giunti in clandestinità.
L'esercito britannico, che durante la Guerra non seppe prevedere la portata mortale della politica antisemita del Reich, rifiutava l’attracco a tutte le navi di Ebrei che osassero avvicinarsi ad Haifa.
La Shoah finì, la tragedia no; perchè in Israele i guai per gli ebrei erano soltanto all’inizio.
Durante la Guerra alcuni Paesi del bacino mediorientale appoggiarono e plaudirono apertamente Hitler (il Gran Muftì di Gerusalemme Hussein inviò sue truppe a combattere con gli Einsatzgruppen) e a nulla valse l’obiezione che a Dachau il Reich avesse deportato diversi Imam e nel carcere di San Vittore (Milano) i fascisti avessero imprigionato i Sufi.
Il giorno dopo la proclamazione dello Stato di Israele (14 maggio 1948) i Paesi confinanti attaccarono lo Stato ebraico, il segretario della Lega Araba Azzam Pasha disse che i loro Paesi avrebbero scatenato contro gli ebrei “una guerra di sterminio che sarà ricordata alla pari dei massacri dei mongoli e delle crociate”.
L’orologiaio impazzito della Storia rimise le lancette indietro; non fu così, Israele vinse la guerra del 1948 ma a caro prezzo perché, su seicentomila combattenti ebrei, seimila rimasero sul campo di battaglia; di questi ultimi, la metà era sopravvissuta ai Lager per trovare la morte a casa propria.
Gli ebrei erano diciotto milioni prima della Guerra, nel 1945 quasi sette milioni di essi (compresi 1 milione e mezzo di bambini) non c’erano più.
In Puglia gli ebrei sono tornati 6 anni fa, la Diaspora degli ebrei pugliesi non è finita sulle spiagge di Tel Aviv ma a Trani, crogiuolo di ben 6 Diaspore (di Palestina, della Spagna araba e aragonese, tedeschi scampati alla prima crociata, baresi e francesi cacciati da Guglielmo il Malo e Filippo Augusto) e città che, con i suoi grandi Maestri ha insegnato a pregare agli Ebrei di mezza Europa.
Da sempre il popolo ebraico ha cercato pacificamente di vivere la propria diversità culturale e religiosa, gli ebrei sono talmente innamorati della vita che chiamano persino i loro cimiteri beth ha-chaim (case della vita); e, soprattutto, oggi possono liberamente pregare anche in Puglia nella più antica Sinagoga d’Europa (la Scolanova) senza timore di essere disturbati, infastiditi, additati.
Non sappiamo tuttavia quanto ciò durerà; migliaia di ebrei francesi, britannici, svedesi, norvegesi, olandesi stanno andando via per emigrare in Israele.
Sino a 20 anni fa erano gli ebrei “poveri” a emigrare verso lo Stato ebraico; etiopi, azeri, yemeniti, kazachi, turkmeni che fuggivano da reali situazioni di disagio sociale o da un Islam inspiegabilmente resosi intollerante nei loro riguardi, caricati su aerei che sembravano bare volanti o su voli predisposti in semiclandestinità dall’aviazione israeliana.
Oggi, ebrei in giacca e cravatta fuggono dall’Europa su voli di linea; perché, come ha amaramente scritto pochi anni fa il nostro rabbino Shalom Bahbout, “la Shoah non ha assolutamente insegnato nulla al genere umano” e sinora non si è visto né sentito nulla che possa smentire il nostro rabbino.
C’è un futuro per noi ebrei del Vecchio Continente?
Saranno i giorni, i mesi a venire a dimostrare quanto l’Europa abbia capito la lezione di Storia scritta sulle pagine della Shoah.
Perchè l’ebreo non deve più essere costretto a fuggire o trasferirsi in Israele o (come in un Paese dell’Unione Europea che non nominerò), pregare a bassa voce a casa propria con la Sinagoga distante a quattro passi; o, peggio ancora, ad assimilarsi.
Nel 1980 Rav Tolentino, l’ottantenne rabbino di Dubrovnik (la città croata gemellata con Trani) desiderò tanto pregare a Trani; spirò senza realizzare il suo desiderio ma oggi gli ebrei sono tornati nella città del Mabit (il grande Dottore della Legge tranese), la Stella di David non è più cucita sul petto di una casacca da deportato ma svetta sull’ex campanile della sinagoga Scolanova che divenne chiesa e poi nuovamente sinagoga.
È questa la nostra risposta alla Shoah, è la nostra vittoria su chi ha voluto la nostra distruzione fisica e intellettuale.
Aiutateci a stare insieme a voi; dopo la Shoah, solo così potremo proteggerci da ogni catastrofe, ebrei e non.



Dal sito della scuola ebraica di Torino 

Yom ha Shoà

Il nome completo del giorno che commemora le vittime ebree delle persecuzione nazifasciste é “Yom Hashoah Ve-Hagevurah”, letteralmente “Giorno (del ricordo) della Shoà e dell’eroismo”.
Il termine ebraico Shoà si traduce con “disastro, tragedia, distruzione”.
È invece respinto il termine “Olocausto” che ha un’accezione religioso-sacrificale ritenuta non adatta.
La Knesset - il Parlamento israeliano- durante la seduta del 12 aprile 1951 scelse la data del 27 di Nissan come giorno dedicato alla celebrazione ed al ricordo di questo evento.
Esso cade una settimana dopo la fine della festa di Pesach e una settimana prima di Yom Hazikaron – in memoria dei soldati di Israele caduti in guerra –.
Quest’ ultima ricorrenza è immediatamente seguita da Yom Haazmauth – festa dell’Indipendenza dello Stato d’Israele –
Il 27 di Nissan è il giorno (18 aprile 1943) in cui iniziò l’eroica rivolta degli ebrei confinati nel Ghetto di Varsavia.

Da Moked  
Yom ha-Shoah
David Bidussa, storico sociale delle idee
A differenza del “giorno della memoria”, Yom ha-Shoah avviene in un clima di riservatezza. Credo che una differenza consista in questo: nel primo caso si tratta di riflettere su che cosa si fondi l’autorità e sulle conseguenze dell’obbedienza e dell’autoconservazione; nel secondo caso si tratta di riflettere sulla rilevanza delle singole persone, sulla loro storia e sui legami che ognuno di loro ha con noi. E’ anche per questo, forse, che nel primo caso al centro stano gli eventi, nel secondo l’elenco dei nomi. Nel primo caso è importante riflettere su fin dove si può arrivare; nel secondo da dove si viene. Nel primo caso l’atteggiamento è guardare con occhi aperti e con mente aperta dentro la storia; nel secondo cercare di ritrovare un passato che abbia ancora una parte in ciò che diventeremo, senza lasciarsi sopraffare e, perciò, impedendogli di dominare e farci credere che siamo solo ciò che siamo stati.

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