Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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martedì 11 marzo 2008

L'industria della seta

In questo post affronto un tema che è stato fondamentale nella storia della presenza ebraica in Calabria, e nel quale l'integrazione tra i due popoli aveva costruito una possibilità di ricchezza e di sviluppo che la vergognosa e suicida cacciata degli ebrei ha stroncato miseramente, ed insieme a questa tutti gli altri settori in cui la presenza ebraica avrebbe potuto consentire uno sviluppo economico e culturale della nostra terra ben diverso e migliore di quello che è poi stato.

LA CALABRIA, LA SETA, GLI EBREI
(da una pagina internet che non esiste più)

Lo splendido mantello di seta
di Ruggero II,
probabile opera calabrese

I MERCANTI
In Calabria operavano gli ebrei, i quali avevano un ruolo importantissimo nella crescita economica della regione, ed in particolare nello sviluppo dell’industria serica e della tintoria, dove investivano ingenti capitali traendone forti guadagni.
Il loro intervento non si limitava soltanto a quello redditizio della seta, ma tutti i settori dell’economia calabrese beneficiavano della loro alacre attività imprenditoriale: dalla lavorazione del ferro, del rame, del bronzo, all’oreficeria e all’argenteria; dalla concia delle pelli e dalla manifattura dei cappelli a cono, denominati a cervone, alla fabbricazione dei pettini, del sapone, delle stoviglie.
Tra le altre attività svolte dagli ebrei, non dobbiamo certo dimenticare l’usura e l’importanza che essa aveva nell’ambito di una politica economica volta a garantire lo Stato ed a contenere l’ingordigia dei banchieri forestieri, soprattutto toscani e lombardi.
Né in altro modo siffatta politica poteva essere realizzata, se non favorendo gli Ebrei, ed acclimatando nell’Italia meridionale un elemento capitalistico ed industriale che, sotto la vigilanza dello stato, poteva colmare un vuoto nella vita economica. Agli Ebrei era riservato questo monopolio del credito, quasi come una funzione di Stato, anche perché nei bisogni riusciva più facile poterli mungere e vessare in tutti i modi.
Gli Ebrei erano presenti dovunque in Calabria; riuniti in colonie, essi formavano una comunità a parte, distinguendosi dai cristiani per un contrassegno che erano costretti a portare al braccio in conformità alle decisioni del Parlamento di Messina (1221), che stabilì le assise “contra judeos, ut in differentia vestium et gestorum a Christianis discernantur”.
Essi erano considerati giuridicamente inferiori ai cristiani e fu solo in virtù della loro forza economica se poterono in un certo qual modo mitigare la loro condizione.
Catanzaro, dove l’attività industriale e commerciale era più progredita che altrove, presenta il caso tipico di una comunità ebraica, nella quale quanto più crebbe la potenza economica tanto più progredì la sua condizione giuridica e la sua influenza nella vita cittadina.
Nel 1417, la città, liberata dall’effimera signoria di un capitano di ventura, fu chiamata a riorganizzare l’amministrazione civica demaniale. Ne colsero profitto gli Ebrei per domandare la dispensa dal portare i noti contrassegni della loro stirpe, l’esonero dal pagamento della mortafa [una tassa di residenza loro imposta] e della gabella della tintoria, l’assicurazione che non sarebbero stati molestati né dagli ufficiali regi, né dagli inquisitori ecclesiastici. Non bastando ciò, minacciarono di abbandonare Catanzaro nel caso in cui le loro richieste non fossero state accolte.
Quest’atteggiamento particolarmente benevolo verso gli Ebrei, si manifestò di nuovo a Catanzaro col risorgere del comune demaniale (1445), dopo la defenestrazione del Centelles, ed ebbe come obiettivo la parificazione dei cristiani e degli ebrei davanti al fisco ed alle leggi vigenti. Relativamente al fisco, negli anni successivi all’evento suaccennato, le due comunità, in seguito alla richiesta di quella israelita, si accordarono di fondersi in un’unica comunità, sì che cristiani ed ebrei pagassero le tasse e godessero le esenzioni in eguale misura.
In conformità a questa convenzione che, da parte di qualche cristiano, era stata giudicata svantaggiosa per i correligionari, i sindaci di Catanzaro nel 1453 ritennero che gli Ebrei dovessero pure loro contribuire alla somma che il Consiglio civico aveva deliberato per apprestare un convento ai frati minori dell’Osservanza, i quali erano stati chiamati per rianimare nella città la fede ed emendarvi i costumi. I proti della comunità ebraica non videro, però, nella fattispecie un affare d’interesse generale e, malgrado che nella convenzione fosse stabilito che “Judei contribuant et solvannt cum Christianis in negiciis tangentibus Christianos, queadmodum dicti Cristiani contribuant cum Judei in negociis tangentibus ipsos Judeos”, costoro si rifiutarono di pagare l’aliquota dell’imposta assegnata alla loro comunità, sostenendo che questa non era tenuta a contribuire alla spesa richiesta dell’eventuale costruzione di edifici destinati al culto cristiano. Ne derivò una vertenza. Gli Ebrei ricorsero al re, il quale accolse la loro tesi e ordinò perentoriamente ai sindaci di restituire ai ricorrenti i pegni che, da loro, si erano fatti dare nell'attesa del responso e di non fare innovazioni nei loro riguardi.
La colonia ebraica aveva vinto e la conquista dei nuovi diritti si faceva per loro più agevole e più rapida. Difatti, ancora vivo Alfonso, nel 1454, erano gli stessi sindaci a domandargli di ribadire la libertà religiosa degli Ebrei di Catanzaro, impedendo al domenicano Niccolò da Galvanico, “inquisitor haereticae pravitatis”, di pretendere da loro il pagamento di un aragonese a testa; nel 1456, ancora dietro richiesta dei sindaci, la Corona li sottraeva alla giurisdizione giudiziaria del vescovo e li sottoponeva a quella ordinaria del capitano regio.
Né meno deciso sarà il favore di Ferrante, nella cui memoria rimase incancellabile l’aiuto che la colonia ebraica di Catanzaro gli dette nelle difficoltà che lo aspettavano all’indomani della sua ascesa al trono.
Non si creda però che anche in altri centri della Calabria i sentimenti delle amministrazioni comunali fossero così tolleranti e longanimi verso gli Ebrei come a Catanzaro. In questa città gli Ebrei dominavano l’economia locale, che s’identificava con l’industria della seta. Essi anticipavano il denaro necessario alle spese per l’allevamento del baco da seta; possedevano filande e telai propri; impegnavano i coltivatori a consegnare tutta la produzione e l’acquistavano preventivamente; traevano dalla seta grezza tessuti ricercati, che poi vendevano agli stranieri; e di qui un sottile intreccio di affari che s’imperniava intorno all’elemento plutocratico della colonia, creandogli una base solidissima di potenza e d’influenza. Era quindi naturale che il processo di equiparazione giuridica fra ebrei e cristiani fosse a Catanzaro in uno stadio più avanzato che altrove.
In ogni modo, pur variando da luogo a luogo i rapporti fra i due elementi etnico-religiosi, la fortuna che gli Ebrei realizzavano in Calabria con la loro intraprendenza inarrestabile e con il monopolio fece ritenere che la suddetta regione fosse per loro, alla fine del ‘400, un’altra terra di Canaan. Con questo convincimento, non pochi furono gli Ebrei che vi si diressero dalla Spagna, allorché in questa incominciò a imperversare contro di loro la persecuzione di Ferdinando il Cattolico.
Che poi, mancando nella regione un ceto medio attivo, le autorità locali si adoperassero a procurare privilegi a favore degli stranieri che signoreggiavano le sorgenti della ricchezza, e che questi stranieri vi si arricchissero, e che all’opposto la popolazione indigena versasse nella miseria, era proprio questo il paradosso della situazione.
Diverso trattamento ebbero gli Ebrei di Cosenza, la cui giurisdizione era conferita al Vescovo con ordinanza del 12 maggio 1467.
Reggio fu pure uno dei più importanti centri d’immigrazione ebraica. Gli Ebrei apportarono nel distretto reggino un grande incremento all’industria serica usando la colorazione dell’indaco. Inoltre essi incettavano tutta la produzione della seta impegnando i produttori, nel modo indicato già parlando di Catanzaro.
Il prezzo stesso della seta veniva fissato sotto l’indiretto controllo degli Ebrei, che avevano nelle loro mani il credito locale; il che, se tornava a danno degli altri compratori, favoriva indirettamente i produttori, o per lo meno assicurava ad essi un prezzo remunerativo senza correre l’alea della richiesta oscillante o della coalizione a loro danno dei mercanti stranieri.
Questa forma di monopolio non poteva certamente essere gradita ai mercanti cristiani e specialmente genovesi, che, protetti dal governo spagnolo, si adoperarono per abbatterla, contribuendo anche a creare quel clima di ostilità verso gli Ebrei che porterà infine alla loro espulsione.
Non pochi, infatti, furono i tentativi dei genovesi, affinché i loro temibili concorrenti fossero espulsi da Reggio. Riuscirono nel loro intento durante il viceregno di Raimondo de Cardona.
Il Gran Siniscalco Antonio di Guevara, da Napoli, proteggeva a spada tratta i mercanti genovesi, i quali erano anche sostenuti da parecchi baroni del regno, cui era insopportabile non poter disporre di quella grande fonte di ricchezza che era l’usura. Esponevano, pertanto, al viceré come, mentre gli Ebrei con il loro traffico e monopolio aumentavano sempre più le ricchezze, le oneste speculazioni dei cristiani andassero invece in fallimento. Insinuavano che l’usura giudaica avesse ridotto la popolazione alla miseria e che ciò fosse intollerabile in un paese cristiano. Riuscirono così ad imporre il loro punto di vista e pertanto il viceré inviò un rapporto a Ferdinando in Spagna, dipingendo a fosche tinte quella corporazione ebraica e mostrando l’urgente necessità che gli Ebrei fossero espulsi non solo da Reggio, ma dall’intera Calabria.
Veramente la persecuzione era già incominciata da un pezzo, ed in Calabria più che altrove se ne sentivano le ripercussioni, per la condizione speciale in cui si trovavano gli Ebrei. Tuttavia è da ritenere che la richiesta dei mercanti genovesi costituisse un forte incentivo per le decisioni prese al riguardo dal governo spagnolo.

Coltivazione del gelso alla fine del 1500
da
ICSerrastretta
LA DECADENZA
Sembra, infatti, che sia stato trascurato un elemento che più di ogni altro avrebbe potuto spiegare l’origine della crisi dell’industria serica, e non solo di questa, ma anche di tutta l’economia calabrese, il cui processo di espansione subì un arresto tale che, dopo tanti secoli, se ne avvertono ancora le conseguenze. Alludiamo all’importanza dell’elemento ebraico nella produzione e nel commercio della seta e più in generale al ruolo vitale che essi ebbero in quell’incipiente rinascita economica della Calabria, rinascita per altro tardiva rispetto a quella che si era verificata nei Comuni dell’Italia centro-settentrionale, dove, come è noto, si ebbe un forte incremento delle attività produttive e commerciali a partire dal XII sec.
Gli Ebrei per più secoli furono gli animatori della vita economica calabrese, la quale non era certo favorita dalle condizioni politiche e sociali che oggettivamente costituivano un freno alla libertà del commercio e dell’impresa. Pertanto è impossibile non considerare la connessione tra l’espulsione degli Ebrei e la decadenza dell’economia calabrese.Tale espulsione fu determinata da un intreccio di motivi religiosi, politici ed economici. Questi ultimi, a nostro avviso, hanno avuto la prevalenza.
La politica spagnola nell’Italia meridionale fu, di fatto, indirizzata a favorire i negozianti stranieri, “amici et confederati della Cattolica Maestà”, a discapito degli Ebrei, come è possibile dedurre dalla speciale prammatica, pubblicata da Ferdinando II il Cattolico nel 1508. Essa favoriva liberamente l’entrata e l’uscita nella fiera della Maddalena, a Cosenza, dei mercanti stranieri e delle loro merci.
Abbiamo già visto quali fossero questi amici della Cattolica Maestà: i Genovesi, dietro la cui pressione il viceré Raimondo de Cardona fu costretto a fare rapporto a Ferdinando in Spagna, prospettando la necessità di espellere gli Ebrei dalla Calabria.
Con l’estromissione degli Ebrei e dei loro capitali, molte industrie e molte attività commerciali cessarono di esistere; le fiere persero la loro animazione, il costo del denaro salì di cinque e fino a dieci volte su quello corrente; il pubblico erario fu intaccato profondamente per le difficoltà incontrate nell’esigere le tasse. Si cercò di correre ai ripari. Fu permesso che i mercanti ebrei continuassero a visitare le fiere e per un certo tempo questo avvenne. Essi venivano, però, in veste di mercanti e non più con quella funzione economica ed imprenditoriale predominante che avevano avuto in precedenza.
Le fiere calabresi andarono sempre più decadendo e con loro l’arte della seta che aveva rappresentato il settore più dinamico e produttivo dell’economia calabrese.


GLI EBREI IN CALABRIA DAL XIII AL XVI SEC.
Placido Antonio Carè
Motivi tipici della lavorazione
della seta in Calabria
da
Artetessilecalabrese

Le maestranze ebree erano specializzate nell’arte della tintoria; utilizzavano sostanze coloranti portate dall’India, per cui il nome di indaco, e nell’industria della seta. Essi con la loro operosità e la loro intraprendenza contribuirono alla trasformazione economica della Calabria. D’Amato, attento studioso di Catanzaro, la sua città, ha scritto ‘’Questi [gli Ebrei], industriosi per loro natura e dediti alle mercantie et ad ogni genere di negotij, volentieri venivano ammessi nelle città più famose: onde designarono i Catanzaresi chiamarne qualche parte, acciò, aprendo fondachi di mercantia, gli togliessero l’incomodo di mendicare da lontano i panni et altre cose al vestir necessarie; e per più facilmente condurceli gli offrirono una perpetua franchigia. In tal guisa allettati, ne vennero in buon numero, e perchè vollero havere nella città luogo e parte, gli assegnarono un quartiere in mezzo ad essa. (...) Giunti aprirono botteghe di ricchissime mercantie, e, mescolando con i loro negotij i drappi medesimi di seta, che ivi lavoravano, cagionarono un grande utile â cittadini et aprendo la strada al concorso di tutta la provincia per via dei loro negotij, partorivano alla città molti comodi, oltre il danaro che in abbondanza vi entrava”. Apprendiamo così che in una Calabria di contadini gli Ebrei costituirono il primo nucleo importante di industriosi imprenditori, di carattere esclusivamente urbano, perché era loro vietato per legge diventare proprietari terrieri. Inoltre bisogna aggiungere che la vita dei Calabresi sia durante la dominazione normanna, che nel corso del il regno svevo, si svolgeva prevalentemente nei centri urbani.

“Gli Ebrei erano presenti in Calabria un po’ dappertutto: a Rossano, a Corigliano, a Cosenza, a Reggio, a Bisignano, a Montalto, a Tropea, a Reggio, ecc.(...) [Essi] furono ben trattati dagli Angioini non meno che dagli Svevi; essi si dedicarono all’arte della tintoria e della seta, ma anche all’usura, alla medicina ed alle belle lettere. Le comunità degli Ebrei erano passate, durante la monarchia [aragonese] siciliana, alle dipendenze dei verscovi, i quali ne approfittarono per assoggettarli a gravame fiscale. Le persecuzioni dei vescovi, anziché incoraggiare le conversioni, contribuirono a dividere Ebrei e cristiani. (...) A Monteleone, i gabellotti della seta perquisiscono le case degli Ebrei, sequestrando la seta, non ostante i tributi pagati. (...) A Crotone e altrove i Giudei sono costretti a fuggire per sottrarsi a pesanti contribuzioni”1. )
Le persecuzioni degli Ebrei furono riprese in Europa quando Papa Gregorio IX, fra il 1231 e il 1235, sollevò i vescovi dal compito di perseguire le eresie e affidò i tribunali d’inquisizione ai frati domenicani. Nel 1427, estese le prerogative di inquisire ai Domenicani; attribuì a Fra Giovanni di Capistrano dell’Ordine dei Minori la facoltà di proibire l’esercizio dell’usura ai Giudei dimoranti nel regno e a quelli forestieri di praticare l’usura, e di costringerli a portare il segno Thau. In favore degli Ebrei, tuttavia, ci furono anche numerose richieste fatte da numerose comunità. “Nel 1447 [1] giugno l’Università di Tropea, tra le altre grazie e privilegi chiedeva ad Alfonso d’Aragona: -Item, che plaza a la dicta Maiesta far tractare li judei de questa terra in li pagamenti fiscali sì como li altri citatini et non esserono agravati in altro pagamento ultra lo pagamento della mortafa”2. Il sovrano aderì alla richiesta. Nel tentativo di porre un argine alla pratica dell’usura, i Frati Minori nel XV secolo istituiscono i Monti di pietà, ma non ebbero successo, perché ebbero soltanto la funzione di costituire un organo preposto ad assistere chi ne avesse bisogno, senza garantirsi la restituzione del denaro erogato. Tuttavia dopo la bolla di Leone X del 1515, che rimosse il divieto di percepire interesse a favore dei Monti di Pietà, questi furono in grado di dare alla loro attività una impronta diversa, perché somigliarono sempre più a rudimentali servizi bancari.
Cominciarono così le prime difficoltà degli Ebrei. Esse si aggravarono quando nel 1511 i Genovesi, che avevano da sempre sperato di sostituirsi a quelli, chiesero ed ottennero dalla Corte di Madrid un decreto di espulsione degli Ebrei. “Gli Ebrei partirono recando seco le accresciute fortune, e il ricordo che la prima Bibbia Ebraica era stata stampata da una tipografia di Reggio Calabria. Dopo la loro partenza, la proficua speculazione della seta venne in mano dei Genovesi, e in piccola parte in mano dei Lucchesi”3.
Da quel momento il Meridione fu oggetto di sfruttamento intensivo, e regredì ogni anno di più. Le maestranze ebree erano riuscite a perfezionare la lavorazione della seta e la tintura dei tessuti, che, per la loro preziosità, erano ricercati in tutta Europa, e avevano impinguato con i loro tributi le casse esauste delle università calabresi.

1 - G. Brasacchio, Storia economica della Calabria, Vol. 2, Chiaravalle Centrale, 1977, pp. 326- 327, passim.
2 - O. Dito, La storia calabrese e la dimora degli Ebrei in Calabria dal secolo V alla seconda metà del secolo XVI, Cosenza, 1979, p. 213.
3 - B. Chimirri, Le relazioni politiche e commerciali fra la Liguria e la Calabria fin dai tempi della dominazione Sveva. In "Archivio storico della Calabria", Anno III, Oppido Mamertina (RC), 1992.


LA SETA DI REGGIO
Nino Calarco


Nel reggino, intorno al XIV sec., il mercato legato alla produzione della seta si affermò in modo estremamente rapido tanto che, in pochissimo tempo, divenne, quasi, l’unico prodotto di scambio della sua economia e così si mantenne per altri quattro secoli ancora per poi, nel XX sec., altrettanto rapidamente scomparire nell’arco di un solo decennio, senza quasi lasciare traccia.
Oggi rimane solo qualche rudere di filanda e qualche ricordo nella mente dei nostri nonni.
I bachi da seta furono importati in occidente dalla Cina in modo alquanto rocambolesco.
Intorno al 1533, con l'appoggio dell'imperatore di Bisanzio, due monaci bizantini che operavano in Cina, portarono a Costantinopoli le uova del baco nascoste dentro alcune canne di bambù.
Nel sud dell’Italia la seta venne introdotta, nel XII sec., da Ruggero II, re di Sicilia, con l'aiuto di artigiani fatti venire appositamente dalla Grecia.
Secondo alcuni studiosi si trattava, invece, di ben 15.000 prigionieri prelevati a Corinto e trascinati a Palermo, città che divenne uno dei principali centri per la fabbricazione della seta.
Nel reggino tutto lascia presupporre che l’arte della seta e del gelso sia stata introdotta dagli Ebrei, i quali giunsero a Reggio in due ondate diverse: la prima nel periodo successivo alla conquista di Gerusalemme da parte dei romani, la seconda al seguito dei Mori.
Gli Ebrei, quali abili maestri nell’arte del mercanteggiare e nella loro geniale industriosità, valorizzarono l’industria della seta e le attività ad essa connesse: allevamento del baco, coltivazione del gelso, fabbriche di tessuti, tintorie tra cui quella famosa dell'indaco, immessa sui mercati europei per la prima volta dai produttori reggini.
I tessuti serici prodotti a Reggio erano considerati tra i più pregiati. Rinomati erano quelli di Sambatello per la loro lucidità e resistenza alla trazione.
Grazie all’operosità degli Ebrei la città aveva un posto di rilievo nei traffici commerciali e lo stesso porto era, per questi motivi, frequentatissimo.
I commercianti di questa città, in massima parte ebrei, si accaparravano tutta la seta grezza, anticipando acconti ai produttori e saldando l'importo con uno sconto sulla tariffa fissata dall’università (l'odierno comune), il 22 luglio (detto Voce della Maddalena), .
Questi commercianti ebrei rivendevano la seta, quasi in regime di monopolio, nella fiera franca di agosto, direttamente ai mercanti Genovesi, Lucchesi e Veneziani.
Nel 1510 o 1511, gli ebrei vennero espulsi dalla città, si dice, ad opera dei mercanti Genovesi.
La tesi più accreditata è che i grossi proprietari locali, ritenendo di saper mercanteggiare anche loro e sperando di trarre gli stessi lauti guadagni degli Ebrei, fecero forti pressioni sul viceré, Raimondo di Cardona, il quale emise un ordine di espulsione per i cittadini ebrei di Reggio.
Ben presto, però, l’incapacità dei produttori, improvvisati commercianti, si fece sentire pesantemente: infatti la qualità dei prodotti dell’industria serica divennero scadenti e la quantità frammentata; sicché i grandi mercanti genovesi, lucchesi, pisani e veneziani furono costretti a rivolgere altrove la propria domanda.
Anche dopo la dipartita di questi grossi mercati, il commercio serico locale fu molto proficuo per chi lo esercitava sulla piazza ma le dimensioni, oramai, modeste e il porto cittadino poco attrezzato, non riuscì ad attirare più le navi straniere di grossa portata.
Messina, al contrario, aveva la sicurezza di un porto attrezzato, dove le navi di qualsiasi portata potevano fermarsi a lungo anche per lavori di raddobbo.
I grossi produttori reggini furono costretti, quindi, a ritrovarsi un nuovo mediatore al posto degli ebrei e rivolsero la loro offerta ai mercanti messinesi.
Quindi Messina diventò il porto di concentramento delle merci destinate a Reggio e di quelle che Reggio destinava all’esportazione.
A Reggio, in quel periodo, circolava una grande quantità di denaro anche se non aveva il grosso giro di mercato che, invece, possedeva Messina.
Infatti Reggio poteva esportare, quasi, soltanto seta in pagamento di ciò che importava e poiché non tutti accettavano il pagamento in seta, non poteva sfuggire alla pesante mediazione messinese che deteneva la chiave dell'esportazione.

lunedì 10 marzo 2008

La festa di Gaza

per l'attentato nella Yeshivà di Gerusalemme.
Senza parole...

venerdì 7 marzo 2008

Attentato a Gerusalemme

Strage nel collegio rabbinico di Gerusalemme
Palestinese camuffato da religioso apre il fuoco: 8 morti
(di Carlo Bollino)
(ANSA) - Gerusalemme, 6 marzo - E' strage nel piu' importante collegio rabbinico di Gerusalemme ovest dove questa sera un palestinese, travestito da religioso ebreo, ha fatto irruzione aprendo il fuoco sugli studenti intenti nella lettura dei libri sacri.
Il bilancio, provvisorio, e' di otto studenti religiosi uccisi e altri sette feriti, tre dei quali in condizioni gravissime. Piu' l'attentatore, prima ferito da uno dei seminaristi che da un terrazzo del moderno edificio che ospita il collegio e' riuscito a colpirlo, e poi ucciso da un secondo studente che lo ha falciato col suo mitragliatore. La polizia e' convinta che all'attentato (il piu' grave messo a segno a Gerusalemme da molti anni) abbia partecipato anche un secondo palestinese che sarebbe pero' riuscito a fuggire. Una massiccia caccia all'uomo e' stata organizzata in tutta la citta' santa, mentre l'esercito e la polizia hanno circondato in serata l'abitazione a Betlemme di un capo della Jihad Iislamica ritenuto molto vicino all'attentatore ucciso, a sua volta originario di Gerusalemme est e militante nello stesso gruppo armato.
Il massacro nel collegio rabbinico di Merkaz ha-Rav, scuola simbolo del sionismo e culla del movimento dei coloni, e' stato accolto nella Striscia di Gaza dall'esplosione in cielo di
fuochi d'artificio.
L'attacco e' stato lanciato intorno alle 20:00 (ora locale, le 19:00 in Italia): la scuola religiosa, che si trova nel quartiere ebraico di Kiryat Moshe, non era protetta da nessuna guardia armata. L'attentatore, anche grazie al suo travestimento, ha cosi' potuto raggiungere agevolmente l'ingresso del collegio e poi dirigersi verso la biblioteca, in quel momento affollata di giovani studenti intenti alla lettura.
''Ho sentito le prima raffiche di mitra, e poi urla di panico, e grida, e ho capito cosa stava accadendo'' racconta il rabbino David Simchon, direttore del liceo. ''Ho visto due dei miei ragazzi morti riversi sul pavimento dell'ingresso - prosegue - e allora ho urlato a tutti di correre verso i dormitori e di sbarrarsi nelle camere''.
David Schalen, direttore generale degli istituti di ricerca della scuola religiosa, racconta di aver fatto nascondere sette dei suoi studenti nel sotterraneo: ''Ho ordinato loro di correre nell'interrato, di sbarrare la porta d'acciaio e di restare al buio fino all'arrivo della polizia''.
L'attentatore intanto continuava a sparare raffiche ad altezza d'uomo, falciando chiunque gli si presentasse davanti. Fino a quando non interviene Yitzhak Dadon, 40 anni, anch'egli studente nella yeshiva: ''L'eco degli spari - dice all'ANSA - giungeva dalla biblioteca, un edificio separato da quello dove invece si studia e si prega. Sono salito sul tetto e mi sono messo in attesa con il fucile spianato''.
Nel collegio rabbinico c'erano stasera circa 300 studenti, in parte abitanti a Gerusalemme e in parte provenienti dalle colonie della Cisgiordania. Fra questi, per motivi di sicurezza, non pochi erano armati. Ma nella biblioteca, la maggior parte degli allievi (in prevalenza ragazzi di circa 16 anni) erano disarmati.
''Per lunghi minuti, forse cinque, forse anche dieci, ho sentito spari continui - prosegue Itzhak - era un fucile automatico che crepitava senza tregua. Poi il terrorista e' apparso allo scoperto e ha sparato una raffica in aria, io ho abbassato la testa per non essere colpito, ma quando lui per un attimo si e' fermato mi sono rialzato e ho fatto fuoco io''. Due colpi e l'attentatore era a terra. Dopo pochi minuti e' sopraggiunto un secondo studente che imbracciava un fucile mitragliatore di quelli in dotazione ai soldati di leva, che lo ha ucciso.
''Io ho telefonato subito alla polizia - testimonia Arik Brosh, 28 anni - ma loro non mi prendevano sul serio: saranno mortaretti, mi dicevano''. Probabilmente nessuno poteva davvero credere che un attentato di queste proporzioni potesse essere compiuto nel cuore della Gerusalemme israeliana.
Poi sirene, decine di ambulanze giunte sul posto, centinaia di agenti. E i primi testimoni che raccontano l'orrore visto fra le stanze del collegio: sangue e corpi ovunque, muri crivellati di colpi, odore di morte. ''Ho visto quei cadaveri - ci dice Yerach Toker, uno dei primi soccorritori a giungere sul posto - sono ragazzi con la kippa in testa, studenti di 15 o 16 anni che ancora stringevano con le mani insanguinate i loro libri sacri''. Fuori una folla di religiosi si assiepa intorno al cordone eretto dalla polizia, urlando con rabbia ''morte agli arabi''.

Dopo attentato, cinque uccisi sotto i 18 anni
(ANSA) - Gerusalemme, 7 marzo - I responsabili del collegio rabbinico Merkaz ha-Rav hanno pubblicato i nomi degli otto seminaristi uccisi ieri da un attentatore palestinese mentre erano impegnati nei loro studi nella biblioteca dell'istituto. Cinque degli uccisi non avevano compiuto 18 anni; uno di questi aveva 15 anni.
Due delle vittime risiedevano a Gerusalemme, uno ad Ashdod (a Sud di Tel Aviv) e gli altri cinque in insediamenti diversi della Cisgiordania. I funerali si svolgeranno in mattinata, nelle localita' di residenza degli uccisi

Attentato; tutto il popolo a lutto, Rabbino Capo
(ANSA) - Gerusalemme, 7 marzo - ''Tutto il popolo di Israele e' a lutto'' ha detto il rabbino capo (sefardita) Shlomo Amar nell'elogio funebre degli otto seminaristi uccisi ieri in un attentato palestinese nel collegio rabbinico Merkaz ha-Rav di Gerusalemme. ''Adesso e' necessario che le divisioni passate siano messe da parte e che tutti gli ebrei moltiplichino le energie per dedicarsi allo studio della Bibbia. Questa e' la nostra speranza''.
Le salme delle vittime erano deposte nel cortile del collegio rabbinico su lettighe, avvolte nei loro 'talled', il manto di preghiera degli ebrei.
Gli elogi funebri dei responsabili dell'istituto si sono susseguiti in un'atmosfera mesta, ma composta. ''L'attentatore - ha affermato il rabbino Eitan Eisman - non ha scelto per caso di compiere qua il suo crimine. Qua viene istruita la generazione della fede, qua si instilla l'amore per la Terra d'Israele, qua e' iniziata la grande rivoluzione spirituale'' del sionismo religioso nazionalista.
Al termine della cerimonia, ciascuna famiglia ha preso in consegna la salma del proprio congiunto e a bordo di autobus si e' diretta verso i diversi cimiteri di sepoltura. Due dei funerali avranno luogo sul Monte degli Ulivi di Gerusalemme, a breve distanza dalla Spianata delle Moschee dove migliaia di palestinesi prendono parte alle preghiere islamiche del venerdi'. La polizia mantiene lo stato di allerta.

Attentato; fuochi d'artificio nella Striscia di Gaza
(ANSA) - Gerusalemme, 6 marzo - La notizia del sanguinoso attentato compiuto questa sera nel piu' importante collegio rabbinico di Gerusalemme ovest, e' stata accolta con i fuochi d'artificio nella Striscia di Gaza: lo hanno detto all'ANSA testimoni oculari.
Migliaia di persone sono scese in piazza sparando in aria raffiche di mitra in segno di festeggiamento. Gli altoparlanti delle moschee stanno intonando canti.
Un portavoce di Hamas, pur senza rivendicare l'attacco, ha detto che ''questa e' la risposta naturale contro l'aggressione sionista compiuta sul popolo palestinese, e non sara' l'ultima''.

Attentato; ONU, Libia Blocca Adozione Risoluzione
(ANSA) - New York, 7 marzo - Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu non ha raggiunto l'accordo su una risoluzione di condanna dell'attentato a Gerusalemme Ovest. La Libia si e' opposta all'adozione del testo che aveva bisogno dell'unanimita per essere varato. Lo ha detto l'ambasciatore americano al Palazzo di Vetro Zalmay Khalilzad.
''Non c'e' stato accordo perche' la delegazione libica non ha voluto condannare l'attentato senza un riferimento agli avvenimenti a Gaza'', ha detto Khalilzad spiegando che un testo del genere sarebbe stato inaccettabile per gli Stati Uniti.
Il suo collega russo Vitaly Churkin, che ha la presidenza di turno dei Quindici, ha confermato che il Consiglio non ha trovato l'accordo e ha deplorato la situazione affermando che l'attentato di Gerusalemme ''meritava di essere trattato a parte''.

giovedì 6 marzo 2008

A proposito della “preghiera per gli ebrei”

Invito, chiunque voglia farlo, ad aderire a questo appello contro la nuova formulazione della preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo, scrivendo a:



Con il motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, Papa Benedetto XVI reintroduce la possibilità di utilizzare la formula liturgica pre-conciliare, in lingua latina, per la celebrazione eucaristica. A seguito di tale provvedimento, lo scorso 6 febbraio - nella ricorrenza del mercoledì delle ceneri - il Pontefice modifica la preghiera per gli ebrei del Venerdì Santo contenuta nel Missale Romanum anteriore al Concilio Vaticano II, sostituendo il riferimento al «popolo accecato [che deve essere] strappato dalle tenebre» con l’espressione «Preghiamo per gli Ebrei. Il Signore Dio Nostro illumini i loro cuori perché riconoscano Gesù Cristo Salvatore di tutti gli uomini». La disposizione del Papa è contenuta in una nota della Segreteria di Stato della Santa Sede.
Tale modifica giustifica di fatto una preghiera liturgica alternativa e contrapposta a quella vigente, e che a nostro parere è in contrasto con i testi conciliari Dignitatis humanae, sulla libertà religiosa, e Nostra aetate, sul rapporto fra la Chiesa cattolica e le altre religioni, in cui si afferma che «gli ebrei, in grazia dei padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento. […] gli ebrei non devono essere presentati come rigettati da Dio, né come maledetti, quasi che ciò scaturisse dalla sacra Scrittura» (Nostra aetate, 4).
Il provvedimento inoltre sembra contraddire palesemente il magistero precedente, poiché si contrappone a quanto affermato negli Orientamenti e suggerimenti per l’applicazione della dichiarazione conciliare Nostra aetate, 4 (1975), che al punto I afferma: «condizione del dialogo è il rispetto dell’altro, così come esso è, e soprattutto il rispetto della sua fede e delle sue convinzioni religiose. […] La Chiesa, per la sua stessa natura, deve annunciare Gesù Cristo al mondo. Per evitare che questa testimonianza resa a Gesù Cristo appaia agli ebrei come una violenza, i cattolici dovranno aver cura di vivere e di annunciare la loro fede nel più rigoroso rispetto della libertà religiosa».
La preghiera del Venerdì Santo, nella versione post-conciliare, esprime suppliche indirizzate alla salvezza di tutti gli uomini: nel caso specifico degli ebrei, questo significa pregare perché essi restino fedeli all’Alleanza mai revocata. Per nessun uomo si chiede la «conversione», ma si prega perché tutti seguano lo Spirito nella via che è loro data e che, per Israele, non può che essere la fedeltà all’Alleanza. Poiché, inoltre, il Venerdì Santo è il giorno in relazione al quale è stata rivolta al popolo ebraico l’accusa di deicidio - accusa infondata, ma foriera di abissi di orrore - ritoccare il cambiamento introdotto dal Concilio Vaticano II appare un regresso, pericolosamente prossimo alla teologia della sostituzione di Israele e capace di evocare gli antichi tentativi di conversione. Posizione, questa, che ci pare da respingere in base alla stretta ortodossia cristiana e ad una corretta prospettiva escatologica.
Non possiamo che manifestare il nostro rammarico per una scelta che mette a serio rischio più di quaranta anni di dialogo, in quanto qualunque cosa possa far pensare a un tentativo di conversione è inconciliabile con il riconoscimento ed il rispetto della verità nella fede dell’altro.

Benedetto Musolino, precursore del sionismo

45 anni prima di Herzl, un italiano, un calabrese, scrive un libro (Gerusalemme ed il popolo ebreo, La rassegna mensile d'Israel, Roma, 1951) che propugna il ritorno degli ebrei nella loro terra, dove avrebbero dovuto fondare uno Stato ebraico e, cosa notevole, restaurare la lingua ebraica, cosa che neanche Herzl avrebbe proposto.
L’idea di Musolino era sì legata al contrasto della potenza russa, ma, da patriota dell’unificazione italiana quale egli fu, va inquadrata anche nel contesto delle lotte di indipendenza e di liberazione nazionale.
Spero che questa figura venga riscoperta e gli sia riconosciuto il giusto valore
profetico che ebbe.
Daniel Carpi, sul sito del comune di Cento

Nel novembre del 1985 si tenne a Pizzo di Calabria un Convegno Storico per commemorare la figura e l'opera del patriota calabrese Benedetto Musolino nel centenario della sua morte. Si parlò in quell'occasione di Musolino protagonista del risorgimento italiano nel Mezzogiorno; di Musolino rivoluzionario europeo; di Musolino radicale meridionale. lo fui invitato a parlare di Musolino 'precursore del sionismo', avendo egli scritto nel 1851, durante il suo esilio negli Stati Sardi, un lungo trattato intitolato “Gerusalemme ed il Popolo Ebreo. Progetto da rassegnarsi al Governo di Sua Maestà Britannica” In questo egli perorava la ricostituzione di uno Stato Ebraico in Palestina sotto l'egida della Gran Bretagna nell'ambito di un futuro riassetto della carta politica del Levante e del Medio Oriente; riassetto indispensabile, a suo dire, allo scopo di raccogliere l'eredità dell'Impero Ottomano a salvare l'Europa e l'Asia dalla minaccia dell'imperialismo russo. L'autore del Progetto esamina minuziosamente sia il contesto politico internazionale, nel quadro del quale l'azione andava svolta, sia i problemi tecnici, economici e culturali, collegati con questa; e fra l'altro sostiene che il popolo ebraico, tornando alla Terra dei suoi Avi e ricostituendo l'antico Stato doveva accollarsi il compito - senza pari nella storia dei popoli- di far rinascere l'antico idioma biblico, l'ebraico, e di farne nuovamente la sua lingua nazionale, una lingua viva, parlata quotidianamente, usata sia in famiglia che dai letterati e scrittori (come poi in realtà si fece). A questo proposito va notato, che non solo il nostro anonimo, nel 1877, non aveva compreso la cardinale importanza culturale-nazionale della rinascita dell'antico idioma del popolo ebraico, ed aveva suggerito di adottare l'inglese; ma anche Herzl, come è noto, nel 1896, propose di adottare il tedesco come idioma del nuovo stato.
In quello stesso Convegno, Paolo Alatri, nella sua relazione su 'Musolino rivoluzionario europeo', rammentava come nel 1851 egli si fosse recato appositamente a Londra, allo scopo di presentare il suo Progetto al Governo di S.M. Britannica, senza però riuscire a farsi ricevere da Lord Palmerston, allora e per pochi mesi ancora ministro degli esteri." Se ebbe occasione di incontrare Disraeli. in quell'epoca leader dell'opposizione (e pochi mesi dopo, nel 1852, ministro del tesoro) non sappiamo. Come purtroppo non sono rimaste tracce di un suo assai probabile incontro con il patriota centese Leone Carpi, anch'egli in quegli stessi anni esule a Londra, che con Musolino aveva condiviso le giornate di speranza e di amarezza della Repubblica Romana, e che a Londra -come risulta da una sua testimonianza- ebbe più volte occasione di contattare Disraeli. Quello che è certo è la sorprendente similitudine dei due progetti, quello di Musolino e quello (forse) di Disraeli, sia nelle loro argomentazioni storiche -basate sul principio del diritto del popolo ebraico a un suo Stato nazionale- sia nell'analisi dei futuri sviluppi politici internazionali, e di quelli mediterranei e medio-orientali in particolare. (Con la differenza, come si è detto, che Musolino fu l'unico a comprendere l'importanza della rinascita dell'ebraico come lingua nazionale).
Va notato però che, se in quell'occasione vi fu un contatto tra Musolino e Disraeli, questo sarebbe avvenuto nel 1851, più di un quarto di secolo prima degli avvenimenti in questione.
Nello stesso Convegno di Pizzo, però, Raffaele Colapietra, nella sua relazione su "Musolino deputato tra radicalismo meridionale ed Europa bismarckiana", dà notizia di un Memorandum su la guerre actuelle turco-moscovite adressé à S.E. Lord Beaconsfield Premier Lord de la Tresorerie par le colonel Benoit Musolino deputé au Parlament Italien, che Musolino, allora già deputato al Parlamento italiano, rivolse a Lord Beaconsfield, Primo Ministro britannico, nel 1877, cioè esattamente nell'anno nel quale fu scritto l'opuscolo attribuito a Disraeli, e pochi mesi prima della riunione del Congresso di Berlino. In questo documento Musolino ritorna sulla sua analisi del prossimo smembramento dell'Impero Ottomano e sulla necessità di porre un freno all'espansione russa nei paesi mediterranei e del Vicino Oriente."
Con ciò non possiamo ancora dimostrare che nel 1877 Disraeli conoscesse il progetto di Musolino di ricostruire lo Stato Ebraico. à indubbio però che fra i due personaggi vi fu una sorprendente affinità di idee nella visione della politica europea in generale e di quella mediorientale in particolare, e che vi furono fra i due rapporti diretti, perlomeno dopo l'Unità d'Italia. Così come non vi son dubbi sulla similitudine di molte tesi che troviamo sia nel trattato di Musolino del 1851 che nell'anonimo opuscolo del 1877. Se aggiungiamo a queste considerazioni le testimonianze delle quali abbiamo poco innanzi discusso, mi pare che si possa identificare in Benjamin Disraeli, allora già Lord Beaconsfield, l'autore dell'opuscolo, con ragionevole certezza.
Il che, sia detto per inciso, dovrebbe indurre non pochi studiosi a cambiare perlomeno parte delle loro tesi sul pensiero di questo personaggio, in particolare per quanto concerne il suo atteggiamento nei confronti del popolo ebraico. Va anche presa in considerazione la possibilità che in questo pensiero vi sia stato in qualche misura un filone italiano, rimasto sinora inesplorato.

Leggiamo ora qualche cenno biografico

Dal sito del comune di Pizzo
Musolino Benedetto (Pizzo, 8 novembre 1809 - 15 novembre 1885), di famiglia liberale e antiborbonica, studiò giurisprudenza a Napoli, e strinse amicizia con i giovani intellettuali dell’epoca, tra i quali Luigi Settembrini; si spinse a Costantinopoli, ospite del Visir, di cui fu a lungo consigliere, ma deluso, per non essere stato ascoltato in molti suggerimenti di carattere economico-amministrativo, rientrò a Napoli per organizzare le cospirazione antiborbonica.
Nel 1832 fonda, la Setta detta dei Figlioli della Giovine Italia; l’8 maggio 1839, in seguito al tradimento di due affiliati venne arrestato, e nell’ottobre del 1848 rimandato a Pizzo sotto stretta sorveglianza. In seguito alla rivoluzione del 1848 viene eletto deputato al nuovo parlamento con 4179 voti; fallita la rivoluzione, rientra in Calabria, dove organizza la disperata resistenza, nel corso della quale vengono uccisi il padre e il fratello, e pochi mesi dopo muoiono anche la madre e un altro fratello, e le sue proprietà depredate.
Partito esule verso Corfù, viene condannato a morte in contumacia, ma, indomito, partecipa alla Rivoluzione romana del 1849 e di nuovo fu esule in Piemonte, Inghilterra e Francia.
Qui viene a conoscenza della spedizione dei Mille, che raggiunge a Palermo, e fu il primo a passare, alla testa dei suoi, sul continente.
Con l’Unità, fu deputato ininterrottamente dal 1861 al 1881 nelle file della sinistra, e nel 1883 viene nominato senatore.
Nel 1883, per ragioni di salute, ritorna a Pizzo, dove trascorre gli ultimi anni.


Musolino fu un liberale di sinistra, ma certamente oggi ci sarebbe molto difficile riconoscergli queste qualifiche: la sua idea del futuro stato italiano era tutt’altro che liberale, almeno come intendiamo oggi, ricorda più che altro una dittatura militare.
Leggiamo cosa dice di lui il suo amico Luigi Settembrini nella sua “Rimembranze della mia vita”.


Dal sito Carboneria.net
“Quando io andavo a scuola di legge conobbi un giovane calabrese di Pizzo a nome Benedetto Musolino, di molto ingegno, ma pieno di strani disegni arditi. Ei non vedeva passare per via un reggimento o una compagnia di soldati che, imbaldanzito come un galletto, non mi dicesse : «Se io avessi centomila di quelle punte ( e indicava le baionette) sarei liberatore del mondo !»
“Lo scopo era niente meno che cacciare d’Italia non pure tutti i principi, e gli austriaci, e il papa, ma i francesi di Corsica e gli inglesi di Malta, e formare una gran repubblica militare. Capo supremo un Dittatore sedente in Roma: dieci consoli per governare le dieci regioni in cui si divideva l’Italia: ogni provincia comandata da un colonnello, ogni municipio da un capitano”.

lunedì 3 marzo 2008

Crotone ebraica

Le notizie (salvo i cenni sull'età antica) sono tratte dal testo, fondamentale per la conoscenza della storia ebraica in Calabria, di Cesare Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 1996, e dal documentatissimo sito LaProvinciaKR.
Età antica

A parte l'ipotesi tutta da accertare che la cena di Trimalcione (presumibilmente ambientata a Crotone) del Satyricon di Petronio contenga allusioni ebraiche (vedi, anche in generale, i precedenti post sull'ebraismo nella Calabria antica) e la leggenda sulla predicazione cristiana di Dionigi l'Aeropagita (e spesso i primi a cui veniva predicato il Vangelo erano gli ebrei), elementi troppo vaghi per avere il valore anche solo di indizi, non vi sono testimonianze di antiche presenze ebraiche a Crotone.
Credo comunque che, pur in assenza di sufficienti fonti letterarie e in totale mancanza di dati archeologici, la costante rilevanza economico-commerciale di Crotone, unico porto dello Jonio continentale nel lungo tratto di costa da Taranto a Reggio, possa permetterci di supporre una antica presenza ebraica a Crotone, pur ignorandone assolutamente sia la consistenza che la continuità.
Inoltre, il fatto che nei secoli successivi li vedremo presenti in moltissime località del Marchesato, ci può far immaginare che fossero qui sciamati proprio provenendo dal capoluogo, che, proprio per la sua rilevanza, deve essere stata la sede dei primi insediamenti.

Primo Medioevo
Da Google Map:
La zona in cui sorgeva la Judeca
Dal XIII al XV secolo a Crotone è accertata la presenza non solo di ebrei, ma si conosce anche il sito del loro insediamento, presso la chiese di Santa Maria Protospatharii, non lontano dalla Cattedrale, come risulta da documenti del ‘600 che citano il luogo detto Iudeca.
La comunità di Crotone è tra le più antica e numerose della Calabria: come risulta dalla “Cedula subventionis in Iustitiariatu Vallis Grati et Terre Iordane”, nel 1276 essa pagava un contributo annuo (once 19 tareni 12 e grana 12) che era quasi il quadruplo di quello pagato dalla comunità di Rossano, che era la seconda (once 5 tareni 16 e grana 16).
Erano talmente importanti per la città e lo Stato che nel 1324 ottennero dalla Corte di essere protetti da abusi nelle persone e nei beni, e anche il permesso di restaurare la sinagoga, a patto (come era consuetudine) che non fosse ampliata o abbellita.
Nel 1400 è documentata la presenza tra gli ebrei di un medico.

Età aragonese (1442-1501)
Lapide sepolcrale ebraica
(Museo archeologico statale di Crotone)
Come per tutto l’ebraismo meridionale, l’epoca aragonese fu anche per Crotone quella di massimo fulgore, sia qualitativo che quantitativo.
Nel 1445 abbiamo due importanti documenti: a febbraio il vescovo ottiene il privilegio di “cognoscere diffinire et terminare causas omnes et singulas dumtaxat quae vertuntur inter christianos et Judeos ipsius Civitatis Cutroni et inter Judeos ipsos” (in pratica la giurisdizione sugli ebrei della città), e a giugno l’Università (il comune) di Crotone ottiene dal re che gli ebrei cittadini abbiano le stesse grazie, franchigie, immunità e libertà di cui usufruisce la città: vediamo quindi che dipendono giuridicamente dal vescovo, ma economicamente (a mostrare la buona integrazione con il resto della società) sono equiparati ai cristiani.
Intorno al 1450 è citato un altro medico; tra il 1485 e il 1491 sono molti gli artigiani ebrei che contribuiscono insieme ai cristiani al restauro del castello, sia come fornitori che direttamente nei lavori: uno di essi è capomastro; nel 1493 la comunità ottiene l’esenzione dall’imposta sulla macellazione della carne, il che ci mostra, con l’esistenza dello shochet, addetto alla macellazione rituale, la presenza di una comunità ben organizzata.
Nel 1472 Salomone ben Isac ha-Laban (dal nome sembrerebbe un sefardita) trascrisse i commenti di Averroé sulla Fisica, l’Anima, i Metereologici di Aristotele, e nel 1474 Samuele ben David ibn Shohan, di Corfù, ricopiò i Moshav Zeqanim, commento al Pentateuco; oltre al livello culturale, sono una testimonianza del “cosmopolitismo” della comunità di Crotone, come dimostra anche la lapide funeraria del 1475-6 di un ebreo probabilmente proveniente dalla Francia, Ioshua ben Shamuel Gallico.
Ma siamo giunti quasi all’epilogo: con la discesa di Carlo VIII dalla Francia nel 1495, e poi ancor più con la conquista spagnola, la storia ebraica di Crotone e di tutto il Mezzogiorno sta giungendo alla fine.
Il tramonto

All’inizio del periodo spagnolo (1503) nulla cambia, e nel 1507, da un documento che conferma il pagamento dei tributi da parte degli ebrei con gli altri cittadini, abbiamo che su 450 fuochi (famiglie) ben 58 erano di ebrei: si tratta del 12,9% della popolazione, come se nell’Italia di oggi ce ne fossero oltre 735.000, e non i 50.000 scarsi che ci sono!
Ma nel 1510 Ferdinando il Cattolico ordina la partenza degli ebrei dai suoi possedimenti italiani, e con loro sono costretti a partire anche i “cristiani novelli” (gli ebrei convertiti) che tentavano di restare: ancora nel 1515, alla loro richiesta di rimanere, verrà ribadita l’espulsione di alcuni convertiti di Crotone.
Ben presto, le popolazioni (specie le classi più umili, vessate dagli esosi “banchieri cristiani” rimpiangeranno gli “usurari giudei” e i commercianti ebrei) si renderanno conto di quanto male avesse fatto la cacciata degli ebrei, e ottengono dal Re che possano tornare.
Tra i luoghi in cui tornano, nel 1531 è attestato anche Crotone, ma è un ultimo sussulto: nel 1540 vengono di nuovo cacciati, e alla fine del 1541 il Mezzogiorno è “judenrein”, almeno così sembra…


Epilogo

Con il 1541 la presenza ufficiale degli ebrei finisce, ma ancora per secoli sono attestate presenze sporadiche e isolate: dal 1691 al 1694 diventarono cristiani 22 ebrei; nel 1704-5 alcune elemosine furono versate ad ebrei (chiaramente convertiti); ancora nel 1730-1 altre somme furono date a due ebrei convertiti.
Chi fossero questi “ebrei fatti cristiani” lo vedremo in un altro post, ora basti notare che ancora due secoli dopo la cacciata a Crotone si parla di ebrei: di questi ci rimane traccia solo perché convertiti e quindi segnalati nei documenti contabili come beneficiari di compensi, ma non è da escludere che ce ne fossero altri che avessero invece conservato segretamente (magari fino a tempi più recenti?) la fede dei padri.

Moni Ovadia a Cosenza

Moni Ovadia a confronto con i giovani cosentini
La questione ebraica e quello che ebraico non è
da il Quotidiano della Calabria di domenica 2 marzo

foto da Bulgaria - Italia
Prima racconta la genesi dello spettacolo “Le storie del signor Keuner” di Bertolt Brecht, concepito a quattro mani assieme a Roberto Andò, autore con il quale ha avviato negli ultimi anni un percorso parallelo di collaborazione che ha già dato ottimi frutti nel 1997 con lo spettacolo “Il caso Kafka”; poi si sofferma per un po' a divagare sulla questione ebraica e sul rapporto del mondo ebraico con quello che ebraico non è, per poi ritornare sul personaggio che interpreterà fino a oggi pomeriggio (recita alle 18,00) al Rendano di Cosenza che ospita la messa in scena del capolavoro brechtiano nell'ambito della stagione di prosa in corso di svolgimento.
Una lezione di teatro, ma anche un confronto a 360 gradi con la cultura ebraica. L'incontro di ieri mattina a osenza al Centro di formazione delle Arti di Largo Vergini con l'attore Moni Ovadia a, protagonista de "Le storie del signor Keuner", è stata sicuramente un'occasione unica ed irripetibile per gli studenti che vi hanno partecipato, quelli che avevano assistito alla “prima” venerdì sera dello spettacolo che ha suscitato unanimi consensi nel pubblico presente scatenando l'applauso più lungo e soprattutto, finora, più convinto della stagione di prosa di quest'anno.
L'incontro di questa mattina al Cifa è stato introdotto e coordinato da Giorgio Franco che ha offerto a Moni Ovadia il destro per una lunga conversazione che ha coinvolto ed emozionato il pubblico presente. «La scelta di rappresentare un testo di Brecht come "Le storie del signor Keuner" è nata - ha spiegato Ovadia - dall’esigenza di conoscere la persona Brecht, al di là del poeta o del drammaturgo che già conoscevamo, quasi come fosse un nostro compagno di strada, per le sue memorabili poesie e per i suoi scritti politici.
Ad una telefonata del germanista Roberto Menin che gli proponeva di fare uno spettacolo su questi brevi racconti inediti trovati a Zurigo, dove Brecht aveva riparato, risposi istintivamente che ero d'accordo. Caddi, insomma, nella trappola complice anche il cinquantesimo anniversario della morte del drammaturgo tedesco, che ricorreva nel 2006, quando abbiamo concepito lo spettacolo. Era un’occasione troppo ghiotta per essere rifiutata. Il Brecht che rappresentiamo in questo spettacolo è sicuramente lontano dallo stereotipo e Keuner, il protagonista dei racconti e delle parabole brechtiane, è un eponimo ed alter ego dell'autore. Credo - ha aggiunto Ovadia nel corso dell'incontro con gli studenti - che le storie del signor Keuner siano un manuale di sopravvivenza ai tempi dell'esilio di Brecht, coincidenti con la sua perdita di senso. Brecht ha subito più di un esilio: quello da oppositore del regime nazista, quello conosciuto negli Stati Uniti dove, con un'alta consapevolezza della propria qualità, si mise in fila per andare a “piazzare” le sue sceneggiature alla fabbrica dei sogni, finendo poi per entrare nel tritacarne della Commissione Mc Carthy, episodio che viene evocato nel nostro spettacolo. E poi c'è l'ultimo esilio, quello più bruciante, quando fece ritorno nella sua Berlino dove rimase deluso dal comunismo che non era più quel mondo luminoso che aveva sempre immaginato. Ma il Brecht di Keuner - ha sottolineato con convinzione Moni Ovadia - è un manuale di sopravvivenza anche per noi. Anche il nostro è un esilio insidioso. Non è semplice, infatti, vivere in una società in cui l'uomo può sempre di meno incidere perché prevale il meccanismo del più forte. Il senso della vita è reso sempre più difficile da una virtualizzazione delle relazioni umane nella quale è immersa la nostra società. L'unica via d'uscita - ha concluso Moni Ovadia - è la capacità di continuare a pensare.

sabato 1 marzo 2008

Reggio 1475: prima edizione in ebraico con data

Tonino Nocera

Il 18 febbraio 1475 Avraham Garthon stampò a Reggio di Calabria con caratteri corsivi sefarditi il commento al Pentateuco di Shelomh ben Yshaq. Il nome e la data sono impressi nel colophon. Questo lo fa ritenere il primo libro ebraico stampato in Italia. Secondo Giuliano Tamani furono tirati circa trecento esemplari; uno solo è sopravvissuto, mancante di 2 o 3 carte all’inizio, ed è conservato nella Biblioteca Palatina a Parma. Un frammento di due carte è conservato a New York nella biblioteca del Jewish Theological Seminary.
Il possessore dell’esemplare conservato a Parma, G. B. De Rossi, ne possedeva un altro che però cadde nel Po e andò perso.
Quindi non esistono altre copie di questo incunabolo.
Però è opportuno ricordare che a Roma, l’11 ottobre 1943, i nazisti saccheggiarono la biblioteca della Comunità e parte di quella del Collegio Rabbinico. Riempirono tre carri ferroviari con decine di casse colme di libri disposti con cura perché non si deteriorassero. La biblioteca della Comunità era composta di settemila volumi. Si trattava di libri, manoscritti, incunaboli, molti esemplari unici. A Roma erano giunti gli ebrei espulsi dalla Spagna, dalla Sicilia e dalla Calabria che avevano contribuito a incrementare la biblioteca.
C’erano opere cinquecentesche stampate a Costantinopoli; testi seicenteschi e settecenteschi stampati a Livorno e Venezia.
Era un patrimonio librario di inestimabile valore: un unicum sia per la quantità sia per la qualità del materiale che si era sedimentato nel corso dei secoli. La commissione ministeriale presieduta da Tina Anselmi (Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati) ha svolto accurate indagini e secondo un componente - l’avvocato Dario Tedeschi, che fu, vicepresidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane - sono stati trovati indizi che farebbero ben sperare. Ma della biblioteca ancora nessuna traccia. Di recente Giulio Busi in un articolo pubblicato da Il Sole 24 ore ha scritto di aver trovato su una bancarella di libri usati a Londra uno dei libri rubati a Roma.
Ignoro se tra essi possa trovarsi qualche altra copia del Commentario. A Reggio furono prodotti anche alcuni manoscritti ebraici che ora si trovano in varie biblioteche come la Biblioteca Ambrosiana a Milano.
La vicenda del libro si inquadra nell’ambito della storia delle comunità ebraiche nel Mediterraneo. Una storia ancora per molti aspetti poco nota e da approfondire. I paesi rivieraschi del Mediterraneo ospitavano comunità ebraiche da tempo immemorabile. Le loro vicende stanno lentamente riemergendo. Un contributo notevole è stato fornito dai manoscritti della Geniza de Il Cairo, che hanno ispirato il romanzo di Amitav Gosh, Lo schiavo del manoscritto. Una parte degli ebrei dell’Italia meridionale si diresse, dopo l’espulsione, anche verso l’Impero Ottomano. A Salonicco sorsero sinagoghe i cui nomi sono indicativi: Italia, Sicilia, Puglia, Calabria, Otranto. Lo stesso accadde a Costantinopoli: Sicilia, Messina, Puglia e Calabria.




Questo è il primo libro stampato in ebraico a portare una data, (10 adar 235 = 17/18 febbraio1475).
Queste immagini provengono dal facsimile della sola copia quasi completa conosciuta, attualmente custodita alla Biblioteca Palatina di Parma (edita da J. Joseph Cohen, National and University Library, Jerusalem, [1969]). La copia di Parma manca dei primi fogli, e il fol. [1a] comincia con il commento a Genesi 3.4, “Tu sicuramente non morrai”, la risposta del serpente ad Eva.
Sebbene sia la prima edizione stampata con data, l’opera non è né la prima edizione del commento di Rashi, né il primo libro stampato in ebraico.
Tra il 1469 e il 1472 tre fratelli, Obadiah, Menasseh, e Beniamino di Roma, furono attivi come primi tipografi in ebraico. Sono note sicuramente sei opere uscite dalla loro stamperia, tra cui vi era la prima edizione, benché priva di data, del commentario di Rashi.

Inoltre, nell’edizione del 1475 Abraham Garton creò ed usò, per la prima volta, un carattere basato su un semicorsivo manuale di tipo sefarditico. È questo stesso tipo di carattere che pochi anni dopo, quando il commentario e il testo furono incorporati in una pagina, sarebbe stato usato per distinguere il commentario rabbinico dal testo biblico. In seguito, questo tipo di carattere sarebbe stato conosciuto come “corsivo Rashi”.

In basso, l'ingrandimento delle linee 9-11 della prima pagina (in alto a destra)





http://www.oakknoll.com/bookexcerpt.php?booknr=71692

Il colophon del volume
(la pagina finale dove sono riportate le indicazioni tipografiche:

editore, data e luogo di stampa
Ricordo che di questo volume esistono due copie anastatiche, custodite a disposizione degli studiosi, una a Reggio e una a Gerusalemme.

giovedì 28 febbraio 2008

Emilio Sacerdote: da Vibo al lager

Il 9 gennaio 1893, nasce a Monteleone (l'odierna Vibo Valentia) Emilio Sacerdote, figlio di Lazzaro, ufficiale dell'esercito e di una vibonese, Virginia Pugliese (da notare come Pugliese sia un cognome diffuso tra gli ebrei). Dopo aver ricevuto dal Governo italiano varie onorificenze per il coraggio dimostrato nella Prima Guerra Mondiale, ricevette persecuzione e morte.
Pur non avendo vissuto molto tempo in Calabria, sappiamo dalla sua famiglia che si considerò sempre calabrese.
La sua memoria sia di benedizione.


© IWM

Riporto un ricordo della sua vita pubblicato sul bimestrale ebraico torinese haKehilla ed un resoconto della commemorazione che si è tenuta quest’anno a Vibo in occasione del Giorno della memoria.

da haKehillah 2006, 2
La vicenda di Emilio “Dote” Sacerdote
Magistrato,
partigiano, prigioniero del Lager - di D.S.

Storie come quella di Emilio Sacerdote ci fanno male e bene a un tempo. Ci fanno male perché ripercorrono l’ennesimo itinerario di dolore, di vuoto, di scomparsa nel nulla e di lacerazioni familiari che caratterizza ogni vita travolta dalla Shoah. Ci fanno bene perché ci portano a rivivere un’esperienza di alto valore morale, civile, politico sulla quale è sempre utile riflettere. Magistrato calabrese nato a Monteleone (oggi Vibo Valentia) nel 1893, nel 1938, a Milano dove da tempo vive, Sacerdote è offeso in quanto ebreo durante una pubblica udienza. Amareggiato, lascia la magistratura ancor prima di essere radiato dall’Albo degli avvocati in seguito alle leggi razziali. La guerra coglie lui come tutti gli ebrei italiani in una posizione di evidente emarginazione, che si fa drammatica dopo l’8 settembre. Emilio decide di non cercare rifugio in Svizzera, come molti fanno, ma di opporsi all’occupazione tedesca e alla Repubblica Sociale. Si unisce ai partigiani entrando nella formazione autonoma della Valle di Viù, una delle Valli di Lanzo vicino a Torino. Ora si fa chiamare “Dote” e per la sua alta formazione giuridica diviene rapidamente Presidente del locale Tribunale Partigiano e Capo di Stato Maggiore. Manterrà questi incarichi anche quando passerà alle formazioni garibaldine e poi a quelle GL. È una classica delazione a tradirlo il 30 settembre 1944, quando viene arrestato, portato prima alle Nuove di Torino e poi rinchiuso nel Lager di Gries presso Bolzano. La sua condizione di ebreo viene nel frattempo scoperta per la denuncia dello stesso delatore. Sappiamo dell’aggravarsi della sua situazione al campo di Gries e della pesantezza del suo lavoro “di pala e di picco” da alcune lettere che può scambiare con i suoi familiari grazie all’aiuto di un autista della Lancia. Poi, come in altri analoghi casi drammatici di cui abbiamo notizia, è lo stesso Dote ad annunciare con una lettera a casa la sua partenza per il Lager, di cui certo ignora l’essenza distruttiva. La sua destinazione è Flossenbürg, in Germania, dove resiste quasi fino alla conclusione della guerra. Viene quindi trasferito a Bergen Belsen, come risulta da una Transportliste dell’8 marzo 1945. Questo documento precedente di due mesi alla fine del conflitto è l’ultima traccia di vita che abbiamo di lui.


da CalabriaOra, ed. di Vibo di lunedì 28 gennaio, 2008 pag. 21

Il Giorno della memoria per il comandante Dote

Al Valentianum l’iniziativa della fondazione Ferramonti.
Il Giorno della memoria: un giorno per ricordare gli orrori della Shoah.


Un giorno per commemorare la straor
dinaria figura del partigiano Emilio Sacerdote ed il suo sacrificio. Si è tenuta ieri mattina al Valentianum, l’iniziativa della fondazione Ferramonti di Tarsia, presieduta da Carlo Spartaco Capogreco, che ha organizzato un incontro, coordinato dalla giornalista Anna Longo, al quale hanno preso parte anche lo storico e documentarista Marco Coslovich e il docente universitario Luigi Lombardi Satriani. Un convegno intenso, utile a ripercorrere le tappe della vita di un eroe della resistenza.
Nato a Vibo Valentia, l’allora Monteleone, nel 1893, da un ufficiale dell’Esercito che aveva sposato una donna vibonese, Emilio Sacerdote, trasferitosi al Nord con la famiglia e completati gli studi, divenne avvocato e magistrato. Una volta promulgate le leggi razziali venne perseguitato dal regime nazifascista. Diventò quindi un combattente valoroso con il nome di comandante Dote. Poi catturato e deportato a Bolzano, morì nel campo di concentramento di Bergen Belsen nel 1945. Numerose le testimonianze del suo coraggio e valore umano, da parte di coloro che sono sopravvissuti ai lager di Bolzano, Flossenburg e Bergen Belsen.
La fondazione Ferramonti ha anche inteso dare valore all’iniziativa assunta dall’amministrazione comunale di intitolare una via cittadina a un eroe della Resistenza, testimone della persecuzione degli ebrei e degli orrori della Shoa. Il recupero della sua memoria lo si deve principalmente all’impegno del collezionista e studioso dell’antisemitismo italiano Gianfranco Moscati, nonché allo sforzo profuso dall’associazione Italia - Israele e dalla fondazione Ferramonti di Tarsia.
Grazie in particolare al professor Carlo Spartaco Capogreco, la giornata della memoria celebratasi ieri a Vibo Valentia e dedicata al comandante Dote, è stato uno degli appuntamenti cruciali celebratisi in Calabria. «Un ricordo doveroso - ha sottolineato Capogreco - per una figura che i vibonesi, i calabresi e non solo, devono riscoprire, soprattutto per tenere vivo il ricordo della Shoa».
Anche il presidente della Regione Agazio Loiero ha voluto inviare un messaggio in cui si sintetizza, l’impegno che devono assumere le istituzioni a supporto di tali iniziative: «Molte comunità fanno fatica oggi a ricordare - ha spiegato Loiero - Il fatto è che la memoria appartiene a tutti, a tutto il popolo e quando questo dimentica, tutto viene perduto. Anche gli storici possono non recuperare il ricordo e allora si perde la testimonianza. Hanna Arendt, politica e filosofa tedesca di famiglia ebraica, perseguitata e costretta dai nazisti a fuggire in America, diceva che quel popolo che non conosce la propria storia ha perso la propria identità: è senza memoria. In Italia, negli anni ’40, c’erano circa 258 luoghi di concentramento. Ferramonti, rappresenta un pezzo importante di quella tragedia civile, è bene ricordarlo, ancora oggi, soprattutto alle nuove generazioni. Anche per questo voglio sottolineare - ha concluso Loiero - quanto prezioso sia stato il lavoro svolto in questi anni dalla Fondazione Ferramonti. Un’opera, importantissima, avviata vent’anni fa per volontà di chi crede nella cultura della verità storica attraverso il recupero del “Campo”, continuata con il recupero della memoria come avvenuto a Vibo per Emilio Sacerdote».

Un biglietto scritto da Emilio Sacerdote alla famiglia
il giorno della sua partenza per la Germania.


Emilio Sacerdote nel 1944










Nel marzo 1945 a
Flossenbürg


La sinagoga di Bova Marina

Dall'ottima pubblicazione di Augusto Cosentino

IL SITO

In località S. Pasquale nei pressi di Bova Marina (contrada Deri), negli anni 1983-1987, si è rinvenuta fortuitamente e scavata una struttura che è stata chiaramente riconosciuta come una sinagoga ebraica (1). La sinagoga sorgeva in una località interessata da altre strutture. L'area non è ancora a tutt'oggi completamente esplorata, ma dovrebbe trattarsi con ogni probabilità di un piccolo villaggio in prossimità della strada costiera che, in antico, collegava Reggio con le altre località poste lungo la costa ionica. Con buona probabilità il sito è identificabile con l'antica Scyle, indicata, con diverse varianti, negli Itineraria antichi (2). Già il Catanea-Alati notava che accanto alla contrada Deri si conserva in un luogo il toponimo Scillàca o Scilliàca (3).
L'itinerario dell'Anonimo Ravennate segna in due diversi passi il toponimo di Sileon (4) dopo di quello di Leucopetra, muovendosi da Reggio lungo la via ionica.
L'itinerario Guidonense, epitome del precedente, conferma il nome del sito, dandone due varianti: Scilleum (5) e Sileum (6). La seconda riprende il nome dato dal Ravennate. La variante Scilleum è invece seguita da una fonte che supera le altre per importanza, la Tabula Peutingeriana, che dopo Regio e Leucopetra pone Scyle (7). La Tabula pone però un altro problema, rappresentato dalle distanze che sono segnate tra i nomi dei siti. Tra Regio e Leucopetra, separate da un fiume, si pone una distanza di 5 miglia. 20 miglia separano Leucopetra da Scyle, e altre 60 separano Scyle da Lucis. Ora se teniamo come punti fermi Reggio e Lucis = Locri, e accettiamo l'identificazione di Leucopetra con Lazzàro e di Scyle con Bova Marina, possiamo osservare che le distanze tra i primi tre siti (Regio, Leucopetra e Scyle) sono sostanzialmente esatte (8). Un problema sorge però dall'indicazione di LX posta tra Scyle e Lucis. In effetti la distanza tra Bova Marina e Locri è molto minore. La Crogiez, pur notando che "le problème des distances trop importantes de la Table, qui indique LX milles de Scyles à Locres, n'à pas été résolu" (9), non offre alcun tentativo di soluzione, pur concludendo che "on propose de reconnai^tre la station Scyle dans l'ensemble découvert dans la contrada Deri (loc. S.Pasquale)" (10). Ci sono tre possibili soluzioni del problema. Il Kahrsted tentava di risolvere l'aporia correggendo il LX della Tabula con XL (11). Il Catanea-Alati riteneva invece che si può pensare ad una deviazione dell'itinerario stradale, che, abbandonando la costa dopo Scyle, doveva internarsi per un certo tratto per poi nuovamente tornare sulla costa più avanti e toccare infine Lucis-Locri, facendo così aumentare la distanza fino a quella indicata fra Scyle e Lucis (12). Potrebbe essere un segno di questa deviazione verso l'entroterra la linea stradale della Peutingeriana, che dopo Scyle sembra fare una rientranza a sinistra fino a Lucis. Su tale ipotesi non concorda il Givigliano, che nota come "dal Torbido a Reggio i maggiori e più importanti addensamenti archeologici si trovano proprio sulla costa" (13). Una terza soluzione sta nel ritenere il LX indicato in quel punto della mappa non come l'indicazione della distanza tra i due siti di Scyle e Lucis, ma come un'indicazione della distanza complessiva tra Regio e Lucis; un po' come si fa in talune carte autostradali moderne, in cui i numeri di un colore indicano le distanze parziali tra alcuni punti, e altri numeri indicano le distanze tra altri punti più importanti. Nel nostro caso si tratterebbe della distanza tra due città, Reggio e Locri, indicate con il nome e con il disegno che lo accompagna.
Si noti ancora come l'altro importante itinerario dell'antichità, l'Itinerarium Antonini, non cita affatto la località. Anzi la toponomastica stradale della zona è alquanto diversa per tutta la zona, ponendo dopo Regio le località di Decastadium, Hipporum e Altanum, prima di Subsicivo=Locri. Secondo Catanea-Alati questo segnerebbe il passaggio tra una fase, testimoniata dall'Itinerarium Antonini, in cui vi erano alcune tappe stradali, che vennero a decadere nella tarda antichità in favore di altre, tra cui appunto Leucopetra e Scyle (14).
La presenza di un asse viario romano nei pressi del sito in questione è confermata da un ritrovamento archeologico degli inizi del secolo, avvenuto in contrada Amigdalà, consistente in un miliario (15). Il cippo, di "calcare granitico locale", fu rimodellato probabilmente da una colonna, e presenta due iscrizioni contrapposte. Le due iscrizioni testimoniano due momenti diversi di costruzione e di restauro della strada (16). La prima cita l'imperatore Massenzio, ed è databile agli anni 307-312 (17). La seconda viene datata al triennio 364-367, sotto gli imperatori Valentiniano e Valente (18). Altri due miliari rinvenuti ad alcuni chilometri a nord del sito di S.Pasquale, a Melito Porto Salvo (19), confermano che una strada romana passava lungo quel tratta costiero in età tardo antica.
Un'altra fonte epigrafica, il famoso Lapis Pollae, cita le popolazioni che offrirono il loro contributo finanziario nella costruzione della strada Popilia-Aquilia. Si citano "Napetinei, Hipponiatei, Mamertinei, Rheginei, Scyllacei, Cauloniatai, Laometicei, Terinaei, Temsanaei, Locren..., Thuriat..." (20). Ora è evidente il criterio topografico che elenca le popolazioni da nord verso sud fino a Reggio, quindi prosegue lungo la litorale ionica risalendo verso Thuri. Sono identificabili le popolazioni che da Napitia (Pizzo) si snodano via via verso sud fino ai Reggini. Sono evidentemente fuori posto, nell'ordine geografico, i Locresi (21). Ma resta il problema degli Scyllacei. Sono anch'essi fuori posto nell'elencazione? Non sarebbe così se li identificassimo con gli abitanti della Scyle posta fra Reggio e Locri. Sono altrimenti identificabili con gli abitanti di Scolacium, importante città romana individuata nei pressi di Catanzaro Lido.
Se accettiamo l'identificazione di Scyle con la zona di S.Pasquale di Bova Marina, siamo di fronte ai resti archeologici di un punto di sosta lungo una strada romana (22). Si trattava probabilmente di una mansio. Sappiamo che spesso tali mansiones e stationes, che erano nate in origine per il cambio dei cavalli del cursus publicus, divennero spesso, nella tarda antichità, agglomerati urbani. Sorgevano inoltre talvolta in posizioni strategiche nell'economia delle comunicazioni, presso punti di approdo quando si trattava di vie costiere. E' questo il caso di alcune stationes della Calabria. Potremmo pensare che il sito che sorgeva presso Bova Marina era un punto di approdo per i traffici importanti che avvenivano con l'Africa settentrionale. Contatti confermati, per tutta l'antichità e per la tarda antichità dalla ceramica.
Il sito ebbe una sua prima fase di vita già in età ellenistica, documentata solo dalle rilevanze ceramiche (23).

LA SINAGOGA

La sinagoga sorgeva in una zona periferica dell'insediamento, che, seppur inesplorato, si estende verso sud-est e verso nord-ovest (24). La memoria storica locale ricorda diversi rinvenimenti nella zona che potrebbero essere relativi al sito in questione (25). Il più importante riguarda probabilmente una serie di costruzioni (26) e quello che fu identificato come un impianto termale (27), ritrovati negli anni 60 ed in seguito interrati ed obliterati dalla costruzione del villino Nesci. La preziosa descrizione del Catanea-Alati, testimone oculare dei rinvenimenti, non è purtroppo corredata da piante o fotografie.
La sinagoga presenta almeno due fasi principali. La fase più antica dovrebbe essere, secondo la Costamagna, degli inizi del IV sec. (28). In questo periodo si costruiscono tre ambienti rettangolari affiancati, sul lato sud-ovest, e due ambienti quadrati sul lato nord-est. Gli ambienti rettangolari laterali sono in comunicazione con quelli quadrati. Tutte queste strutture hanno una coerenza di orientamento, lungo l'asse nord-ovest - sud-est, e l'intero edificio ha una forma tendente al quadrato.
L'ambiente principale dell'edificio è ben distinguibile dagli altri per il fatto che è adornato e monumentalizzato in modo precipuo.
Si tratta dell'ambiente quadrato meridionale. All'interno di questo si svolge un tappeto musivo scandito in sedici riquadri da un motivo a doppia treccia. Il perimetro esterno del mosaico è segnato da un bordo con motivo di foglie e frutti. Inscritti nei riquadri dei motivi circolari, al centro dei quali sono posti degli emblemata che alternano nei diversi riquadri il nodo di Salomone e la rosetta. I riquadri lungo la parete di ingresso sono realizzati solo a metà per mancanza di spazio, Questo fa pensare, come nota la Costamagna, che il mosaico è stato eseguito pedissequamente sulla base di un cartone di modello (29). E' possibile che tale modello non fosse stato realizzato espressamente per la sinagoga di Bova, ma provenisse da un'altra località. Questo spiegherebbe il taglio del disegno. Il riquadro al centro della stanza è diverso dagli altri: al centro dell'emblema sta la menorah; sui lati di essa a destra l'ethrog (30) e il ramo di palma, a sinistra lo shofar (31). Si tratta degli elementi tipici del culto ebraico, comunissimi nell'arte ebraica antica.

La menorah (rovinata nella parte centrale).
In basso si notano bene i piedi del candelabro.
Ai lati di questi si simboli della festa di Sukkoth
La menorah ha i bracci costituiti da rami su cui sono infilati melograni e con le estremità superiori raffiguranti le sette lucerne accese. La presenza di simboli relativi al culto giudaico è l'elemento che ha permesso di identificare inequivocabilmente l'edificio come sinagoga. Come nota il Goodenough, tra i diversi simboli ebraici "the sevenbranch "candlestick", the menorah, was far the most frequent, but with it, usually clustered about the lower part of the stem, were often also shown in more or less recognizable form one or all of the following: the bundle of twigs (the lulab), the little citrus fruit (the ethrog) carried in association with the lulab at the Feast of Tabernacles, as well as the shofar or ram's horn blown on New Year's, and a little shovel which it is now generally agreed was used for burning incense" (32). Tali simboli sono molto comuni nelle rappresentazioni figurate dell'arte ebraica, altrimenti povera di raffigurazioni (33), che sono proibite dalla Legge (34). Li ritroviamo nelle catacombe ebraiche, incise su lastre marmoree e dipinte su arcosolia, nei vetri dorati ecc. (35). Essi rimandano al culto principale, quello del tempio di Gerusalemme. Ora siamo in un'epoca in cui il tempio era stato distrutto da alcuni secoli. Si tratta dunque di un richiamo ideale ad un'epoca che i Giudei della Diaspora continuavano a vagheggiare.
Già Goodenough notava come tali simboli facessero riferimento alla festa dei Tabernacoli o Festa di Sukkoth (36).

Un frammento del mosaico
con la decorazione geometrica
del cd. ‘nodo di Salomone’.
Altri studiosi continuano su questa strada, vedendo nei simboli dell'ethrog e del lulab, tipici di questa festa, associati alle menorot e al sacrario della Torah, la rappresentazione della fede messianica (che in quella trovava la sua espressione rituale) (37) e della ricostruzione del Tempio (38), con tutte le relative implicazioni nazionalistiche (39). Dal punto di vista decorativo, il mosaico mostra legami con l'arte musiva dell'Africa settentrionale (in particolare con i mosaici della Tunisia) e con la Sicilia (Piazza Armerina) (40). Il mosaico di San Pasquale appartiene al tipo 3 della classificazione dei pavimenti mosaicati sinagogali dell’Ovadiah (41). La forma della menorah raffigurata nel mosaico appare per la prima volta, secondo il Negev, nelle rappresentazioni del soggetto, tra la seconda metà del IV e l’inizio del V secolo d.C., continuando fino al VII sec. (42).
Alcune importanti trasformazioni dell'edificio avvengono probabilmente verso gli inizi del VI sec. Viene rifatta la parte sudorientale della sinagoga, abbattendola completamente, regolarizzando il terreno con una colmata, e ricostruendo gli ambienti con diverse dimensioni. La stanza rettangolare orientale riprende sostanzialmente la precedente, ma viene pavimentata in laterizi. Il secondo ambiente viene suddiviso in due stanze quadrate. Una fungeva probabilmente da atrio, la seconda da magazzino, per il ritrovamento in situ di parecchi frammenti di anfore. Si aggiunge inoltre sul lato nord-occidentale della sinagoga un altro ambiente quadrangolare, in asse con l'aula principale. All'interno di questo si è ritrovato un grande dolium interrato e un tesoretto monetale all'interno di una brocca (43). Si noti che questo ambiente aggiunto non comunicava direttamente con la sinagoga. Le trasformazioni di questo periodo fanno assumere all'edificio una forma decisamente diversa da quella della prima fase. A livello planimetrico infatti, dalla forma quadrata dell'intero edificio si passa ad una forma di ‘elle’. Anche all'interno dell'aula principale avvengono alcune trasformazioni, che sottolineano maggiormente l'orientamento della sinagoga verso sud-est. Ovvero in direzione di Gerusalemme, secondo l'uso conosciuto per tutte le sinagoghe, sia in Palestina che nella Diaspora (44). Infatti sulla parete orientale dell'aula si apre una piccola abside al centro della parete.
Questa viene monumentalizzata ulteriormente in quanto viene rialzata con un gradone in muratura rispetto al livello dell'aula, e circondata da una balaustra che doveva poggiare su ciottoli di fiume e su una lastra di marmo di reimpiego.
Questa trasformazione va a rompere in quest'area il pristino pavimento a mosaico. Nella zona rialzata e circondata dalla balaustra si costruì un tratto di mosaico che imitava i riquadri del pavimento precedente con il nodo di Salomone e altri motivi geometrici. Tale settore di mosaico pertinente alla seconda fase del monumento è più povero nella fattura del mosaico originario (45).
Si tratta qui della costituzione di una specie di bemah, un punto rialzato nei pressi del tabernacolo della Torah da cui il Presidente della liturgia proclamava la Scrittura o la spiegava (46).
Inoltre nell'angolo est della sala si rompe il mosaico antico per inserire un dolio interrato. All'interno di questo si sono ritrovati frammenti di lampade di tipo palestinese. Ma la scoperta più importante, all'interno del dolio, sono stati "sette sostegni per stoppino, ottenuti ripiegando opportunamente una lamina di piombo" (47). Si tratta probabilmente della parte terminale dei sette bracci di una menorah, il candelabro eptalicne, che abbiamo visto raffigurato nel mosaico al centro della sala (48). Probabilmente il resto del candelabro, che non si è conservato, doveva essere in materiale ligneo o deperibile (49). Il candelabro, insieme alle lucerne conservate nel dolio, doveva adornare la zona absidale della sinagoga. Zona che era senza dubbio l'edicola della Torah, che custodiva i sacri testi biblici (50). Nella stessa fase di trasformazione della sinagoga, databile con buona approssimazione agli inizi del VI sec., fu costruito a Sud-est un edificio con ambienti quadrati e ambienti allungati interpretabili, secondo la Costamagna, come scale, che dovevano quindi dare accesso ad un piano rialzato. Sotto il crollo dell'edificio si sono ritrovate alcune sepolture. Unico elemento datante una moneta piuttosto consunta dell'età di Arcadio. Solamente a livello di ipotesi di lavoro si potrebbe proporre un'interpretazione della struttura come albergo per eventuali correligionari di passaggio e/o ambiente per lo studio della Torah. Presso le varie comunità giudaiche antiche infatti, esistevano di queste strutture adiacenti alle sinagoghe (51). Tra la fine del VI e gli inizi del VII sec. abbiamo tracce di un incendio e di una distruzione violenta dell'insediamento. Il tesoretto ritrovato nell'ambiente settentrionale, con monete di circolazione corrente, testimonia un abbandono improvviso e definitivo del sito. L'elemento datante più tardo è un frammento di ceramica sigillata africana della prima metà del VII sec. (52).
La tipologia edilizia dell’ultima fase può essere inquadrata al terzo tipo di sinagoga detta ‘basilica with an apse’ o ‘apsidal synagogue’, secondo la classificazione tradizionale (53). Il Groh, pur basandosi su questa classificazione, tenta di articolarla maggiormente. Egli nota come la presenza di mosaici pavimentali sia ascrivibile all’inizio del IV sec., mentre l’importanza dell’edicola della Torah (54), rivolta verso Gerusalemme, viene sottolineata, anche con la costruzione di bemah, nello stesso secolo (55). D’altro canto il Kraabel nota come “the shape and materials of the Diaspora synagogue will be determined first by local custom and conditions” (56), e che “the primary data for the synagogue Judaism of the Roman Diaspora are scattered and diverse” (57). Orientamento (58) e caratteristiche di alcuni edifici abbastanza simili al nostro presenti nel sud della Giudea sarebbero da ascrivere, secondo l’Amit, alle prescrizione della corrente halachica del Giudaismo post-esilico, ben testimoniata nella letteratura talmudica (59).
Secondo Bouyer inoltre la stessa liturgia vuole fare riferimento al Tempio, per cui “c’est tout un véritable rite qui était lié à l’acte et de prendre les Ecritures dans le coffre et de les lire, un rite en étroite relation avec celui de Temple” (60).

Note

1 Il rinvenimento è avvenuto durante gli scavi per la realizzazione della nuova strada statale 106 Jonica. Lo scavo è avvenuto ad opera della Soprintendenza Archeologica della Calabria (COSTAMAGNA 1991, p. 619). Il riconoscimento della struttura quale sinagoga è legato essenzialmente alla presenza di un pavimento musivo (v. infra) con simboli della tradizione iconografica ebraica. Tali simboli sono talvolta usati, come nota CORNFELD 1977, pp. 329-331, anche in monumenti giudeo-cristiani. Ma la collocazione geografica e cronologica del nostro edificio fa sì che essi siano attribuibili ad una produzione giudaica.
2 Si noti come toponimi simili si ritrovano in altre due località della Calabria centro-meridionale: Scilla e Scolacium, e in una località non identificata della Africa settentrionale (Atti dei martiri scillitani).
3 CATANEA-ALATI 1969, p. 46. GIVIGLIANO 1994, p. 323 segnala come nell'Atlante topografico del Regno di Napoli del Rizzi Zannoni (del 1808) si attribuisca il toponimo di "T.Varrata o sia Pietra Teodosia" a S.Pasquale di Bova.
4 ANONIMO DI RAVENNA IV,31-32; V,1.
5 ITIN.GUIDONENSE 30-31.
6 ITIN.GUIDONENSE 72.
7 TAB.PEUTINGERIANA.
8 Cfr. GIVIGLIANO 1994, p. 323.
9 CROGIEZ 1990, p. 408.
10 CROGIEZ 1990, p. 408.
11 KAHRSTEDT 1960. Già MILLER 1916, che identificava Scyle con Palizzi Marina, proponeva come corrotta l'indicazione della Peutingeriana.
12 CATANEA-ALATI 1969, p. 44.
13 GIVIGLIANO 1994, p. 323.
14 CATANEA-ALATI 1969, pp. 44-45.
15 PUTORTÌ 1913, p. 318.
16 Il riutilizzo dello stesso cippo con la duplice iscrizione, oltre che da esigenze di economia, è testimonianza della damnatio memoriae che colpì l'imperatore Massenzio (cfr. COSTABILE 1987A, p. 153).
17 Imp(erator) Caes(ar M(arcus) A(urelius) / Val(erius) Maxentius / p(ius) f(elix) invictus / ac perpetuus / semper Aug(ustus).
18 D(ominis) N(ostris) / invictissimis / imperatoribus / Valentiniano / et Valenti // A[u]g(ustis duobus) bono / r(ei) p(ublicae) natis.
Lo scioglimento delle due iscrizioni seguito è quello di COSTABILE 1987A, p. 153. Per la datazione v. GIVIGLIANO 1994, p. 323.
19 Identificata con la Decastadium dell'Itinerarium Antonini, in quanto uno dei due miliari indica proprio la distanza di 20 miglia da Reggio. Si tratta dei miliari XX e XXI: [C(aius) Flau(ius) Valer(ius) Licinius] / [Licinianus Aug(ustus) bono r(ei) p(ublicae)] / natus m(ilia p.) XX // D(ominis) n(ostris) Crispo [Lic]in[iano] / et Cost[a]ntino / nob[ilissimis] Caes(aribus) (tribus) / m(ilia p.) XX; D(omino) n(ostro) / [C(aio) Fl(auio) Valer(io) [Lici]niano / [Licinio] b[ono] / r[(ei) p(ublicae)] nato / m(ilia p.) XXI // d(ominis) n(ostris) Cri[sp]o [et] / Cons[ta]nt[ino] nobilis(simis) / [Caes(aribus)] (duobus). Pubblicazione in COSTABILE 1987B, pp. 227-228 e 230. Lo studioso (pp. 230-234) data le iscrizioni rispettivamente agli anni 312-324 e agli anni 314-324. La loro collocazione nello stesso luogo non sarebbe a causa di un comune riutilizzo medievale, ma sarebbe avvenuto , secondo il Costabile, già in antico (p. 234 e nota 33).
20 L'editio definitiva dell'iscrizione si trova in ILLRP I 454a; la bibliografia relativa si può vedere in GIVIGLIANO 1994, p. 347 nota 209.
21 Secondo CATANEA-ALATI 1969, p. 42 nota 3, ciò è dovuto al fatto che "nella prima attuazione della strada questa non passava da Locri (...). Ciò non esclude che Locri facesse parte di altra rete stradale che confluiva in quella, diremmo oggi, statale".
22 LATTANZI 1987, p. 109.
23 COSTAMAGNA 1991, p. 623.
24 COSTAMAGNA 1991, pp. 620-621, figg. 1-2.
25 CATANEA-ALATI 1969, pp. 37 ss.
26 "I pavimenti ed i muri basali di una quarantina di case, di cui alcune costruite con calce idraulica rossiccia ed altre con calce bianca grassa, poste in regolari allineamenti, portando alla superficie molto pietrame, abbondanti rottami vascolari, grossi mattoni pavimentali, elementi discoidali di colonnine in cotto, frammenti di tegole piane, qualche arnese (fra cui una bilancina in bronzo ...), ed ossami di scheletri con due teschi umani. Su vasta parte del terreno smosso emerse un polverone carbonioso, segno evidente che l'abitato aveva subìto la distruzione violenta col fuoco" (CATANEA-ALATI 1969, p. 39).
27 "Vari ambienti riscaldati da pavimento e pareti radianti. Bene riconosciuto il laconicum per il bagno di sudore (...) con sotto-pavimento a grosse piastrelle in cotto di cm 60 x 40, sostenute da colonnine pure in cotto, formate da mattoni discoidali (...) Il laconicum era riscaldato anche da calore radiante alle pareti per effetto di condotti ad aria calda verticali ricavati con elementi prefabbricati (...) Agli incastri dei muri restavano ancora i residui del rivestimento marmoreo delle pareti (...) La vasca per il riscaldamento per l'acqua era prossima al laconicum (...) Dalla torre di riscaldamento l'acqua veniva portata alle vasche da bagno a mezzo di tubazioni (...) Furono identificate due stanze da bagno(...) In tre ambienti venne rintracciata la pavimentazione a mosaico policromo" (CATANEA-ALATI 1969, pp. 40-41).
28 COSTAMAGNA 1991, p. 623.
29 COSTAMAGNA 1991, p. 624.
30 Il ramo di cedro.
31 E’ il corno d’ariete che serviva per l’adunanza.
32 GOODENOUGH vol. XII, 1965, p. 78; cfr. OVADIAH 1995, p. 313.
33 OVADIAH 1995, p. 318 nota che “over and above the unique character of the Jewish motifs - the Torah Shrine, the menorah, the shofar, the machta, the lulav and the ethrog occasionally appear on reliefs and mosaic floors- the ornamentation of ancient synagogues draws its inspiration from decorative, iconographic and stylistic sources of the non-Jewish Greek-Roman world and the Orient”.
34 L'esempio più noto ed importante di deroga dal divieto legale di rappresentazione, specialmente di figure animate, viene dalla sinagoga di Doura Europos, in Siria. Le numerose pitture parietali dell'edificio, databili agli anni 244-245, sono tratte da soggetti biblici (la sua letteratura è molto vasta: cfr. KRAELING 1956; GOODENOUGH voll. IX-XI; GUTMANN 1973; BRILLIANT 1990, pp. 80-83).
35 Un discreto numero di testimonianze possono vedersi in I tal Ya (v. bibl.).
36 GOODENOUGH vol XI, p. 78.
37 Cfr. BRILLIANT 1990, p. 74.
38 ST.CLAIR 1966, pp. 5-15 (cfr. BRILLIANT 1990, p. 79).
39 Il NARKISS 1987, p. 185 nota come “in addition to the Temple and Tabernacle implements, other symbols that adorn the synagogues, appearing either in stone reliefs or in mosaic floors, can be identified as Jewish national symbols: the four or seven species symbolizing the Temple festival of Sukkoth”.
40 COSTAMAGNA 1991, p. 625; FIACCADORI 1994, p. 747.
41 L’Ovadiah propone la seguente classificazione: 1) scene bibliche; 2) Zodiaco; 3) Arca della torah con menorot e altri simboli (OVADIAH 1995, p. 310).
42 Si tratta delle fasi 3 e 4 proposte per la classificazione delle menorot da NEGEV 1967, p. 74*. Nella terza fase le menorot sono “with horizontal plates atop the branches, bringing about an end to the staging of the branches. This plate srved as a base for the lamps. The accompanying symbols are quite frequent during this period”. Nella quarta fase tale tipo diviene comune, come comune diviene la presenza dei 4 simboli che lo accompagnano (ethrog, lulab, shofar e pala dell’incenso) insieme ad altri. I primi tre sono presenti nel mosaico di San Pasquale.
43 La presenza di “collection box with coin in it” è tipica di molti edifici sinagogali, come Beth- Alpha, Ma’on, En-Gedi (SAFRAI 1995, pp. 198-199), in quanto la sinagoga svolge il compito anche di deposito bancario della comunità.
44 Cfr. GOODENOUGH vol. XII, p. 41. Riguardo al posizionamento nei pressi del mare dell'edificio, si noti come è anch’esso tipico delle sinagoghe della Diaspora. Con SQUARCIAPINO 1961, pp. 335-336 noteremo infatti che l'unica disposizione che regolava il posizionamento delle sinagoghe era presente nel Talmud, dove veniva indicata come preferibile la parte alta delle città. Ma, specialmente per quanto riguarda le sinagoghe della Diaspora, la posizione preferita era quella presso il mare o corsi d'acqua (come si può vedere a Delo, Egina, Mileto). Flavio Giuseppe (Ant. XIV,10,23 par. 258) nota che gli Ebrei di Alicarnasso costruirono la loro sinagoga presso il mare "come era loro costume", mentre S.Paolo visita la sinagoga di Filippi "presso il fiume" (At 14, 13).
45 COSTAMAGNA 1991, pp. 626-627.
46 Nota il FOERSTER 1987, p. 140 come “Jewish liturgical requirements in the synagogue were simple and did not involve the rich and complicated processions and ceremonies that characterize Christian liturgy. Thus, the main features of the prayer hall are one or two aediculashaped ahrines, intended to house the Torah scrolls (...). The reading of the Law must have taken place not too far from this spot”. Sulla liturgia sinagogale v. anche COHEN 1987.
47 COSTAMAGNA 1991, p. 627.
48 Gli editori del monumento non fanno cenno di questa possibilità di interpretazione. LATTANZI 1987, p. 110 nota che tali stoppini sono "usati con le lampade in vetro di forma conica, assai diffuse in Oriente, come confermato dal prof. Foerster dell'Università di Gerusalemme".
49 Si noti che il dolio fu "oggetto di distruzione violenta" (LATTANZI 1987). La sua presenza accanto all'edicola della Torah e il suo contenuto ci fanno ipotizzare che doveva trattarsi di una specie di sacro ripostiglio, un contenitore per gli arredi dell'edicola stessa (una sorta di favissa).
50 Letteralmente la Torah ("la Legge") comprendeva i primi cinque testi della Bibbia, il Pentateuco. Per estensione però indicava tutta la Bibbia (ovviamente, per gli ebrei, l'Antico Testamento), quello che era "la Legge e i Profeti".
51 Cfr. SQUARCIAPINO 1961 p. 336; KRAABEL 1995 p. 120 nota come “the Diaspora ‘synagogue’ will be a complex of several rooms (...). The Synagogue may include a school, a hostel, a dining hall, even a kitchen and, as at Stobi, the donor and his family may live upstairs”. Riguardo alla presenza di tali tipi di strutture anche nelle sinagoghe della madrepatria cfr. SAFRAI 1995, pp. 190-191 e passim.
52 COSTAMAGNA 1991, p. 628 nota 49.
53 Si distinguono tradizionalmente tre tipi: 1) tipo basilicale o galileo; 2) tipo ‘broadhouse’; 3) tipo basilicale absidato (cfr. URMAN 1995, p. XXVI). Tale classificazione, considerata utile ai fini della datazione, almeno per le sinagoghe palestinesi, è oggi rivista, almeno per quanto riguarda i caposaldi cronologici (cfr. GROH 1995).
54 BOUYER 1973, p. 139 afferma che “Dans la synagogue, le coffre placé près du bêma et dans lequel les Ecritures étaient conservées était appelé l’”arche”. Cela donne donne immédiatement à penser qu’on l’assimilait au coffre antique qui portait ce nom et que, dans le saint des saints au Temple de Jérusalem jusqu’au temps de l’exil, on avait cru être le lieu même de la présence de Dieu”.
55 GROH 1995, p. 69, punti 5-6.
56 KRAABEL 1995, p. 119.
57 KRAABEL 1987, p. 50.
58 L’orientamento delle sinagoghe palestinesi analizzate (AMIT 1995, p. 129 punti b-c) è ovviamente diverso per questioni geografiche: arca della Torah a Nord (guardando verso Gerusalemme), ingresso a Est. La rotazione rispetto alla posizione reciproca tra Italia meridionale e Gerusalemme mantiene invariate le prescrizioni in questione. BOUYER 1973, p. 140 nota come “”l’audition solennelle de la parole de Dieu praparait là (nella sinagoga) le sens d’un contact établi avec la présence divine sur le Mont Sion, devenait le signe et le gage de l’alliance, par lesquels le rite consacrait le peuple à son Dieu. L’audition de la parole devient ainsi le centre d’un rite nouveau conçu comme un prolongement de celui du Temple”.
59 AMIT 1995.
60 BOUYER 1973, p. 139.
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