Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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venerdì 6 gennaio 2017

10 Tevet 5777 - Gerusalemme sotto assedio

Domenica prossima, 8 gennaio 2015, sarà il 10 del mese ebraico di Tevet, giorno di digiuno (che prevede l’astensione sia dal mangiare che dal bere) dall’alba al tramonto. In Calabria il digiuno, a seconda delle zone, inizia tra le 5,45 e le 5,50 del mattino, per terminare tra le 17,20 e le 17,30.

Al tradizionale ricordo dell’inizio dell’assedio di Gerusalemme da parte dell’esercito babilonese (che porterà poi alla conquista della città e alla distruzione del Tempio il 9 di Av), si è unito di recente il giorno di preghiera, con la recitazione del Kaddish, per tutti gli uccisi nella Shoah di cui non si conosce la data della morte.
I testi che seguono sono dal sito ChabadRoma.org 

Nel decimo giorno del mese di Tevet, 3336 anni dopo la creazione del mondo (425 prima dell'era volgare), gli eserciti Babilonesi dell'imperatore Nevuchadnetzar (Nabuccodonosor) misero Gerusalemme sotto assedio. Trenta mesi dopo, nel 9 di Tammùz 3338, essi fecero breccia nelle mura della città e, nel 9 di Av di quello stesso anno, il Bet Hamikdash, il Tempio di Gerusalemme, fu distrutto.
Il 10 di Tevet è un giorno di digiuno, lutto e pentimento. In questo giorno si evita di mangiare cibo e di bere qualsiasi bevanda dall'alba fino al crepuscolo e si aggiungono le selichòt, preghiere penitenziali e altre aggiunte alle preghiere del giorno.
Il 10 di Tevet è stato designato come il giorno del Kaddìsh universale per le vittime della Shoà, poiché per molti di loro la data della loro morte non è nota.
Il Rebbe di Lubavitch, Rabbi Menachem Mendel Schneerson rilanciò un'usanza antica di evocare sentimenti di teshuvà e illuminazione nei giorni di digiuno con discorsi e lezioni.

Il Tempio di Gerusalemme
La storia dei Templi, un tour virtuale e altro.
Disse Ezekiele: "Padrone del Mondo, perché mi dici di dire ad Israele la forma della Casa...essi sono ora in esilio nella terra dei nostri nemici. C'è qualcosa che possono fare [al riguardo]? Lasciali stare finchè torneranno dall'esilio. Allora, andrò e informerò loro."
Rispose D-o: "Forse la costruzione della Mia Casa debba essere ignorata poiché i Miei figli sono in esilio?"
Lo studio della Torà [e dei piani del Santuario] può essere messo sullo stesso piano della sua costruzione. Vai e di loro di studiare i piani del Tempio. Come ricompensa per il loro studio e il loro occuparsi di ciò, Io considererò come se lo avessero costruito."
Le parole usate in questi versi danno a intendere che lo studio delle leggi del Bet Hamikdàsh ha ramificazioni che estondono ben oltre la mera curiosità intellettuale, piuttosto, tramite questo studio, una persona adempie al suo obbligo di costruire il Tempio.
Il valore e l’importanza che il Bet Hamikdash detiene per il popolo ebraico e per tutto il mondo sono incommensurabili
Si trattava di un enorme complesso creato con pietre di notevoli dimensioni e materiale prezioso di ogni tipo, oro, argento e stoffe pregiate
ll significato del Beit Hamikdash
Il Beit Hamikdàsh però non è solo un luogo dove si serve D-o; esso è anche il luogo in cui il Creatore del mondo risiede e rivela la Sua presenza al suo popolo
Il secondo Tempio fu adornato e decorato con mobilio molto meno ricco e fastoso del primo; inoltre vi mancavano alcuni elementi di importanza capitale.
Esplora i diversi componenti del Bet Hamikdàsh, il Tempio di Gerusalemme.
Il terzo Santuario rimarrà edificato in eterno, secondo la profezia di Ezechiele (37, 26-28). "E stabilirà con loro un patto di pace, che sarà patto stabilito con loro per sempre

Un motivo per le disgrazie
Molti cercano spiegazioni per l’accaduto nella Shoà. Come si può spiegare 6.000.000 di ebrei, popolo prediletto di D-o, portati nei forni crematori?
Il digiuno del 10 di Tevet ricorda l’inizio della distruzione del Beth Hamikdash (il santuario di Gerusalemme) e, contestualmente, il principio della lunga diaspora del popolo ebraico. Purtroppo dopo la distruzione del Santuario il popolo ebraico ha continuato a subire persecuzioni, stermini e pogrom, fino a giungere alla tragedia del nostro secolo, la Shoà. Ancora oggi, in un'epoca in cui regnano innovazione ed avanzamento tecnologico, in cui il progresso inarrestabile contribuisce a rendere la vita migliore, ci troviamo ad affrontare nemici che negano il nostro passato di sofferenza, che sostengono che il trascorso, gli eccidi subiti dal popolo ebraico solamente 60 anni fa, sono un'invenzione frutto della mania di persecuzione ebraica.
Molti cercano spiegazioni per l’accaduto nella Shoà. Come si può spiegare 6.000.000 di ebrei, popolo prediletto di D-o, portati nei forni crematori?! Come possiamo comprendere il destino di un milione di bambini che furono uccisi con delle orribili torture e sofferenze?
In verità la domanda non è solo sulla Shoà ma su tutte le persecuzioni e torture che gli ebrei hanno passato sulla loro pelle durante tutta la storia. Ebrei uccisi e torturati senza ragione a partire dall’egitto, continuando con la distruzione del Beth Hamikdash, dove molto sangue fu versato, proseguendo con l’inquisizione spagnola, fino ad arrivare agli attentati sugli autobus in Israele.
Provare a dare una motivazione razionale a tutto ciò è impossibile, come lo è spiegare l’antisemitismo razionalmente, l’odio dei popoli verso di noi è la fonte della sofferenza e delle torture, e siccome non capiamo lo scopo della sofferenza, non siamo in grado nemmeno di spiegare l’odio, ma non vuol dire che se non siamo in grado di spiegare, non ci sia uno scopo. Questo è un punto in cui dobbiamo avere un umiltà assoluta davanti a D-o, come scritto “Poiché i miei pensieri non sono i vostri, le vostre strade non sono le mie….come il cielo è elevato rispetto alla terra, così le mie strade sono elevate dalle vostre e i miei pensieri dai vostri”. Questa è l’umiltà richiesta davanti a degli avvenimenti incomprensibili, riconoscere i nostri limiti umani che ci impediscono di capire le strade divine ed i suoi pensieri.
Nonostante tutto ciò, noi crediamo che la sofferenza abbia sempre uno scopo, quando verrà il momento giusto, Mashiach si rivelerà, D-o allora ci farà capire lo scopo dei patimenti e della diaspora, che hanno fatto nascere questa tanto lunga attesa della venuta imminente del Mashiach.

Riflessioni sul 10 di Tevet
Assarà BeTevet crea una coscienza sulle conseguenze risultanti nel permettere un assedio intorno a Gerusalemme l'assoluto e fermo timore di Dio
Il digiuno di Assarà BeTevet (il giorno 10 Tevet) ricorda “l'assedio di Gerusalemme voluto da Nevuchadnetzar re di Babilonia, e le tribolazioni che ne conseguono”, come riferisce il Tanach. Nel libro di Yechezke1, troviamo, in aggiunta all'evento vero e proprio, il comando dell’Onnipotente di commemorare il fatto: “Scrivi questo giorno, proprio questo giorno...”
Assarà BeTevet ricorda l'assedio di Gerusalemme. La città stessa rimase intatta, il Tempio funzionava normalmente ed anche i sacrifici continuavano come al solito. Ciò nonostante, vi è una severità insita in questo giorno che non troviamo nel digiuno di Ghedalia, il 17 di Tamuz (quando furono interrotti i sacrifici quotidiani ed i muri della città crollarono) e neppure nel 9 di Av, quando il Bet Hamikdash fu distrutto. Assarà BeTevet, a differenza degli altri digiuni, non può essere rimandato se capita di Shabbat, (con il calendario fisso attuale, questo digiuno non capiterà mai di Shabbat).
La ragione di questo rigore è dovuta al fatto che l'assedio di Gerusalemme fu la radice di tutte le conseguenti calamità. Infatti portò all'invasione della città e, come risultato, alla distruzione del Sacro Tempio. Questo assedio imposto dal re della Babilionia, fu un avvertimento di D-o al popolo ebraico che, se il pentimento non fosse stato imminente, la situazione sarebbe peggiorata, è chiaro che il seme delle future calamità era già stato piantato.
Poiché l'idea inconscia a tutti gli ebrei è risvegliare il cuore al cammino della teshuvà, il ritorno a D-o, Assarà BeTevet deve evocare un senso più profondo di teshuvà. Per questo, le leggi del digiuno associate a questa Teshuvà esigono un alto grado di rigorosità.
Lo scopo del commemorare questo evento è “migliorare le nostre vie”. Per questo, discuteremo una delle lezioni che si possono trarre da Assarà Betevet.
Il nome « Yerushalayim » (Gerusalemme) deriva, etimologicamente parlando, da due parole, yirà e Shalem ovvero, timore assoluto di D-o. Quando trascuriamo non solo le mitzvòt più importanti ma anche solo le prescrizioni rabbiniche, il nostro timore assoluto di D-o viene meno, costituendo un'assedio a Gerusalemme. Quando questo assedio diviene percettibile, bisogna fare uno sforzo totale per distruggerlo, e se l'energia non è la massima, il peggiore degli assedi potrebbe avere effetti disastrosi, D-o non voglia. Come dice il Talmud, “Un giorno la cattiva inclinazione dice all'uomo ‘fa questo’, ed il giorno seguente, ‘fa quello’, finché alla fine lo convince a praticare l'idolatria”.
Com'è possibile che lo Yetzer Harà persuada un ebreo, che è ben conscio che tutta la Torà è stata donata da D-o, a trasgredire anche un solo piccolo dettaglio od una legge dedotta da un savio?
Coprendosi d'un manto di pietà, lo Yetzer Harà spiega all'ebreo che, nel trascurare una mitzvà minore ne guadagnerà l'osservanza di una delle mitzvòt maggiori e che la stessa Torà permette ad una persona di trascurare un precetto in favore d'un altro, come nel caso d'un precetto negativo quando coincide con uno positivo, o le leggi del Sabato che vengono annullate di fronte ad una vita in pericolo.
In verità, lo Yetzer Harà non ha interesse alcuno a salvaguardare i precetti più severi. Al contrario, egli desidera preparare la via a trasgressioni molto più gravi, come ricorda sopra il Talmud, “gli dice all'uomo ‘fa questo’...”
È superfluo aggiungere che l'argomentazione dello Yetzer Harà non è sensata. Infatti il principio che “un comando positivo ha precedenza su uno negativo” è stato stabilito dalla Torà stessa. Ciò esso è in acuto contrasto con il caso in cui un semplice mortale decida di negoziare o vendere una mitzvà minore, che comporta una trasgressione del volere di D-o, in cambio di una mitzvà maggiore.
Quest'ultima situazione finisce per degenerare al punto che una persona abbandona non solo le mitzvòt minori, ma anche le maggiori.
Secondo quanto detto sopra, i nostri savi spiegano il versetto “Egli (l'Onnipotente) non accetta insubordinazione”. In un primo momento questo detto causa perplessità. Se “Il mondo e tutto ciò che in esso esiste appartiene a D-o”, com’è possibile che una persona si ribelli?
La risposta dovrebbe essere la seguente: l’unica cosa al di fuori del dominio di D-o, per così dire, è il Timore di D-o. Egli ha concesso all'essere umano il libero arbitrio nel servirLo o no. Una mitzvà potrebbe, quindi, essere considerata “nostra dedizione a D-o”. Di conseguenza, potremmo immaginare erroneamente di essere capaci di confondere D-o, per modo di dire, compiendo una mitzvà a discapito di un’altra.
È ad una tale frode che la Torà si riferisce quando dice “Egli non accetterà insubordinazione”. Questo versetto quindi intende avvertire che non dobbiamo illuderci nel credere di poter ingannare l'Eterno per mezzo dell'osservanza delle mitzvòt.
Quanto detto ha un significato speciale riguardo l'educazione. In particolare per chi pensa che per convincere bambini che ancora non hanno ricevuto una educazione ebraica, o i loro genitori, dell'importanza d'iscriversi in una scuola dove si studi Torà, si debbano fare concessioni minori. Assarà BeTevet crea una coscienza sulle conseguenze risultanti nel permettere un assedio intorno a Gerusalemme l'assoluto e fermo timore di D-o.
Un'educazione ebraica con concessioni non prepara il giovane ad un fermo timore del Cielo da adulto. Al contrario, egli continuerà a cedere: “Una persona, anche in età avanzata, non rinuncia ai modi ai quali è stato educato sin da piccolo”.
L'unica maniera d'assicurarsi che non faccia concessioni maggiori dopo è dirgli esattamente cos'è scritto nella Torà di Verità. Se egli riceve un'educazione ebraica non autentica, sentirà che i suoi educatori non gli stanno dicendo la verità e perderà la fiducia nei loro confronti. Non gli ascolterà più quando gli diranno di non fare concessioni maggiori.
Qualsiasi attitudine d'una persona (sia buona o cattiva), quando è ancora giovane, aumenta molto quando cresce. Per questo bisogna fare il massimo degli sforzi e mettere tutto l'impegno nell'assicurare che l'educazione alla Torà sia perfetta da tutti i punti di vista.
Questo vale anche nel caso di una persona già di una certa età, ma nuova all'apprendimento ed alla pratica dell’ebraismo. Non dobbiamo pensare che, spiegando tutta l'estensione della Torà e delle mitzvòt rischiamo d'allontanarlo del tutto dalla religione, ed invece gli diremo che attualmente esiste una piccola quantità di mitzvòt da osservare, come decise il voto di maggioranza da alcune autorità che attualizzano la Torà. In questo modo mentiremmo, perché onestamente dovremmo dirgli che ogni ebreo è obbligato a compiere tutte le mitzvòt, come in tutte le generazioni, perché “questa Torà non sarà mai modificata”.
Se incapaci di convincerlo a compiere tutte le mitzvòt da quel momento, è necessario consigliargli di fare immediatamente qualsiasi mitzvà che abbia anche una piccola possibilità nel trovarlo d'accordo. In questo modo “una mitzvà porterà ad un'altra mitzvà”, dando come risultato nel tempo il rendere questa persona “completa e perfetta in tutte le parti della sua anima”, nei 248 organi che corrispondono alle mitzvòt positive e nei 365 tendini che corrispondono alle mitzvòt negative.
In accordo a quanto detto, un giorno di digiuno dovrebbe servire da stimolo alla teshuvà. Pertanto, oltre ad avvicinare l'uomo e il Creatore si torna a D-o compiendo i nostri obblighi verso il prossimo, inclusi coloro che possono solo essere chiamati Creature di D-o, in quanto mancanti di qualsiasi altra qualità.
Da Assarà BeTevet in poi, si dovrebbe cominciare ad esprimere molto più vigore ed entusiasmo nell'amare i nostri simili ed avvicinarli alla Torà. Ciò si può fare convincendoli a compiere immediatamente quelle mitzvòt sulle quali sono d’accordo. Se realmente non ci fosse altra alternativa, dovremmo fare in modo che almeno compiano una o altre, delle dieci enumerate nella campagna di mitzvòt. Col tempo ciò porterà al compimento di tutte.
Un altro punto da tener presente quando si compie l’azione di 'amare i nostri simili ad avvicinarli alla Torà: incontrando un ebreo che pensa che il suo comportamento precedente non gli permette di cominciare ad osservare la Torà e le mitzvòt, non essendoci per lui più speranza, dobbiamo fermamente incoraggiarlo con buone maniere.
Deve essere chiaramente inteso che una auto-trasformazione immediata è possibile. (Queste non sono mere parole d'incoraggiamento, ma un decreto halachico della Torà).
Dobbiamo anche spiegargli che il compimento di almeno una mitzvà (specialmente se una delle generali) lo eleverà e col tempo lo porterà all'osservanza di tutte.
La lezione che vien tratta da Assarà BeTevet è che non abbiamo il diritto di sacrificare una mitzvà per un'altra, all'apparenza più importante. Ciò assume speciale importanza per coloro che sono coinvolti in mansioni comunitarie.
Infelicemente esistono alcuni di questi individui che negoziano le mitzvòt. Essi concedono di poter trascurare una mitzvà con fiducia, portando come argomento che, per mezzo di questa linea d'azione otterranno una seconda e più importante mitzvà.
La necessità che questi leaders agiscano in maniera adeguata è ancor più enfatizzata nella preghiera dello Shabbat, quando benediciamo “coloro che sono fedelmente coinvolti in assunti comunitari”. La parola che traduce fedelmente è bèemunà , che significa anche, con fede in D-o. Così, la frase suddetta, ad un livello d'interpretazione più profondo, si trasforma in “coloro la cui occupazione in affari comunitari è permeata dalla fede in D-o”.
L'attivista comunitario comprende che il suo esito, non è dovuto unicamente alle sue capacità. Bensì è D-o, che gli dà forza conferendogli capacità di successo.
Ancor più importante: è proprio a causa della sua fede in D-o che egli è coinvolto in affari comunitari. Quando gli viene offerto un ruolo di fiducia, egli lo rifiuta. Tuttavia, se la comunità insiste, egli considera il fatto come un segno del Cielo che lo spinge al coinvolgimento, e solo per questo accetta il ruolo.
Ne consegue automaticamente che non dovrà rimanere offuscato dal prestigio, o dal desiderio di conservare la posizione. È superfluo aggiungere che questo ruolo non deve diventare un mezzo per vivere senza il quale non potrebbe sussistere, perché se così fosse, comincerà a fare piccole concessioni. Ciò porterà a concessioni maggiori dovute al costante preoccuparsi della sussistenza, del prestigio e della posizione.
Nel caso che, invece, egli sia stato, per così dire, forzato ad occuparsi di problemi comunitari, e riconosce che il proprio successo non è dovuto al e sue superiori capacità, bensì alle benedizioni di D-o, è ovvio che sarà uno di quelli che sono fedelmente coinvolti in assunti comunitari. Avrà in mente il benessere della comunità e non il proprio. Il suo interessamento sarà in accordo con la volontà di D-o, e quindi egli sarà il lustro mezzo delle benedizioni dell'Eterno.
Sia volontà di D-o che il nostro leale coinvolgimento in affari comunitari e nell'educazione ebraica avvicini l'avvento del nostro giusto Mashiach. Ciò porrà fine al nostro esilio, a cui farà seguito il primo periodo di Redenzione dopo di che giungerà la Redenzione assoluta, quando “D-o sarà Re sul mondo intero”.
Il Rebbe di Lubavitch, Rabbi Menachem Mendel Schneerson
Pubblicato in Lubavitch News
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Il 10 di Tevèt è l’unico digiuno che può capitare la vigilia di Shabbàt e continuare fino al crepuscolo, a Shabbàt iniziato
Di solito non si dovrebbe iniziare lo Shabbàt digiunando. Tuttavia questo digiuno in particolare è l’eccezione alla regola. Infatti, secondo un’opinione1, se il 10 di Tevèt cadesse di Shabbàt, dovremmo digiunare l’intero giorno. Tale opinione si basa su una similitudine dei testi che descrivono gli eventi del giorno2 con quelli che la Torà usa per descrivere Yom Kippùr3 e dai quali si deduce che Yom Kippùr non va mai rimandato (il nostro calendario è costruito in modo tale che il 10 di Tevèt non può mai capitare di Shabbàt, ma quando il calendario era stabilito dalla corte centrale a Gerualemme, ciò poteva accadere).
Che cosa ha il 10 di Tevèt di straordinario? È il giorno in cui gli eserciti Babilonesi dell'imperatore Nevuchadnètzar (Nabuccodonosor) misero Gerusalemme sotto assedio. A prima vista questo evento sembra meno significante del giorno in cui fu aperta una breccia nelle mura (evento per il quale si digiuna il 17 di Tammùz), o il giorno in cui il Tempio è stato messo a fuoco, per il quale digiuniamo nel 9 di Av.
Tuttavia quando si guarda la tragedia nella sua interezza, la visione cambia. Un digiuno non viene stabilito solamente per mostrare quanto siamo infelici. Il digiuno viene chiamato dal profeta4 “un tempo favorevole”, un momento in cui abbiamo il potere di rettificare ciò che non è andato bene in quel giorno.
Se si vuole aggiustare qualcosa da dove si inizia? Se un fiume è inquinato, si inizia a pulire le spiagge a valle o si va a monte per tappare le fonti e impedire l’immissione di rifiuti tossici? Allo stesso modo, quando si desidera correggere il passato, l’aspetto fondamentale è tornare all’origine. È questo il 10 di Tevèt.
In questo giorno, come ho scritto, il Re della Babilonia e le sue truppe misero Gerusalemme sotto assedio. Nessuno poteva uscire né entrare. Tutti gli abitanti della città dovevano per forza convivere l’uno con l’altro senza possibilità di scampo. I nostri saggi dicono che “D-o manda la cura prima della malattia” e questo evento ne è un esempio, poiché l’assedio dava potenzialmente l’opportunità agli Ebrei di Gerusalemme di unirsi: se l’avessero fatto, nessun esercito sarebbe stato capace di attaccarli5 e Nevuchadnètzar e i suoi guerrieri si sarebbero ritirati, come era successo anni prima con l’esercito di Sennacherìb.
Siamo in esilio da circa duemila anni, dalla distruzione del Secondo Tempio. Qual è la motivazione dietro a questo esilio così lungo? I nostri saggi lo attribuiscono a un fattore principale: l’odio gratuito. Quando regna armonia tra gli Ebrei, essi sono invincibili. Quando, D-o non voglia, ci sono discordia e acrimonia, c’ è l’esilio. L’assedio di Gerusalemme nel 10 di Tevèt ci diede l’opportunità di aggiustare la radice della causa dell’esilio prima ancora che l’esilio stesso iniziasse6.
Così pure ogni anno, il giorno del 10 di Tevèt è un momento favorevole per soffermarsi sulla causa dell’esilio e curarla, creando armonia tra di noi per porre finalmente fine all’esilio una volta per tutte. Per raggiungere questo scopo è necessario a volte sacrificare parte del godimento e della tranquillità dello Shabbàt, ma ne vale certamente la pena.
A livello pratico, quando il 10 Tevet è di venerdì, la sera si recita kiddùsh appena appaiono tre stelle di grandezza media, e il digiuno è ufficialmente finito. Coloro che stanno digiunando non dovrebbero mangiare fino a dopo che hanno sentito il Kiddùsh.
Rav Eliezer Zalmanov, per concessione di Chabad.org
NOTE
1. Vedi Bet Yosef Orach Chaim 550 nel nome di Abudraham. La decisione halachica dello Shulchàn Arùch è che nessuno dei Quattro Diguni che commemorano la distruzione e l’esilio possno scavalcare lo Shabbàt. Ciononstante il 10 di Tevèt è l’unico digiuno che può capitare la vigilia di Shabbàt e continuare fino al crepuscolo, a Shabbàt iniziato.
2. Ezekiele 24:2
3. Levitico 23:28
4. Isaia 58:5
5. Vedi Talmud Gerusalemme Peà 1:1: Rabbi Abba figlio di Kahan disse: “La generazione di David era tutta retta ma, siccome c’erano delle spie tra loro, essi caddero in battaglia… la generazione di Achab era idolatra ma, siccome non c’erano spie, essi andarono in battaglia e furono vittoriosi.”
In Derech Eretz Zuta capitolo 9: Ecco cosa diceva Rabbi Elazar haKappar: “Ama la pace e odia il litigio. Grande è la pace, poiché anche quando il popolo serve idoli ma c’ è pace tra gli ebrei, è come se D-o stesso non possa toccarli, come Hoshea dice (4:17), ‘Efraim è unito agli idoli, lascialo solo’. Tuttavia non appena c’ è un litigio, cosa dice Hoshea? “I loro cuori sono separati, ora sono colpevoli 10:2’”.
6. Il Talmùd Yomà 9b dice che il Secondo Tempio fu distrutto a causa di odio gratuito, mentre il Primo Tempio fu distrutto a causa di idolatria, promiscuità e assassini. Ciò nonostante è scritto che la distruzione del Primo Tempio non sarebbe avvenuta se l’unità avesse prevalso.
Da Pensieri di Torà, una pubblicazione settimanale pubblicata da Chabad a Viale Libia Roma
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giovedì 5 gennaio 2017

Serata colorata: da Ferramonti a Roma

Concerto per il Giorno della Memoria
In occasione del Giorno della Memoria, un nuovo straordinario concerto, Serata colorata, rievoca le musiche composte e suonate dai musicisti internati a Ferramonti, in Calabria, uno dei più grandi campi fascisti della Seconda Guerra Mondiale, da cui, tra il 1940 e il 1943, transitarono più di 3.000 ebrei stranieri e apolidi e altri civili stranieri e dissidenti italiani. Nonostante le condizioni di privazione estrema, ferveva l’attività artistica, tra cui i concerti definiti “Bunter Abend” (Serata Colorata), vivaci intrattenimenti musicali in una baracca adibita a sala concerti. Una storia eccezionale di cui si sono quasi perse le tracce, che torna a vivere grazie all’imponente lavoro di recupero e ricerca musicale di Raffaele Deluca, musicista e musicologo del Conservatorio di Musica “G. Verdi” di Milano, che sta, inoltre, dedicando particolare interesse alla musica di Ferramonti, attraverso il Centro Studi di Musica sacra Tomoquarto, nato dalla collaborazione tra i Conservatori di Musica di Milano e di Bologna.
Un evento unico che avrà luogo il 26 gennaio 2017 all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il concerto ha il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è promosso dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e organizzato da BrainCircle Italia a MusaDoc, con il supporto della Regione Calabria e dell’Università Ebraica di Gerusalemme e del World Jewish Congress, in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Serata Colorata sarà trasmesso in diretta e in videostreaming da Rai 5. È il quarto concerto successivo organizzato da Viviana Kasam e Marilena Francese per il Giorno della Memoria.
La musica di Ferramonti è una pagina di enorme interesse nella storia del nostro Paese. Da un lato le privazioni, la cupezza, la prigionia, gli stenti, il caldo di un’area infestata dalla malaria, dove le autorità sanitarie avevano sconsigliato di costruire un campo di internamento. Dall’altro la generosità della popolazione locale, l’umanità di alcune guardie, l’esistenza di una ricca vita musicale, la tolleranza e il rispetto per le espressioni artistiche. Paradossi che rivivranno attraverso il racconto di Peppe Servillo.

Dal sito Memoria in musica 
Ferramonti è una località in provincia di Cosenza dove sorse uno dei più grandi campi di concentramento italiani della seconda guerra mondiale.
I campi di internamento in Italia erano quasi 50. Vi transitarono, fra il giugno 1940 e il settembre 1943, più di 3.000 ebrei stranieri e anche apolidi, dissidenti politici, cittadini di nazioni nemiche, slavi e indesiderati. Oggi pochi ne ricordano anche solo il nome. E’ storia rimasta per decenni sconosciuta, che è un dovere riportare alla memoria.
La zona su cui sorse il campo era povera e malarica. Eppure, nonostante la mancanza di libertà, la carenza di cibo e le malattie, a Ferramonti (come, del resto, negli altri quasi cinquanta “campi del duce”, allora distribuiti nella Penisola) gli internati venivano trattati con rispetto e senza violenze. Anche perché, seppur persecutorio, l’internamento degli ebrei da parte del fascismo - prima della nascita della Repubblica di Salò - non era ancora finalizzato alla Shoah.
Per questo, gli internati del campo, in particolare gli ebrei, conservarono un ricordo generalmente positivo dei loro “carcerieri” (Paolo Salvatore, Mario Fraticelli, Gaetano Marrari); come pure dei contadini dei dintorni e degli abitanti dei paesi vicini (Tarsia, Bisignano, Santa Sofia), che avevano avuto l’opportunità di conoscere e del cappuccino inviato dal Vaticano a vivere nel campo: padre Callisto Lopinot, un missionario di origine alsaziana.
Così a Ferramonti furono possibili attività artistiche e musicali. Nel campo, in particolare, erano internati molti musicisti, alcuni dei quali sarebbero divenuti molto noti nel dopoguerra. Tra essi, il trombettista Oscar Klein, il direttore d’orchestra Lav Mirski, il pianista Sigbert Steinfeld, il cantante Paolo Gorin, il compositore Isko Thaler e il pianista Kurt Sonnenfeld, giovane ebreo viennese, che sperava di espatriare negli Stati Uniti, ma venne arrestato a Milano e inviato a Ferramonti.
Spesso nel campo venivano organizzati concerti musicali, sia strumentali che corali, e spettacoli di vario tipo, cui gli internati dettero il nome di “Serate Colorate”, dove il jazz, il cabaret, l’operetta dominavano la scena. Di tutta questa ricchezza musicale si era quasi persa traccia, finché Armida Locatelli, erede e per anni assistente di Kurt Sonnenfeld, non si presentò un giorno al Conservatorio di Milano con una scatola di spartiti manoscritti che aveva ricevuto in eredità. Erano le musiche scritte ed eseguite a Ferramonti, ma anche fotografie, diari, lettere: un materiale inedito di cui il musicista e musicologo Raffaele Deluca comprese subito lo straordinario valore storico.
“Serata Colorata” riproporrà l’atmosfera degli spettacoli di Ferramonti, basandosi anche sul ricco repertorio iconografico e sulle testimonianze scritte che sono pervenute e raccontando, grazie alla inimitabile voce di Peppe Servillo, la “storia musicale” del campo, ricca di episodi straordinari: da quello dell’armonium spedito dal Vaticano ed entrato nel campo come “materiale bellico”, ai violini che furono costruiti da liutai locali, riconoscenti per essere stati curati dai medici internati. Questi liutai sapevano costruire chitarre, ma si industriano per fabbricare i violini indispensabili all’orchestra; tra loro c’era Nicola De Bonis, creatore di alcuni degli strumenti che suonarono a Ferramonti e che vedremo durante il concerto del 26 gennaio a Roma, portati in sala dalla nipote Rosalba.
E poi ci sono gli spartiti. Moltissimi decorati con disegni sul frontespizio, con annotazioni a margine; tutti con le impronte delle dita dei musicisti; spartiti vivi che raccontano di sogni e di speranze colorate, nella realtà grigia dell’internamento. E ci sono le lettere commoventi di ringraziamento, i diari, le cartoline disegnate a mano, un tesoro inestimabile, perché la storia di Ferramonti è particolarmente ricca e complessa.
Quella vita artistico-musicale diventerà presto, con il coordinamento di Raffaele Deluca, anche un progetto di ricerca musicale e musicologica, con allestimenti espositivi, concerti, convegni, un libro, secondo programmi aperti ad importanti collaborazioni italiane ed internazionali.
Ma ricordare Ferramonti oggi non è significativo solo per questo. In un momento storico in cui si tornano a erigere muri e recinti per isolare i perseguitati, in cui gli egoismi sembrano avere la meglio sulla pietas umana, Ferramonti ci ricorda che - anche sotto le dittature - ognuno di noi può sempre fare qualcosa.
Nel settembre 1943, per una fortunata coincidenza di date e di eventi geopolitici, gli internati di Ferramonti si salvarono da gravissimi rischi: poche settimane, forse pochi giorni e - se l’avanzata degli Alleati fosse stata meno rapida - sarebbero stati trasferiti nel Settentrione e poi, molto probabilmente, deportati nei Lager. Invece, quando vi giunsero i soldati alleati che risalivano lo Stivale, agli ebrei, che non sapevano dove andare, fu concesso di rimanere nel campo, che divenne un centro per “displaced persons”, ma sembrava un incrocio tra uno shtetl e un kibbutz.
Purtroppo di questa storia rimangono pochissime tracce, ricostruite negli anni Ottanta dallo storico Carlo Spartaco Capogreco in un testo ormai classico (Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’ internamento fascista, edito dalla Giuntina di Firenze), il primo libro di uno storico italiano dedicato ad un campo di concentramento fascista.
Dopo la guerra le baracche vennero in gran parte smantellate, e, pochi anni fa, alcune delle ultime sono state snaturate da una “ristrutturazione” inadeguata.
Ricordare nel Giorno della Memoria Ferramonti - dove gli internati seppero, comunque, fare cultura - è un’opportunità e un monito contro ogni forma di persecuzione, ed anche una denuncia nei confronti di chi tende a sminuire il carattere persecutorio del fascismo e delle leggi razziali italiane. Ma è anche un modo per rendere omaggio alla forza d’animo, alla creatività, al coraggio di chi - anche in quella situazione - riuscì a mantenere intatti la dignità, il desiderio di cultura e la forza del sogno. Inoltre, è un modo per ricordare chi, per come ha potuto, si prodigò per aiutare quegli internati.

Da Pagine ebraiche di dicembre 2016 
Cosa ci insegna Ferramonti
Viviana Kasam
Ferramonti, in Calabria, fu uno dei più grandi campi di internamento italiani della seconda guerra mondiale. Vi transitarono, fra il giugno 1940 e il settembre ‘43, più di 3.000 ebrei stranieri e apolidi e, in numero ridotto, altri internati stranieri. Oggi pochi ne ricordano anche solo il nome. È storia rimasta per decenni sconosciuta, quella di Ferramonti, ma ricostruita negli anni Ottanta da Carlo Spartaco Capogreco in un testo ormai classico ( Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’ internamento fascista , edito dalla Giuntina di Firenze), il primo libro di uno storico italiano dedicato ad un campo d’internamento fascista.  La zona su cui sorse era povera e malarica. Eppure, nonostante la mancanza di libertà, la carenza di cibo e le malattie, a Ferramonti (come, del resto, negli altri quasi cinquanta “campi del duce”, allora distribuiti nella Penisola) gli internati venivano trattati con rispetto e senza violenze fisiiche. Anche perché, seppur persecutorio, l’internamento degli ebrei da parte del fascismo - prima della nascita della Repubblica di Salò - non era ancora finalizzato alla Shoah. Per questo, gli internati del campo, in particolare gli ebrei, conservarono un ricordo generalmente positivo dei loro “carcerieri” (Paolo Salvatore, Mario Fraticelli, Gaetano Marrari); come pure dei contadini dei dintorni e degli abitanti dei paesi vicini (Tarsia, Bisignano, Santa Sofia), che avevano avuto l’opportunità di conoscere, e del frate cappuccino inviato dal Vaticano a vivere nel campo: padre Callisto Lopinot, un missionario di origine alsaziana.  Così a Ferramonti furono possibili attività artistiche e musicali. Nel campo, in particolare, erano internati molti musicisti, alcuni dei quali sarebbero divenuti molto noti nel dopoguerra. Tra essi, il trombettista Oscar Klein, il direttore d’orchestra Lav Mirski, il pianista Sigbert Steinfeld, il cantante Paolo Gorin, il compositore Isak Thaler e il pianista Kurt Sonnenfeld, giovane ebreo viennese, che sperava di espatriare negli Stati Uniti, ma venne arrestato a Milano e inviato a Ferramonti. Nel campo venivano organizzati concerti musicali, sia strumentali che corali, e spettacoli di vario tipo, cui gli internati dettero il nome di “Bunter Abend” (Serata Colorata), dove il jazz, il cabaret, l’operetta dominavano la scena. Di tutta questa ricchezza musicale si era quasi persa traccia, finché Armida Locatelli, erede di Kurt Sonnenfeld, non si presentò un giorno al Conservatorio di Milano con una scatola di spartiti manoscritti che aveva ricevuto in eredità. Erano le musiche scritte ed eseguite a Ferramonti, ma anche fotografie, diari, lettere: un materiale inedito di cui il musicista e musicologo Raffaele Deluca comprese subito lo straordinario valore storico. “Serata Colorata” è il nome del concerto che stiamo organizzando per il Giorno della Memoria all’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 26 gennaio 2017 (il 26 perché il 27 è la vigilia di shabbat) che riproporrà l’atmosfera degli spettacoli di Ferramonti, basandosi anche sul ricco repertorio iconografico e sulle testimonianze scritte che sono pervenute.  Come spesso nella vita, l’incontro con Deluca è avvenuto per caso, su segnalazione di un amico comune, quando dubitavo di trovare un tema significativo come quello dei tre concerti organizzati negli anni passati, ed ero pronta a rinunciare all’incarico. La storia di Ferramonti mi ha emozionata, e l’entusiasmo ha contagiato tutti quelli che collaborano con me. Perché è anche una “storia musicale” ricca di episodi straordinari: da quello dell’armonium spedito dal Vaticano ed entrato nel campo come “materiale bellico”, ai violini che furono costruiti da liutai locali, grati per essere stati curati dai medici internati-liutai che sapevano costruire chitarre, ma si industriano per fabbricare i violini indispensabili all’orchestra, al pianoforte a coda che non si sa come riuscì ad arrivare nel campo.. E poi ci sono gli spartiti. Moltissimi decorati con disegni sul frontespizio, con annotazioni a margine; tutti con le impronte delle dita dei musicisti; spartiti vivi che raccontano di sogni e di speranze colorate, nella realtà grigia dell’internamento. E ci sono le lettere commoventi di ringraziamento, i diari, le cartoline disegnate a mano, un tesoro inestimabile, perché la storia di Ferramonti è particolarmente ricca e complessa. Quella vita artistico-musicale diventerà presto, con il coordinamento di Raffaele Deluca, anche un progetto di ricerca musicale e musicologica, con allestimenti espositivi, concerti, convegni, un libro, secondo programmi aperti ad importanti collaborazioni italiane e internazionali. Ma ricordare Ferramonti oggi non è significativo solo per questo. In un momento storico in cui si tornano a erigere muri e recinti per isolare i perseguitati, in cui gli egoismi sembrano avere la meglio sulla pietas umana, Ferramonti ci ricorda che - anche sotto le dittature - ognuno di noi può sempre fare qualcosa. Nel settembre 1943, per una fortunata coincidenza di date e di eventi geopolitici, gli internati di Ferramonti si s alvarono dal rischio di finire nelle mani dei nazisti: poche settimane, forse pochi giorni e - se l’avanzata degli Alleati fosse stata meno rapida - sarebbero stati trasferiti nel Settentrione e poi, molto probabilmente, deportati nei Lager. Invece, quando vi giunsero i soldati alleati che risalivano lo Stivale, agli ebrei, che non sapevano dove andare, fu concesso di rimanere nel campo, che divenne un centro per “displaced persons”, ma sembrava un incrocio tra uno shtetl e un kibbutz. Purtroppo di questa storia rimangono pochissime tracce. Dopo la guerra le baracche vennero in gran parte smantellate, e, pochi anni fa, alcune delle ultime sono state snaturate da una “ristrutturazione” inadeguata. Ricordare nel Giorno della Memoria Ferramonti - dove gli internati seppero, comunque, fare cultura - è un’opportunità e un monito contro ogni forma di persecuzione, e anche una denuncia nei confronti di chi tende a sminuire il carattere persecutorio del fascismo e delle leggi razziali italiane. Ma è anche un modo per rendere omaggio alla forza d’animo, alla creatività, al coraggio di chi - anche in quella situazione - riuscì a mantenere intatti la dignità, il desiderio di cultura e la forza del sogno. Inoltre, è un modo per ricordare chi, per come ha potuto, si prodigò per aiutare quegli internati.   

Programma della serata

26 gennaio 2017, ore 20.30

Serata colorata - Musiche dal campo di concentramento di Ferramonti

Auditorium Parco della Musica, Roma - Sala Sinopoli
Voce narrante Peppe Servillo
con: Fabrizio Bosso tromba e Vince Abbracciante fisarmonica - Giuseppe Bassi contrabbasso - Seby Burgio pianoforte - Andrea Campanella clarinetto - Daniel Hoffman violino
Voci: Lee Colbert, Myriam Fuks, Giuseppe Naviglio e Eyal Lerner voce e flauto tenore
Coro Petrassi e Coro C.Casini dell'Università di Roma Tor Vergata, direttore Stefano Cucci
Regia Fabiano Marti
Direzione artistica Michelangelo Busco
Un progetto di Viviana Kasam e Marilena Francese, dalle ricerche di Raffaele Deluca
Consulenza storica di Carlo Spartaco Capogreco.

In occasione del Giorno della Memoria, Serata Colorata rievoca le musiche composte e suonate dai musicisti internati a Ferramonti, in Calabria, uno dei più grandi campi fascisti della Seconda Guerra Mondiale, Nonostante le condizioni di privazione estrema, ferveva l'attività artistica, tra cui i concerti definiti "Bunter Abend" (Serata Colorata), vivaci intrattenimenti in una baracca adibita a sala concerti. Una storia eccezionale di cui si sono quasi perse le tracce, che torna a vivere grazie all'imponente lavoro di recupero e ricerca musicale di Raffaele Deluca, musicista e musicologo del Conservatorio di Musica "G. Verdi" di Milano.
Serata Colorata riproporrà l’atmosfera degli spettacoli di Ferramonti, uno dei più grandi campi di concentramento italiani della seconda guerra mondiale.
Vi transitarono, fra il giugno 1940 e il settembre 1943, più di 3.000 ebrei stranieri e anche apolidi, dissidenti politici, cittadini di nazioni nemiche, slavi e indesiderati. Oggi pochi ne ricordano anche solo il nome. E’ storia rimasta per decenni sconosciuta, che è un dovere riportare alla memoria.
A Ferramonti furono possibili attività artistiche e musicali. Nel campo, in particolare, erano internati molti musicisti, alcuni dei quali sarebbero divenuti molto noti nel dopoguerra. Tra essi, il trombettista Oscar Klein, il direttore d’orchestra Lav Mirski, il pianista Sigbert Steinfeld, il cantante Paolo Gorin, il compositore Isak Thaler e il pianista Kurt Sonnenfeld.
Spesso nel campo venivano organizzati concerti musicali, sia strumentali che corali, e spettacoli di vario tipo, cui gli internati dettero il nome di Serate Colorate, dove il jazz, il cabaret, l’operetta dominavano la scena.
Il concerto propone un repertorio tipico degli Anni Trenta: jazz, kabarett, canzonette, avanspettacolo, un tipo di musica molto presente a Ferramonti. Ma ci saranno anche brani di musica classica, canto corale e pezzi tratti dal repertorio ebraico, tra cui uno struggente Kaddish; e una bellissima Ciaccona del compositore italiano Tomaso Antonio Vitali.
La musica di Ferramonti è una pagina di enorme interesse nella storia del nostro Paese. Da un lato le privazioni, la cupezza, gli stenti, il caldo di un'area infestata dalla malaria. Dall'altro la generosità della popolazione locale e delle guardie, e l'esistenza di una ricca vita musicale.
Ricordare Ferramonti nel Giorno della Memoria è un monito contro ogni forma di persecuzione, e un modo per rendere omaggio alla forza d'animo, alla creatività, al coraggio di quanti riuscirono a mantenere intatta la dignità, il desiderio di cultura e la forza del sogno, ricordando le persone che si prodigarono per aiutare gli internati.
Il concerto (che è gratuito e sarà trasmesso in diretta e in videostreaming da Rai 5) ha il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è promosso dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, con il supporto della Regione Calabria e dell’Università Ebraica di Gerusalemme in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

I biglietti vanno ritirati anticipatamente fino ad esaurimento posti a partire dal 19 gennaio presso il Servizio Cortesia della biglietteria centrale dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia (dalle ore 11 alle ore 18).

mercoledì 28 dicembre 2016

Chanukkah 5777 a Cosenza


Ieri, 27 dicembre 2016, si è svolta a Cosenza l'accensione della quarta Luce di Chanukkah.
Dopo la derashah del Rabbino capo di Napoli e del Meridione, rav Umberto Piperno, sono intervenuti  il Sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto; Geppino De Rose, Assessore alla smart city e social innovation, innovazione e università, agenda digitale, formazione della coscienza civica, scuola e cultura, città a misura di bambino, cittadinanza attiva, che tanto si è adoperato negli ultimi anni per la riuscita di questa iniziativa.
L'evento è stato vissuto all'insegna della fraternità culturale e religiosa, con la presenza anche dei rappresentanti della Chiesa cattolica, della Chiesa valdese, della Chiesa evangelica pentecostale Bethel e della Comunità islamica cosentina. 
La  chanukkiah è stata accesa in piazza Kennedy, alla confluenza di due strade illuminate dalle ormai tradizionali luminarie a forma di menorot, che fanno parte del paesaggio urbano di Cosenza in questi ultimi anni, particolarmente significative in questo 5777 (2016/7 del calendario gregoriano), in cui la festa di Chanukkah coincide perfettamente con le festività cristiane (dal 25 dicembre al 1° gennaio).
Il Sindaco di Cosenza ha acceso lo shammash, il nono degli otto Lumi (che serve ad accendere gli altri); le Luci sono poi state accese dal rappresentante cattolico, dal Rabbino capo,  da quello valdese e il quarto dal rappresentante pentecostale insieme a quello islamico.

Grazie a Pietro Calabrese per i video e le foto.
A Federica Cordasco che ha donato l'olio proveniente dai suoi ulivi
per l'accensione dei Lumi.
Un grazie affettuoso  agli amici di tutta la Calabria che hanno collaborato anche economicamente alla felice riuscita della manifestazione.

Il canto di Maoz Tzur


Il video dell'accensione dei lumi
 

Alcune immagini della cerimonia
    


 





martedì 27 dicembre 2016

Chanukkah 5777 a Ferramonti

Si è svolta ieri, 26 dicembre 2016, l'accensione della terza Luce di Chanukkah a Ferramonti di Tarsia, presso l'ex campo di concentramento per ebrei stranieri.
Il Rabbino capo di Napoli e del Meridione, rav Umberto Piperno, accompagnato dalla moglie, la signora Amalia Kramer, ha tenuto una derashah su "La menorah, il candelabro nella Bibbia e nella storia. Esilio e redenzione".
Sono intervenuti anche il Sindaco di Tarsia, Roberto Amoruso, la professoressa Pina Brenner (figlia di un detenuto nel campo d'internamento), rappresentanti della Chiesa cattolica e della Chiesa valdese, e il dottor Roque Pugliese, referente della Comunità ebraica di Napoli per la Calabria.
La grande chanukkiah è stata accesa sul prato all'interno del campo. Il Sindaco di Tarsia ha acceso lo shammash (che non rientra nel computo dei lumi e serve ad accendere gli altri); le Luci sono poi state accese dal parroco cattolico, dal Rabbino capo e dalla professoressa Brenner; quindi alcune piccole chanukkiot sono state accese all'interno delle ricostruite baracche dove abitavano gli ebrei internati.
A fine cerimonia si è tenuto un momento di condivisione con datteri e vino provenienti da Israele e con cioccolata.

Grazie a Pietro Calabrese e a Raffaella Turano
per il video e le foto di questo post.
Un grazie a Simona Celiberti per la gestione del Campo.
A Federica Cordasco che ha donato l'olio proveniente dal suo uliveto
per l'accensione dei Lumi.
A Luigi Salsini per i servizi e comunicazioni.
Grazie anche a tutti gli amici di Cittanova, Palmi, Reggio, San Giorgio Morgeto e Vibo che hanno collaborato anche economicamente alla felice riuscita della manifestazione.



Il video dell'accensione dei lumi

Alcune immagini della cerimonia


    

 



martedì 20 dicembre 2016

Chanukkah a Ferramonti e Cosenza


Il 26 dicembre, per Chanukkah 5777, si svolgerà la commovente accensione del terzo Lume della Chanukkiah (il candelabro a 8 bracci), per la prima volta dopo la guerra mondiale, nell’ex campo di internamento di Ferramonti di Tarsia.
Un segno per ribadire il messaggio di libertà contro i soprusi degli uomini sugli uomini, e la speranza ebraica che non muore nella Shoah, e l’anima ebraica è ancora viva nel Sud a 500 anni dall’espulsione degli ebrei dal Meridione d’Italia.
La celebrazione comincerà alle 16 con il discorso del Sindaco di Tarsia, Roberto Amoruso.
Quindi, alle 17 si svolgerà l’accensione del Lume.

 



Il giorno dopo, il 27 dicembre, il quarto Lume verrà acceso a Cosenza, in

piazza Kennedy.

Inoltre, anche quest’anno il Comune di Cosenza allestirà le luminarie con le menorot.
Nella speranza della pace parteciperanno anche i rappresentanti di altre fedi.
La cerimonia inizierà alle 17 con i discorsi del Sindaco di Cosenza, Mario Occhiuto.
Quindi, alle 18 si svolgerà l’accensione del Lume.



Alle accensioni dei Lumi sarà presente

Rav Umberto Piperno, Rabbino capo della Comunità ebraica di Napoli e del Mezzogiorno

SIAMO TUTTI INVITATI!

giovedì 15 dicembre 2016

Reggio: rapporti tra Università Mediterranea e Israele

Da ReggioTV 14-12-2016
Internazionalizzazione della Mediterranea e la partnership con l'università israeliana
Anna Foti
Il futuro è anche nell’innovazione digitale, motivo per cui a ricercare relazioni e scambio con chi abbia qualcosa da insegnare, a beneficio degli studenti e delle loro prospettive professionali di eccellenza anche in Calabria, è anche l’università Mediterranea di Reggio.
L’aula Quistelli ha ospitato in questa cornice l’incontro incentrato sul sistema universitario Israeliano e sui rapporti con le Università Italiane, in particolare con quella di Reggio Calabria. Ospite il ministro Consigliere dell'Ambasciata Israeliana in Italia, Rafael Erdreich che ha illustrato anche il nuovo programma di ricerca industriale Italia-Israele, recentemente bandito dal Ministero degli Esteri.
L’incontro è stato introdotto dal prorettore vicario con delega all’Internazionalizzazione della Mediterranea Francesco Carlo Morabito e dal direttore generale della stessa università Santo Marcello Zimbone. Ha porto i suoi saluti anche il consigliere metropolitano di Reggio Calabria, Eduardo Lamberti Castronuovo.

Un’occasione anche per riscoprire la storia del nostro territorio fortemente segnata in passato dalla presenza di comunità ebraica, della quale oggi sopravvivono importanti testimonianza. Sono infatti intervenuti Roque pugliese, referente della comunità ebracia di Napoli in Calabria, Antonio Porcaro, presidente dell’associazione reggina di amicizia tra Italia e Israele, Baruch Triolo, presidente dell’associazione “Charta delle Giudecche” dio Sicilia e Antonino Minicuci presidente dell’associazione “Charta delle Giudecche” di Reggio Calabria.


Dal Giornale di Calabria
Reggio: l'Università Mediterranea instaurerà rapporti con Israele


Rafael Erdreich, Ministro Consigliere per gli Affari Pubblici e Politici dell'Ambasciata d'Israele in Italia, all''Università degli Studi "Mediterranea" di Reggio Calabria per promuovere rapporti tra l'ateneo italiano e quelli israeliani
Reggio Calabria. L’Università degli studi “Mediterranea” di Reggio Calabria rafforza i suoi rapporti internazionali.



Martedì 13 dicembre, in occasione della Mediterranean International Day, è stato fatto il punto sui risultati degli accordi e delle partnership avviate in questi anni con altrettante università dell’area del Mediterraneo, europee ed extraeuropee. Ma la giornata ha sancito i nuovi accordi che in prospettiva, la “Mediterranea” instaurerà con le principali università israeliane, grazie alla partecipazione del ministro consigliere dell’Ambasciata Italiana d’Israele Rafael Erdreich, accolto nell’Aula Magna “Antonio Quistelli” dal pro-rettore vicario delegato all’Internazionalizzazione Carlo Morabito, da una folta rappresentanza accademica dell’ateneo reggino e da rappresentanti di associazioni ebraiche e culturali tra Italia ed Israele.
Rafael Erdreich, nella sua prolusione, ha illustrato i primati israeliani nel campo della ricerca e dello sviluppo scientifico che pongono le università israeliane ai primi posti nel mondo. Il rappresentante dell’Ambasciata d’Israele in Italia ha manifestato interesse alla collaborazione accademica tra l’Università di Reggio Calabria e gli atenei del suo paese.
A fine giornata Morabito ha donato a Erdreich una medaglia che riproduce l’antica moneta con faccia leonina, simbolo dell’Università “Mediterranea”. “Assieme alle collaborazioni che riguardano le attività dei nostri laboratori che hanno relazioni con laboratori internazionali – ha sottolineato Morabito – abbiamo presentato i programmi di mobilità studentesca.
Tra questi il programma ‘GaragErasmus’ che rappresenta una evoluzione del programma ‘Erasmus’, di cui la nostra Università è ateneo cofondatore assieme ad altre 21 Università europee. Quindi, una giornata, che da un lato guarda all’innovazione tecnologia, o per meglio dire, all’applicazione delle cose che facciamo, dall’altra guarda al mondo studentesco, alla preparazione dei giovani che andranno poi a vivere e ad operare in questo ambito tecnologico”.

“C’è un’attenzione specifica per l’Università Mediterranea - ha concluso Morabito - sono già state avviate collaborazioni con alcune università israeliane, ma c’è anche l’interesse ad accogliere nostri studenti per una esperienza di studio in questi prestigiosi atenei”.