Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

c

c

domenica 2 maggio 2010

I 95 anni di rav Elio Toaff

I migliori auguri ed un sentito grazie per tutta la sua opera a rav Elio Toaff!

עד מאה ועשרים

Foto da marcov

Sul sito Torah.it è possibile ascoltare alcuni dei suoi discorsi e delle sue lezioni

Foto da Moked

Elio Toaff è nato a Livorno il 30 aprile 1915. Studiò presso il Collegio Rabbinico della sua città natale sotto la guida del padre, Alfredo Toaff, rabbino della città. Frequentò al tempo stesso l'Università di Pisa presso la facoltà di Giurisprudenza, dove poté laurearsi nel 1938 nei tempi stabiliti, in quanto l'introduzione delle famigerate leggi razziali fasciste, precludeva agli ebrei l'ingresso alle università ed espelleva gli studenti fuori corso, ma consentiva di completare gli studi a chi ne fosse giunto al termine. L'anno successivo completò gli studi rabbinici laureandosi in teologia al Collegio rabbinico di Livorno, ottenendo il titolo di rabbino maggiore. Fu nominato rabbino capo di Ancona, dove rimase dal 1941 al 1943.
Dopo l'8 settembre 1943, con la recrudescenza della violenza nazista e le prime deportazioni italiane per i lager, Toaff, sua moglie Lea Iarach e il loro figlio Ariel fuggirono in Versilia, alterando le generalità sui loro documenti, girovagando tra mille insidie. Più volte Toaff scampò alla morte per mano nazista, ricorrendo alla propria inventiva e a tanta fortuna. Entrò nella Resistenza combattendo sui monti e vedendo con i propri occhi le atrocità ai danni di civili inermi.
Dopo la guerra fu rabbino di Venezia, dal 1946 al 1951, insegnando anche lingua e lettere ebraiche presso l’Università di Ca' Foscari.
Nel 1951 divenne rabbino capo di Roma. Oltre al suo ruolo spirituale, ha ricoperto diverse cariche nella comunità ebraica italiana: presidente della Consulta rabbinica italiana per molti anni, direttore del Collegio rabbinico italiano e dell'istituto superiore di studi ebraici, direttore dell'Annuario di Studi Ebraici. Inoltre è membro dell'Esecutivo della Conferenza dei rabbini europei fin dalla fondazione nel 1957 e dal 1988 è entrato a far parte del Praesidium.
Nel 1987, Toaff pubblicò una sua autobiografia: Perfidi giudei, fratelli maggiori (Mondadori, Milano).
L'8 ottobre 2001 Elio Toaff, all'età di 86 anni, annunciò le proprie dimissioni dalla carica di Rabbino Capo di Roma. Questa decisione venne manifestata da Toaff stesso nella Sinagoga di Roma al termine delle preghiere per il «Oshannà Rabbat». Il motivo era voler lasciare spazio e occasioni ai giovani. Grande fu la commozione tra i fedeli che erano in ascolto. Il successore alla carica venne scelto in Riccardo Di Segni.


Testo e foto da Moked

Rav Elio Toaff compie 95 anni.
Fra le iniziative per festeggiarlo, il Museo Ebraico di Roma insieme alla Fondazione Elio Toaff per la cultura, presentano una mostra (Auguri a Rav Toaff: omaggio a un grande ebreo italiano) allestita al Museo ebraico della Capitale.
La mostra, curata dalla direttrice del Museo, Daniela Di Castro e da Caterina Napoleone propone documenti, foto d'epoca, e testimonianze.
Fra le varie iniziative anche la pubblicazione di una raccolta di studi coordinata dalla storia Anna Foa e un documentario con la raccolta di materiali delle cineteche Rai intende ripercorrere la vita del rav Toaff, maestro di vita e guida spirituale della Comunità Ebraica di Roma per la quale è tuttora figura di riferimento.
Nel corso del suo lungo incarico rabbinico, rav Toaff ha saputo guardare al mondo esterno alla realtà ebraica e, mostrando una formidabile capacità di comprensione dei mutamenti politici e culturali del Paese, è riuscito a rendere la Comunità interlocutrice rispettata delle Istituzioni italiane, senza perdere mai di vista le proprie origini e la propria identità.

Grotteria, la Judeca

Con questo titolo non intendo "la Judeca di Grotteria", ma mi riferisco proprio al nome che nei paesi intorno veniva dato fino a qualche tempo fa (e forse ancora oggi da parte delle persone più anziane) a questa località, i cui abitanti venivano chiamati Judei, Judecani, Judecari, proprio in ricordo della rilevanza e della lunga durata dell'insediamento di ebrei.

Giorgio Papaluca in La Judeca, Arti Grafiche, Ardore Marina, 2003, ricorda la sua sofferenza nel sentirsi dire dai compagni di classe "Veni d'a Judeca!".
Da questo libro, alle pagine 35-36, traggo le prime menzioni di ebrei in questa località nel 1276:, nei Registri angioini della Cancelleria (v. XVII, p. 62, 1276-7) come ricorda Carmelo Trasselli nella nota 1 a pagina 169 di Lo stato di Gerace e Terranova nel Cinquecento, Reggio Calabria Parallelo 38, 1978 e Oppido Mamertina, Barbaro, 1996; nello stesso anno, il Registro angioino 79, f. 19 ricorda, tra le località dove il Giustiziere di Calabria deve riscuotere delle tasse, "Giracium cum iudeis Agrocterie".


L'insediamento dovrebbe localizzarsi nella ruga Pisciotto, nella zona sudorientale del paese, verso la fiumara Coturello.

Nel volume a cura di Pietro De Leo, La Platea di Sinopoli, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, a pagina 190, si ricordano, forse nel 1333, Marinus iudeus et frater eius, mentre nel 1335 si ricordando genericamente le terre di ebrei e cristiani acquistate da Guglielmo Ruffo nei territori di Grotteria, Gerace e Bovalino (Cesare Colafemmina Gli ebrei nella Calabria meridionale in Sandro Leanza (ed.) Calabria cristiana. Società Religione Cultura nel territorio della Diocesi di Oppido Mamertino-Palmi (Tomo I) Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ), 1999 pp. 182).
Allo stesso modo generica è la citazione di ebrei nella Baronia di Grotteria donata da Alfonso I d'Aragona a Marino Correale nel 1458 (Papaluca, La Judeca, p. 36), ma lo stesso Correale ricorre nel 1482, quando gli viene ordinato dalla corte di condurre accertamenti sulla situazione finanziaria degli ebrei (che vengono descritti impoveriti rispetto ai tempi passati), che avevano protestato, minacciando di lasciare il paese, per l'esosità della tassazione, e di esigere solo quanto realmente dovuto (Cesare Colafemmina, Per la storia degli ebrei in Calabria, Rubbettino, Soveria Mannelli, 1994 e 1996, p. 105.

Foto dal sito del comune di Grotteria

Dallo stesso libro traggo l'ultima citazione di Grotteria, alle pagine 85-90, dove il Registro del tesoriere provinciale Tommaso Spinelli del 1502-3mostra una Judeca ulteriormente ridotta, dopo la temperie della discesa di Carlo VIII, e alle soglie della cacciata degli ebrei nel 1511: non restano ormai che due sole famiglie di ebrei.
Da questa data non si hanno più altre notizie sugli ebrei di Grotteria, di loro non resta che il ricordo e il nome che per secoli resterà al paese ed ai suoi abitanti.

venerdì 30 aprile 2010

Aggiornamenti su Punta Stilo

A qualche distanza di tempo dal vecchio post Punta Stilo: generalità e centri minori, a seguito di nuove letture, apporto qualche modifica alla cartina che avevo pubblicato all’epoca.


Grazie all’interessantissimo volume curato dal professor Pietro De Leo, La Platea di Sinopoli, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, Placanica, come ho già scritto nel post precedente, entra nel numero delle località in cui la presenza ebraica è documentata all’epoca angioina, nel 1335, e non solo, come avevo, scritto in quella del Catasto onciario, intorno alla metà del XVIII secolo, dove erano segnalati degli "ebrei fatti cristiani".

Al contrario, ho passato dal blu al rosso (presenze meno certe) la contrada Gatticello di Stilo (è molto difficile che si riferisca ad un “piccolo ghetto”) ed anche Guardavalle: la presenza di una famiglia “d’a Crista” è troppo labile per supporre un’antica presenza ebraica, sebbene il Ferorelli, in Gli Ebrei nell’Italia meridionale, dall’età romana al secolo XVIII, attesti almeno due ebrei che hanno nome Cristo e Cristio; andrebbero comunque fatti ulteriori approfondimenti.

Rispetto alle informazioni già date, non ci sono novità su Bivongi (a parte la curiosità, ma non è niente più di questo, di un “judeu d’a Serra” che viene citato nel XIX secolo), Judari (di cui nel volume di Enzo D'Agostino, Da Locri a Gerace: storia di una diocesi della Calabria bizantina dalle origini al 1480, viene detto trovarsi nel territorio di Locri o Gerace, ma mi sembra molto più credibile l’ipotesi di Cuteri che la pone tra Camini e Stignano), Monasterace (ma la notizia su Placanica può rafforzare l’ipotesi di un’antica presenza anche qui, al momento confortata, oltre che dal dubbio sul Catasto onciario, dalla Platea di Santo Stefano del Bosco).

Ugualmente invariata è la situazione di Stilo e Caulonia (Castelvetere) .

Riguardo a Stilo, devo però precisare che le famiglie fuggite alla fine del XV secolo erano ben 36 e non 16; inoltre, dal momento che nei testi medievali quando si parla di Stilo si intende di solito non la sola cittadina ma anche il suo demanio, che comprende anche Camini, Guardavalle, Pazzano, Riace e Stignano, è possibile che tale rilevante presenza (circa il 10% della popolazione) sia riferita non al solo capoluogo, ma anche ai centri citati.

Infine, con tutta la cautela che bisogna avere per le indicazioni toponomastiche, spesso molto ambigue, devo segnalare in questo territorio una new entry, infatti nel Dizionario onomastico e toponomastico della Calabria di Gerhard Rohlfs è segnalata la contrada Judarìu a Pazzano, e lo stesso accade per il territorio di Castelvetere, dove segnala la contrada Judica, che interpreta come “Giudecca”.

In generale, con Placanica, si conferma la mia impressione che la presenza ebraica in Calabria

sia stata più diffusa e persistente di quanto finora accertata,

ed anche riguardo agli indizi toponomastici sulle varie Judica, Judeca, Judarìu, ecc.,

una volta effettuata una mappatura più precisa,

sarà forse possibile ricavare qualche elemento di conferma al riguardo

Aronne a Placanica

Naturalmente non intendo il Grande Sacerdote biblico, fratello di Mosè,
ma uno degli ebrei che un documento cita come abitante di Placanica

Foto da Wikipedia

Mi è arrivato ieri il bellissimo volume curato dal professor Pietro De Leo, La Platea di Sinopoli, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2006, e subito (ovviamente) sono andato a caccia di ebrei.

La cosa più notevole è che, grazie a questa pubblicazione, Placanica esce dal novero delle località in cui la presenza ebraica era incerta,
come avevo scritto nel vecchio post Punta Stilo: generalità e centri minori, per entrare tra quelle in cui la presenza è documentata.

Se prima avevamo soltanto l’attestazione dubbia e piuttosto tardiva riferita dal Catasto onciario del 1745, in cui si parlava di
"Ebrei fatti cristiani", ai quali una chiesa di Placanica versava un contributo annuo come “premio” per la loro conversione, ora possiamo essere sicuri che ebrei realmente vi fossero in questo centro in epoca molto precedente, nel 1335: infatti il professor De Leo già nell’introduzione cita gli ebrei di Placanica, come notizia inedita prima di questo documento.

Nel testo si parla prima genericamente di "ebrei che sono tenuti a dare per ogni casa o focolare un tarì nel mese di agosto"; poco più avanti, negli "Incensualia Pracarice", sono citati i nomi di due ebrei che vi possedevano terre (Saydon in associazione con un cristiano, che a sua volta ne affittava una parte all’ebreo Aron).

Più avanti, sotto la voce "Iura domini exigenda a iudeis Placanice", si stabilisce una serie di diritti e doveri degli ebrei, specificando che devono pagare "in liliatis tarenum unum" (i liliati dovrebbe essere, ma non ho competenza in materia, una moneta coniata da Roberto d’Angiò).

Infine, in un elenco di possessori di terre, vengono nominati di nuovo i due Saydon, Aron altri due, Farachio e Farione.

Naturalmente è possibile che ve ne siano altri che non sono nominati, ma se teniamo presente che nel 1276 (come citato nell’introduzione al volume) gli abitanti di Placanica sono circa 375, calcolando un numero di 4/5 persone a famiglia, come gli storici suppongono per l’epoca, abbiamo un numero di ebrei che si aggira intorno (come minimo) ai 20, che corrisponde a circa il 5%, stima che viene fatta per la popolazione ebraica in Calabria dell'epoca aragonese, l'età d'oro dell'ebraismo meridionale.

Non mi sembra poco per un centro come Placanica, piccolo in superficie, abitanti e (presumibilmente) in risorse economiche: possiamo immaginare che anche altri piccoli centri vedessero delle seppur ridotte presenze ebraiche, per non parlare dei centri più rilevanti, dove queste dovevano essere ancora maggiori.

giovedì 29 aprile 2010

San Nicandro: una storia e un film

Saccheggio di nuovo Moked - il portale dell'ebraismo italiano, che raccomando caldamente di consultare, perché è pieno di informazioni sull'attualità e la spiritualità ebraiche, nonché di notizie che riguardano il mondo ebraico e quello italiano in particolare
Avete anche la possibilità di iscrivervi all'interessante newsletter quotidiana

Il risveglio di San Nicandro

Rossella Tercatin

La notte del 10 agosto 1930, nel piccolo centro pugliese di San Nicandro, Donato Manduzio, professione bracciante, fece uno strano sogno, che lo spinse a mettersi a leggere la Bibbia (una Bibbia protestante, l’unica che riuscì a reperire). Fu così che scoprì e cominciò a praticare l’ebraismo, senza sapere nemmeno che al mondo degli ebrei esistevano ancora. Ebbe inizio in questo modo una delle pagine più incredibili della storia dell’ebraismo italiano novecentesco.

Il popolo ebraico è considerato un esempio straordinario, per molti aspetti unico, di cultura e coesione mantenute intatte per millenni. Il trascorrere del tempo, la dispersione e le persecuzioni, a prima vista non sembrano aver danneggiato la vita e la vitalità degli ebrei nel mondo. Non altrettanto si può affermare a livello demografico. Quanti sono gli uomini e le donne ebree che si sono allontanati nel corso dei secoli? Impossibile saperlo. Ma è accaduto anche, e sempre più spesso si ripete oggi, che persone del tutto estranee all’ebraismo, magari animate da antichi ricordi di un’appartenenza perduta da generazioni, all’ebraismo vogliano ricongiungersi. Un fenomeno sempre più frequente per esempio nei territori dell’Ex Unione sovietica, per ragioni geopolitiche, ma che si ripete costantemente anche in quelli che nel XV secolo erano domini spagnoli, dove gli ebrei furono espulsi o costretti a convertirsi. E dove in molti casi scelsero di mantenere in segreto le proprie tradizioni, dando vita al fenomeno del marranesimo. Proprio di queste storie di identità perdute e ritrovate si parla nel Moked primaverile 5770, che prende oggi il via.

Sarà proprio “Marrani di ieri e di oggi” il filo conduttore di incontri e dibattiti che animeranno le giornate dei partecipanti all’appuntamento annuale del DEC.

Nelle regioni meridionali della nostra penisola oggi la riscoperta dell’ebraismo perduto è fortissima, come ha testimoniato il successo di Negba, il primo festival della cultura ebraica in Puglia organizzato a settembre dall’UCEI.

Sono tante le storie nate all’ombra Gargano. Quella di San Nicandro la racconta oggi un film-documentario presentato per la prima volta nel novembre 2009 al festival Transiti d’Oriente, “San Nicandro, Zefat. Il viaggio di Eti”, diretto da Vincenzo Condorelli.

Nel giro di pochi anni dopo la visione di Donato Manduzio, il gruppo di ebrei sannicandresi era arrivato a contare più di una ventina di persone. Erano stati avviati contatti con la Comunità ebraica di Roma per un processo di conversione riconosciuto. Ma per gli ebrei in Italia i tempi si facevano cupi. Con le leggi razziali, il rabbino capo di Roma cercò di dissuadere Donato Manduzio e i suoi dal proseguire nell’intento, loro che potevano scampare alla persecuzione. La risposta fu indignata. Il gruppo si considerava e voleva essere considerato ebreo a tutti gli effetti, pronto a sopportare anche le conseguenze più negative. La conversione vera e propria arrivò nel 1946, e nel giro di pochi anni la maggioranza degli ebrei di San Nicandro si trasferì in Israele.

Oggi nel paese vivono alcune decine di ebrei, tra i quali Grazia Gualano, ricercatrice di Storia dell'Ebraismo sannicandrese e Presidente del gruppo San Nicandro. Sarà lei a commentare il documentario, in cui compare proprio nel suo ruolo di studiosa che aiuta il protagonista Eti a ricostruire la sua storia familiare.

La comunità di San Nicandro, nonostante le difficoltà che deve affrontare legate all’esiguità dei numeri, e alla scarsa disponibilità di prodotti kasher, continua a rappresentare, a distanza di tanti anni dalla sua nascita, uno straordinario esempio di vitalità ebraica, contro una storia che secoli fa sembrava aver messo per sempre la parola fine all’ebraismo italiano del meridione.

Il viaggio di Eti

Manuel Disegni

S’intitola “San Nicandro, Sefat. Il viaggio di Eti”, il film sulla comunità ebraica di San Nicandro garganico che sarà protagonista della prima serata del Moked e che era stato proiettato in anteprima nazionale l'estate scorsa, nelle intense giornate di Negba, il festival della cultura ebraica in Puglia. Alla proiezione della pellicola seguirà un dibattito con Grazia Gualano, studiosa della storia dell'ebraismo di San Nicandro e fautrice della rinascita della comunità locale.

Il viaggio di Eti è un'opera del cineasta Vincenzo Condorelli, coprodotta dall'Apulia film commission, l'Associazione culturale Antonello Branca e Medinet audiodivuals, con il patrocinio dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. Narra del viaggio che Eti, Yossi e Miriam, rappresentanti di tre generazioni dell'ebraismo sannicandrese compiono alla riscoperta delle loro origini pugliesi e delle tracce che ancora oggi sono presenti dal Gargano al Salento della fiorente presenza ebraica. I protagonisti sono discendenti degli ebrei che, all'epoca della seconda guerra mondiale emigrarono dall'Italia meridionale in Galilea.

Eti è una giovane laureanda presso l'Istituto di cinematografia di Gerusalemme. Come tesi sta preparando un film sulla vicenda dei suoi nonni Eliezer ed Esther Tritto, i quali da bambini dovettero trasferirsi da San Nicandro a Sefat insieme alla loro comunità. Yossi è un affermato filmaker con cui Eti avrà modo di confrontarsi durante il viaggio, Miriam è la sua anziana madre che lotta contro il morbo di Alzheimer. I rapporti che si instaurano tra i tre protagonisti sono lo specchio di quelli intergenerazionali tra gli ebrei pugliesi. Storia, memoria e costruzione dell'identità sono le tematiche che, attraverso l'esperienza dei tre viaggiatori, Condorelli si propone di affrontare.

Il 2010 è il cinquecentesimo anniversario della cacciata degli ebrei dell'Italia del sud. Proprio in questo ultimi anni si è registrato un crescente desiderio di recuperare tradizioni e sentimenti ebraici rimasti sommersi per molti decenni, in alcuni casi per secoli. Il film sulla comunità sannicandrese inaugura i lavori di un Moked dedicato al marranesimo, che s'interroga sulle possibilità e sulle modalità di recupero e di valorizzazione di queste tradizioni dimenticate, su come rinsaldare i legami con i cosiddetti ebrei invisibili.


Il grande ritorno dei marrani

Segnalo, dal sito Moked - il portale dell'ebraismo italiano, questo incontro molto importante che si tiene in questi giorni, e che riguarda la realtà ebraica in Calabria e nel Sud.

Mi conforta sapere che la situazione è in movimento, e che possiamo sperare che (in tempi lunghi...) rinasca un ebraismo meridionale.


Moked - Al via la grande convention di primavera

“Marrani di ieri e di oggi”. Questo il tema del Moked di primavera, la tradizionale convention dell’ebraismo italiano, dedicata quest’anno al suggestivo tema dei conversos. I casi di singoli, di famiglie o di intere comunità che chiedono di entrare a far parte del popolo ebraico si vanno infatti facendo frequenti. In molti casi pare si tratti di discendenti di marrani, che nel corso dei secoli hanno mantenuto una qualche segreta fedeltà all’ebraismo. È il motivo per cui la questione marrana, quanto mai peculiare dell’esperienza storica ebraica, torna a farsi attuale e merita quindi attenzione e analisi approfondite, nell’intento di coglierne il significato e i riflessi sull’ebraismo contemporaneo. Al tempo stesso il marranesimo potrebbe rivelarsi una preziosa pietra di paragone, se messo a confronto con forme di nascondimento e di dissimulazione dell’identità sempre più frequenti. L’argomento, di particolare interesse nel cinquecentenario della cacciata degli ebrei dal Sud Italia, sarà affrontato sia dal punto di vista storico sia da quello rabbi nico. Tra i relatori, Piera Ferrara (Università di Tor Vergata), David Meghnagi (Università Roma Tre), Sergio Della Pergola (Università di Gerusalemme) e rav Eliahu Birnbaum di Shavei Israel, l’organizzazione israeliana fondata dal giornalista Michael Freund che lavora al recupero degli ebrei perduti: i Bne’ Menashe in India, gli ebrei cinesi di Kaifeng, gli ebrei inca, i discendenti degli ebrei polacchi e, appunto, i conversos di Spagna, Portogallo, America latina e forse tra poco anche d’Italia.

A prima vista sembra uno di quegli argomenti riservati agli storici o alle ricerche erudite. Ricco di fascino e mistero ma ben poco pregnante per il presente e soprattutto per il futuro. Parlare di marrani e del marranesimo vuol dire invece mettere sul tavolo le mille contraddizioni intrinseche al mondo ebraico, toccarne con mano le radici e affrontare il tema per eccellenza: quello dell’identità. Rav Roberto Della Rocca, direttore del Dec - Dipartimento educazione e cultura UCEI non si nasconde la complessità della questione ma è ben convinto che ragionare dei conversos sia ragionare degli ebrei di oggi e del domani. Per questo ha voluto dedicare al marranesimo il Moked di primavera che, accanto alle consuete occasioni di svago e convivialità, proporrà sull’argomento un programma d’approfondimento di grande interesse.

“Vi sono più ordini di motivi che mihanno spinto a questa scelta - spiega - Da un lato è in atto una riscoperta del Sud d’Italia: a cinquecento anni dalla cacciata degli ebrei da quelle terre, nel 1510, stiamo approfondendo studi, ricerche e progetti sul Meridione con risultati notevoli dal punto di vista storico e antropologico. E proprio in questo contesto stanno emergendo tracce importanti del fenomeno dei conversos”. Gli studiosi che si addentrano in questo mondo si confrontano con famiglie in cui da secoli sopravvivono reminescenze, ricordi lontanissimi, pratiche di cui si è scordata da tempo l’origine: l’usanza di accendere le candele al venerdì sera o di cuocere il pane azzimo a Pasqua, un certo modo di fare cucina, taluni gesti.

Sono abitudini che, dice rav Della Rocca, vanno indagate con cura per capire se racchiudono davvero una specificità ebraica. Ma certo inoltrarsi in quest’universo ancora velato di segretezza, fare i conti con quanti s’interrogano sulle loro radici lontane e su ciò che significano per il presente e per il futuro risulta tanto più suggestivo oggi, in tempi contrassegnati da identità in bilico. Ed è questo il secondo grande motivo per cui nella convention di primavera si parlerà di marranesimo. “Viviamo un momento in cui è fortissima la dissimulazione dell’identità ebraica - afferma il rav Roberto Della Rocca - Sono sempre più frequenti le forme di nascondimento mentre avanza il fenomeno dei cosiddetti ebrei invisibili che in molti modi celano la loro identità e la loro origine. Si tratta di una situazione per molti versi speculare a quella dei discendenti dei marranos che invece cercano di dare visibilità a un ebraismo sommerso e vogliono entrare a far parte del mondo ebraico. Ed estremizzando il ragionamento si potrebbe anche affermare che esiste il pericolo di un marranesimo al contrario: ebrei esteriormente e qualcos’altro nella propria intimità. Riflettere su questi diversi aspetti è dunque molto intrigante”. A rendere la cosa ancor più stimolante concorre il fatto che il tema dei conversos dal mondo ebraico è sempre stato vissuto in modo conflittuale. Il marrano gioca infatti su una doppiezza tra pubblico e privato, è ebreo dentro casa e cattolico fuori. Costretto da un travagliato destino, considerato spesso un impostore e un eretico dai cristiani, e un traditore della sua gente. Ma se si tiene conto della forte costrizione esercitata su di lui e sui suoi familiari lo si può vedere invece come una persona forzata ad abiurare con la violenza e la minaccia: un uomo o una donna da comprendere e non da condannare.

“L’approccio ai conversos - spiega il rav Della Rocca - suscita da tempo una forte dialettica nelle coscienze ebraiche e sul tema c’è da sempre un dibattito all’interno dello stesso rabbinato. Nella scelta tra morte e conversione i marrani hanno risposto con una soluzione alternativa che ha assunto una portata collettiva, vivendo il paradigma di una doppia identità.

Una dimensione che ci rimanda alla Bibbia, alle figure per noi così importanti di Mosè e di Ester”. Figlio di una madre ebrea e cresciuto a palazzo come un egiziano, Mosè è il paradigma di un’identità doppia che si risolverà nel riconoscimento dell’essere ebreo. Proprio come accade a Ester, che vive in segreto il suo essere ebrea finché gli eventi la inducono a manifestarsi a protezione del suo popolo. Al di là delle suggestioni bibliche confrontarsi con i marrani comporta una serie di problematiche non da poco.

“La riammissione all’ebraismo non può affatto essere automatica - sottolinea infatti il rav - Si deve valutare la veridicità delle origini ebraiche, cosa non facile vista la distanza storica dalla conversione. E si deve poi capire se l’abiura è avvenuta sotto costrizione e minaccia della vita. La legge rabbinica prevede, in linea teorica, anche l’obbligo di mettere a disposizione la propria vita pur di non infrangere il divieto d’idolatria. Ma certo il caso dei conversos è del tutto sui generis”.

A confermarlo la preghiera, presente solo nel rito italiano, in cui si auspica che gli anusim (termine ebraico che alla lettera significa violentati e che indica i marranos) possano fare ritorno. Il rabbino la pronuncia al sabato mattina, dopo aver benedetto la comunità, prima di riporre il Sefer Torah nell’Aron HaKodesh. E’ un invito a chi ha dovuto allontanarsi e al tempo stesso un monito che rimanda a una riflessione sulla secolare storia ebraica.


Daniela Gross, Pagine Ebraiche, maggio 2010

martedì 27 aprile 2010

ArcheoDeri: il sito e il parco

Scopro solo oggi l'esistenza di questo bel sito dedicato ad ArcheoDeri, il parco archeologico che si trova a Bova Marina intorno a Deri, area dell'antica e celebre sinagoga.
Si tratta di un sito davvero ben fatto, dedicato non solo a quest'area ma all'ebraismo calabrese in genere: invito tutti a visitarlo e a "studiarlo".

Riporto ora alcune informazioni "rubate" dal sito stesso.

Per un inquadramento storico-territoriale
Lungo il versante ionico meridionale calabrese, a circa cinquanta chilometri a sud di Reggio Calabria, in località S. Pasquale nei pressi di Bova Marina (contrada Deri) negli anni 1983-1987, si è rinvenuta fortuitamente e scavata una struttura che è stata chiaramente riconosciuta come una sinagoga ebraica.
La sinagoga sorgeva in una località interessata da altre strutture. L'area non è ancora a tutt'oggi completamente esplorata, ma dovrebbe trattarsi con ogni probabilità di un piccolo villaggio in prossimità della strada costiera che, in antico, collegava Reggio con le altre località poste lungo la costa ionica. Con buona probabilità il sito è identificabile con l'antica Scyle, indicata, con diverse varianti, negli Itineraria antichi. Già il Catanea-Alati notava che accanto alla contrada Deri si conserva in un luogo il toponimo Scillàca o Scilliàca.
L'itinerario dell'Anonimo Ravennate segna in due diversi passi il toponimo di Sileon dopo di quello di Leucopetra, muovendosi da Reggio lungo la via ionica. L'itinerario Guidonense, epitome del precedente, conferma il nome del sito, dandone due varianti: Scilleume Sileum. La seconda riprende il nome dato dal Ravennate. La variante Scilleum è invece seguita da una fonte che supera le altre per importanza, la Tabula Peutingeriana, che dopo Regio e Leucopetra pone Scyle. La Tabula pone però un altro problema, rappresentato dalle distanze che sono segnate tra i nomi dei siti.
Tra Reggio e Leucopetra, separate da un fiume, si pone una distanza di 5 miglia. 20 miglia separano Leucopetra da Scyle, e altre 60 separano Scyle da Lucis. Ora se teniamo come punti fermi Reggio e Lucis = Locri, e accettiamo l'identificazione di Leucopetra con Lazzàro e di Scyle con Bova Marina, possiamo osservare che le distanze tra i primi tre siti (Regio, Leucopetra e Scyle) sono sostanzialmente esatte. Un problema sorge però dall'indicazione di LX posta tra Scyle e Lucis. In effetti la distanza tra Bova Marina e Locri è molto minore.La Crogiez, pur notando che "le problème des distances trop importantes de la Table, qui indique LX milles de Scyles à Locres, n'à pas été résolu", non offre alcun tentativo di soluzione, pur concludendo che "on propose de reconnai^tre la station Scyle dans l'ensemble découvert dans la contrada Deri (loc. S.Pasquale)".

Bova, luogo di incontro delle grandi civiltà
Non lascia mai indifferenti riflettere sulla propria storia, sulla dinamica degli eventi passati, ed è oggi con emozione che do il benvenuto ad un così prestigioso consenso di appassionati studiosi, esploratori di un percorso culturale per lungo tempo taciuto ma mai cancellato dalle menti e dai cuori dei bovesi.
È la storia di un passato che non possiamo e non vogliamo più ignorare, una storia che regalandoci inattese suggestioni, intesse affascinanti legami tra i discendenti di Mosè e i greci di Calabria. In particolare, a noi, abitanti dell’antica Delia, è concesso guardare al problema da un’angolazione privilegiata.
Ed infatti il casuale rinvenimento, nel 1983, proprio in località San Pasquale di un edificio sinagogale, dapprima sbrigativamente catalogato come quel che restava di un’antica villa romana, getta oggi nuova luce sulla questione della presenza giudaica nel territorio limitrofo all’antica Regium romana, evidenziando la centralità che proprio Bova Marina, il nostro comune, riveste nella geografia del problema. Ideale trait d’union tra passato e presente, la sinagoga e tutto il complesso culturale-emozionale che quelle esigue vestigia intendono evocare, costituisce, dunque, un importante tassello della nostra identità, pietra miliare da cui è impossibile prescindere per conoscere e riconoscersi in una storia che è parte di noi.
Consci di questo valore ma altresì convinti che molto resti ancora da chiarire intendiamo intraprendere un percorso di valorizzazione nell’ottica del quale questa tavola rotonda segna un importante punto fermo. Sono certo, infatti, che le riflessioni maturate in questa sede costituiranno un incisivo stimolo per ulteriori approfondimenti su tematiche a noi tutti, in quanto popolo bovese, molto care.

Una famiglia tra Calabria, Ferrara e New York

Questo articolo non riguarda direttamente la Calabria, ma lo pubblico perché tratta di un ebreo che porta il nome della nostra terra, a riprova dell'importanza dello studio dell'onomastica e a conferma di un passato ebraico calabrese

Da la Stampa, 27.4.2010

Dal giardino dei Finzi-Contini alla Corte suprema d'America

Guido Calabresi è stato il più giovane professore di legge negli Usa,
la madre era della famiglia resa celebre da Bassani


Gianna Pontecorboli, New York
La prima cosa che colpisce, quando lo si incontra, è la sua cordialità priva di qualsiasi affettazione. Eppure, nel firmamento del grande mondo legale americano, Guido Calabresi non ha certo bisogno di presentazioni. Ormai quasi ottantenne, è nato nel 1932, Calabresi è giudice della corte d’appello federale del secondo circuito, la più importante dopo quella di Washington e contemporaneamente è professore emerito alla facoltà di giurisprudenza di Yale, quella in cui tutti gli studenti di legge sognano di entrare. Per quasi dieci anni, dal 1985 al 1994, di quella stessa facoltà è stato il preside. E negli anni precedenti, quando era soltanto un professore, sui banchi delle sue classi sono passati i giudici della Corte Suprema Samuel Alito e Clarence Thomas e soprattutto l’ultima arrivata Sonia Sotomayor, nominata da Barack Obama.
«Guido», come lo chiamano affettuosamente i suoi allievi, non è però soltanto un rispettato giudice e un ammirato professore. Da quando ha sposato Ann Taylor, che discende da una delle famiglie che hanno fondato New Haven, è diventato membro di diritto della migliore società del New England. Ai suoi studenti, però ricorda spesso di essere anche «il nigeriano di allora», uno degli spaesati ebrei italiani che Mussolini ha involontariamente regalato all’America con l’emanazione delle leggi razziali e che, partendo dalla situazione di immigrati, hanno scalato tutti i gradini di una nuova carriera. in un mondo non sempre facile.

«In realtà noi siamo venuti per ragioni politiche», racconta adesso. «Mio padre era molto attivo nel gruppo di Giustizia e Libertà, lo avevano già bastonato e messo in prigione per qualche giorno nel 1923. Era molto amico dei Rosselli e di Salvemini e avrebbe voluto lasciare l’Italia già alla fine degli Anni 20, quando era ormai evidente che Mussolini non sarebbe caduto».

Le circostanze, poi, costringono il cardiologo Massimo Calabresi a rimandare la sua partenza fino a quando l’emanazione delle leggi razziali la rendono non più rinviabile. A Milano, il medico fa parte del gruppo di Cesa Bianchi ed è abbastanza affermato da essere chiamato al capezzale di Papa Ratti, Pio XI, subito prima della sua morte. «Ratti aveva scritto un’enciclica per denunciare le leggi razziali, ma morì prima che fosse pubblicata. Alcune persone sussurravano che era stato ammazzato per questo, ma mio padre diceva sempre che gli sarebbe piaciuto poter dire che era vero, ma non lo era», spiega Calabresi.

Negli Stati Uniti, Calabresi arriva a settembre del 1939, senza un soldo in tasca e con la sola garanzia di un contratto di sei mesi e pieno di limitazioni all’Università di Yale, che per di più non comincia fino a gennaio. Per sopravvivere in un alberghetto da dieci dollari al mese mentre il dottor Massimo si prepara agli esami per convalidare la sua laurea, la famiglia conta sui piccoli prestiti concessi dagli amici a cui viene dato, come garanzia, un assegno da 25 mila dollari che nessuno, in quel momento, ha modo di incassare. Dopo l’arrivo a Yale, a poco a poco, le cose cominciano a andare meglio, anche se le difficoltà non mancano. La casa è ben più semplice dell’appartamento settecentesco in cui la famiglia abitava in Italia, lo stipendio è modesto, al college di Yale non ci sono cattedre per i professori ebrei o cattolici. Il corpo insegnante diffida ancora di chi non è «wasp» (bianco, anglosassone e protestante). Nella zona, gli italiani sono in gran parte poverissimi lavoratori manuali, l’ambiente ebraico resta estraneo. «Nessuno nella mia famiglia era praticante da cent’anni, anche se c’era questa grande tradizione che risaliva ai tempi dei romani», spiega Calabresi.

La famiglia Calabresi, tuttavia, non si perde d’animo. Il dottor Massimo, che impiegherà anni per avere una cattedra, si laurea anche in Igiene, sua moglie, che è una Finzi-Contini, si laurea in letteratura comparata e diventerà alcuni anni dopo insegnante al Connecticut College for Women. Il piccolo Guido e suo fratello maggiore Paul sono studenti brillanti e ottengono una borsa di studio in una delle migliori scuole private di New Haven. Da allora, la sua carriera è stellare: una laurea a Yale, poi una borsa di studio a Oxford, la laurea in legge, ancora a Yale, un anno come assistente del giudice Hugo Black alla corte Suprema e poi, a soli 28 anni, il più giovane nella storia della giurisprudenza negli Stati Uniti, professore a tempo pieno. Ovviamente sempre nella prestigiosa università di New Haven. «È vero, noi ebrei italiani abbiamo fatto tutti bene» osserva ora Calabresi. «Avevamo perso qualcosa, visto che in Italia eravamo quasi tutti benestanti, e avevamo una grossa spinta a ricreare». «E poi - aggiunge - in quel momento le persone più aperte volevano mostrare di essere aperte nei confronti degli italiani. Ma era molto più facile farlo con chi era più simile a loro che non con gli altri italo-americani. Io ho ricevuto moltissima “affermative action”. Per questo dico sempre ai miei studenti di colore che ero il nigeriano di allora».