Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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giovedì 18 gennaio 2018

Viaggi della Memoria 2015-2018

Dal 21 al 23 gennaio si svolgerà, come ormai avviene da molti anni, il Viaggio della Memoria a Cracovia ed Auschwitz, organizzato dal Ministero dell'istruzione, con la collaborazione dell'Ucei.
Vi prenderanno parte, insieme al Ministro e a studenti di ogni parte d'Italia, anche una decina di studenti calabresi premiati per i loro lavori relativi al tema della Shoah.
In attesa di poter presentare un resoconto sul Viaggio di quest’anno, ne pubblico uno scritto dagli studenti del Liceo classico Tommaso Campanella di Reggio, che vi hanno partecipato nel 2015, insieme ad un breve video da loro prodotto.


“Calcolati come bestie, ma là dentro c’erano esseri umani”
(Sami Modiano)

In occasione del settantesimo anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti,
una rappresentanza di circa duecento studenti provenienti da tutta la Penisola ha preso parte al “viaggio della memoria” promosso dal MIUR. Tra questi ragazzi, vi era anche una delegazione di studenti del Liceo Classico “Tommaso Campanella” di Reggio Calabria, una delle poche scuole coinvolte nell’iniziativa.
Tutte le delegazioni, nel ripercorrere i luoghi emblematici della strage antisemita della Seconda Guerra Mondiale, sono state affiancate da varie ed illustri personalità quali innanzitutto i tre sopravvissuti al campo di sterminio, Sami Modiano e le sorelle Andra e Tatiana Bucci, principali guide di questo cammino insieme a Marika Kauffmann, coniuge di Shlomo Venezia, e Marcello Pezzetti, storico specializzato nello studio della Shoah, ma anche il presidente dell’UCEI (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane) Renzo Gattegna, il presidente dell’Assemblea rabbinica italiana e rabbino capo di Genova Giuseppe Momigliano, il Ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, il prof. Giovanni Maria Flick, presidente onorario della fondazione Museo della Shoah di Roma.
Il viaggio corrispondeva ad una graduale progressione attraverso l’assurdità delle pratiche antisemite, a partire dai nostri primi passi attraverso i vicoli di Cracovia, ex capitale di quel territorio che, in epoca nazista, era conosciuto con il nome di Governatorato Generale. L’intrinseca bellezza della città era però sin da subito eclissata da un costante grigiore, indizio di quello che ci apprestavamo a vedere e provare.
Infatti i ragazzi hanno provato un forte senso di smarrimento, dovuto alla freddezza e inospitalità di un ambiente fortemente segnato dalla ormai inveterata cicatrice, provocata dai regimi dittatoriali nazista e poi sovietico. Nonostante gli anni trascorsi, Krakow sembra non essersi liberata dal dolore, riscontrabile soprattutto durante la visita del quartiere di Podgórze, adibito a ghetto ebraico. Nel 1941, i 65 mila ebrei residenti a Cracovia videro negati i loro diritti primari e si videro privati della loro dimora, alcuni allontanati dal Governatorato ed altri concentrati in un quartiere strategico estremamente povero, posto in vicinanza di una rete ferroviaria, del fiume Vistola e di una barriera naturale. Gli ebrei destinati al suddetto posto, furono costretti dalle SS a costruire una cinta muraria a forma di lapidi perché considerati cadaveri viventi.
A questo punto, i giovani lì presenti, scossi da tanta intolleranza e disumana violenza, hanno trovato conforto nell’accogliente sinagoga polacca, luogo di sincera riflessione sui puri valori del viaggio, ma anche occasione di confronto con la cultura ebraica.
Ogni viaggio spesso ha un suo punto di svolta, in questa esperienza lo si potrebbe individuare nell’incontro con Sami Modiano e le sorelle Andra e Tatatiana Bucci, testimoni dell’orrore di Aushwitz, e con la moglie di Shlomo Venezia, Marika Kauffmann.
Passeggiare per il campo di Birkenau (Auschwitz 2) e per il Museo della Shoah (Auschwitz 1) ed ascoltare le loro testimonianze erano gli unici strumenti che avevamo a disposizione, oltre a tanta immaginazione, per renderci conto dell’assurdità di quelle macchine di sterminio quali erano i campi di concentramento. Nei loro racconti, pianti e ricordi di pianti, di condizioni invivibili, come lo erano per Sami e la comunità ebraica di Rodi, la sua “grande famiglia” composta da circa due mila persone, i ricordi di uomini e donne ammassati all’interno prima delle navi e poi dei treni nazisti a patire la sete e la fame, ma anche di carità, come il cedere la propria razione di acqua da parte del padre di Sami e di tutti gli uomini della sua grande famiglia ai più bisognosi, ed ancora memorie di angoscia nel vedere i propri cari allontanarsi verso blocchi diversi o verso la morte. Nelle parole di Sami, si percepiva la disperazione di un ragazzo di appena tredici anni che combatté ogni giorno contro la morte, non arrendendosi neanche quando il padre, alla notizia della morte di sua figlia, decise di morire presentandosi all’Ambulatorio, vale a dire abbandonandosi alla sorte delle camere a gas e dei forni crematori. Vi è tanta disperazione però anche nelle parole delle sorelle Bucci, ai tempi della deportazione appena bambine: il loro nome sarebbe stato solamente un numero se la loro madre non l’avesse ripetuto loro sempre, per ricordare alle sue figlie che loro non erano animali, ma persone; ora non sarebbero in vita, se una "blokova" (donna che svolgeva funzione di capo nei blocchi di Auschwitz) non le avesse tenute in guardia nel non accettare mai l’invito dei nazisti a rivedere le proprie madri, putrido inganno per utilizzare i bambini come cavie di esperimenti crudeli e devastanti, causa della morte del loro piccolo cugino Sergio. Non è minore l’afflizione, visibile sul volto di Marika, nel raccontare di come suo marito venne sfruttato nel “soverkommando”, un particolare commando nazista costituito da ebrei scelti con il compito di far funzionare i meccanismi di sterminio nazisti, tramite azioni di vario genere come svestire le persone prima che entrassero nelle camere a gas, oppure tagliare i capelli ai cadaveri, ma soprattutto trasportare i cadaveri morti dalle camere a gas alle fosse comuni o ai forni crematori; suo marito, Shlomo, nonostante avesse patito delle pene a dir poco inconcepibili, ha avuto il coraggio di contribuire attivamente alla ricostruzione delle dinamiche di sterminio naziste.
Un’altra presenza ha avuto un ruolo di primaria importanza in questo viaggio, quella di quattro rappresentanti dell’associazione sinti di Prato, i cui parenti nemmeno i nazisti riuscirono a dividere a causa della loro coesione e fratellanza; tutti i sinti vennero infatti riuniti in un campo per famiglie dove vennero annientati tutti insieme: nessuno si salvò.
Monika Diombke, una vittima dei campi di concentramento nazisti, in una poesia-lettera a sua madre scrisse: “Cerca, cerca le ceneri nei campi di Auschwitz, nei boschi di Birkenau. Cerca le ceneri, Mamma, io sarò lì!”. Tale invito a cercare le ceneri di questi innocenti è rivolto a ognuno di noi, tutti noi dovremmo andare ad Auschwitz, se non fisicamente almeno con il pensiero e con il cuore aperto per amare e ricordare tutti coloro che a causa dell’odio sono morti.

Carlo Rositani (IV D)
Stefano Spadaro (V F)
Cristina Fragomeno (V C)
Camilla Fusco (V C)

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