Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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giovedì 13 luglio 2017

Tra Bova Marina e Bova: proposta di itinerari ebraici


Domenica 16 Luglio si svolgerà un incontro che unirà due realtà geograficamente vicine (Bova Marina e Bova), ma che presentano spaccati molto diversi dell’ebraismo calabrese; l’età tardo-antica, centrata sulla celebre sinagoga di Bova Marina, e l’età rinascimentale (per l’Europa, ma dall’esito tragico per gli ebrei di Calabria).
L’incontro, oltre che per la qualità dei relatori, si presenta interessante per le modalità di svolgimento, in due parti nei due luoghi diversi: un omaggio all’errare degli ebrei nella loro storia?
Dopo il testo del comunicato accennerò ad una mia personale ipotesi sulla persistenza dell’ebraismo calabrese nelle epoche di cui non abbiamo testimonianze, intermedie tra quelle rappresentate dalle due Bova.
Seguirà un post con una rassegna delle presenze ebraiche nell’area della Bovesìa (o grecanica).


Presenze giudaiche nella Calabria grecanica:
una proposta di itinerari

Domenica 16 Luglio 2017, a partire dalle ore 18,00, si svolgerà tra Bova Marina e Bova l'incontro organizzato dal Polo museale della Calabria sul tema delle presenze giudaiche dell'Area grecanica al fine di unire, all'interno di un itinerario turistico culturale, due tra i più importanti siti ebraici del Reggino: il Parco archeologico ArcheoDeri di Bova Marina, dove si conservano le tracce di una delle sinagoghe più antiche del Mediterraneo e la ritrovata Giudecca di Bova, nel quartiere medievale di Pirgoli.
Studi, analisi e ricerche sulle tracce ebraiche in Calabria dal tardo antico al Rinascimento saranno i temi trattati nelle sessioni dell'incontro che inaugurà la riapertura del Parco archeologico Archederi di Bova Marina, grazie all'impegno del Polo museale della Calabria, al contribuito del Gruppo archeologico “Valle dell'Amendolea” e all'AIAB (Associazione italiana per l'agricoltura biologica) Calabria, che per l'occasione donerà alberi di bergamotto per valorizzare ancora di più le opere di fruizione dell'antico sito ebraico bovese.
Saranno presenti il Coordinatore della Commissione straordinaria del Comune di Bova Marina, Francesca Crea; il Segretario regionale per la Calabria del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Salvatore Patamia, e il Direttore del Parco ArcheoDeri di Bova Marina, Rossella Agostino, a cui si deve la recentissima campagna di valorizzazione del parco archeologico bovese.
Tra i relatori, la straordinaria presenza di Debora Penchassi, della Comunità ebraica di New York e il Conservatore dei Beni culturali, Pasquale Faenza, che tratterà dei diversi restauri e ripristini del pavimento musivo della sinagoga bovese tra il Tardo Antico e l'Alto Medioevo.
Successivamente l'incontro riprenderà a Bova, alle ore 21,00 presso la Chiesa dello Spirito Santo, con i saluti del Sindaco Santo Casile e gli interventi di Chiara Corazziere, Postdoctoral Researcher dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, la quale illustrerà studi e ricerche sulle tracce urbanistiche connesse agli insediamenti ebraici in Calabria.
Conclude l'incontro Pasquale Faenza, con un intervento sull'antica Giudecca di Bova, già testimoniata tra il XV e il XVI secolo, ed oggi al centro di un interessante programma di valorizzazione museale in sinergia con gli altri siti ebraici dell'Area Grecanica.

Accennavo in premessa ad una mia ipotesi sulla persistenza ebraica in Calabria in un periodo nel quale non abbiamo nessuna o scarsissime e dubbie tracce documentali.
Per il IV-VI secolo abbiamo alcune emergenze archeologiche, piuttosto labili, a parte la sinagoga di Bova Marina: la tabella sinagogale di Reggio, la lucerna ed una iscrizione in lingua greca, ma forse di contenuto ebraico a Lazzaro (comune di Motta San Giovanni), i manici di anfore con bolli di menorah a Scolacium e a Ippona. In tutta la Calabria solo 5 reperti, di cui 4 sullo Jonio e di questi, 3 nell’area dello Stretto: per il resto l’ebraismo calabrese dell'epoca antica è muto. Senza alcun riferimento documentale è la presenza ebraica a Kaulonia riferita in un testo, e nulla ci autorizza ad attribuire a realtà ebraiche un’anforetta con simbolo del nodo di Salomone che si trova nel Museo archeologico di Sibari; esilissima la pertinenza ebraica ad una lapide funeraria riferibile a Locri.
Completamente assente sembra poi l’ebraismo calabrese dal VI secolo fino all’epoca tardo-bizantina prima e normanno-sveva poi, salvo due eccezioni.
Una prima traccia è la presenza nel 982 dell’ebreo Kalonymos al seguito dell’Imperatore Ottone II, nella sua spedizione contro Bizantini e Saraceni temporaneamente alleati contro un comune nemico. Egli salverà l’Imperatore, facendosi promettere che avrebbe provveduto alla sua famiglia, sacrificandosi al suo posto e permettendogli di raggiungere a nuoto la flotta imperiale. Lasciando da parte la questione di dove si sia svolta la battaglia “alle colonne” (sono almeno quattro le località candidate, sebbene favorita resti l’area della marina di Stilo), è curioso che l’Imperatore si sia fatto accompagnare da un ebreo in questa spedizione militare. Si può supporre che lo abbia voluto con sé proprio perché potesse contattare le comunità ebraiche presenti nel Meridione (e in Calabria in particolare) per convincerle a sostenerle, combattute come erano tra i due strani alleati: i musulmani, sotto i quali sapevano di poter vivere relativamente in pace, e i bizantini, di cui invece era ben noto l’antisemitismo.
Il Brebion (catalogo dei possedimenti) della Diocesi di Reggio riferisce, intorno al 1050, di una Ebraiké non meglio precisata, collocabile nella Locride, e localizzata da Francesco Cuteri nell’attuale contrada Judari tra Stignano e Camini. Purtroppo nulla sappiamo al di là del nome, quindi non possiamo avere la certezza di nessuna delle varie ipotesi formulate in proposito: una zona abitata da ebrei? la localita di una sinagoga? di un cimitero ebraico? il possedimento di una donna ebrea? semplicemente un luogo misero e destinato a discarica o a lavorazioni inquinanti o maleodoranti? L’unico labile indizio è che potrebbe in qualunque caso indicare che una realtà ebraica non era sconosciuta, ma su che tipo di realtà fosse (forse un semplice richiamo al Vangelo o alle scritture cristiane) non abbiamo nessun indizio.
Ma appunto, nell’uno come nell’altro caso abbiamo solo supposizioni, ipotesi piuttosto labili in un’epoca che poco ha da dirci sugli ebrei in Calabria.
È del tutto impossibile colmare questi vuoti? Purtroppo, allo stato la risposta deve essere affermativa: nessuna testimonianza archeologica, nessun reperto materiale, nessun documento testuale. È solo possibile formulare supposizioni, sulla base di indizi, purtroppo labili, ma che forse non è il caso di ignorare.
Alla fine dell’epoca antica si ha una graduale, e poi sempre più rapida, “fuga” dalle coste, che prima erano fittamente abitate, verso l’interno; un fenomeno che si invertirà solo timidamente alla fine del XVIII secolo, e poi in modo estremamente deciso dopo la II Guerra mondiale, per continuare in modo disastroso a tutt’oggi.
Per completezza bisogna segnalare il bios (la vita) di san Nilo da Rossano, scritta da san Bartolomeo da Simeri, che si colloca cronologicamente tra i due documenti citati, e che ci rende nota la presenza ebraica a Rossano e Bisignano, ma si tratta di località lontane da quelle di nostro interesse, e con caratteristiche storiche, culturali e geografiche ben diverse.
Guardiamo alle località citate come sede di presenze ebraiche fino al VI secolo.
Scolacium viene abbandonata, e all’interno nasce Squillace, sede nel XV secolo di una comunità ebraica che ebbe rapporti di particolare cordialità con il circostante ambiente cristiano.
Bova Marina: Deri (Delia?) rimane deserta e sulle pendici dell’Aspromonte occidentale sorge Bova, anch’essa sede di una comunità ebraica documentata nel XV secolo.
Da Lazzaro (Leukopetra) gli abitanti salgono verso l’Aspromonte e nasce Motta San Giovanni, dove la presenza ebraica è ugualmente documentata nel XV secolo.
Lo stesso vedremmo a Kaulonia, nel caso si dovesse avere conferma (in verità improbabile, a mio parere) di presenze ebraiche, con la sua Stilo sorta sulle pendici delle Serre; ed anche a Gerace, di cui una lapide funeraria con una Mariam (forse) ebrea segnalerebbe la presenza ebraica a Locri Epizephirii.
A Reggio, per molto tempo unica città sulla costa jonica a sud di Crotone, dopo il IV secolo si hanno testimonianze ebraiche nel Medioevo.
Ippona, divenuta nel frattempo Monteleone, prima di tornare al vecchio nome di Vibo, ha anch’essa testimonianze di presenze ebraiche di nuovo nel XV secolo.
Alla fin di questo excursus, possiamo constatare che in tutti questi casi si hanno presenze ebraiche in epoche molto distanti tra di loro sia nelle due località che restano stabili (Reggio sul mare e Ippona/Monteleone all'interno) sia in quelle ben più numerose che "ascendunt ad montes".
Mi chiedo se sia credibile che nei periodi intermedi gli ebrei siano completamente spariti (tanto più che li vediamo presenti altrove, presumibilmente a Stignano/Camini e nella Vallata dello Stilaro, con certezza a Rossano e Bisignano), oppure se, pur in assenza di prove, sia proprio impossibile ipotizzare che anche nel periodo “silente” dell’ebraismo calabrese continui una presenza, magari esile, che la distruzione delle testimonianze a causa di vicende umane o geologiche non ci permette oggi di cogliere.
Non dimentichiamo che nessuno aveva mai sospettato una presenza ebraica a Bova Marina, piuttosto rilevante a giudicare dalla bellezza dei mosaici sinagogali, se non ci fosse stata la scoperta del tutto casuale durante i lavori per un rifacimento stradale, e inoltre, che se solo un altro bove fosse passato con l’aratro sul mosaico danneggiato dal primo, lo avrebbe distrutto, ed oggi avremmo non i resti di una sinagoga, ma di una delle tante ville romane che si trovano in Calabria, con delle tessere mosaicali il cui disegno globale sarebbe stato impossibile ricostruire.

venerdì 2 giugno 2017

Shabbat Nasò 5777





שבת שלום
SHABBAT SHALOM!
Nu bonu e santu sàbatu e paci!

Shabbat 9 Sivan 5777
(3 giugno 2017)






Parashat Nasò: Bamidbar (Numeri) 4,21-7,89
Haftarah: Giudici 13,2-25
Da Torah.it
Il commento alla parashah settimanale di rav Pinchas Punturello
Pace e completezza, due concetti fondamentali per l'ebraismo
Da Shavei Israel Italia


Da Torah.it: Parashat Nasò 5759
La Birkat Coanim (Jonathan Pacifici)

E parlò il Signore a Moshè dicendo: ‘Parla Aron ed ai suoi figli dicendo:
Cosi benedirete i figli d’Israele, dicendo loro:
Ti benedica il Signore e ti custodisca,
illumini il Signore il Suo volto verso di te e ti conceda grazia,
rivolga il Signore il Su o volto verso di te e ponga su di te pace.
Essi porranno il Mio Nome sui figli d’Israele ed Io li benedirò
(Numeri VI, 22-27)

TB Sotà 37b-38 - La benedizione sacerdotale come avviene? Nel paese viene detta (di) tre benedizioni e nel Santuario (di) una benedizione. Nel Santuario (si) dice il Nome così come è scritto e nel paese (si dice) il titolo (Adonai, Mio Signore). Nel paese i Coanim (Sacerdoti) alzano le loro braccia in corrispondenza delle loro spalle e nel Santuario sopra le loro teste, all’infuori del Coen Gadol (il Sommo Sacerdote) che non alza le proprie mani al di sopra dello Ziz. Rabbi Jeudà dice: “Anche il Coen Gadol alza le proprie mani al disopra dello Ziz, come è detto ‘Ed Aron alzò le proprie braccia verso il popolo e li benedisse”’ (Levitico IX,22)
Uno dei fili conduttori della nostra Parashà è indubbiamente il Santuario. Se è vero che sono molte le Parashot per le quali lo si può dire, è anche vero che quella di Nasò sembra soffermarsi su alcuni avvenimenti, procedure e regole del Santuario particolarmente strani. Non parliamo di stranezza nei termini comuni (quante mizvot sono ‘strane’!), ci riferiamo qui a mizvot che sembrano stridere con la solita ‘politica’ della Torà.
Ecco le leggi del Nazir, una persona che fa voto di astenersi dal vino, dalla contaminazione rituale e dal tagliarsi i capelli. Il cerimoniale che deve avvenire nel Tempio è particolarmente complesso. Si tratta senz’altro di una legge controcorrente: la Torà ci ammonisce più e più volte a non aggiungere nulla alle restrizioni che già abbiamo (così come a non toglierne).
E che dire della mizvà della Sotà? La mizvà del rituale per la donna sospetta adultera in assenza di testimoni è uno dei passi più problematici della Torà. Si tratta addirittura di una delle due uniche mizvot che richiedono un miracolo!
Non parliamo poi dell’inaugurazione del Santuario: la Torà che dove può evita parole superflue ripete per dodici volte il contenuto di dodici offerte identiche! Questi pochi esempi sono già sufficienti a dimostrare come tutto ciò che concerne il Santuario debba essere esaminato con un diverso spirito critico.
Il Santuario è un mondo a parte, con regole e significati spesso diversi seppur strettamente connessi con quelli della vita all’esterno del Monte del Tempio.
È particolarmente interessante vedere come la Mishnà, nel trattato di Sotà, esamini la Birkat Coanim, la benedizione sacerdotale, partendo dalle differenze che ci sono tra l’esecuzione di questa mizvà all’interno ed all’esterno del Santuario.Ma vediamo prima in cosa consiste questa benedizione.
Essa consta di tre versi, contenenti tre distinte benedizioni. Molti sono i commenti su ognuna delle parole ma in assoluto i Maestri concordano sul senso di ognuna delle tre frasi.
La prima benedizione (tre parole) si riferisce alla benedizione materiale. La materia è nel mondo umano la premessa stessa dell’esistenza. Quindi il Coen invoca innanzitutto su Israele una benedizione che afferma, nella interpretazione di Rashì: ‘Che possano benedirsi le tue proprietà’.
I Saggi sottolineano come, in genere, chi fa un dono si disinteressi di questo dall’istante in cui lo consegna. Non così Iddio che si rende garante anche del mantenimento: non solo “Ti benedica”, dandoti dei beni, ma anche “ti custodisca”, mantenendo ciò che ti dona, costantemente.
Il secondo verso (cinque parole) inizia con il term ine “illumini”. Non c’è altra luce che la Torà. Pertanto esso invoca la benedizione del nostro stud io della Torà. D’altra parte però D-o non vuole degli eremiti e perciò la benedizione si conclude dicendo: “e ti conceda grazia”. Si tratta di trovare grazia agli occhi del prossimo. Lo studio della Torà deve migliorare i rapporti interpersonali e non può essere causa di contrasti sociali.
La terza benedizione (sette parole) inizia con una contraddizione: si chiede a D-o di volgere il Suo Volto verso di noi. In ebraico l’espressione ‘volgere il volto’ significa ‘fare favoritismi’. Ora una delle definizioni di D-o è proprio ‘Colui che non fa favoritismi’. Come la mettiamo? È D-o stesso a rispondere agli angeli che fanno la stessa domanda: “ Io ho comandato loro di benedirMi solo quando sono sazi e loro hanno deciso di benedirMi anche se hanno mangiato solo una misura di pane grande quanto un uovo (halahà della Birkat ha mazon). Loro vanno oltre il richiesto nei Miei confronti, Io non dovrei andare oltre il dovuto nei loro? ” (adattato dal Midrash Rabbà). Questo favoritismo che noi chiediamo al Signore non è altro che il giudicarci secondo misericordia. La benedizione si conclude con la richiesta della pace, il bene supremo.
Avrete notato che abbiamo ricordato accanto ad ogni verso il numero delle parole che contiene. In tutto la benedizione sacerdotale contiene 15 parole. Quindici è in ebraico “YA”, le prime due lettere del Nome di D-o. Non solo. Nel corso della settimana l’uomo consuma, nella media due pasti completi al giorno. Di Shabbat però i pasti debbono esse e tre. Abbiamo quindi 12 pasti nei sei giorni feriali e 3 pasti di Shabbat, in tutto 15.
Da notare che il terzo pasto di Shabbat corrisponde alla parola Shalom, pace. Solo chi osserva degnamente lo Shabbat facendo in esso tre pasti arriva alla vera Pace.
Ci troviamo dinanzi ad un messaggio straordinario. D-o ci sta ordinando di chiedergli ciò che vogliamo dalla vita, di più, ci sta dicendo cosa volere dalla vita! Alimenti, Torà, Pace.
Non è un caso che R. Shimon nei Pirkiè Avot dice (P.A. I,16) “Su tre cose il Mondo si poggia: sulla legge, sulla verità e sulla pace”.
La legge per eccellenza nell’ebraismo è quella dei nezikin, dei danni. Ossia la legge che concerne la proprietà, l’oggetto della prima benedizione. La verità è la Torà. E la pace non può essere altro che la pace. Nello stesso ordine della Birkat Coanim. Questi tre livelli ascendenti di realizzazione personale e collettiva corrispondono anche a diversi momenti nella vita d’Israele.
Abbiamo visto come lo schema della Birkat Koanim sia 3-5-7. C’è un riscontro di ciò nel numero delle persone che vengono chiamate alla Torà. La prima berachà, quella delle cose materiali, è di tre parole. Tre sono le persone che vengono chiamate alla Torà nei giorni feriali (Lunedì e Giovedì). È proprio nei giorni feriali che noi amministriamo le nostre proprietà. Ma tre sono anche i Padri d’Israel che avevano colto il senso della vita usando le proprietà che D-o aveva dato loro per aiutare il prossimo e per fare ospitalità. La seconda berachà, quella della Torà, ha cinque parole. Cinque sono i Libri della Torà. Ma sono anche le persone chiamate alla lettura della Torà nelle cinque feste: Pesach, Shavuot, Rosh HaShanà, Succot e Sheminì Azzeret. Se il giorno feriale è nella dimensione della materia, le feste sono nella dimensione della Torà con le loro mizvot particolari. La terza berachà, quella della pace, ha sette parole. Sette sono i giorni della settiman a, che si concludono con lo Shabbat. E di Shabbat appunto le persone che leggono nella Torà sono sette.
Lo Shabbat è il giorno della pace per eccellenza. La pace non è l’assenza della guerra, è molto di più, è armonia tra gli elementi del creato. Così lo Shabbat non è mera astensione dal l avoro ma è il giorno dello spirito. È il giorno in cui l’anima raddoppia. La benedizione completa non si può avere altro che sommando queste tre mini-benedizioni. Allo stesso modo bisogna trovare la propria via nel l’osservanza della Torà sia di giorno feriale che nelle feste e soprattutto nello Shabbat.
Ma torniamo al Santuario. È scritto nel Cantico dei Cantici (III, 7): “Ecco il letto di Salomone, sessanta prodi gli stanno attorno tra i prodi d’Israele”. Il Cantico dei Cantici è, come noto, una visione allegorica del rapporto tra D-o ed Israele. Così il Midrash afferma che qui non si parli di Salomone ma di D-o. È D-o ad essere chiamato anche Shelomò (Salomone, ma letteralmente “la Sua Pace ”), poiché la pace è Sua. Che vuol dire allora il verso? Il letto è il Santuario. Così come il letto serve alla procreazione così dal Santuario si moltiplica la benedizione sul mondo (ed il Culto del Santuario corrisponde nella mistica keillu, come se si potesse dire, all’atto sessuale tra D-o e l’umanità). Il rapporto in questione però non può che essere prettamente spirituale ed ecco i sessanta prodi. Sessanta sono secondo la tradizione i trattati del Talmud. Sono i Saggi d’Israele che studiano l’intera Torà Orale a vegliare sul Santuario e sullo speciale rapporto tra D-o ed Israele. Contiamo ora le lettere della Birkat Coanim. Sessanta. Lo studio della Torà Orale è parallelo all’intera Birkat Coanim ed allo steso modo fonte di benedizione.
Giungiamo ora, con ciò in mente, alle differenze che ci sono nella stessa Mizvà che i Coanim hanno di benedire il popolo all’interno ed all’esterno del Mikdash. Abbiamo parlato fino ad ora di tre benedizioni distinte che formano la benedizione sacerdotale.
All’esterno del Mikdash, ancora oggi, tra ognuna delle tre benedizioni il pubblico risponde ‘amen!’. Nel Santuario la parola ‘Amen ’ non viene usata ed è generalmente sostituita (ma non in questo caso) con la frase ‘Benedetto il Nome del Suo Glorioso Regno per sempre, eternamente ’, la frase che recitiamo dopo il primo verso dello Shemà. Senza entrare nell’argomento, che potrebbe essere oggetto di una intera discussione, l’assenza dell’amen in questo caso annulla la separazione tra i versi.
Il messaggio è fortissimo. Il Santuario è il luogo dove materia, Torà e pace (din, emet e shalom) si fondono in un tutt’uno. La Berachà triplice diventa una nel Santuario. Il Santuario, luogo di Residenza della Presenza Divina, può essere pronunciato dai Sacerdoti il nome di D-o, ma non fuori. Il Nome di D-o, radice dell’esistenza e unica fonte di benedizione trova l a sua espressione più alta solo nel Santuario. Infine il motivo per cui nel Santuario i Sacerdoti alzano le mani nella benedizione sopra la testa: nel Santuario la Presenza Divina si trova perpendicolarmente all’uomo e così è preferibile che i Sacerdoti mandino le mani in direzione della Presenza Divina. Aggiungeremmo anche che mani e testa (con i loro rispettivi tefillin) simboleggiano azione e pensiero.
Ora se all’esterno del Santuario il Coen, rispetto all’ebreo normale, è ‘più spirituale’, nel senso che non si occupa della coltivazione della Terra, ma pensa piuttosto ad insegnare la Torà, nel Santuario accade l’inverso: i Sacerdoti compiono il servizio, la avodà, il lavoro delle mani. I Saggi, indistintamente dal fatto che siano o meno Coanim, si occupano della Torà nell’aula del Sinedrio. Quindi al di fuori del Santuario, benedicendo, i Sacerdoti tengono la testa più in al todelle braccia (lo spirito sopra la materia) nel Santuario invece avviene il contrario. Unica, interessante, eccezione è il Sommo Sacerdote. Egli porta il Nome di D-o sulla fronte, scritto sullo Ziz, il frontale che deve portare nel Santuario. I Saggi, a differenza di R. Jeudà, sostengono che al Coen è proibito portare le mani più in alto del nome di D-o. In qualche modo il Sommo Sacerdote, anche nel Santuario, deve tenere la testa sopra le mani, lo spirito sopra la materia.
Concludiamo ricordando che così come la Birkat Coanim, che è di sessanta lettere, termina con la parola Shalom, così la Torà Orale formata da sessanta trattati, termina parlando di Shalom. Le ultime parole della Mishnà (Ukzin 3:12) dicono infatti che il Santo Benedetto Egli Sia non ha trovato niente di meglio che contenesse la benedizione per Israele che la pace, come è detto (Salmi XXIX, 11) “Il Signore dà forza al Suo popolo, il Signore benedice il Suo popolo nella pace”.


Altri commenti sulla parashah settimanale sul sito ChabadRoma, da cui traiamo questa sintesi della parashah e della haftarah


Parashah in breve
Il censimento dei Figli d’Israele termina con il conteggio degli appartenenti alla tribù di Levi in età compresa tra i 30 e i 50 anni, che trasportano il Tabernacolo.
Il Sign-re comunica le leggi riguardanti la sotà, la donna sospettata di adulterio dal marito. Vengono anche date le leggi che riguardano il nazìr, una persona che in seguito a un voto non beve vino, non si taglia mai i capelli e che non può venire in contatto con un morto. Aharòn e i suoi discendenti, i kohanìm, vengono istruiti sul come benedire il Popolo d’Israele.
I capi delle dodici tribù d’Israele portano un offerta per l’inaugurazione dell’altare, ognuno in un giorno diverso. Pur essendo identiche tra loro, la Torà descrive le offerte una per una.
Il Sign-re parlò a Mose dicendogli di censire i ghershoniti e i merariti, così come aveva fatto per gli altri leviti. I ghershoniti avranno l’incarico di trasportare i tendaggi del Tabernacolo, la tenda della Radunanza, l’altare; tutto il loro servizio sarà coordinato da Itamar, figlio di Aronne. I merariti avranno l’incarico di trasportare le assi del Tabernacolo, le sbarre e colonne e le basi di supporto. Questo è il conteggio che fece Mosè con l’aiuto di Aronne: i kehatiti erano 2.750, i ghershoniti 2.630 e i merariti 3.200; tutti i leviti erano 8.580 e furono censiti come il Sign-re aveva comandato a Mosè.
Il Sign-re parlò a Mosè e comandò che chiunque fosse stato affetto da tzarat, o perdita seminale, o avesse avuto un contatto con un morto –tutte situazioni di impurità – dovesse essere allontanato dall’accampamento (fino alla sua purificazione).
Chiunque abbia commesso un torto, rubando e mentendo, dovrà restituire il maltolto e ripagare un quinto come risarcimento; se il debitore non ci fosse più allora il risarcimento spetta al Sign-re e verrà dato come trumà (offerta) ai sacerdoti.
Se la moglie di qualcuno si allontana per poter agire infedelmente nei confronti del marito, tanto che un altro uomo potrebbe essersi unito a lei, il marito, anche se non ha prove o testimoni del tradimento, e lei non sia stata presa con violenza, venga colto da sentimento di gelosia, dovrà portarla da un sacerdote e presentare un offerta di un efà di orzo, però questa non dovrà essere condita con olio o olibano perché è un’offerta di gelosia.
Il sacerdote prenderà un recipiente di terra cotta con acqua, vi spargerà un po’ di terrà presa nelle vicinanze dell’altare, quindi scioglierà i capelli di lei e le darà in mano l’offerta farinacea portata dal marito in ricordo della colpa presunta; il sacerdote a questo punto spiegherà alla donna le conseguenze del rito della acque amare, la farà giurare, prenderà una pergamena e vi scriverà le maledizione e il nome di D-o, in fine farà bere quest’acqua alla donna, riprenderà dalle mani di lei la minchà (l’offerta farinacea) e la brucerà sull’altare. Dopo tutto questo se la donna è stata infedele e si è unita carnalmente ad un altro uomo il suo ventre si gonfierà fino a scoppiare, se invece lei è innocente non le capiterà niente, anzi, aumenterà la sua fertilità. L’uomo sarà esente da colpa per averla portata davanti al Sign-re.
Se un uomo o una donna vorrà distinguersi con un voto di nazirato dovrà trattenersi dal vino, e da qualsiasi bevanda fatta con uva, né potrà mangiare acini d’uva, per tutto il tempo del voto non passerà rasoio sulla sua testa, lascerà crescere i capelli disordinatamente, non potrà avere contatti con un defunto, neanche suo padre o madre. Se capitasse un qualsiasi motivo per cui rompesse il suo voto, come per esempio gli morisse qualcuno a fianco, dovrà aspettare sette giorni, nell’ottavo radersi tutto e portare come offerta al kohen due tortore o due giovani colombi; in quel giorno il sacerdote riconsacrerà colui che intende fare voto di nazir, i giorni precedenti, essendo incorso in un’interruzione, non varranno niente. Alla fine del periodo del voto di nazireato, il nazir porterà come offerta un agnello di un anno come sacrificio olà, una pecora di un anno come khattat, e un montone come shelamim, un cesto di pani azzimi. Davanti alla Tenda della Radunanza si raderà la testa, prenderà i capelli e li metterà sul fuoco del sacrifico si shelamim.
Il Sign-re parlò a Mosè dicendo di ordinare ai sacerdoti di benedire il popolo con queste parole: Possa l’Eterno benedirti e proteggerti, faccia l’eterno risplendere verso di te il suo volto e usi grazia nei tuoi confronti, possa l’Eterno volgere il proprio volto verso di te e concederti pace.
La parashà conclude con l’offerta dei capi tribù per l’inaugurazione dell’altare.
Ognuno portò un vassoio di argento, del peso di 130 sicli, secondo il peso in uso al Santuario, un bacile d’argento del peso di 70 sicli, entrambi pieni di fior di farina intrisa nell’olio, un cucchiaio d’oro del peso di dieci sicli pieno di incenso, un vitello, un montone, un agnello come olà, un capro per chattat, due buoi, cinque montoni, cinque capretti e cinque agnelli come shelamim.
Il primo giorno venne Nachshon figlio di Amminadav per la tribù di Giuda; il secondo giorno Netanel figlio di Tzu’ar per la tribù di Issachar; il terzo giorno Eliav figlio di Chelon per la tribù di Zevulun; il quarto giorno Elitzur figlio di Shedeur per la tribù di Ruben; il quinto giorno Shelumiel figlio di Tzurishaddai per la tribù di Simeone; il sesto giorno Eliasaf figlio di De’uel per la tribù di Gad; il settimo giorno Elishamma figlio di ‘Amihud per la tribù di Efraim; l’ottavo giorno Gamliel figlio di Pedahtzur per la tribù di Manasse; il nono giorno Avidan figlio di Ghid’onì per la tribù di Beniamino; il decimo giorno Achi’ezer figlio di ‘Amishadai per la tribù di Dan; l’undicesimo giorno Pag’iel figlio di ‘Okhrì per la tribù di Asher; il dodicesimo giorno Achirà’ figlio di ‘Enan per la tribù di Naftalì.
Questa fu la cerimonia per l’inaugurazione dell’altare, le offerte ammontarono a dodici vassoi d’argento, dodici bacili d’argento, dodici cucchiai d’oro.Tutto l’argento pesava 2.400 sicli, tutto l’oro pesava 120 sicli. Il totale degli animali fu per il sacrificio olà 12 montoni, 12 agnelli; per il sacrificio chattat 12 capretti, per il sacrificio shelamim 24 buoi, 60 montoni, 60 capretti e 60 agnelli.

Haftarah in pillole
Vi era un uomo di Tzor’à, di una famiglia della tribù di Dan, che si chiamava Manoach. Sua moglie era sterile e un inviato del Sign-re si presentò a lei e le disse che da lei sarebbe nato un figlio. Per questo lei avrebbe dovuto fare attenzione a non bere vino o bevande inebrianti e stare lontana da cibi impuri; queste restrizioni perché suo figlio sarebbe stato un nazir, e avrebbe salvato Israele dai Filistei.
La donna raccontò quello che aveva detto l’inviato del Sign-re al marito. Manoach pregò il Sign-re di far loro sapere come avrebbero dovuto comportarsi con il figlio che sarebbe nato, il Sign-re lo esaudì e rimandò a loro il suo inviato.
Manoach ascoltò il messo che ripeté quello che aveva detto alla moglie, poi l’uomo volle conoscere il nome di colui che portava queste importanti notizie così da onorarlo con un sacrificio in suo onore, ma il messo rispose di non ringraziare lui e che il suo nome sarebbe dovuto rimanere nascosto, piuttosto il sacrifico lo facesse in onore dal Sign-re. Così fece Manoache e preparò l’olocausto.
La donna partorì il figlio e gli diede nome Sansone. Il bambino crebbe e il Sign-re lo benedisse e il Suo spirito stava su di lui.


Come si fa a sapere se una cosa è importante? Dal fatto stesso che esiste!
Al rapporto tra Israel e D-o si applicano le stesse regole del rapporto tra marito e moglie
Dato che il rapporto tra l’Onnipotente e Israele è paragonato al matrimonio, ne consegue che il concetto di sotà può essere applicato anche a tale rapporto
Il popolo è premiato (le offerte erano esuberanti), la Scrittura spende addirittura parole in più per lodarlo, mentre ai capi delle tribù viene tolta una lettera, la yud
L’unità del nostro popolo, tuttavia non si deve materializzare solo tramite i nostri punti in comune
Il fine ultimo della propria esistenza, è necessario fare tabula rasa, cancellare tutto, tornare al livello del deserto (bemidbar) dove le nostre esperienze passate non abbiano più alcun peso
Quale impatto ha la voce di D-o sull’uomo? Perchè la Torà ne parla?