Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

IN PRIMO PIANO: eventi e appuntamenti

27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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giovedì 20 luglio 2017

L'Algida, Ferramonti e gli ebrei

Con questo caldo, viene voglia di gelato. Quanti sanno che il fondatore dell’Algida (forse la più famosa marca di gelati italiani) era ebreo? e che fu per alcuni mesi internato a Ferramonti?
Su di lui gli studenti della scuola media di Torano-Lattarico (due località che, tra l’altro, videro la presenza ebraica nei secoli scorsi) hanno prodotto un cortometraggio, che ha vinto al festival del cinema giovanile di Giffoni.

Il corto degli studenti su Alfred Wiesner emoziona la platea

Roberto Galasso

TORANO - “Per non dimenticare che la storia ci appartiene perché noi siamo la storia”. E’ stato questo il filo conduttore che ha guidato gli alunni della scuola secondaria di I grado dell’IC “Torano-Lattarico” nella realizzazione del corto “Il Limite del Ghiaccio”. Un lavoro interessante e dal forte impatto emotivo, liberamente ispirato al periodo d’internamento dell’ingegner Alfred Wiesner, cofondatore dell’Algida, nel campo di Ferramonti, a Tarsia, la cui sceneggiatura è stata interamente scritta da Samuel Vita della 2^A di Torano e la colonna sonora di Samuele Garofalo, per la regia di Francesca Manna.Alfred e Edith Wiesner, appunto, sono i protagonisti di una vicenda umana che s’intreccia in maniera intensa con i grandi e tragici eventi della storia mondiale e nazionale e che si snoda, dal 1942 al 1982, dalla Iugoslavia all’Austria, e in Italia, a Ferramonti, a Trieste, ad Ancona, a Roma. La coppia, che subì la persecuzione razziale poiché entrambi ebrei di nazionalità iugoslava, che visse l’esperienza dell’internamento e del carcere, si salvò e seppe riscattare la propria sofferenza affermandosi nel mondo del lavoro. Il cortometraggio degli alunni dell’IC “Torano-Lattarico”, realizzato nell’ambito del progetto POF “Il Sesto Senso della Memoria”, è il lavoro che nel 2016 rilancia gli obiettivi del progetto, nell’ambito del laboratorio sperimentale “Racconti x Corti” dedicato all’attrice calabrese Caterina Misasi, una delle “anime” dell’iniziativa che è stata possibile grazie alla collaborazione dei Comuni nonché sostenuta dal Comune di S. Martino di Finita e del suo sindaco Armando Tocci col patrocinio economico e culturale. “La principale finalità educativa - spiega la dirigente scolastica Maria Pia D’Andrea - è quella di favorire l'apprendimento olistico della Storia, portando "dentro" gli alunni e chiedendo loro di approfondire e interpretare le fonti documentali autentiche e le testimonianze (preziosa la collaborazione del professor Mario Rende, ndc) per tradurle poi in soggetti, sceneggiatura e colonna sonora”. Un progetto, quindi, che "curva" l'esperienza dell'alternanza scuola-lavoro al primo ciclo, mediante una formazione svolta "sul compito" con la metodologia del training on the job, affidando ad attori professionisti (importante, a tal proposito, il contributo dell’attrice Caterina Misasi nel tutoring artistico e la partecipazione dell'attore Paolo Mauro) e a registi emergenti l'imprinting tecnico-artistico della realizzazione del corto, “per favorire - rileva la preside D’Andrea - l'osmosi tra la scuola e il mondo delle professioni artistiche nello spirito del "rinnovato umanesimo" delle Indicazioni Nazionali 2012”. Il corto è stato proiettato in anteprima a Ferramonti di Tarsia in occasione della settimana dedicata alla Giornata della Memoria, nonché a Torano, Lattarico e durante l’ultimo consiglio comunale di Rende.

Il Cortometraggio "Il limite del Ghiaccio", realizzato dagli alunni dell'I.C. Torano Castello - Lattarico, nell'ambito del Progetto "Il Sesto Senso della Memoria", è liberamente ispirato al periodo di prigionia dell'Ing. Alfred Wiesner presso il Campo Ferramonti di Tarsia. La storia sceneggiata dall'alunno Samuel Vita con il supporto dei compagni e musicata dall'alunno Samuele Garofalo, con la guida dei maestri Giovanna Greco e Giuseppe Maiorca, restituisce un frammento della vicenda storica dei Wiesner, ricostruita e interpretata dagli studenti partendo della documentazione storica fornita dal prof. Mario Rende. Fondamentali nella realizzazione del progetto, che propone un approccio "olistico" all'apprendimento della storia per stimolare la riflessione e la ricerca di senso, il patrocinio culturale e il sostegno del Comune di San Martino di Finita e delle aziende locali Conad Trade erregì ed Edil Parise, oltre al contributo degli attori Cateria Misasi e Paolo Mauro e della regista Francesca Manna, in sinergia al team dei docenti e degli operatori coinvolti nel progetto citati nei titoli di coda. l docenti e gli alunni dell'IC Torano Castello - Lattarico, con la dirigente scolastica Maria Pia D'Andrea, sono le anime di questa bella iniziativa.
La storia di Alfred ed Edith Wiesner, intensa e commovente, sarà contraddistinta da alti e bassi. Dalla prigionia al ricongiungimento, dall'impegno partigiano all'intuizione geniale che porterà Alfred alla cofondazione dell'ALGIDA, dagli agi della ricchezza alla morte in assoluta povertà. Sicuramente, una storia che tanto insegna ma ancora poco conosciuta, che sarebbe bello vedere un giorno rivalutata pienamente partendo dal lavoro dei ragazzi.

Questo è il secondo cortometraggio creato dagli studenti dell'I.C., il primo è il "Sesto Senso dellaMemoria"lavoro liberamente ispirato alla vicenda storica del musicista Kurt Sonnenfeld, Ebreo tedesco internato a Ferramonti di Tarsia, sceneggiato e diretto da Nicola Rovito e Fabrizio Nucci dell'Open Fields Productions, intende promuovere la divulgazione delle pagine di storia della Shoah riferite al territorio calabrese e stimolare un atteggiamento propositivo e consapevole degli alunni nei confronti del dramma della persecuzione e dello sterminio del popolo ebraico, educando al rispetto dei diritti umani nella prospettiva della cittadinanza attiva.

Alcune notizie biografiche su Alfred Wiesner (Zagabria, 25 dicembre 1908 – Roma, 1981), tratte da Wikipedia 
Di origine ebraica, nato nella Croazia ancora compresa nell'Impero austro-ungarico, Wiesner si rifugiò in Italia con la moglie Edith Artman, nel 1941, per sfuggire alle persecuzoni naziste. Dopo alcune peripezie, il 27 settembre 1941, Alfred venne rinchiuso nel campo di internamento di Ferramonti di Tarsia e la moglie al “Coroneo” di Trieste. Trasferito nel campo di Bagni di Lucca (aprile 1942), Wiesner si ricongiunse con la moglie dopo la caduta del fascismo e, nell'ottobre del 1943, i due coniugi si stabilirono ad Ancona. Arrestati di nuovo, dai nazisti, furono rinchiusi nel carcere di Fossombrone ma riuscirono ad evadere.
Con lo pseudonimo di Alfredo Vieni, Alfred Wiesner prese parte alla guerra partigiana, ricoprendo l'incarico di capo del servizio informazioni militari del Comando della Divisione Volontari della Libertà delle Marche. Per la sua attività nella Resistenza gli fu riconosciuto il "certificato al patriota", dal generale britannico Harold Alexander. Al termine della sua collaborazione, gli alleati gli regalarono due macchine per produrre gelati.
Nel 1945, insieme ad Italo Barbiani, ex lavoratore della Gelateria Fassi, Wiesner decise di avviare una produzione di gelati alla quale dettero il nome di Algida. Il primo prodotto fu un gelato alla panna ricoperto di cacao magro sorretto da un bastoncino di legno: il "cremino". Il 14 settembre 1953 fu depositato, presso la camera di commercio di Roma, l'atto costitutivo dell'Algida S.p.a. con capitale sociale di 40 milioni di lire, sottoscritto da Alfred Wiesner, suo suocero Alija Artman, il socio Italo Barbiani e Giorgio Praeger . Grazie all'innovativo sistema di produzione industriale dei gelati da introdotto da Wiesner, l'Algida divenne leader del settore in Italia[3].Successivamente, Wiesner fondò l’AIFEL-Apparecchiature Industriali Frigorifere e Lattiere, che produceva apparati speciali, impianti di condizionamento, contenitori per surgelati, vetrine e banchi. L'iniziativa, però, ebbe meno fortuna della precedente[1]. Così lo ricorda l'ingegnere dell'AIFEL Paolo De Gaetano: «Wiesner aveva la buona abitudine di arrivare in azienda nel pomeriggio verso le cinque, talvolta verso le sei, rasato di fresco e riposato. Il suo whisky preferito ... era il Johnny Walker Red Label. Signorilmente, non negava a nessuno un panino e uno o più whisky durante le lunghe riunioni che seguivano. Wiesner aveva delle intuizioni particolari talvolta perfino geniali che spesso erano troppo avanzate per il mercato italiano, ... era troppo ottimista sulle capacità delle banche di finanziare le aziende che volevano investire».
Dopo l'esperienza dell'AIFEL, Wiesner tentò di introdurre in Italia i primi forni a microonde, con l'utilizzo dei magnetron impiegati dagli statunitensi nei radar della seconda guerra mondiale e altri prodotti moderni ma, anche stavolta, troppo in anticipo sui tempi.


giovedì 13 luglio 2017

Presenze ebraiche nella Bovesìa

In riferimento all’incontro che si terrà domenica 16 luglio 2017 tra Bova Marina e Bova, pubblico alcune informazioni sulla storia ebraica nell’area grecanica o Bovesìa, che comprende i comuni di Bova (capoluogo storico e culturale, anche antica sede episcopale, ultima diocesi in Italia ad abbandonare il rito bizantino in favore di quello latino), Bagaladi, Bova Marina, Brancaleone, Condofuri (frazione Amendolea), Melito di Porto Salvo (e la sua attuale frazione Pentedattilo), Palizzi, Roccaforte del Greco, Roghudi, San Lorenzo, Staiti, a cui mi dicono vada aggiunta Lazzaro, frazione del comune di Motta San Giovanni. Si tratta quindi di 11 comuni più una frazione, e salvo quattro paesi, per tutti gli altri (segnalati in azzurro) e anche Lazzaro hanno avuto nella loro storia presenze ebraiche più o meno consistenti o durature, databili in vari momenti storici.

Comune
Superficie
(in km²)
Popolazione
(novembre 2014)
1.       Bova
46
448
2.      Bagaladi
30
1.065
3.      Bova Marina
29
4.190
4.      Brancaleone
35
3.627
5.      Condofuri (frazione Amendolea)
58
5.087
6.      Melito di Porto Salvo
(frazione Pentedattilo)
35
11.444
7.      Palizzi
52,26
2.339
8.     Roccaforte del Greco
54
497
9.      Roghudi
36
1.148
10.  San Lorenzo
64
2.675
11.   Staiti
15
257
TOTALE
454,26
32.777

(Fonte: Wikipedia, voce Bovesia)

Salvo che per il comune di Palizzi e per Lazzaro, le sintetiche informazioni qui riportate sono tratte dall’ormai ben noto sito Italia judaica; cliccando il nome delle diverse località si giunge alla pagina del sito che le riguarda

Bova: le prime notizie sono piuttosto tarde, ma fanno intravedere una ebraicità più ampia e antica, anche se non sappiamo di quanto.
“La guerra che travolse la provincia a cavallo dei secoli XV-XVI sconvolse anche le comunità ebraiche, e il percettore non riuscì a riscuotere i residui fiscali degli anni 1497-1502 dovuti dagli ebrei di Bova e di località limitrofe. Nel 1503 la Iudeca locale constava di sei nuclei familiari, i cui contributi fiscali di 9 ducati furono versati in data 23 agosto per mano di Antonio Carnati. Nel 1508 constava ancora di sei fuochi, i cui contributi furono versati all’erario in più rate nel corso dell’anno, anch’essi per mano di esattori cristiani.
Nel 1511 gli ebrei residenti a Bova emigrarono in forza dell’editto di espulsione generale emanato da Ferdinando il Cattolico, nuovo sovrano del Regno, e le autorità locali ne chiesero la cancellazione dai ruoli fiscali.
Il quartiere abitato dagli ebrei, o giudecca, si trovava a Bova accosto alle mura, poco lontano dalla chiesa di San Costantino, nella zona servita dalla porta Torre”.

Bova Marina: sede di un’antica e rilevante comunità ebraica, celebre è la sua sinagoga, la più antica d’Occidente dopo quella di Ostia Antica.
“Nel 1985 in contrada Deri, alla foce della fiumara S. Pasquale, i lavori per la realizzazione di una variante della Statale 106 Jonica portarono alla luce i resti di una sinagoga tardo-romana. L'edificio faceva parte di un insediamento che venne impiantato agganciandolo ad una villa romana sorta probabilmente nel II secolo d. C. Lo scavo ha permesso di distinguere tre diversi complessi di ambienti. Il complesso centrale ha orientamento NW-SE e si articola in una sequenza di due aule affiancate da tre vani rettangolari, ai quali si aggiungono altri ambienti, forse di servizio. La pavimentazione musiva e la presenza di una nicchia, destinata verosimilmente al Sefer Torah, indicano nell'aula quadrata interna (m 7x6) l'ambiente centrale del complesso. Tra i vari motivi decorativi del mosaico, spicca un candelabro a sette bracci eseguito secondo i dettami biblici (Esodo 25,31-37). Esso è affiancato da altri simboli giudaici: sul lato destro da un cedro e da un ramo di palma, sul sinistro dallo shofar, uno strumento a fiato ricavato dal corno dell'ariete.
L'aula cultuale comunicava con un vano, pavimentato in laterizi, che potrebbe essere identificato con un cortile, o altro ambiente, destinato a scuola oppure ad ospizio di viaggiatori e poveri. Nell'angolo Est della sinagoga è stato ritrovato un dolio, utilizzato probabilmente come ripostiglio (genizah) per paramenti e oggetti liturgici disusati. Al suo interno c’erano frammenti vitrei e sette reggistoppino in piombo, che facevano certamente parte del lampadario che illuminava la sinagoga, e un gancio per sospensione in bronzo. Nello scavo sono stati trovate anche tre anse di anfore (tipo Keay LII) con bollo impresso raffigurante la menorah. In un ambiente attiguo al complesso sinagogale è venuto alla luce un altro dolio infossato nel terreno, al cui interno, racchiuso in una brocchetta acroma, è stato rinvenuto un tesoretto di 3079 monete bronzee di piccolo valore riferibili per la maggior parte all'inizio del V secolo d. C. Le monete rappresentano verosimilmente, come in casi analoghi, il tesoretto della comunità messo insieme con le offerte dei fedeli. Gli scavi hanno individuato anche due aree sepolcrali, appartenenti a due fasi successive della vita dell’insediamento, che vide nella seconda fase anche una ristrutturazione del complesso sinagogale. In una tomba della necropoli più antica è stata rinvenuta una moneta dell’imperatore Arcadio (395-408 e.v.) consunta dall’uso.
L'insediamento viene dagli studiosi identificato con Scyle, un luogo di sosta e di servizio sulla strada costiera che congiungeva Reggio con Crotone e Taranto. L'assenza di un luogo cultuale cristiano coevo alla sinagoga fa pensare a una prevalente popolazione e gestione giudaica della statio. L'insediamento fu abbandonato negli anni a cavallo tra il VI e il VII secolo. La causa è forse da individuarsi nei pericoli a cui erano ormai esposti, in quel periodo di decadenza politica e di invasioni, i centri costieri minori, che si spopolarono a favore degli insediamenti all'interno ed in altura”.

Brancaleone: come per Bova, le tracce ebraiche sono scarse e tarde, ma indubbie, e anche qui si può prospettare una maggiore floridità nel passato.
“Brancaleone ospitava nel XV secolo un insediamento ebraico (iudeca), di cui il percettore registrava nel 1502-3 un debito di 2 ducati, residuo delle tasse dell'anno fiscale 1499-1500. Nel 1502-3 la comunità era composta di quattro fuochi con un carico fiscale complessivo di 6 ducati. Nel 1508 la comunità si era ridotta a un fuoco, tassato per 1 ducato, 2 tarì e 10 grani e di tale somma il percettore registrò il versamento di 1 ducato eseguito il 30 dicembre 1507. La comunità doveva ancora altri 3 tarì, residuo del donativo di 11 carlini imposto a ciascun  fuoco ebraico del Regno”.

Amendolea (oggi frazione del comune di Condofuri): come altrove sono tarde le tracce ebraiche documentate, ma un curioso episodio letterario contribuisce a farci intuire una maggiore antichità e ampiezza della locale judeca.
“Nel 1508 gli ebrei di Amendolea dovevano alla Regia Corte la somma di tre tarì, che furono esatti l’anno seguente. La somma era parte del donativo di 450 ducati imposto dal Viceré alle comunità ebraiche di Calabria.
Il poeta e letterato Coletta di Amendolea, nato nella prima metà del XV secolo dal locale barone, fu autore, tra l’altro, di una ballata traboccante di sdegno per una donna giudea ch’adora la Tora e di cui invoca la morte perché rifiutava le sue profferte d’amore. La ballata del Coletta rappresenta forse l’esemplare più significativo del topos della donna giudea nella poesia napoletana di indirizzo popolareggiante del Quattrocento”.

Melito di Porto Salvo: solo un piccolo cenno relativo alla judeca di Oppido Mamertina ci fa intuire una presenza ebraica, probabilmente molto limitata, in quello che all’epoca non era che una piccola frazione, prima che in tempi più recenti si invertissero i rapporti con Pentedattilo.
“Dalla risposta della Camera della Sommaria ad un ricorso presentato dalla giudecca di Oppido Mamertina conosciamo i nomi dei nove nuclei ebraici che erano emigrati e il luogo del loro nuovo domicilio: Davit Davicolo, Nisi Listar in Tropea, Mastro Manoele in Melito, Salamo Tingituri in Calimera, Rabi Mosè Cassan, la herede di mastro Iosep in Terranova, Aroni de Mineo se fe’ christiano in Secilia, Mosè Rexit, Gavio Miseria è morto et la herede è in Regio.”
Di un episodio “sospetto” di marranesimo nella frazione Annà ho parlato in un vecchio post del blog.
Pentedattilo: più consistenti, anche se non sappiamo di quanto, e non episodiche (valgono qui le osservazioni precedenti fatte per altri paesi) sono le tracce in questo odierno borgo “fantasma”, di cui all’epoca Melito era solo una piccola contrada.
“La iudeca di Pentedattilo è attestata esplicitamente in un registro fiscale del 1503, anno in cui essa, costituita da 2 fuochi, doveva 3 denari (somma che non era stato possibile riscuotere a causa delle guerre), più un residuo mensurature salis di 2 grani. Da un documento del 1504 sappiamo, inoltre, i nomi di almeno due degli ebrei di P.: Galluzzo e Sabatino (quest’ultimo, però, era morto nel 1501). Nel 1508 l’imposta da pagare sarebbe di stata di 2 tarì e 10 grani, ma essa non fu esatta per la morte di uno dei capofamiglia, mentre il residuo di un precedente donativo, ammontante a 1 denaro e 1 tarì, fu in parte corrisposto dal rimanente nucleo familiare. Un ulteriore donativo di 1 denaro, 2 tarì e 10 grani fu, invece, pagato per intero”.

San Lorenzo: anche qui le documentazioni risalgono al solo secolo XVI.
“Come altre comunità della provincia, la comunità di San Lorenzo subì gravi perdite a causa delle guerre che sconvolsero l’area agli inizi del XVI secolo, al punto che il percettore non riuscì a recuperare i residui fiscali degli anni 1499-1501. Nel 1502-03  la comunità risultava registrata per otto fuochi, ma solo due soddisfecero ai propri obblighi fiscali, avendo gli altri sei lasciato la località, come annotò il percettore.
Nel 1511 la Camera della Sommaria ordinò al tesoriere provinciale di assicurarsi della partenza dei giudei che abitavano qui e che erano emigrati in forza della prammatica di espulsione emanata da Ferdinando il Cattolico”.
San Lorenzo è anche citata in un episodio particolare relativo a Fiumara (Fiumara di Muro, come si chiamava all’epoca).
“Nel 1451 abitava qui un Elia iudio di Gerace, proprietario di un gregge di oltre 500 pecore. Per avere il figlio sconfinato con esso nel territorio di San Lorenzo, il Conte di Reggio gli sequestrò gli animali. Elia ottenne però dal Viceré di Calabria l’ordine di dissequestro, avendo esposto che lo sconfinamento era  avvenuto con il consenso del capitano ed in compagnia di persone autorevoli  di San Lorenzo”.

Palizzi: abbiamo una piccola notazione non riportata da Italia judaica, riferita dal professor Cesare Colafemmina zl nel suo fondamentale The Jews in Calabria, a pagina 521.
Nel documento del 1508, lo stesso citato in riferimento a Brancaleone, si parla una volta di “Judeca di Brancaleone” ed un’altra invece di “Judeca di Brancaleone e Palizzi”. Possiamo quindi dedurre che anche a Palizzi vi fosse una  presenza ebraica, per quanto presumibilmente molto ridotta di numero.

Lazzaro, l’antica Leucopetra (attualmente frazione del comune di Motta San Giovanni, che pure vide una più tarda comunità ebraica) mi è stata segnalata come parte della Bovesìa. Di reperti ebraici a Lazzaro ho parlato in post precedenti, riporto qui quanto detto in “Ebrei nella Calabria antica: dati archeologici: All'incirca contemporanea della lapide di Reggio [IV sec.], è la lucerna rinvenuta poco lontano, in una necropoli di Lazzaro (Motta San Giovanni), corrispondente all'antica Leucopetra, con la raffigurazione della menorah, il candelabro a sette braccia, simbolo per eccellenza della religione ebraica. Si tratta di un manufatto di provenienza africana, ed è stata rinvenuta insieme ad altre analoghe, ma di impronta cristiana. Escluso il riutilizzo per una sepoltura da parte dei cristiani, non resta che la certezza di una pertinenza ad un defunto ebreo. Se poi questo sia segno della presenza di una comunità o solo di singoli ebrei, non è dato saperlo, allo stato delle cose; resta il fatto che non solo a Reggio, ma anche in centri minori circostanti gli ebrei si trovassero in un'epoca così antica.
Di un altro reperto, di probabile, anche se non certa, pertinenza ebraica, ho parlato in “Altre tracceantiche, post al quale rinvio, qui sintetizzo: Nel 1995, nel corso di scavi eseguiti nella stessa zona in cui era stata trovata la lucerna con il disegno della menorah, è stata rinvenuta una tegola, risalente al VI-VII secolo dC., fessurata verticalmente, con 12 righe in greco bizantino minuscolo… Non è certo che questa iscrizione sia direttamente connessa ad una presenza ebraica (…), ma certo è che mostra comunque una influenza della cultura e della religione ebraiche piuttosto antiche; inoltre, il fatto che provenga dallo stesso luogo in cui è stata trovata la lucerna con la menorah, rende più credibile la presenza di una comunità ebraica ellenizzata, come in gran parte del bacino mediterraneo.

Tra Bova Marina e Bova: proposta di itinerari ebraici


Domenica 16 Luglio si svolgerà un incontro che unirà due realtà geograficamente vicine (Bova Marina e Bova), ma che presentano spaccati molto diversi dell’ebraismo calabrese; l’età tardo-antica, centrata sulla celebre sinagoga di Bova Marina, e l’età rinascimentale (per l’Europa, ma dall’esito tragico per gli ebrei di Calabria).
L’incontro, oltre che per la qualità dei relatori, si presenta interessante per le modalità di svolgimento, in due parti nei due luoghi diversi: un omaggio all’errare degli ebrei nella loro storia?
Dopo il testo del comunicato accennerò ad una mia personale ipotesi sulla persistenza dell’ebraismo calabrese nelle epoche di cui non abbiamo testimonianze, intermedie tra quelle rappresentate dalle due Bova.
Seguirà un post con una rassegna delle presenze ebraiche nell’area della Bovesìa (o grecanica).


Presenze giudaiche nella Calabria grecanica:
una proposta di itinerari

Domenica 16 Luglio 2017, a partire dalle ore 18,00, si svolgerà tra Bova Marina e Bova l'incontro organizzato dal Polo museale della Calabria sul tema delle presenze giudaiche dell'Area grecanica al fine di unire, all'interno di un itinerario turistico culturale, due tra i più importanti siti ebraici del Reggino: il Parco archeologico ArcheoDeri di Bova Marina, dove si conservano le tracce di una delle sinagoghe più antiche del Mediterraneo e la ritrovata Giudecca di Bova, nel quartiere medievale di Pirgoli.
Studi, analisi e ricerche sulle tracce ebraiche in Calabria dal tardo antico al Rinascimento saranno i temi trattati nelle sessioni dell'incontro che inaugurà la riapertura del Parco archeologico Archederi di Bova Marina, grazie all'impegno del Polo museale della Calabria, al contribuito del Gruppo archeologico “Valle dell'Amendolea” e all'AIAB (Associazione italiana per l'agricoltura biologica) Calabria, che per l'occasione donerà alberi di bergamotto per valorizzare ancora di più le opere di fruizione dell'antico sito ebraico bovese.
Saranno presenti il Coordinatore della Commissione straordinaria del Comune di Bova Marina, Francesca Crea; il Segretario regionale per la Calabria del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Salvatore Patamia, e il Direttore del Parco ArcheoDeri di Bova Marina, Rossella Agostino, a cui si deve la recentissima campagna di valorizzazione del parco archeologico bovese.
Tra i relatori, la straordinaria presenza di Debora Penchassi, della Comunità ebraica di New York e il Conservatore dei Beni culturali, Pasquale Faenza, che tratterà dei diversi restauri e ripristini del pavimento musivo della sinagoga bovese tra il Tardo Antico e l'Alto Medioevo.
Successivamente l'incontro riprenderà a Bova, alle ore 21,00 presso la Chiesa dello Spirito Santo, con i saluti del Sindaco Santo Casile e gli interventi di Chiara Corazziere, Postdoctoral Researcher dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, la quale illustrerà studi e ricerche sulle tracce urbanistiche connesse agli insediamenti ebraici in Calabria.
Conclude l'incontro Pasquale Faenza, con un intervento sull'antica Giudecca di Bova, già testimoniata tra il XV e il XVI secolo, ed oggi al centro di un interessante programma di valorizzazione museale in sinergia con gli altri siti ebraici dell'Area Grecanica.

Accennavo in premessa ad una mia ipotesi sulla persistenza ebraica in Calabria in un periodo nel quale non abbiamo nessuna o scarsissime e dubbie tracce documentali.
Per il IV-VI secolo abbiamo alcune emergenze archeologiche, piuttosto labili, a parte la sinagoga di Bova Marina: la tabella sinagogale di Reggio, la lucerna ed una iscrizione in lingua greca, ma forse di contenuto ebraico a Lazzaro (comune di Motta San Giovanni), i manici di anfore con bolli di menorah a Scolacium e a Ippona. In tutta la Calabria solo 5 reperti, di cui 4 sullo Jonio e di questi, 3 nell’area dello Stretto: per il resto l’ebraismo calabrese dell'epoca antica è muto. Senza alcun riferimento documentale è la presenza ebraica a Kaulonia riferita in un testo, e nulla ci autorizza ad attribuire a realtà ebraiche un’anforetta con simbolo del nodo di Salomone che si trova nel Museo archeologico di Sibari; esilissima la pertinenza ebraica ad una lapide funeraria riferibile a Locri.
Completamente assente sembra poi l’ebraismo calabrese dal VI secolo fino all’epoca tardo-bizantina prima e normanno-sveva poi, salvo due eccezioni.
Una prima traccia è la presenza nel 982 dell’ebreo Kalonymos al seguito dell’Imperatore Ottone II, nella sua spedizione contro Bizantini e Saraceni temporaneamente alleati contro un comune nemico. Egli salverà l’Imperatore, facendosi promettere che avrebbe provveduto alla sua famiglia, sacrificandosi al suo posto e permettendogli di raggiungere a nuoto la flotta imperiale. Lasciando da parte la questione di dove si sia svolta la battaglia “alle colonne” (sono almeno quattro le località candidate, sebbene favorita resti l’area della marina di Stilo), è curioso che l’Imperatore si sia fatto accompagnare da un ebreo in questa spedizione militare. Si può supporre che lo abbia voluto con sé proprio perché potesse contattare le comunità ebraiche presenti nel Meridione (e in Calabria in particolare) per convincerle a sostenerle, combattute come erano tra i due strani alleati: i musulmani, sotto i quali sapevano di poter vivere relativamente in pace, e i bizantini, di cui invece era ben noto l’antisemitismo.
Il Brebion (catalogo dei possedimenti) della Diocesi di Reggio riferisce, intorno al 1050, di una Ebraiké non meglio precisata, collocabile nella Locride, e localizzata da Francesco Cuteri nell’attuale contrada Judari tra Stignano e Camini. Purtroppo nulla sappiamo al di là del nome, quindi non possiamo avere la certezza di nessuna delle varie ipotesi formulate in proposito: una zona abitata da ebrei? la localita di una sinagoga? di un cimitero ebraico? il possedimento di una donna ebrea? semplicemente un luogo misero e destinato a discarica o a lavorazioni inquinanti o maleodoranti? L’unico labile indizio è che potrebbe in qualunque caso indicare che una realtà ebraica non era sconosciuta, ma su che tipo di realtà fosse (forse un semplice richiamo al Vangelo o alle scritture cristiane) non abbiamo nessun indizio.
Ma appunto, nell’uno come nell’altro caso abbiamo solo supposizioni, ipotesi piuttosto labili in un’epoca che poco ha da dirci sugli ebrei in Calabria.
È del tutto impossibile colmare questi vuoti? Purtroppo, allo stato la risposta deve essere affermativa: nessuna testimonianza archeologica, nessun reperto materiale, nessun documento testuale. È solo possibile formulare supposizioni, sulla base di indizi, purtroppo labili, ma che forse non è il caso di ignorare.
Alla fine dell’epoca antica si ha una graduale, e poi sempre più rapida, “fuga” dalle coste, che prima erano fittamente abitate, verso l’interno; un fenomeno che si invertirà solo timidamente alla fine del XVIII secolo, e poi in modo estremamente deciso dopo la II Guerra mondiale, per continuare in modo disastroso a tutt’oggi.
Per completezza bisogna segnalare il bios (la vita) di san Nilo da Rossano, scritta da san Bartolomeo da Simeri, che si colloca cronologicamente tra i due documenti citati, e che ci rende nota la presenza ebraica a Rossano e Bisignano, ma si tratta di località lontane da quelle di nostro interesse, e con caratteristiche storiche, culturali e geografiche ben diverse.
Guardiamo alle località citate come sede di presenze ebraiche fino al VI secolo.
Scolacium viene abbandonata, e all’interno nasce Squillace, sede nel XV secolo di una comunità ebraica che ebbe rapporti di particolare cordialità con il circostante ambiente cristiano.
Bova Marina: Deri (Delia?) rimane deserta e sulle pendici dell’Aspromonte occidentale sorge Bova, anch’essa sede di una comunità ebraica documentata nel XV secolo.
Da Lazzaro (Leukopetra) gli abitanti salgono verso l’Aspromonte e nasce Motta San Giovanni, dove la presenza ebraica è ugualmente documentata nel XV secolo.
Lo stesso vedremmo a Kaulonia, nel caso si dovesse avere conferma (in verità improbabile, a mio parere) di presenze ebraiche, con la sua Stilo sorta sulle pendici delle Serre; ed anche a Gerace, di cui una lapide funeraria con una Mariam (forse) ebrea segnalerebbe la presenza ebraica a Locri Epizephirii.
A Reggio, per molto tempo unica città sulla costa jonica a sud di Crotone, dopo il IV secolo si hanno testimonianze ebraiche nel Medioevo.
Ippona, divenuta nel frattempo Monteleone, prima di tornare al vecchio nome di Vibo, ha anch’essa testimonianze di presenze ebraiche di nuovo nel XV secolo.
Alla fin di questo excursus, possiamo constatare che in tutti questi casi si hanno presenze ebraiche in epoche molto distanti tra di loro sia nelle due località che restano stabili (Reggio sul mare e Ippona/Monteleone all'interno) sia in quelle ben più numerose che "ascendunt ad montes".
Mi chiedo se sia credibile che nei periodi intermedi gli ebrei siano completamente spariti (tanto più che li vediamo presenti altrove, presumibilmente a Stignano/Camini e nella Vallata dello Stilaro, con certezza a Rossano e Bisignano), oppure se, pur in assenza di prove, sia proprio impossibile ipotizzare che anche nel periodo “silente” dell’ebraismo calabrese continui una presenza, magari esile, che la distruzione delle testimonianze a causa di vicende umane o geologiche non ci permette oggi di cogliere.
Non dimentichiamo che nessuno aveva mai sospettato una presenza ebraica a Bova Marina, piuttosto rilevante a giudicare dalla bellezza dei mosaici sinagogali, se non ci fosse stata la scoperta del tutto casuale durante i lavori per un rifacimento stradale, e inoltre, che se solo un altro bove fosse passato con l’aratro sul mosaico danneggiato dal primo, lo avrebbe distrutto, ed oggi avremmo non i resti di una sinagoga, ma di una delle tante ville romane che si trovano in Calabria, con delle tessere mosaicali il cui disegno globale sarebbe stato impossibile ricostruire.