Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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giovedì 22 settembre 2016

Sulla Haggadah calabra

Torno ancora una volta sulla “filastrocca/esorcismo” di cui ho parlato precedentemente, perché ho trovato un nuovo testo che ne parla, e che mi sembra confermare alcune mie tesi, circa l’origine ebraica del testo, mantenuto in vita, particolarmente in Calabria, nell’ambiente “marrano”; ma ne parlo anche perché è stato al centro degli incontri che si sono svolti in questi giorni in Calabria in varie località, in occasione della Giornata europea della cultura ebraica.
Questo canto, elaborato e rielaborato dal 2012, prima su testi d’archivio e di studi letterari, e poi dalla viva voce di chi ancora ne conservava il ricordo, è stato eseguito più volte, ma, non avendone, purtroppo, a disposizione una registrazione video, ne propongo qui una dell’Italia settentrionale, trovata su YouTube e nota come “Le dodici parole della verità", in attesa di averne a disposizione una versione nostra.


Il testo che ho trovato di recente (ma di pubblicazione non recentissima, del 2012, proprio quando noi stavamo studiando ed elaborando la nostra versione) è stato pubblicato dal professor Paolo Martino su Academia.edu  e si intitola Le dodici parole della verità nel ms. Vat. Gr. 1538. Una filastrocca numerica di origine ebraica.
Lo scritto fa parte del volume Discontinuità e creolizzazione nell'Europa linguistica, a cura di Marco Mancini, Luca Lorenzetti, edito a Roma da Il Calamo.
Ne traggo qui i passi che mi sembrano più significativi per noi, che evidenzio in grassetto (tra parentesi quadre in blu due miei appunti personali). Potete consultare il testo completo (che va da pagina 97 a pagina 127 del volume, più ben 4 pagine e mezza di biografia) su internet.

A pagina 103 leggiamo: Nella sequenza σού λου della prima linea, piuttosto che su lu (con uno stridente accordo ad sensum della 3a persona pl. del verbo con l'articolo al singolare) come sembrerebbe leggere Pertusi, è da vedere piuttosto l'aggettivo sulu. Un conguagliamento analogico alle successive occorrenze di σού, 3a persona pl., è escluso dalla natura stessa della filastrocca, il cui intento è sottolineare l'Unicità di Dio (vedi avanti).

A pagina 109 abbiamo un’informazione davvero molto interessante: Due diverse versioni della filastrocca provengono da uno stesso centro, Calabrò, presso Mileto (VV). La prima, definita "Preghiera della cena" è stata raccolta da R. M. T. Occhiato dalla bocca di una anziana (Colina 'a Pignatareda) nel 1990.
[Questo nome di “Preghiera della cena” lo trovo uno degli elementi più significativi di tutto questo studio. Praticamente si tratta di una “Preghiera del seder”, l’ordine della cena di Pesach!]

A pagina 119: Il veicolo di una diffusione così capillare in tutto il continente non può essere che l'Ebraismo della diaspora, mentre il percorso inverso (ricezione di un canto popolare tedesco nelle diverse tràdizioni ebraiche dell'Haggada), appare nettamente più inverosimile, soprattutto, come si è detto, in considerazione della sacralità del rituale della Pasqua ebraica. Inoltre almeno tre argomenti concorrono a fondare la nostra ipotesi: il primo culturale, 1'origine cabbalistica della triskaidekaphobia; il secondo contenutistico, la struttura dei significati numerici, tutta ebraica; il terzo l'invettiva finalé contro il Faraone e i suoi "compagnoni".

A pagina 121-122: La filastrocca calabrese è dunque chiaramente di provenienza ebraica, e in origine era un festoso canto liturgico che si cantava in una occasione conviviale del tutto particolare: nelle celebrazioni della Pasqua, durante le quali ogni ebreo di ogni epoca proclama di essere stato «liberato esso stesso dalle mani del Faraone e dei suoi cavalieri» nella epica traversata dell'Esodo; ciò spiega la clausola della filastrocca skiatta Farauni cun tutti sai cumpagnuni. Il testo della sequenza è stato perciò recepito e variamente adattato dalla pietà popolare cristiana [io piuttosto direi dall’inventiva e creatività marrana], probabilmente in epoche e luoghi diversi. Vista la capillare diffusione dell'elemento ebraico nell'Italia meridionale bizantina, si può pensare a un'elaborazione in loco piuttosto che a una importazione dall'oriente greco-giudaico.

Infine esamina il testo più problematico della filastrocca, che si trova in riferimento al numero 13. A pagina 124 affronta e (a mio parere) risolve efficacemente quella che definisce “la sequenza problematica”: Torniamo ora all'enigmatica sequenza conclusiva della filastrocca italogreca, che il Pertusi, rinunciando a un'interpretazione, leggeva nel ms vaticano νόν λάλτζου καί ουδητζίρου (non l'algiu che udigiru). Tale segmento, alla luce di quanto detto sopra, va letto piuttosto νόν σάτζου κ αίου δητζίρυ cioè non sacciu c'aiu (a) dìciri 'non so che dire' NON SAPIO QUID HABEO DICERE.

Dalla lettura di questo testo, io mi sento confortato in alcune delle mie ipotesi:
1) L’origine ebraica della “filastrocca”
2) La sua conservazione e trasmissione (almeno da noi) in ambito marrano
3) La filastrocca come sintesi della fede ebraica ed in particolare del messaggio di Pesach: l’Uno [ripetuto ogni volta], con la sua potenza ed il suo amore [i 13 attributi] ci libera e ci salva [skiatta Farauni cun tutti sai cumpagnuni].

A (parziale) completezza e integrazione riporto alcune pagine internet in cui si parla della nostra filastrocca:

Una versione proveniente da Platì (RC), sul versante nord-orientale dell’Aspromonte, sotto forma di contesa tra il diavolo e San Martino, che trovate a fine pagina.

Una versione forse di Ardore (RC), ma sicuramente della Locride, una sorta di disputa tra il diavolo e San Biagio; ugualmente a fine pagina.

Le tredici parole della verità (A dekatria loja is alìssia), Una versione in lingua greca, dalla Puglia, raccolta a Calimera (LC):

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