Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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giovedì 7 febbraio 2013

Auschwitz, la memoria, la neve


Più volte ho parlato della mostra inaugurata a Reggio al Museo della ndrangheta per il Giorno della memoria, il 27 gennaio scorso.

Ricordo che la mostra sarà aperta per scuole o gruppi fino al 27 aprile, inserita in un percorso di educazione alla legalità che prevede un itinerario cittadino a Reggio Calabria, che si conclude proprio qui con le fotografie realizzate ad Auschwitz da Deborah Cartisano.

Il riferimento per visitare la mostra, se vi fossero scuole o gruppi a cui proporre l’iniziativa, è borellisvt@gmail.com.

Da Sullam, la newsletter della Comunità ebraica di Napoli,
riporto il testo di presentazione della mostra scritto della fotografa stessa.

Auschwitz,
La memoria rende liberi

Il reportage “Auschwitz, la memoria rende liberi” è stato eseguito durante un mio viaggio in Polonia. Queste foto raccontano le emozioni provate durante la visita al Campo di sterminio di Auschwitz, emozioni intense e vive, dalle quali scaturisce il forte desiderio di contribuire alla memoria di queit ragici eventi, affinché non si ripetano più.
Dentro questo reportage c’è l’evento drammatico del rapimento di mio padre. Nel Campo la sua prigionia era come amplificata, e ciò mi ha permesso di raccontarla per immagini: visitando Auschwitz ho vissuto la drammatica quotidianità dei prigionieri, la loro difficoltà esibita mi ha mostrato tutta la sofferenza della prigionia. Questo per me è stato a volte insopportabile, ma la fotografia è stata come un filtro che mi ha protetto da queste emozioni, permettendomi di elaborarle in un secondo momento.
Nella mia esperienza personale ho visto come spesso le vittime scelgano il silenzio, e come sia difficile per molti testimoniare la propria storia. Io, seguendo le orme di mio padre, ho scelto la via dell’impegno civico e di mantenere viva la sua memoria raccontando la sua storia. Ciò ha significato vivere la mia vicenda pubblicamente, esponendo il mio dolore ma anche la mia ricerca di verità e giustizia.
Il silenzio di Auschwitz è un silenzio puro, reso visivamente dalla coltre di neve che ricopre tutto, ovatta il dolore, è una pausa da tutta la sofferenza provata. Ma la neve/silenzio ci chiede anche il rispetto per questo dolore: di fronte ad esso bisogna saper dosare le parole. O semplicemente sapersi inchinare.
Ho scelto di fotografare Auschwitz quando è tutto ricoperto di neve perché in esso c’è tutta la potenza simbolica dell’evento.
Sono impegnata da anni a testimoniare la storia di mio padre, assieme all’Associazione Libera di cui faccio parte, e per questo sento necessario e importante celebrare la memoria di chi ha perso la vita in eventi così drammatici, e credo sia rilevante che le vittime abbiano la forza di raccontare il loro dramma per contribuire alla formazione di una conoscenza-coscienza nella nostra società.
Con queste foto spero di aver dato “voce” alle tante vittime morte ad Auschwitz, che la desolata crudezza delle mie immagini sia il racconto che molti, troppi non hanno mai potuto narrare.
DeborahCartisano

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