Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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martedì 27 aprile 2010

Una famiglia tra Calabria, Ferrara e New York

Questo articolo non riguarda direttamente la Calabria, ma lo pubblico perché tratta di un ebreo che porta il nome della nostra terra, a riprova dell'importanza dello studio dell'onomastica e a conferma di un passato ebraico calabrese

Da la Stampa, 27.4.2010

Dal giardino dei Finzi-Contini alla Corte suprema d'America

Guido Calabresi è stato il più giovane professore di legge negli Usa,
la madre era della famiglia resa celebre da Bassani


Gianna Pontecorboli, New York
La prima cosa che colpisce, quando lo si incontra, è la sua cordialità priva di qualsiasi affettazione. Eppure, nel firmamento del grande mondo legale americano, Guido Calabresi non ha certo bisogno di presentazioni. Ormai quasi ottantenne, è nato nel 1932, Calabresi è giudice della corte d’appello federale del secondo circuito, la più importante dopo quella di Washington e contemporaneamente è professore emerito alla facoltà di giurisprudenza di Yale, quella in cui tutti gli studenti di legge sognano di entrare. Per quasi dieci anni, dal 1985 al 1994, di quella stessa facoltà è stato il preside. E negli anni precedenti, quando era soltanto un professore, sui banchi delle sue classi sono passati i giudici della Corte Suprema Samuel Alito e Clarence Thomas e soprattutto l’ultima arrivata Sonia Sotomayor, nominata da Barack Obama.
«Guido», come lo chiamano affettuosamente i suoi allievi, non è però soltanto un rispettato giudice e un ammirato professore. Da quando ha sposato Ann Taylor, che discende da una delle famiglie che hanno fondato New Haven, è diventato membro di diritto della migliore società del New England. Ai suoi studenti, però ricorda spesso di essere anche «il nigeriano di allora», uno degli spaesati ebrei italiani che Mussolini ha involontariamente regalato all’America con l’emanazione delle leggi razziali e che, partendo dalla situazione di immigrati, hanno scalato tutti i gradini di una nuova carriera. in un mondo non sempre facile.

«In realtà noi siamo venuti per ragioni politiche», racconta adesso. «Mio padre era molto attivo nel gruppo di Giustizia e Libertà, lo avevano già bastonato e messo in prigione per qualche giorno nel 1923. Era molto amico dei Rosselli e di Salvemini e avrebbe voluto lasciare l’Italia già alla fine degli Anni 20, quando era ormai evidente che Mussolini non sarebbe caduto».

Le circostanze, poi, costringono il cardiologo Massimo Calabresi a rimandare la sua partenza fino a quando l’emanazione delle leggi razziali la rendono non più rinviabile. A Milano, il medico fa parte del gruppo di Cesa Bianchi ed è abbastanza affermato da essere chiamato al capezzale di Papa Ratti, Pio XI, subito prima della sua morte. «Ratti aveva scritto un’enciclica per denunciare le leggi razziali, ma morì prima che fosse pubblicata. Alcune persone sussurravano che era stato ammazzato per questo, ma mio padre diceva sempre che gli sarebbe piaciuto poter dire che era vero, ma non lo era», spiega Calabresi.

Negli Stati Uniti, Calabresi arriva a settembre del 1939, senza un soldo in tasca e con la sola garanzia di un contratto di sei mesi e pieno di limitazioni all’Università di Yale, che per di più non comincia fino a gennaio. Per sopravvivere in un alberghetto da dieci dollari al mese mentre il dottor Massimo si prepara agli esami per convalidare la sua laurea, la famiglia conta sui piccoli prestiti concessi dagli amici a cui viene dato, come garanzia, un assegno da 25 mila dollari che nessuno, in quel momento, ha modo di incassare. Dopo l’arrivo a Yale, a poco a poco, le cose cominciano a andare meglio, anche se le difficoltà non mancano. La casa è ben più semplice dell’appartamento settecentesco in cui la famiglia abitava in Italia, lo stipendio è modesto, al college di Yale non ci sono cattedre per i professori ebrei o cattolici. Il corpo insegnante diffida ancora di chi non è «wasp» (bianco, anglosassone e protestante). Nella zona, gli italiani sono in gran parte poverissimi lavoratori manuali, l’ambiente ebraico resta estraneo. «Nessuno nella mia famiglia era praticante da cent’anni, anche se c’era questa grande tradizione che risaliva ai tempi dei romani», spiega Calabresi.

La famiglia Calabresi, tuttavia, non si perde d’animo. Il dottor Massimo, che impiegherà anni per avere una cattedra, si laurea anche in Igiene, sua moglie, che è una Finzi-Contini, si laurea in letteratura comparata e diventerà alcuni anni dopo insegnante al Connecticut College for Women. Il piccolo Guido e suo fratello maggiore Paul sono studenti brillanti e ottengono una borsa di studio in una delle migliori scuole private di New Haven. Da allora, la sua carriera è stellare: una laurea a Yale, poi una borsa di studio a Oxford, la laurea in legge, ancora a Yale, un anno come assistente del giudice Hugo Black alla corte Suprema e poi, a soli 28 anni, il più giovane nella storia della giurisprudenza negli Stati Uniti, professore a tempo pieno. Ovviamente sempre nella prestigiosa università di New Haven. «È vero, noi ebrei italiani abbiamo fatto tutti bene» osserva ora Calabresi. «Avevamo perso qualcosa, visto che in Italia eravamo quasi tutti benestanti, e avevamo una grossa spinta a ricreare». «E poi - aggiunge - in quel momento le persone più aperte volevano mostrare di essere aperte nei confronti degli italiani. Ma era molto più facile farlo con chi era più simile a loro che non con gli altri italo-americani. Io ho ricevuto moltissima “affermative action”. Per questo dico sempre ai miei studenti di colore che ero il nigeriano di allora».

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