Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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venerdì 15 marzo 2019

I “nostri” Purim

Come abbiamo visto nel precedente post LINK accanto alla festa di Purim celebrata da tutti gli ebrei, esistono innumerevoli Purim locali, particolare ed anche famigliari.
Diamo un’occhiata a qualcuno di questi Purim che ci riguardano più da vicino: Oria, Siracusa e Roma.

Il Purim di Oria
La storia si svolge nel Salento, all’epoca denominato Calabria.
Oria (BR): la Porta degli EbreiImmagine da Wikipedia 
Nella città di Oria in Calabria - regione nota agli ebrei per i suoi etroghìm (Cedri) - viveva circa un millennio fa una cospicua famiglia ebraica, che diede per molti anni rabbini e capi alla locale
Forse non ci sarebbe giunta alcuna notizia di questa famiglia e di questa comunità, se per fortuna un suo discendente non si fosse preso la briga di narrarne la storia in un libro. L'autore si chiama Ahimaàz ben Paltièl e scrisse le sue cronache nel 4814 (1054). Queste raccontano la storia degli eminenti antenati dell'autore per otto generazioni, a cominciare da Rabbì Shefatià: tra gli altri, di Rabbl Hananèl, suo fratello, di Rabbì Amittai (figlio di Shefatià), di Rabbì Paltièl (nipote di Shefatià) e di Rabbì Shemuèl (figlio di Paltièl).
L'autore era un pronipote del menzionato Rabbì Hananèl, che è l’eroe dell'interessante episodio qui riportato.
Rabbì Hananèl era un grande maestro della Torà, molto rispettato non solo dalla comunità ebraica, di cui egli era il capo, ma anche dai non ebrei. Lo stesso Governatore della provincia trattava Rabbì Hananèl con molto riguardo c lo stimava molto. Egli faceva spesso visita al Rabbino o lo invitava nella propria residenza per discutere con lui questioni di religione. Il Governatore nutriva la segreta speranza che un giorno o l'altro egli avrebbe potuto in qualche modo persuadere o obbligare Rabbì Hananèl a riconoscere la superiorità della religione cristiana. Ma in tutte le discussioni il Governatore aveva di solito la peggio e le sue speranze venivano ogni volta deluse. Ma non per questo egli vi voleva rinunciare. Rabbì Hananèl, d'altro canto, faceva di tutto per evitare questi incontri e queste discussioni, che gli portavano via del tempo prezioso; ma non poteva troncarli, perché il Governatore era un personaggio molto potente, da cui dipendevano le sorti della comunità ebraica.
Avvenne così che durante una di queste discussioni il Governatore affrontò l'argomento del calendario ebraico. Egli chiese al Rabbino se era in grado di calcolare e di dirgli quando sarebbe caduto il prossimo molàd il momento in cui la nuova luna appariva nel cielo. Il Governatore si era già preso la pena di calcolarlo per conto proprio, poiché egli era un provetto matematico ed astronomo.
Mancavano ancora parecchi giorni per il molàd ed il Rabbino non aveva ancora avuto il tempo di determinarlo (non c'erano naturalmente calendari stampati, a quell'epoca) Rabbì Hananèl fece un rapido calcolo e, senza poterne controllare il risultato, disse l'ora ed il minuto del prossimo molàd .
Il Governatore fu ben felice di vedere che questa volta Rabbì Hananèl era incorso in una svista e che il suo calcolo era errato. Era l'occasione che il Governatore aveva sempre attesa.
Mio caro Rabbino, egli disse, finalmente vi ho colto una volta in errore ed ora vi sfido ad una scommessa. Se sarà dimostrato che io ho ragione, dovrete riconoscere pubblicamente che la mia religione è la vera e che essa è superiore alla vostra. D'altro canto, se risulterà che voi avete ragione vi farò dono di un bel cavallo del valore di trecento monete d'oro, oppure, se lo preferite, riceverete in sua vece il danaro in contanti .
Rabbì Hananèl fu assai contrariato, ma il Governatore lo mise alle strette ed egli non poteva opporsi a colui che reggeva la provincia senza provocare le sue ire. Il Governatore ordinò immediatamente che i termini della scommessa fossero registrati ufficialmente in tribunale davanti al giudice ed ai magistrati.
Rabbì Hananèl torno a casa profondamente preoccupato, si ritirò subito nella sua stanza e senza lasciar trascorrere un minuto cominciò a rivedere i suoi calcoli; e con sua grande costernazione si accorse che aveva proprio commesso un errore e che il calcolo del Governatore era invece il giusto.
Egli chiamò i capi della comunità ad una riunione solenne, e raccontò loro della terribile minaccia che si addensava sopra il suo capo e sopra la comunità tutta. Chi poteva sapere a quali estremi sarebbe giunto il Governatore nello sfruttare la sua “vittoria”? Rabbì Hananèl chiese ai capi della comunità di unirsi a lui nel proclamare un pubblico digiuno per pregare tutti assieme Idd-o e chiederGli misericordia in quell'ora di pericolo. Naturalmente, l'intera comunità aderì con tutto il cuore. In verità, solo un miracolo poteva salvare gli ebrei da quella situazione disperata ed essi digiunarono e pregarono come mai in vita loro.
Venne la notte, nella quale la luna nuova doveva comparire. Giubilante il Governatore salì sul tetto del suo castello per vedere la luna nuova salire in cielo. Egli aveva dislocato anche degli osservatori in diverse parti della città per avere dei testimoni che aveva vinto la scommessa col Rabbino.
Anche Rabbì Hananèl salì sul tetto della sua casa e col cuore infranto c le lacrime agli occhi si rivolse piangendo all Onnipotente pcr chiederGli un miracolo.
Era una notte serena. Non c’era un alito di vento ed il cielo era tempestato di stelle. Si avvicinava il momento in cui la luna nuova doveva spuntare e Rabbi Hananèl, gli occhi fissi al ciclo e l’animo tutto concentrato nella preghiera confidava nel Signore. Tutti gli ebrei della città pregavano altrettanto ardemente che si verificassc un miracolo al l'ultimo momento.
D'improvviso cominciarono a raccogliersi nel cielo nere nubi che nascevano dal nulla. In un momento tutto il ciclo fu completamente coperto da un'impenetrabile nuvola oscura.
D-o aveva esaudito la preghiera di Rabbi Hananèl e di tutta la comunità ebraica. La notte seguente la sottile e delicata falce della luna nuova apparve in un cielo sereno e senza nubi!
Il giorno dopo Rabbl Hananèl andò secondo gli accordi presi, a fare visita al Governatore ed a sentire ciò che aveva da dirgli. Egli trovò presso di lui una adunanza imponente, perché tutte le più importanti personalità del paese erano state invitate a sentire il verdetto e ad assistere al trionfo del Governatore.
Ora, tutti erano impazienti di ascoltare ciò che il Governatore avrebbe detto. Questi si rivolse al Rabbino con le seguenti parole:
“Stimato Rabbino Hananèl! Sapete meglio di me che questa volta avevo ragione io e che avrei dovuto vincere la scommessa fatta tra di noi. Ma il vostro D-o deve avervi aiutati. Non era mai successo finora, e probabilmente non succederà mai più, che in questa stagione ci fosse da queste parti la più piccola nuvola in cielo. Tuttavia nel momento in cui la luna doveva comparire, il vostro D-o ha coperto il cielo di nubi e mi manca perciò la prova di aver vinto realmente la nostra scommessa. Secondo i termini del nostro accordo che è stato debitamente registrato dai nostri degni magistrati, non posso fare altro che versarvi quanto pattuito. Ecco qui il danaro. Sono convinto che farete un buon uso di queste trecento monete d'oro".
Rabbì Hananèl diede un sospiro di sollievo. Si affrettò a portare la buona notizia agli altri ebrei, che si rallegrarono al pari di lui. Subito dopo, Rabbi Hananèl consegnò il denaro ai capi della Comunità perché fosse distribuito ai poveri ed ai bisognosi. Dopo tutto si trattava di danaro che il Governatore aveva preso agli ebrei, gravandoli di forti tasse, cui facevano fronte con le più grandi difficoltà.
Rabbì Hananèl ed i capi della comunità indissero una giomata di preghiere di ringraziamento all Onnipotentc. Tutti gli ebrei si raccolsero nel Bet ha-Midrash per ringraziare il Signorc di aver tramutato la loro tristezza in gioia e la loro ora più oscura in luminosa allegrezza.
Come sono strane le vie del Signore!
Egli aveva rischiarato il loro animo, radunando oscure nubi nel cielo! Fu come un altro Purim per gli ebrei di Oria, che furono salvati dal loro Amàn particolare proprio come nei giorni di Mordechai ed Estèr, quando l'Onnipotente salvò gli ebrei di Persia da Amàn e fece fallire i suoi piani. Ed invero, per molti anni i riconoscenti ebrei di Oria ricordarono questo giorno di salvezza miracolosa come il Purim di Oria .

Importante fu nei secoli il Purim di Siracusa
Il mikweh di Siracusa Immagine da Moked 
[…] La celebrazione prevede la lettura pubblica di una meghillà, ovvero un rotolo di pergamena scritta in cui viene narrato l’evento che si vuole ricordare. Inoltre possono esservi preghiere particolari e veri e propri poemi commemorativi come Kina Glossa, quello che vi proponiamo in dialetto di Giànnina e che racconta l’avvenimento di Siracusa seguendo la diegesi narrativa della Meghillat Saragusanos.
Il Purim di Siracusa, nato in Sicilia nel XIV, ebbe diffusione, dopo l’editto di espulsione del 1492, fra gli Ebrei Siciliani fuggiti dall’isola che trovarono rifugio in oriente e in particolare a Salonicco e Giànnina, nei territori dell’impero Ottomano. Qui gli Ebrei si organizzarono in comunità chiamate, in giudeo-spagnolo, Kal dall’ebraico Quahal. A Salonicco esistevano ben tre comunità provenienti dalla Sicilia: Sicilia Vecchia, Sicilia Nuova e Bet-Aharon. Dagli appartenenti a quest’ultima comunità, in particolare con la famiglia Saragusi, si mantenne la tradizione di festeggiare il nostro Purim, anche quando il rito Siciliano andava perdendosi, soppiantato da quello sefardita.
Si hanno testimonianze della celebrazione della festa fino all’inizio del XX secolo. La sera si leggeva la Meghillat Saragusanos e la giornata successiva si trascorreva in festeggiamenti. Dopo l’olocausto e la dispersione delle famiglie Saragusi scomparve inesorabilmente la memoria della festa del Purim di Siracusa, pur trovandosi alcune tracce, quale Purim di Saragozza in Francia e in Israele. Per molto tempo infatti gli studiosi hanno ritenuto che questo speciale Purim si riferisse alla città di Saragozza, equivocando sul nome del Re Saragosanos e sulla lingua, il giudeo spagnolo ovvero il ladino, portato dagli ebrei fuggiti dalla Spagna e che progressivamente si impose come lingua dominante.
Si deve per primo allo studioso David Simonsen, nel 1910, la legittima e documentata restituzione agli Ebrei siciliani e a Siracusa di questo Purim. La tesi fu poi condivisa da altri studiosi fra i quali ricordiamo Yosef Mejuhas, Cecil Roth fino al Dott. Dario Burgaretta. Oggi il mondo accademico riconosce, senza ombra di dubbio alcuna, l’appartenenza di questo Purim alla storia della nostra città.
Ecco in sintesi l’evento, così come viene narrato dalla nostra meghillat: Ai tempi del re Saragusanos era usanza che, quando questi visitava il quartiere ebraico della città, abitato da più di 5000 uomini adulti, le guide e i capi spirituali della comunità, i maggiorenti, si recassero in processione verso il re, portando, in segno di sottomissione e rispetto, i rotoli della Torah. Tale abitudine fu seguita per i primi 12 anni del regno del re Saragusanos, ma nel 13° anno gli Ebrei decisero, per rispetto nei riguardi della Torah, di presentare al re solo le custodie vuote dei rotoli. Avvenne però che un Ebreo converso, Haim Sami, col nuovo nome di battesimo Marcos, denunciò il fatto al re, con la speranza di poter entrare nelle sue grazie. Il re decise di assicurarsi personalmente di quanto il delatore gli aveva raccontato passando all’improvviso nel quartiere ebraico l’indomani, il 17 del mese di Shevat, con l’intenzione di uccidere, nel caso di una conferma delle accuse, tutti gli Ebrei della città. Ma nella notte il profeta Elia apparve al custode della Sinagoga avvertendolo della minaccia incombente. Così i rotoli della Torah furono riposti nelle custodie, e quando l’indomani il re chiese di vederli, questi gli furono mostrati.
Il delatore, risultata falsa e menzognera l’accusa di lesa maestà, fu punito dal re con la pena capitale, mentre gli Ebrei beneficiarono del favore e della benevolenza del re.

Meghillat Saragusanus
(non so se sia questa la versione del canto citata nel testo)

Al tempo del re Saragusanos, re forte e potente, si trovavano sotto il suo dominio circa cinquecento Israeliti, tutti dotti e saggi capi d’Israele, senza contare i giovani e i ragazzi, le donne, i figli e i bambini, e formavano dodici comunità con altrettante Sinagoghe costruite con pietra intagliata e colonne di marmo, di perfetta bellezza, ricoperto di crisolito. Era usanza e regola presso quei Giudei che, al passaggio del re attraverso la piazza dei Giudei, portassero fuori tre rotoli della Torah per ogni comunità-Sinagoga, trentasei rotoli avvolti in panni ricamati e in teche d’argento e d’oro, con Melograni e Pomi d’argento e oro e ornamenti d’argento in cima ai rotoli e benedicessero il re a gran voce, mentre tutto il popolo rispondeva dopo di loro Amen.
Un giorno si radunarono i dodici rabbini degli Israeliti e i loro 24 dayyanim dissero: “Noi non facciamo cosa buona uscendo con la legge del nostro D-o, il D-o vivente e Re eterno, al cospetto di un pagano idolatra”.
Si consultarono e stabilirono concordi di predisporre tre teche vuote per ogni comunità-Sinagoga, avvolte nei loro Manti e con i loro Melograni e di uscire con esse al cospetto del re. L’usanza era infatti che il rabbino della comunità reggesse la Torah assieme ai suoi dayyanim.
Nessuno dunque era a conoscenza di questa decisione, eccetto i rabbini e i dayyanim e così fecero fino al XII anno del regno del re Saragusanos.
In quei giorni accadde che un uomo di nome Haim Sami - che il suo nome sia cancellato - persona di litigi e di discordie, persona malvagia e iniqua, si convertì al cristianesimo. Quest’uomo era ben voluto al palazzo reale poiché in passato, in quanto israelita, aveva servito alla porta del re. Allora il re Saragusanos rese potente Haim Sami - sia cancellato il suo nome - cui aveva posto il nome di Marcos e pose il suo seggio fra quelli dei ministri che erano con lui nel palazzo reale. Un giorno il re Saragusanos uscì con i suoi familiari e tutto il suo seguito, assieme ai ministri e ai governatori, per compiere, come si sua abitudine, dei giri a suo piacimento, e passò dentro la città. Per caso si trovò a passare anche per la piazza dei Giudei. Allora i Giudei corsero a riferire ai capi delle comunità e ai loro rabbini. “Ecco il re sta passando per la piazza dei Giudei”. Allora i rabbini delle comunità-Sinagoghe e i loro dayyanim si levarono, con tutta la gente che era con loro e uscirono, come d’abitudine, con le teche coperte con panni ricamati, salutando il re ad alta voce, mentre tutti rispondevano “amen” e il re proseguì il suo cammino. Giunta la sera, mentre il re sedeva sul suo trono regale, con vesti reali di porpora viola e rossa e di lino bianco, e una grande corona d’oro, adornata con pietre preziose in testa, i suoi ministri e consiglieri e sapienti dissero: “Quale gloria oggi per il re Saragusanos, più di ogni altro sulla terra, agli occhi degli Ebrei, mentre essi uscivano al cospetto del re, i capi dei loro giudici e tutti gli Israeliti con i rotoli della Torah per prostrarsi al re e omaggiarlo”.
Ma il perfido Marcos, rispondendo al re e ai suoi ministri disse: “Guai a questi miserabili Giudei per questa azione! Sia noto infatti al re che le teche sono vuote e dentro non vi è nulla; essi infatti agiscono con l’inganno.
Non appena il re ebbe udito ciò, i suoi ministri, i suoi saggi e i suoi consiglieri si adirarono molto, e anche il re si infuriò e la sua collera ardeva dentro di lui. Allora egli interrogò i saggi esperti di legge e i giureconsulti, poiché questa era l’usanza del re e disse: “Quale sentenza infliggere a questi peccatori che hanno tramato grandemente e impudicamente una congiura per ingannare il re?”. Risposero i suoi saggi: “Una sentenza di morte meritano questi uomini”.
Se al re piace sia scritto e sia sigillato con l’anello del re: al mattino usciremo e passeremo all’improvviso dalla piazza dei Giudei e, appena usciranno incontro al re con i rotoli della Legge apriremo le casse e vedremo se le parole di Marcos sono veritiere; in questo caso l’esercito del re si solleverà contro di loro, tutti con la spada in pugno, addestrati alla guerra, ognuno con la spada al suo fianco e li uccideranno tutti insieme all’interno della loro comunità; daremo alle fiamme la loro Sinagoga e prenderemo per noi come schiave e serve i loro bambini e le loro donne, mentre tutto il bottino sarà versato nel tesoro del re. La cosa piacque agli occhi del re e dei ministri; fu scritto dunque il decreto e fu sigillato con l’anello del re.
Quella notte fu agitato il sonno di Efraym Baruk, lo shammash della Sinagoga che si trovava nella città di Siracusa. Questi era un uomo anziano e rispettato, integro e retto, timorato di D-o e lontano dal male, che adorava D-o con cuore integro, con gioia e con timore. Ed ecco che un uomo venerando, con lunghi capelli e una cintura di cuoio ai fianchi, un uomo preposto a tutte le buone novelle, il cui aspetto è simile all’aspetto di un uomo di D-o, assai terribile, il cui nome Elyahu, il profeta Elyahu sia ricordato in bene, lo svegliò dal sonno e gli disse: “Perché dormi? Alzati subito, affrettati e non fermarti! Va al Tempio e riempi le teche vuote con i rotoli della Torah, poi torna e rimettiti a letto in pace, ma trattieniti e guardati dal dire ad alcuno di questa visione, poiché, se invece lo dirai, certamente morirai e il tuo sangue ricadrà sul tuo capo!”.
Allora Efraym si alzò e, preso da un gran terrore fece così come gli aveva ordinato il messaggero, poi tornò e si rimise a letto e il suo sonno fu tranquillo. Nel frattempo la stessa apparizione e la stessa visione che aveva avuto Efraym le avevano avute anche tutti gli shammashim delle dodici comunità, la stessa notte, allo stesso momento, ma non lo dissero a nessuno, secondo quanto era stato loro ordinato dal messaggero e ognuno pensava che soltanto lui avesse avuto quella apparizione e quella visione e la cose li riempiva di meraviglia.
La mattina del diciassettesimo giorno dell’undicesimo mese, il mese di Shevat, il tredicesimo anno del re Saragusanos cioè l’anno 1352 dalla distruzione del secondo Tempio, cioè l’anno 5180 dalla creazione, si levò il re Saragusanos, assieme a tutti i suoi ministri e comandanti, ai suoi consiglieri e ai suoi saggi e passò inaspettatamente attraverso la piazza dei Giudei, mentre il malvagio Marcos procedeva alla sua destra e l’esercito del re li seguiva, tutti armati, con ogni tipo di arma da guerra, circa trecento uomini dei cristiani, tutti con la spada in pugno, per fare ai Giudei tutto ciò che volevano. Mentre essi passavano nella piazza dei Giudei, questi si affrettavano a riferirlo ai rabbini, ai Giudei, e ai dayyanim, e in fretta presero le teche per andare a omaggiare il re, come d’abitudine, e il re disse loro: “Voglio vedere la Legge di Mosè, uomo di D-o, con la quale mi benedite il Suo nome!”.
Appena i rabbini i dayyanim e tutto il popolo udirono le parole del re, il cuore mancò loro e si sciolse come acqua dalla paura, essi iniziarono a tremare interrogandosi l’un l’altro: “Che cosa ci ha fatto D-o?”; ma essi non sapevano che cosa aveva fatto in realtà il D-o dei loro Padri. Allora i ministri del re si affrettarono a prendere una teca, la aprirono e trovarono scritto in campo alla pagina:
Ma anche allora, quando saranno in terra nemica, io non li rigetterò, né li disprezzerò fino al punto di annientarli e di rompere la mia alleanza con loro, perché Io sono il Signore, il loro D-o.
Lo lessero al cospetto del re, poi presero un’altra teca e la aprirono: anche questa era piena con la Legge di D-o e così anche una terza teca e così tutte.
Quando il re e i suoi ministri videro tutte le teche piene con la Legge di D-o, il re li benedisse e rimise loro il testatico per tre anni e li dispensò dal tributo. Allora anche essi se ne andarono in pace e il re ordinò che impiccassero Marcos il malvagio sul palo con il quale egli aveva tramato di fare del male ai Giudei; il suo cadavere fu gettato nell’immondizia finché i cani mangiarono la sua carne, le sue ossa furono date alle fiamme e l’ira del re si placò. Così periscano tutti i nostri nemici, o Signore.
Per questo i Giudei che si trovavano nella città di Siracusa presero la decisione e l’impegno, per sé e per i loro discendenti, di festeggiare il giorno 17 del mese di Scevat, ogni anno essi i loro figli e i figli dei loro figli, per sempre, come giorno di gioia e di letizia, un giorno di festa scambiandosi cibi a vicenda e facendo elargizioni ai poveri, e per i Giudei fu grande luce, letizia, esultanza e onore, poiché il malvagio Marcos aveva pensato di sterminare i Giudei, ma la sua malvagia macchinazione era ricaduta sul suo capo ed egli era stato impiccato sul palo e il suo cadavere era stato dato in pasto agli animali della terra.
Così periscano tutti i nostri nemici o Signore.
Poiché colui che ha pietà di loro li ha guidati e compirà con noi la scrittura, poiché è scritto:
Anche se i tuoi esiliati si trovassero sotto l’estremo lembo del cielo, di là il Signore, tuo D-o, ti radunerà e di là ti prenderà; ed è detto: Il Signore ha riscattato Giacobbe, lo ha liberato dalla mano di chi era più forte di lui e allora la vergine si rallegrerà con la danza, si allieteranno insieme il giovane e il vecchio. Muterò il loro lutto in letizia, li consolerò e li farò gioire dopo il loro dolore. E’ detto inoltre: Poiché ogni arma preparata contro di te rimarrà senza effetto e condannerai ogni lingua che si alzerà contro di te in giudizio. Questa è la sorte dei servizi del Signore, quanto spetta a loro da parte mia. Oracolo del Signore. E i riscattati del Signore ritorneranno e verranno in Sion con esultanza; felicità perenne sarà sul loro capo; giubilo e felicità li seguiranno; svaniranno afflizione e sospiri.

Maledetto Marcos, Benedetto Efraym
Maledetti tutti i malvagi, Benedetto tutto Israele

Infine,  l’unico di questi tre Purim che viene ancora ricordato e, in qualche misura, celebrato, il cosiddetto Mo’ed di piombo degli ebrei romani.

1793 cronaca di un miracolo e di uno scampato pericolo per gli ebrei romaniGiacomo Kahn da Shalom.it 
Oggi ricorre per la Comunità ebraica di Roma l’anniversario di un piccolo ma straordinario miracolo: un improvviso e forte acquazzone che consentì di spegnere un incendio appiccato dal popolino romano che intendeva mettere a fuoco il ghetto di Roma. Un gesto violento e temerario con il quale la plebe voleva respingere i venti di libertà e lo spirito egualitario che arrivavano da oltralpe.
I fatti sono noti e sono stati raccontati in un saggio pubblicato alcuni anni fa da Giancarlo Spizzichino che sulla scorta di nuovi documenti rintracciati nell’archivio della comunità ebraica romana fornisce una visione a tutto tondo di cosa avvenne.
Il 13 gennaio 1793 Nicolas Hugo de Basville, diplomatico francese di transito a Roma, vestito con la coccarda tricolore simbolo della rivoluzione, viene assassinato dalla plebaglia a Palazzo Palombara in centro. E’ diffusa l’idea che anche in ghetto vengono conservate coccarde tricolori e che sia un covo di rivoluzionari.
14 gennaio. Un gruppo di trasteverini, monticiani e regolani, si dirigono verso il ghetto con le fascine per appiccarvi il fuoco, ma vengono convinti a desistere da due frati. Lo stesso giorno a mezzanotte i manifestanti ci riprovano e rapiscono Salomone di Segni con la minaccia “o muori o fatti cristiano” (permarrà 40 giorni presso la casa de’ Catecumeni dove le pressioni non fecero effetto). Terzo tentativo di dare fuoco alle porte del ghetto, respinto dalle guardie papaline. Alle 23 della notte una pioggia battente fa desistere i facinorosi. Il ghetto rimane chiuso e sorvegliato per otto giorni, senza la possibilità per i capifamiglia di recarsi fuori a svolgere quei piccoli lavori da cui traevano il sostentamento, aggravando la povertà di tutti quei nuclei - la stragrande maggioranza - che ricevevano il sussidio dalla comunità.
La drammatica situazione economica degli ebrei romani fu alleviata da ben nove Università Israelitiche, rispondendo alla struggente richiesta d’aiuto rivolta loro dai fattori Tranquillo Del Monte, Isaia di Castro e Samuele Moro, fornirono aiuti economici.
Superato il brutto momento la comunità si interrogò: si poteva vedere l’azione di Dio nella salvezza inaspettata giunta dalla pioggia che aveva spento il fuoco e gli animi dei più facinorosi?
Nel solco di una tradizione millenaria, a Roma venne istituita la celebrazione del Moed di piombo (dal colore del cielo scuro come il piombo, ndr.) a cura della confraternita Ezra’ bezarod - che possedeva tanto di statuto, sede e dotazione economica - i cui membri si riunivano nella scola siciliana e recitavano uno speciale formulario di inni e invocazioni composte per l’occasione da David Bondì’ e stampato a cura di Yaaqov Caivano.
Con il trascorrere del tempo questa ricorrenza e un po’ caduta nell’oblio. Ma da alcuni anni un gruppo, riunito intorno ai frequentatori del tempio di via Monteverde, ha deciso di recuperare i significati e la storia di questo miracoloso evento.

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