Calabria judaica - Sud ebraico

Calabria judaica ~ Sud ebraico
Storia, cultura e attualità ebraiche in Calabria
con uno sguardo al futuro e a tutto il Meridione

Secondo una leggenda, che attesta l'antica frequentazione orientale della nostra regione, Reggio fu fondata da Aschenez, pronipote di Noé.
La sinagoga del IV secolo, ricca di mosaici, di Bova Marina, è la più antica in Occidente dopo quella di Ostia Antica; a Reggio fu stampata la prima opera in ebraico con indicazione di data, il commento di Rashì alla Torah; Chayim Vital haQalavrezì, il calabrese, fu grande studioso di kabbalah, noto anche con l'acronimo Rachu.
Nel Medioevo moltissimi furono gli ebrei che si stabilirono in Calabria, aumentando fino alla cacciata all'inizio del XVI secolo; tornarono per pochi anni, richiamati dagli abitanti oppressi dai banchieri cristiani, ma furono definitivamente cacciati nel 1541, evento che non fu estraneo alla decadenza economica della Calabria, in particolare nel settore legato alla lavorazione della seta.
Dopo l’espulsione definitiva, gli ebrei (ufficialmente) sparirono, e tornarono temporaneamente nella triste circostanza dell’internamento a Ferramonti; oggi non vi sono che isolate presenze, ma d'estate la Riviera dei Cedri si riempie di rabbini che vengono a raccogliere i frutti per la celebrazione di Sukkot (la festa delle Capanne).
Questo blog è dedito in primo luogo allo studio della storia e della cultura ebraica in Calabria; a
ttraverso questo studio vuole concorrere, nei suoi limiti, alla rinascita dell'ebraismo calabrese; solidale con l'unica democrazia del Medio Oriente si propone come ponte di conoscenza e amicizia tra la nostra terra e Israele.

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27 gennaio 2019: Giorno della memoria

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lunedì 2 marzo 2020

Florilegio: Vibonese, Falerna e ancora Badolato


Qui tratto di alcune località e della eventuale presenza ebraica in esse. Sulle prime tre non ci sono dubbi, in una si tratta di una possibile presenza tarda e particolare, dell’ultima parlo in modo apparentemente in controtendenza rispetto a quanto ne ho scritto nel post immediatamente precedente.

Dall’ottimo Italia judaica (indubbiamente il sito scientificamente più valido sulla storia ebraica in Italia) traggo sintetiche informazioni su tre località che avevo già citato in altri post del blog, ma come semplici nomi. Non vengono fornite molte informazioni, purtroppo il tempom la damnatio memoriae e soprattutto la carenza di documenti hanno fatto il loro lavoro

BORRELLO
[ … ] nel 1863 fu denominato Laureana di Borello e nel 1930 Borrello. [ … ]
Nel 1441 Alfonso I d’Aragona ordinò ai Portolani e ad altri ufficiali di Calabria di permettere a Carlo Ruffo, conte di Sinopoli, di percepire i diritti di fondaco, la tassa della mortafa dei Giudei (ius morthafa Iudeorum) e altre ragioni fiscali in tutte le sue terre, tra cui Borrello [1]
Come altre comunità della Calabria meridionale, anche quella di Borrello fu danneggiata dalle guerre che sconvolsero l’area agli inizi del XVI secolo, al punto che il percettore non riuscì a recuperare i residui fiscali degli anni 1499-1501. Nel 1502-1503 la presenza ebraica nella località (Iudeca) era costituita da due nuclei familiari, i cui contributi fiscali erano riscossi dalla Duchessa di Milano per il tempo che fu signora della contea [2]. Nel 1508 la comunità, insieme con Iose de la Mocta de Surito et Bello de Palisano versò 1 ducato, 4 tarì e 10 grani quale sua quota del donativo di 450 ducati promesso dai giudei di Calabria alla Regia Corte. Il percettore registrò in quest’anno anche la partenza di tutti gli ebrei di Borrello per destinazione ignota, e quindi l’impossibilità di recuperare i loro contributi fiscali, sia quelli dell’anno, sia quelli residui [3].

[1] Fonti aragonesi, I, 32, n. 61
[2] Colafemmina, C., Per la storia degli ebrei in Calabria. Saggi e documenti, Soveria Mannelli 1996, pp. 88, 92; ASNa, Sommaria, Partium 71, fol. 33r-v (21 maggio 1507).
[3] ASNa, Sommaria, Tesorieri e Percettori 4064. Motta de Surito e Palisano dovrebbero identificarsi con Monsoreto e Plaesano, due località vicine a Borrello.

Abbiamo quindi la certezza di presenze ebraiche, di cui purtroppo non abbiamo attualmente modo di sapere l’evoluzione e la consistenza, in tre comuni del Vibonese, distanti tra di loro un massimo di 21 chilometri, come potete vedere dall’immagine: Laureana di Borrello; Dinami, di cui è frazione Monsoreto; Feroleto della Chiesa, di cui Plaesano è l’unica frazione.

FALERNA
Una presenza particolare è quella che è probabile rilevare a Falerna, comune del Catanzarese nei dintorni di Lamezia, presso la costa tirrenica.
Egli riporta il testo del Catasto onciario, stilato intorno al 1750, in cui si riferisce che:
“Io sottoscritto [Don Gennaro Spinelli] procuratore della venerabile cappella del SS.sacramento di questa parrocchiale Chiesa di Falerna, in esecuzione del banno emanato e dell’ordine di Monsignor Illustrissimo di Tropea, rivelo possedere detta Cappella, l’infrascritti cenzi bullari ed annue entrate:
[…]
Pesi [in scudi]
[…]
Elemosine all’Ebrei ed altri eretici ritornati alla Santa Fede per tutto l’anno 1.0”

Testimonianze dello stesso genere le avevamo già viste a Crotone, Monasterace e Placanica, ora singolarmente, ora in associazione con “maomettani”, persone o famiglie povere. Qui invece gli ebrei sono associati ad “altri eretici”. Si tratta quasi sicuramente di valdesi, la cui area storica di insediamento non dista molto da Falerna.
Se la cosa venisse accertata, avremmo la prova della persistenza della fede di Abramo oltre due secoli dalla cacciata degli ebrei dalla Calabria, e siccome potremmo supporre che non tutti si siano “autodenunciati” è possibile che altri abbiano continuato anche in seguito a conservare nascostamente la fede dei Padri.
Da molte parti si obietta che potrebbe con maggior certezza trattarsi di scrocconi e millantatori, che si fingevano valdesi o ebrei convertiti per ricevere un introito dalla Chiesa. Onestamente io dubito di questo. Dagli stessi documenti vediamo che sussidi vengono dati a persone e famiglie povere, senza l’”alibi” della conversione; inoltre presentarsi come ebrei o valdesi, sebbene convertiti, potrebbero aver portato al disprezzo della gente comune, al controllo da parte delle autorità ecclesiastiche e al sospetto da parte degli uni e degli altri.
In attesa di ulteriori ricerche e approfondimenti, la questione resta un campo di studio tutto da indagare.

BADOLATO
Nel post immediatamente precedente avevo escluso, o quanto meno dicevo di ritenere assolutamente non provata, la presenza ebraica a Badolato. Tale mia convinzione permane, ma vorrei fare un’osservazione a latere.
Cercando di approfondire la ricerca sugli ebrei a Badolato, sono incappato nel volume di Domenico Lanciano, Libro-Monumento per i miei genitori, Volume terzo, Lineamenti genalogici, da cui prendo la parte che ci interessa.

Significato del cognome Lanciano
"Come accennavo prima, il cognome Lanciano è di chiara derivazione dalla città di Lanciano. Solitamente, quando si porta il cognome di una città, si pensa a tre ipotesi: una derivazione
Ebraica (cosa di cui la mia famiglia non ha alcuna memoria, nemmeno lontanissima), l’indicazione di provenienza (molto diffusa anticamente, ad esempio Antonio da Lanciano) oppure l’assegnazione del cognome a neonati abbandonati di cui non si conoscevano i genitori (anche se, generalmente, ai “trovatelli” veniva assegnato, a seconda delle aree geografiche, il termine generico Innocenti (al centro-nord Italia), Proietti (a Roma e dintorni), Esposito (a Napoli e dintorni), Trovato (specialmente in Sicilia). Per chi vuole approfondire la tematica dei cognomi, ci sono, comunque, Istituti specializzati, tanti libri e tanti siti internet sulla loro derivazione.
Bisogna soltanto stare attenti, poiché in tale settore ci sono troppi ciarlatani e venditori di fumo.
Scartata l’ipotesi ebraica (ci sono, comunque, ebrei con cognome Lanciano), restano le altre due. Entrambe, comunque, molto remote nel tempo, sia per la mia famiglia e sia per le tante che sono oggi sparse e sperse in quasi tutte le regioni italiane e, con l’emigrazione, anche in altri continenti.

Ho anche io un antenato Lanciano, e ho avanzato una quarta ipotesi, e cioè quella di un’origine Rom, dal momento che molti ve ne erano a Lanciano, specializzati nella lavorazione del rame, che percorrevano tutto il Regno per la vendita dei loro prodotti.
Mi sembra molto frettolosa l’esclusione di un’origine ebraica, quasi volesse allontanare un’onta dalle origini famigliari, infatti la esclude immediatamente, in quanto tale memoria non è presente in famiglia, ma a quanto pare anche le altre due sono assenti. Il cognome Lanciano (sinceramente ignoro se sia presente in famiglie ebraiche attuali, ma non mi risulta) è molto presente nelle nostre contrade, come l’altro derivante dal vicino centro abruzzese Ortona (questo sì, attualmente portato da famiglie ebraiche), ambedue località abruzzesi in cui vi erano consistenti presenti sia Rom che ebraiche. Non sarei quindi così categorico nell’escludere un’eventuale origine ebraica.
Con questo non entro in contraddizione con quanto affermato nel post precedente. Vi sono dei Cosentino, Russo, Randazzo ed altri ancora che possono essere singolarmente di origine ebraica, ma sono presenti dappertutto, senza che una loro casuale presenza denoti contemporaneamente la presenza passata di insediamenti ebraici.

Badolato, Ebrei ma non ebrei!



Con questo post spero di iniziare una piccola serie di articoli (temo non a tutti graditi) che tendono a riportare lo studio della ricerca sull’ebraismo in Calabria su binari seri, evitando facilonerie molto comuni, che nulla hanno di scientifico

Anni fa rimasi molto meravigliato (ma non convinto) da questo articolo letto su internet,
Mi colpì la parte dedicata ad una possibile presenza (data troppo facilmente per scontata) di ebrei nei tempi passati:
“A Badolato, vissero parecchi "perfidi" giudei o ebrei aschenaziti, affiliati all'antispagnola Rosa-Croce, oppure seguaci del Gran Maestro della tradizione cabbalistico-alchemica Hyim Vitale Calabrese (G.G. Scholem, Le grandi correnti della mistica ebraica), dell'esponente della Cabbala estatico-profetica Abraham Abulafia (1483), di Guglielmo Raimondo di Moncada (1484), cui si deve l'edizione reggina dell'Heptaplus, e di Jarchi bar Isaac (1488), che fece stampare a Reggio il suo commento ai primi cinque libri della Bibbia (1475)”.

Non viene citata nessuna fonte, nessun documento, ma la notizia viene accreditata per sicura. Scrissi una email per saperne di più, ma venni rinviato ad altra persona, poi ad un’altra che nel frattempo era morta, e ci misi una pietra sopra

Tempo dopo sul sito di “La radice”, ottima rivista cartacea e informatica dedicata alla storia e all’attualità del bellissimo borgo, lessi un altro articolo (purtroppo non lo trovo più, avendolo salvato in qualcun altro dei computer che ho cambiato) che informava della presenza di svariati toponimi come Chjanu de’ Brei e (cito a memoria, forse con un po’ di fantasia) Timpa de’ Brei, Vaduni de’ Brei e simili. Dal che il giornale deduceva (e anche io supposi) la certezza di ebrei a Badolato.
Recente invece questo articolo della stessa rivista, che ritorna sul punto, ribadendo la tesi, seppur con un dubbio finale, questa volta tirando in ballo l’autorevole parere di uno studioso:

“Uno di questi slarghi, certamente tra i più ampi nel vecchio borgo, è “u chjanu de Brei”, a metà circa di via Adamo (Adamo Toraldo), che inizia da via Galleli e termina a un altro slargo, “u chjanu de carra”, in via Vittorio Emanuele III. Altra volta, in un numero de “La Radice” di alcuni anni fa, abbiamo avuto modo di accennare al perché “do chjanu de Brei”. Ne scriviamo ancora una volta oggi per dire che, secondo un’ipotesi qualche volta timidamente avanzata nel passato, potrebbe di fatto trattarsi di uno dei tanti quartieri abitati da Ebrei, altrove detti più classicamente judeche, di cui è disseminata un po’ tutta la Calabria, l’Italia, l’Europa, in seguito alla diaspora e a continue successive emigrazioni. Ne tratta egregiamente un saggio di Vincenzo Villella, un professore di Nicastro, che si sofferma a trattare della lavorazione della manna e della seta, attività alle quali si dedicavano particolarmente gli Ebrei che arrivavano alle nostre contrade. Così a Bivongi, a Isca, a Catanzaro, a Nicastro. E la seta era veramente di casa a Badolato. E anche la manna, pare, a giudicare dai non pochi indizi che abbiamo. Solo ipotesi, ovviamente. In attesa di sperabili documenti”.

Purtroppo dovremmo ormai sapere che la toponomastica e l’onomastica (ah! l’ossessiva ossessione per i cognomi! Ma in altro post spero di parlare anche di questo) può essere facilmente ingannatrice. Ed infatti poco dopo lessi un ampio articolo, credo dello stesso autore del seguente (anche questo salvato e disperso in qualche vecchio computer), ora ritrovato in forma sintetica, che ridimensionava tutta la faccenda e metteva i puntini sulle i.

“Quest'appellativo, attribuito ad un piccolo ma un tempo abitatissimo quartiere di Badolato, non deve trarre in inganno. Infatti esso ha origine, non, come è naturale pensare, dallo stanziamento nel nostro paese di una qualche colonia ebraica qui giunta durante la diaspora, bensì da un fatto prettamente locale, tramandatoci oralmente dai nostri padri.
Si era nella prima metà dell'Ottocento e tutte le case dei rione in questione appartenevano ad un ricco proprietario terriero, antenato del sottoscritto e per la precisione, trisnonno di mio nonno paterno. Costui, proprio per l'opulenza nella quale viveva, venne soprannominato dai Badolatesi dell'epoca "U Breu", e, poiché le case sopra citate erano abitate dai suoi familiari, al quartiere venne affibbiato il nome di: "U Chjanu de' Brei". Denominazione che si protrasse negli anni fino all'avvento del Fascismo che la mutò nell'attuale Via Adamo, in onore del biblico progenitore”.
Pietro Cossari 'u 'Breu

Dunque, concludendo, nessun indizio documentato sulla presenza ebraica a Badolato, ma solo voli pindarici ed informazioni travisate. Duole e stupisce constatare che anche autorevoli studiosi ci caschino, ma purtroppo è un fenomeno generalizzato e spiegabile nell’informazione culturale e giornalistica:
1) Qualcuno diffonde una voce infondata, basata sul nulla o su proprie idee o su indizi fallaci;
2) Un giornalista o un ricercatore, poco informati, la prendono sul serio e la diffondono a loro volta;
3) Con l’autorevolezza del mezzo di comunicazione (“lo ha detto la televisione!” “c’è sul giornale!”) o dello studioso (“lo ha scritto nel libro!”), la voce infondata acquista peso, valore e credito.
No, così non va. Non disperdiamo energie in direzioni inutili, ma dedichiamoci a quello che veramente merita attenzione: i documenti, i reperti, le tradizioni popolari e famigliari, i dati onomastici e toponomastici non isolati, ma confortati da altri elementi.

APPENDICE
Di un caso analogo a quello di Badolato avevo precedentemente trattato nel post Caccuri ebraicae… Scannagiudei 


Anche qui, dall’errata interpretazione di un toponimo si risale ad un errato riferimento ad ebrei (in questo caso però meno grave e più facilmente spiegabile, in quanto a Caccuri la presenza ebraica era realmente certa).
Il toponimo fa quasi certamente riferimento non agli ebrei, ma ai Valdesi, che guidati dal celebre Re Marcone vennero in questi paraggi sconfitti nella loro resistenza armata.
Certo, può anche essere che Re Marcone avesse qualche influenza ebraica, grazie alla possibile (ma non accertata) ascendenza marrana della moglie Giuditta, come è anche possibile (ma non ne abbiamo indizi) che qualche marrano si fosse arruolato nel suo “esercito”, ma si tratterebbe in qualunque caso di elementi del tutto marginali.
Il nome “Scannagiudei” è spiegabile col fatto che a Caccuri era appunto ben nota la presenza ebraica, mentre sconosciuta era quella valdese, per cui, non essendo cattolici, i seguaci di Re Marcone vennero “interpretati” come ebrei. Tutto qui!

mercoledì 18 dicembre 2019

Oreste Dito e il suo archivio


Nell'archivio di Oreste Dito
di Tiziana Carlino (Agosto 2019)

Le foto sono pubblicate per gentile concessione di Oreste Maria Dito

Parto da Catanzaro Lido prestissimo, in una mattina già calda ma ventosa - come potrebbe essere altrimenti? - diretta a Reggio Calabria, o più semplicemente a 'Reggio', come si dice da queste parti. Il treno viaggia sulla costa jonica regalando uno spettacolo la cui bellezza, che riempie gli occhi e il cuore, non può lasciare indifferenti. Una teoria di fermate si sussegue lungo un binario fatto di luce e mare: Soverato, Monasterace-Stilo, Roccella Jonica, Gioiosa, Locri, Siderno, Brancaleone, Bovalino, Bianco, Palizzi, Bova Marina, Melito Porto Salvo e, infine, Reggio. Per alcuni di questi luoghi - Brancaleone, Bianco, Bova Marina e Reggio - un'antica presenza ebraica è attestata da studi e reperti; per altri è solo un'ipotesi: si scrive, si cerca, se ne parla. È proprio l’ampio e fertile campo delle ipotesi a spingermi più a Sud. 
Per quanti si interessano alle origini e alle vicissitudini delle comunità locali, La Storia della Calabria e la dimora degli Ebrei di Oreste Dito è una tappa, sebbene datata, quasi obbligatoria. 
L’autore nacque a Scalea nel 1866 e morì a Reggio Calabria nel 1934. Fu professore di lettere classiche in diversi licei, massone, storico dalla prolifica attività editoriale e provveditore agli studi di studi di Reggio Calabria. Il libro in questione venne stampato per la prima volta a Napoli nel 1916 e ripubblicato poi da Brenner nel 1975. Ne conservo una fotocopia di lavoro per me preziosa, perché ottenuta negli anni napoletani, quando, leggendolo con attenzione, notai che tra i luoghi interessati da un insediamento ebraico si citava Gimigliano, il mio paese, in provincia di Catanzaro. Oreste Dito scrive che, nel XV secolo, il trattamento di favore fatto agli ebrei del Regno di Napoli ne aveva attirato molti da diverse parti d’Italia, dalla Francia e dalla Germania: «In Calabria, durante queste immigrazioni si costituirono altre colonie ebraiche, alcune delle quali in località che, per la loro posizione geografica, erano centri importantissimi di traffico: a Scalea, Paola, San Lucido, Amantea, Nocera Terinese, Mileto, Fiumara di Muro, Oppido, Giffone, Carinola, Sinopoli, Stilo, Sellia, Gimigliano» (p.329). Purtroppo l'affermazione non è circostanziata o accompagnata da note bibliografiche. Così, nel pochissimo tempo libero, mi dedico periodicamente a questa indagine. Da dove nasce l’affermazione di Dito? Quali sono le sue fonti? Domande senza risposta. Per ora.
L’inverno scorso, uno studioso di professione mi ha suggerito di andare all’origine, di cercare, cioè, una risposta nell'archivio di Dito, dove potrebbe persistere una piccola traccia, una parte del manoscritto, una nota omessa, un appunto dimenticato. A luglio contatto via email la soprintendenza di Reggio Calabria per avere l’autorizzazione necessaria alla consultazione dell’archivio e poi scrivo ad un erede, che si chiama quasi come lui, Oreste Maria Dito, per fissare un appuntamento. Mi ritelefona dopo poco, anzi pochissimo, con una gentilezza non solo di modi ma di intenti e di contenuti. Il fatto che gli storici si interessino ancora al lavoro di suo nonno lo riempie di entusiasmo. E questa facilità di comunicazione riempie di entusiasmo anche me. È la gioia del progrediens, mi dico. Pur non volendo intaccare la serenità del momento, ci tengo a sottolineare che non sono una storica, né potrei improvvisarmi tale.
In generale, non so improvvisare. Purtroppo. Oreste Maria risponde comprensivo: «Neanche io sono uno storico, faccio l'ingegnere».
Quando, in un pomeriggio di agosto mi conduce nella biblioteca di casa sua, dove sono serbati i beni del nonno, intercetto la passione con cui cerca di tenere in vita pezzi di storia familiare e storia locale, sperando così che la memoria dell'avo non venga dispersa o messa da parte. Oreste Dito ebbe dodici figli, uno dei quali, Armando, era il papà dell'ingegnere Dito, attuale custode di un archivio eterogeneo, costituito in parte da libri, corrispondenza, manoscritti e materiali vari (cartoline, un libretto universitario, ecc.). I volumi sono svariate centinaia per lo più di argomenti inerenti la Calabria e la storia della massoneria. Non a caso diversi esperti di cose massoniche si sono, nel tempo, interessati a questo stesso luogo. 
Su una parete campeggia il ritratto di Oreste Dito, un bel signore elegante, rassicurante e paffutello. Altre foto di famiglia in bianco e nero contribuiscono a rendere suggestiva l’atmosfera su cui grava, implacabile, la calura di agosto. Inizio a compulsare i testi di argomento ebraico, cercando una risposta alla domanda che mi ha fatto giungere fin qui. L'ingegnere Dito mi aiuta con generosa partecipazione, tira giù tutti i libri che mi interessano. Ragioniamo insieme. Poi passiamo ai raccoglitori che contengono quel che resta dei manoscritti. È la parte più emozionante. Occorre brevemente ricordare che Dito qui trascrive e cita le informazioni riferite da Minieri Riccio ne Il regno di Carlo d’Angiò dal 2 gennaio 1276 al 31 dicembre 1283 (si tratta, nello specifico, delle pagine 51 e 52). Gimigliano vi appare come Gaminianum (insieme a Pentonem). In una lista annessa alla Cedula, accanto alla versione toponomastica del XIII secolo, viene specificato il nome di ogni singolo luogo nella dicitura più attuale: Gaminianum è Gemilianum, cioè Gimigliano. Non trovo nient’altro che mi possa essere d’aiuto e, mentre saluto ringraziando ancora l’ingegnere Dito, mi sembra di andarmene quasi a mani vuote. Non è un gran bottino, mi dico.
La meticolosità con cui Oreste Dito compilava le schede preparatorie costituisce però per me un indizio: la frase che mi ha portata fin qui non può essere casuale. A quale fonte avrà attinto? De La dimora degli ebrei in Calabria non resta - ahimé - quasi alcun lavoro preliminare, solo una scheda di quattro pagine in cui viene ricopiata la Cedula subventionis in Iustitiariatu Vallis Crati et Terre Iordane del 1276, un noto elenco dei centri abitati che pagavano i tributi alla corte angioina. Eppure, se non fossi venuta fin qui, non lo avrei mai saputo.
Il quesito resta aperto, ma non voglio scoraggiarmi.
Questi ultimi due decenni in cui ho bazzicato, a vario titolo e in vario modo, la letteratura ebraica mi hanno lasciato l’impressione che una domanda senza risposta può divenire una riserva di scoperte mai finite e mai sopite.

L’autrice desidera ringraziare l’ingegnere Oreste Maria Dito
per il prezioso aiuto e la squisita disponibilità.


 (Io a mia volta ringrazio di cuore Tiziana Carlino per la sua collaborazione)


POSTILLA
Reggio: Intitolazione di Largo Oreste Dito (Da VeritasNews24.it)

Con una sobria cerimonia, la città di Reggio Calabria  presenti, in rappresentanza dell’Amministrazione e del Sindaco Giuseppe Falcomatà, i consiglieri comunali Antonio Ruvolo, Giuseppe Marino e Rocco Albanese, nonché il presidente della commissione toponomastica dr. Cantarella e il responsabile dr. Caridi, ha voluto rendere omaggio ad una figura di rilievo della storia cittadina intitolando Largo Oreste Dito per ricordare l’educatore, lo storico e lo scrittore che con la sua attività letteraria ha dato lustro alla città.
Il dr. Ruvolo ha ricordato brevemente Oreste Dito che, originario di Verbicaro, laureatosi in lettere presso l’università di Roma inizio la sua carriera nell’insegnamento non tralasciando la sua passione di ricercatore storico e nel 1909, all’indomani del terribile terremoto del 1908, si trasferì a Reggio Calabria in qualità di Preside del Liceo Classico che di fatto ricostruì dalle macerie.
Egli guidò l’istituto sino al suo pensionamento nel 1932 e fu una guida per tutti i suoi studenti per le sue indubbie capacità professionali, letterarie ma anche morali rivelandosi un vero educatore.
Nel corso della sua presidenza dovette anche affrontare l’incendiodel 1913 che distrusse il Liceo, ma in breve fu ricostruitocontinuando ad essere sempre luogo centrale di cultura.
Oreste Dito fu anche storico e scrittore e pubblicò la sua prima opera Velia colonia focese nel 1891 cui ne seguirono altre, sempre con temi storici, quali, per citarne i più famosi, La rivoluzione calabrese del ’48, L’influenza massonica nella storia calabrese dal 1789 a’ nostri giorni, In Calabria – Saggi critici di storia paesana, Massoneria, Carboneria e altre società segrete nella storia del Risorgimento italiano, La storia calabrese e la dimora degli ebrei in Calabria ed altri, e molti di questi sono stati, e lo sono ancora, di notevole interesse sia per gli studiosi che per il semplice lettore tant’è che sono stati ripubblicati ed hanno anche un vivace mercato sui web.
Ma la sua ricerca storica si rivolse anche al giornalismo tantè che fondò e guidò Rivista calabrese di Storia e Geografia, “Rivista Storica Calabrese”, “Calabria Vera”, e fu anche fondatore e Presidente della Deputazione di storia patria calabrese.
Nella sua vita, per come si può dedurre da suoi libri e dai suoi scritti fu anche un importante rappresentante della Massoneria di cui ricoprì le più alte cariche.
Al termine del suo mandato di Preside del Liceo-Ginnasio “Tommaso Campanella”, esattamente il 16 febbraio del 1933, fu insignito dell’onorificenza di Cavaliere – Ufficiale della Corona d’Italia.
Già in passato, il 26 settembre del 1922, era stato insignito del Diploma di Benemerenza di 1ª classe con medaglia d’oro e, l’8 luglio del 1925, di quello di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.
Ultimamente, Nel Settembre del 2019, il “ICSAICStoria” (Istituto calabrese per la storia dell’Antifascismo e dell’Italia) lo ha inserito nel Dizionario Biografico della Calabria Contemporanea tra le prime cento biografie di Calabresi illustri.
Alla cerimonia erano presenti il nipote Ing. Oreste Mario Dito, che ha ringraziato brevemente, ed i fratelli Antonio, Egle e Federico oltre alle famiglie. La targa è stata scoperta da due pronipoti di Oreste Dito, Alberta ed Armando.
Erano presenti anche amici della famiglia e cittadini amanti della cultura.